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venerdì 18 marzo 2016

#JobsAct: meno #lavoro per tutti

Il Bluff del JobsAct è palese a chiunque non sia in mala fede. A gennaio 2016 i contratti a tempo indeterminato sono calati. Si tratta di 12378 posti in meno. Sono aumentati moltissimo invece i voucher, la forma più temporanea e precaria di lavoro che possa esistere, a quota + 9.227.589 - e una percentuale del +131% rispetto al gennaio 2014. A gennaio inoltre sono stati più i licenziati che gli assunti. Inoltre c'è un brusco calo delle trasformazioni dei contratti a termine in a tempo indeterminato: parliamo del -71% rispetto a dicembre 2015, un dato che mostra quanto drogato fosse il mercato del lavoro a fine anno, quando i dipendenti sono stati assunti dalle aziende giusto per accaparrarsi gli sgravi contributivi.
Per saperne di più: "Il Bluff del Jobs Act", eBook pdf e pub e formato kindle

mercoledì 2 marzo 2016

IL BLUFF DEL #JOBSACT

«È una giornata storica, un giorno atteso per molti anni da un’intera generazione che ha visto la politica fare la guerra ai precari ma non al precariato: superiamo l’articolo 18 e i co.co.co., nessuno sarà più lasciato solo, ci saranno più tutele per chi perde il posto e parole come mutuo, ferie, diritti e buonuscita entrano nel vocabolario di una generazione che ne era stata esclusa»
Le parole pronunciate da Matteo Renzi, presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana dal 22 febbraio 2014, al via libera dei primi due degli otto decreti attuativi del Jobs Act, suonano come autentica propaganda. Risultavano tali già durante la conferenza stampa nella quale sono state pronunciate, e lo risultano ancora più chiaramente oggi, mentre la nuova legge sul lavoro dispiega i suoi effetti. Lo diciamo subito: il precariato è la regola, i contratti capestro sono ancora facilmente applicabili grazie alle mille deroghe inserite nei decreti, la cassa integrazione non è più per tutti gli ex dipendenti, la concessione di un mutuo è quasi del tutto esclusa con un contratto a tutele crescenti - che in quanto tale non garantisce la continuità del reddito - i diritti sono stati calpestati alla luce del sole e sacrificati sull’altare della convenienza delle aziende. 
«Abbiamo tolto ogni alibi a chi dice che in Italia non ci sono le condizioni per assumere» ha concluso quel giorno il Premier, presupponendo che farsi carico a livello pubblico di sgravi fiscali che non garantiscono il mantenimento del posto di lavoro sia una buona idea. In questa farsa al rilancio economico della Penisola, a fare le spese della situazione sono i lavoratori. Al dipendente viene lasciata la facoltà di rivolgersi al giudice per poter accedere, in caso di licenziamento “ingiustificato”, a un risarcimento in denaro - con tutto quello che comporta in termini di tempi, opportunità e rischi. Una cifra comunque prefissata, e in ogni caso ben inferiore al valore degli sgravi fiscali di cui le aziende godono al momento dell’assunzione. I conti tornano insomma, per le aziende. Per i lavoratori e per lo Stato stesso, invece, non tornano affatto.
Sommario:
Introduzione



La genesi del furto




La mannaia di Fornero




Le modifiche e le (finte) lotte parlamentari




Cos’è cambiato sul serio




I co.co.co. ci sono ancora, eccome




E ora un po’ di conti




Prime assunzioni (e primi licenziamenti)




Non si tratta di nuova occupazione




How-To lavoratori: come difendersi




Note




Bibliografia




LINK PER L'ACQUISTO:








giovedì 11 febbraio 2016

LA MISERIA, TUTTA INTORNO A TE

La miseria del lavoro e la crescita (che non ci sarà)



Tutti a correre dietro le cifre dell’occupazione e della disoccupazione, anno per anno, trimestre per trimestre, mese per mese. Se analizzarle è utile per capire se c’è influenza (momentanea) delle politiche nazionali e europee sul lavoro, la verità è che un osservatore attento sa già che il massimo che ci si può aspettare dal prossimo futuro è una stagnazione pesante, costante e prolungata, che al di là di qualche fluttuazione percentuale dovuta agli sgravi contributivi per le aziende o a qualche altra trovata simile, ci accompagnerà almeno per i prossimi due anni. Le politiche sul lavoro, il famigerato Jobs Act, non hanno fatto che schiacciare verso il basso i diritti dei lavoratori, a uso e consumo della grandi aziende, preparandoci a quello che verrà: un futuro di disoccupazione e miseria in cui la domanda non aumenterà a meno che gli Stati non se ne facciano carico, distribuendo reddito.

Intanto, il denaro viene sottratto alle casse pubbliche per risanare le Banche e per foraggiare imprese spesso destinate al fallimento o ancora per finanziare provvedimenti che tanto bene al lavoro in realtà non fanno (tipo il Jobs Act)


La crisi ha fatto crollare la domanda a tutti i livelli - da quella di energia a quella di carne - e, a volte nel bene e a volte nel male, i consumatori si sono abituati ad avere di meno. La decrescita si impone al mondo intero e le masse, volenti o nolenti, devono farci i conti.

martedì 24 febbraio 2015

JOBS ACT, COME RENDERE (ANCORA PIU') INSTABILE UN PAESE

da La Voce del Ribelle:

Fare cassa. Tutto sommato è questa forse l’unica reale conseguenza del Jobs Act, una legge che si districa in milioni di diverse interpretazioni e paradigmi. Una politica che non vede però al di là del proprio naso e che proprio per questo rischia di essere controproducente per l’intero sistema.
Nelle aziende fino a 5 dipendenti si possono tenere sempre dipendenti a tempo determinato, per gli altri il 20% dei subordinati potrà rimanere a termine: parliamo di 3 persone nelle aziende da 15 dipendenti. L’impresa che dovesse tenerne di più, e che non abbia pensato di derogare la legge con una contrattazione anche semplicemente aziendale, incorrerà in una semplice multa (primo modo di far cassa), senza incorrere in alcun obbligo di trasformare i contratti a tempo in indeterminati.
Se poi il contratto dovesse a un certo punto trasformarsi in indeterminato, sarebbe comunque “a tutele crescenti” per tutti, al di là di quanto tempo si siede alla stessa scrivania. Il tutto dovrebbe durare 3 anni con un massimo di 5 rinnovi all’interno dei 36 mesi previsti dopo i quali si può reiterare il contratto una sola volta alla direzione territoriale del lavoro, senza che il sindacato ci metta bocca. Intanto gli ultimi dati disponibili (il rapporto del terzo trimestre del 2014 sulle dinamiche del mercato) mostrano un’Italia in cui il 70% delle assunzioni sono a tempo determinato.
Tutto si gioca in ogni caso su cosa sia più o meno conveniente per le imprese. I 500mila co.co.pro. in essere spariranno dal 2016 – con le opportune eccezioni di call center e similari - mentre secondo le dichiarazioni del premier i tre anni di sgravi contributivi e la certezza sui costi di una eventuale rottura del rapporto renderanno il contratto a tutele crescenti il più applicato in tutto il bel Paese. La verità è che, aspettando che i primi dati su come siano veramente andate le cose arrivino, nessuna azienda assumerà se non crede di averne bisogno. Non si parla però di reale necessità legata alla produzione, bensì di obbligo: un imprenditore che si è abituato a sottopagare i lavoratori a qualsiasi livello non ha alcun motivo di spendere di più per avere lo stesso risultato, tanto più se è riuscito a far passare in azienda il concetto di crisi economica come motivo di solidarietà con l’azienda e pluslavoro gratuito. Così può darsi che alcuni contratti a tempo determinato diventino a tutele crescenti anche grazie alla sicurezza che per “motivi economici” si può licenziare senza problemi, ma altri svaniranno nel nulla e altri ancora si trasformeranno in partite iva. A questo proposito, c’è da scommettere che il governo preveda un ulteriore aumento di queste forme capestro di collaborazione proprio per effetto della scomparsa dei contratti a tempo determinato: si tratta di uno dei modi più semplici e meno costosi per tenere tra le proprie fila i lavoratori, e continuerà ad esserlo anche con l’entrata in vigore del Jobs Act in assenza di una norma che ne vieti l’utilizzo che se ne fa ormai abitualmente. L’aumento delle tasse previste per tali forme di “lavoro autonomo” e la quasi sparizione del regime dei minimi, che entreranno in vigore nel 2016 proprio assieme alla scomparsa dei contratti a termine, la dice lunga su quest’altro nuovo modo di far cassa.
Nel frattempo bisognerebbe interrogarsi, piuttosto che sugli interessi privati di imprese o lavoratori, su quelli del Paese che le politiche le pensa e le attua. Il posto “fisso” crea stabilità sociale, consumo – con buona pace delle lobby economiche, e anche, perché no, una sorta di incoscienza sociale: difficile insomma che con la pancia piena e in assenza di una formazione all’altezza di questo nome ci si interroghi sulla giustizia del sistema in cui si è inseriti. Non a caso il “panem” era nell’antica Roma al primo posto tra le preoccupazioni di chi voleva assicurarsi il ben volere del popolo. Oggi la macchina dell’ipnosi generale sopperisce un po’ a questa mancanza ma non sia mai che nel lungo periodo, come da questa parte della barricata non possiamo che augurarci, tutto questo buttar all’aria le sicurezze economiche della gente comune non gli si ritorca contro.
Sara Santolin