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mercoledì 18 febbraio 2015

IL CONDOTTO NERO CHE PORTA ALLA LIBIA

da ilribelle.com:

Ci sono delle regole che non ammettono eccezioni. “Segui il denaro” per capire le ragioni di certe politiche, che fa da corollario a un più specifico “segui il petrolio”, nel caso specifico odierno.
Senza voler essere esaustivi sulle problematiche della Libia, a proposito di “guerre utili”, seguire il filo nero dell’idrocarburo porta a leggere quello che è stato definito da più parti il “caos” libico come la creazione di una pagina bianca sulla quale poter scrivere un nuovo capitolo dell’imperialismo occidentale. Dopo i titoli d’effetto, i nomi in inglese dati ai decreti, l’uso di twitter e l’ostentazione di una cultura del web che si stenta a credere abbia davvero, Matteo Renzi cerca di imitare l’arte dell’occupazione “che non si vede” dagli Stati Uniti d’America. Tragedie in mare e barconi di immigrati clandestini, per quanto possano dare fastidio o al contrario provocare moti di solidarietà, non sono una ragione sufficiente a mobilitare mezzi e uomini (e soldi) verso la scatola di sabbia di Tripoli. Ma il petrolio, quello sì.
«State tutti sottovalutando la crisi di uno Stato che è ai confini della Ue e che non è solo un problema di migrazione clandestina, ma anche un terreno di conquista per la minaccia del terrorismo dell’Isis» – ha detto il nostro premier al Consiglio Europeo. «Non è una questione di sicurezza nazionale italiana, ma dell’intera Unione Europea». La soluzione? L’invio di forze di peace keeping italiane (si scrive "peace keeping" ma si legge "invasione di uomini e mezzi armati" certo non inviati al fine di distribuire caramelle ai bambini). D’altra parte già all’indomani dell’attentato di Parigi si era cominciato a preparare il terreno all’avvio di una guerra. E Hollande ha fatto in qualche modo eco a Renzi quando ha fatto uscire un comunicato nel quale dichiara – in solidarietà con al-Sisi, il Presidente egiziano che ha messo in atto una serie di ritorsioni belliche contro la Libia per l’uccisione spettacolo di 21 egiziani sulle spiagge libiche – quanto sia importante che “la comunità internazionale decida nuove misure”. Tutto dice: “guerra”.
E cosa c’entra l’Egitto? Rinsaldare il fronte interno, arrivare per primi sul territorio libico diviso e instabile forti dell'appoggio dell'alleato russo, proteggere e magari controllare il filo nero libico, appoggiare il governo "legittimo" contro i ribelli sono solo i motivi più evidenti. Fare la guerra in Libia per l'Egitto era solo questione di tempo, come dovrebbe esserlo per l'Italia che ha interessi molto simili a quelli egiziani e che ha ritirato la propria ambasciata forse proprio in vista dell'avvio di forze militari. L'Italia comunque non si muoverà da sola, presumibilmente per motivi soprattutto politici e per non irritare Obama: non l'ha fatto a Natale quando, incendiati dai ribelli i depositi petroliferi a Sidra, Tripoli ne invocò l'aiuto - e alla fine si rivolse a una società statunitense che ne guadagnò un contratto da sei milioni di dollari - tanto meno lo farà adesso.
L’Unione Europea tutta dipende in larga misura dal petrolio libico: l’85% del petrolio proveniente dalla Libia è venduto a Stati europei, prima fra tutti l'Italia, seguita da Francia e Germania. Certo ingaggiare una "guerra" è dispendioso, ma chissà che la Nato (leggi: gli USA) non voglia darci una mano: dal punto di vista statunitense la Libia è in posizione strategica per il controllo dell’Africa che il Pentagono esercita con AFRICOM, il commando nato nel 2008 a questo scopo  (l'unico Paese africano a non essere sotto la sua influenza è proprio l'Egitto). Terrorismo e petrolio sono i suoi pensieri fissi, filtrati per l'opinione pubblica con l'esportazione della democrazia, la creazione di forze di sicurezza da mantenere in loco e l'aiuto umanitario. Fin qui, tutto in regola. Se qualcosa c'è di "strano" è l'ufficiale silenzio della Cina - almeno per ora e supponiamo comunque non a lungo - che pure succhia petrolio dal deserto libico.
Sara Santolini

mercoledì 11 febbraio 2015

OGM, LA SCHIAVITU' DEL SEME

da La Voce del Ribelle:

Il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso di Fidenato, un imprenditore agricolo del Friuli, famoso per la sua guerra a favore degli ogm. Egli si rivolgerà alla Corte Europea, nel frattempo però, visto che, come si legge sulla sentenza, i Ministeri della Salute, dell’Agricoltura e dell’Ambiente hanno «correttamente ritenuto che il mantenimento della coltura del mais Mon 810 senza adeguate misure di gestione non tutelasse a sufficienza l’ambiente e la biodiversità, così da imporre l’adozione della misura di emergenza», non potrà proseguire nel suo business. Intanto la Monsanto vede calare la vendita di sementi ogm e si dà alla tecnologia rilasciando una app gratuita per la condivisione di dati climatici tra agricoltori – dati che, gratuitamente, la Monsanto sfrutta per elaborare ogm appetibili sul mercato contadino. Brutta storia.
Non entriamo qui nella polemica sulla salubrità o meno degli ogm (da segnarsi i nomi di Monsanto, Novartis, Dupont), dei quali ancora non si conoscono gli effetti a lungo termine del consumo umano. Dubbi già li sollevano alcuni studi per verificare il possibile nesso fra modificazioni genetiche del frumento e celiachia, derivante dalla differenza della composizione degli amminoacidi della gliadina del frumento geneticamente modificato rispetto a quello naturale. La questione è stata anche oggetto di interrogazioni al Consiglio d’Europa mentre negli Stati Uniti l’anno scorso la U.S. Environmental Protection Agency ha aumentato il limite massimo di glifosato residuo negli alimenti, il diserbante più venduto al mondo, perché le colture ogm, in barba a tutte le previsioni di un minor utilizzo di pesticida per questo tipo di organismi venduti come più forti contro malattie e parassiti, ne hanno un gran bisogno. Lasciamo anche stare gli studi che collegano l’uso di pesticidi e malattie più o meno gravi, dall’acidità di stomaco al tumore. A livello ambientale quello che è certo oltre ogni dubbio è che l’immissione di sementi modificate mina la biodiversità – la cosa più semplice e importante che madre natura ci ha donato contro la carestia. Inoltre la proprietà intellettuale degli ogm è in mano a grandi multinazionali cui non interessa sconfiggere la fame nel mondo – dove c’è ancora abbastanza cibo da sfamare tutti – o migliorare le condizioni dei terreni o ancora proteggerli da malattie o mancati raccolti. Stiamo parlando di grandi imprese che legittimamente perseguono il loro tornaconto economico.
Non c’è nessuna questione etica – e dunque “facoltativa” – il problema deve essere legale. In Italia non si può vietare la coltivazione di ogm approvati dalla normativa europea. Va detto che sul territorio nazionale la cosa è molto limitata, viste le normative regionali a salvaguardia della biodiversità e della coesistenza tra coltivazioni ogm e tradizionali che rende molto difficile per un agricoltore scegliere questa via - ma attenzione: parliamo di coltivazione, non di utilizzo di ogm, come ad esempio mais e soia modificata per la produzione di mangimi per l’alimentazione degli animali di allevamento, anche in Italia.
Uno dei cavalli di battaglia di chi è a favore degli ogm è che questi aumenterebbero la produttività dei terreni, rendendo l’agricoltura più sicura a livello economico per gli agricoltori. Eppure gli ogm vengono usati soprattutto in USA, Argentina e Brasile dalle multinazionali, che controllano la maggioranza assoluta del terreno coltivabile, e che muovono così 18mld di dollari l’anno grazie alla vendita di mais e soia modificata - per lo più destinata agli allevamenti. Perché i piccoli allevatori non dovrebbero partecipare alla cuccagna? Perché diventerebbero schiavi delle multinazionali, semplici mezzadri in casa loro.
I contadini, imprenditori agricoli, allevatori italiani sono davanti a un bivio, e con loro la legislazione di questo Paese. Se l’approvvigionamento di cibo è uno dei problemi del futuro – con la Russia che pensa alla colonizzazione agraria dell’estremo Oriente siberiano e la Cina che punta agli ogm per l’alimentazione umana – lo è anche la sicurezza e la specificità alimentare. E, anche al di là di questo, non si tratta di romanticismo nostalgico rispetto alle tavole del passato – che pure fanno parte della nostra cultura - ma di semplice pragmatismo: il “Made in Italy” che si vende in tutto il mondo è fatto anche, per esempio, di cereali antichi. Quando tutto il grano, tutto il mais, tutta la soia, tutte le sementi del mondo saranno ogm, chi ci ridarà la nostra specificità agricola? Cosa fermerà l’aumento del prezzo delle sementi? Che fine farà la biodiversità e la sicurezza alimentare che ne deriva? Bisogna che anche l’imprenditore agricolo che vuole massimizzare il proprio profitto si interroghi sull’opportunità di darsi alla coltivazione di ogm, perché indietro non si torna.
Il contadino che voglia usare sementi ogm firma un contratto che lo priva di fatto della “sovranità” sul proprio terreno: non può utilizzare le proprie sementi ma deve comprarle, corredate da diserbanti e pesticidi, alla multinazionale di turno e, in caso di violazione del contratto, pagare una penale. Non solo: negli Stati Uniti già esistono ispettori che in base a segnalazioni di dubbia provenienza si aggirano nei campi per scovare quei contadini che utilizzerebbero sementi modificate senza autorizzazione. Non importa se il vento, gli uccelli o la mano umana – e di chi - abbiano messo ogm in mezzo a piante che non lo erano. In quel caso si è legati alla multinazionale di turno, da allora in poi, se si vuole continuare a produrre. Finché morte non ci separi.
Sara Santolini

lunedì 19 gennaio 2015

TUTTO PRONTO PER IL PATRIOT ACT EUROPEO?

da La Voce del Ribelle:

Paura. Una parola che si insinua nella mente come un germe inarrestabile. Soprattutto quando indotta. Come un tumore che si annida nelle parti più nascoste del corpo, viene alimentato da noi stessi, inconsapevolmente, dalla nostra voglia di chiarezza che porta a credere alla spiegazione più semplice. E poi, d'un tratto, dispiega i suoi effetti. Così è accaduto negli Stati Uniti all'indomani del 11 settembre 2001, così ci sono i primi segni possa accadere anche nella vecchia e "saggia" Europa. 
La pagina più nera in tema di libertà negli USA è stata scritta non con il crollo delle torri gemelle, bensì con l'entrata in vigore del Patriot Act. George W. Bush ci mise poco più di un mese a firmarlo, all'inizio facendolo passare come una legge transitoria e d'emergenza - e di "emergenze" senza fine in Italia abbiamo grande esperienza - e poi di volta in volta prorogata fino a oggi. Vennero rafforzati i poteri e le libertà d'azione di FBI, CIA e NSA, rimosse le restrizioni sul controllo delle conversazioni telefoniche, delle chat, delle e-mail, delle cartelle cliniche, delle transazioni bancarie, sulla segretezza dei colloqui tra detenuti e legali. Addirittura si arrivò a dichiarare legittime le perquisizioni effettuate senza avviso e presenza del diretto interessato e consentire arresti di non meglio definiti "combattenti" sulla base di semplici sospetti. Una legge dichiarata, nella parte in cui prevedeva tabulati telefonici e Internet di sospettati senza mandato della magistratura e notifica agli indagati, incostituzionale - e anche in questo in Italia siamo dei veterani. Il tutto utilizzando una definizione di "atti terroristici" un tantino troppo di libera interpretazione: "atti che appaiono tesi ad influenzare la politica di un governo con l'intimidazione o la coercizione".
Adesso, all'indomani dell'attentato al Charlie Hebdo, si invoca anche in Europa una legge che dia poteri tali agli Stati da far sentire al sicuro i cittadini. Una specie di Patriot Act nostrano, che "almeno" cancelli l'accordo di Schengen.
A questo punto bisogna fare un passo indietro. L'accordo, datato 1985, coinvolge a oggi 26 Stati: Grecia, Italia, Malta, Portogallo, Spagna, Francia, Svizzera, Liechtenstein, Lussemburgo, Belgio, Paesi Bassi, Danimarca, Slovenia, Ungheria, Austria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia, Germania, Lituania, Lettonia, Estonia, Finlandia, Svezia, Norvegia e Islanda. L'accordo prevede che i confini siano liberamente attraversabili dai cittadini dei Paesi aderenti. Tale norma, e soprattutto il suo allargamento, ha fatto molto parlare. L'ultima volta che è salito all'onore delle cronache è stato quando con l'entrata di Polonia, Romania e Bulgaria (questi ultimi due al momento aderenti ma non ancora membri a tutti gli effetti) si è temuta una immigrazione in massa di cittadini dell'Est che, attratti dal luccichio dei Paesi più ricchi, sarebbero potuti venire a cercare occupazione "rovinando" il mercato del lavoro europeo - o peggio ancora pretendendo paghe all'altezza del loro nuovo Paese ospitante. Che il timore sia proprio questo lo dimostra il continuo rimandare la data dell'effettivo calo delle frontiere rumene e bulgare soprattutto per l'opposizione tedesca. Forse non è un caso che proprio Romania e Bulgaria abbiano il triste primato del più basso costo del lavoro in tutta Europa: tutto sommato è conveniente che rimangano a casa loro e che siano le aziende a delocalizzare, sfruttando la libertà di movimento di capitali a discapito di quella delle persone, questo il ragionamento.
In quest'ottica, forse non è un caso nemmeno che a invocare un cambio di Schengen - per carità, "solo" per proteggerci dal terrorismo - siano quei Paesi che in questi anni hanno visto una forte immigrazione di lavoratori dalle periferie d'Europa, in testa Inghilterra, Francia, Germania (nonostante le ultime "morbide" dichiarazioni in proposito della Merkel). E allo stesso tempo non è un caso che invece l'Italia si sia subito schierata con la libertà di circolazione, per non ritrovarsi tutti gli immigrati che usano il Bel Paese solo come ponte verso il Nord d'Europa rispediti al confine soprattutto ora che il lavoro scarseggia in Italia anche per loro.
La macchina in ogni caso si è messa in moto. Nelle stanze dei bottoni entro fine mese si incontreranno i ministri degli Esteri e i ministri degli Interni degli Stati membri. Temi caldi saranno le regole di Schengen, la condivisione di informazioni, la circolazione di armi, il controllo di Internet e l'istituzione di una banca dati dei passeggeri aerei.
Chissà che dopo aver sfilato per le vie di Parigi in nome di una libertà di espressione che non gli appartiene più, la folla non sfili a favore dell'annientamento delle libertà civili. Per pura, semplice, inoculata e terroristica paura.
Sara Santolini

lunedì 12 gennaio 2015

AVANTI, MARCH! IL MEGA SELFIE DI PARIGI

da La Voce del Ribelle:

Nel pomeriggio di ieri si è svolta la maxi manifestazione che ha riempito le vie di Parigi e alla quale ha partecipato oltre un milione di persone, che secondo alcune stime sarebbero state addirittura il triplo. Tra loro anche Benjamin Netanyahu, quel campione della libertà che di Palestinesi sulla coscienza ne ha ben oltre la manciata di uomini morti in Francia nel massacro dell'8 gennaio e che si affianca oggi ai Capi di Stato occidentali, anche loro non proprio innocenti verginelle. Tanto per mettere in chiaro "da che parte sta", il primo ministro israeliano.
Sulle strade si è radunata tanta, tanta gente comune. Già sabato i francesi erano scesi in piazza. A Tolosa in 80.000, a Nantes in 30.000, a Orleans in 22.000, a Nizza in 23.000. Numeri da far quasi impallidire quella della Rivoluzione Francese di fine '700, una folla che si muove in nome di quei valori che crede di proteggere e che invece non le appartengono più. Quando venivano venduti i giornali agli imprenditori e ai banchieri, si riduceva l'informazione a uno show, e poi, quando si tagliavano le risorse per la scuola e la sanità, si riducevano gli stipendi, si creava disoccupazione e contratti capestro, venivano (e vengono) ammazzati i figli e i loro padri con gli scarti del nostro modello di sviluppo, quando è stata venduta la nostra sovranità al migliore offerente, privandoci di quella libertà che solo l'informazione, la cultura, la salute, il pane e i diritti politici possono garantire, tutta questa massa di persone dov'era?
La risposta più semplice è che fosse schierata, sì, ma davanti alla tv - intendendo con questa tutto quel sistema di mezzi di comunicazione mainstream che hanno privato l'Occidente di una coscienza. Perché, se ce ne fosse, non passerebbe sotto silenzio in questi cortei, tanto per fare l'esempio più attuale, la storia della bimba kamikaze, due parole che solo a metterle insieme dovrebbero venire i brividi. Tanto meno l'opera di manipolazione delle emozioni, umane e comprensibili, dovute alle immagini del commando - sparate ovunque dal web alle tv, al fatto che si trattava di civili, per quanto antipatici potessero essere per l'Islam, gente che di per sé non aveva torto un capello a nessuno e che, parafrasando Massimo Fini, aveva dunque anche il diritto di "odiare chi gli pare".
I motivi e i mandanti dell'attentato a Charlie Hebdo, per quanto vogliano farci credere non sia così, devono ancora essere palesati. Un commando che sbaglia indirizzo e di cui un membro "perde" una carta d'identità è una roba che a inventarsela caccerebbero a calci qualsiasi sceneggiatore. Molti dunque rimangono i dubbi anche sugli esecutori materiali: chi sono, da dove vengono, se si tratti di semplici pedine, convinte di lavorare per un fine "più alto", e invece manipolate e usate per provocare l'opinione pubblica di un Occidente che non è in grado di ragionare con la propria testa.
In quel caso, la tragedia sarebbe ancora maggiore: saremmo tutti i deceduti di "Charlie Hebdo", musulmani e cristiani, civili e militari, uccisi e carnefici, vittime inconsapevoli della nostra stessa incomprensione del mondo. Dopo la grande crisi del 1930 e la depressione che ne seguì fu l'ingresso nella Seconda Guerra Mondiale a portare fuori dal pantano gli USA. A dirlo, o a ribadirlo, è stato il premio Nobel per l'economia Douglass North, secondo cui l'aumento del PIL è direttamente proporzionale all'aumento della spesa bellica. Per non parlare di quanto ha fruttato agli interessi produttivi statunitensi la ricostruzione della vecchia Europa. A quel conflitto ne seguirono altri: Corea, Vietnam, Panama, Kosovo, Afghanistan, Iraq, Libia.
Ora l'opinione pubblica è stanca ma «la guerra – come sottoscritto dall’economista statunitense Tyler Cowen - porta con sé un’urgenza a cui i governi altrimenti non riescono ad appellarsi». Nel 2013 la spesa è calata, a causa di austerity e ritiro degli USA dall'Afghanistan. Però, come si legge sul sito del Sipri, un istituto internazionale impegnato in ricerche su conflitto, armamenti, loro controllo e disarmo, «la spesa militare mondiale del 2013 è stata di 1.747 miliardi di dollari, equivalenti al 2,4% del prodotto interno lordo mondiale o a 248 dollari per ogni persona al mondo oggi». E, ancora, «il volume dei trasferimenti internazionali di armamenti convenzionali maggiori è aumentato del 14% nei quinquenni 2004-2008 e 2009-2013; nel 2009 Stati Uniti, Russia, Germania, Cina e Francia sono stati responsabili per il 74% del volume delle esportazioni e, con poche eccezioni, Stati Uniti ed Europa hanno dominato la classifica dei venditori negli ultimi vent’anni, anche se tra il 2009 e il 2013 la Cina si è collocata tra i principali fornitori occupando il quarto posto».
Una guerra, diciamoci la verità, potrebbe forse essere una risposta possibile alla crisi economica, anche in Europa. Di sicuro sposterebbe l'attenzione dei cittadini: di quelli greci che vogliono uscire dall'Euro e di tutti gli altri sull'orlo della rivolta civile. In Siria si combatte dal 2011 e i morti già 200mila. Gli americani già ci sono. Gli europei potrebbero approdare tra poco, quando la ragionevolezza lascerà definitivamente spazio alla paura.
Eppure, la risposta a tutto questo sarebbe semplice. Era scritta sul Partenone, simbolo della civiltà greca antica, quella che ha creato le basi culturali e politiche della vecchia Europa, già a giugno del 2011, e adesso assume un significato tutto "nuovo": People of Europe, rise up.
Sara Santolini

venerdì 22 febbraio 2013

MONTI HA FALLITO Lo spread è calato "grazie" alla BCE. Che ci ha guadagnato.

(da www.ilribelle.com

Le misure di austerità non sono servite a nulla.

Non è proprio così, nel senso che a qualcosa, quelle misure, sono servite: come sappiamo, a fare i favori dei banksters e delle industrie, che ora, nel nostro Paese, possono licenziare come meglio credono. Altra cosa: visto che lo Stato non dovrà più pagare le pensioni - praticamente soppresse dalla riforma Fornero, soprattutto per i più giovani - adesso tutto il denaro drenato ai cittadini potrà confluire nel pagare gli interessi sul debito, illegittimo e inesigibile, della speculazione internazionale.
Per quanto attiene invece allo spread, "miracolosamente" calato sotto 300 punti (valore che tutto è fuorché sostenibile, beninteso) ebbene tutto quanto fatto da Mario Monti non ha contato assolutamente nulla. Il motivo del suo calo, dagli oltre 500 punti alla data delle dimissioni di Berlusconi, è tutto da ascrivere alla Banca Centrale Europea.
È Mario Draghi stesso di fatto a confermarlo. Fra il 2011 e il 2012, quando la BCE intervenne sui mercati per acquistare i titoli di Stato dei Paesi in difficoltà, la quota maggiore di quelle operazioni fu esattamente per l'Italia. 
La BCE, attraverso l'operazione Omt, acquistò titoli di Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda, ma soprattutto, più di tutti, quelli dell'Italia. Il nostro Paese ha "beneficiato" di ben 102,8 miliardi di euro di bond acquistati dalla BCE (dei circa 470 messi in vendita nel 2012) mentre gli altri Paesi, nell'ordine poc'anzi citato, hanno impegnato Francoforte per soli 44,3, 33,9, 22,8 e 14,2 miliardi.
Dunque Draghi aiutò formalmente l'Italia ma direttamente proprio Mario Monti, che all'epoca poteva (e tuttora fa lo stesso) andare in giro tronfio dei risultati ottenuti sullo spread dal suo governo che oggi, invece, sappiamo da chi e cosa provengono.
Ma c'è dell'altro. E forse ancora più "interessante": la BCE ha comunicato la chiusura del bilancio del 2012. Ebbene, il suo utile netto è stato di 998 milioni di Euro. Addirittura in rialzo rispetto al 2011. Insomma, per la Banca Centrale Europea non c'è stata crisi, anzi.
Il surplus è stato di 2,164 miliardi (1,894 nel 2011), di cui 1,166 miliardi messi a riserva a copertura dei rischi. Lo ha annunciato proprio la Bce dopo che il consiglio direttivo ha approvato i conti 2012. I margini netti realizzati dalla Banca Centrale sugli interessi raggiungono i 2,289 miliardi (1,999 miliardi nel 2011), di cui 1,108 miliardi dai titoli di Grecia, Spagna, Irlanda, Portogallo e Italia acquistati attraverso il programma 'Omt'.
E ora la beffa - che peraltro conferma il carattere criminoso di questa organizzazione speculativa: dell'utile 2012 sono stati già girati 575 milioni alle Banche dell'eurozona, mentre i restanti 423 milioni saranno distribuiti il 25 febbraio.
Ecco il circolo diabolico: la BCE compra i titoli di Stato dei Paesi in crisi e ci guadagna gli interessi (succhiati ai cittadini che devono subire le misure di austerità per ripagarli) quindi presta gli utili alle Banche in crisi che a loro volta li investono ancora nei titoli di Stato dei vari Paesi lucrandoci sopra l'interesse. Sempre sulle spalle dei cittadini. E infine, quando le Banche periferiche vanno all'incasso dei titoli a scadenza, riconsegnano denaro maggiorato di interesse alla BCE.
Quante volte ci guadagna la BCE? Facile: in ognuno di questi passaggi. Ad iniziare dal principio, ovvero dalla creazione di moneta che alla Banca Centrale non costa assolutamente nulla, e poi via via in ognuno dei passaggi citati, per via diretta (acquisto in proprio dei titoli) o per via indiretta, attraverso le altre Banche periferiche, che sono peraltro anche sue stesse azioniste.

venerdì 25 marzo 2011

La Ue prigioniera delle Banche

Il vertice europeo sul Fondo Salva Stati e sul patto di stabilità si chiude con un rinvio che lascia tutto com’è. E intanto l’annunciatissimo crollo a catena dei Piigs prosegue come da copione: dopo la Grecia l’Irlanda, e dopo l’Irlanda il Portogallo
di Valerio Lo Monaco 

Passata di fatto in secondo piano per le cronache concentrate sulla ennesima guerra di aggressione alla Libia, mascherata naturalmente da intervento umanitario, la situazione economica dell'Europa, e in particolare di alcuni Paesi che ne fanno parte, sta attraversando una fase di conferme di quanto andiamo scrivendo da mesi, anzi da anni. 
I fatti recenti, come ampiamente previsto da pochi (e tenuto nascosto da tutti gli altri) stanno purtroppo confermando ciò che anche un ragazzino di prima media avrebbe potuto capire: è impossibile risolvere una situazione economica debitoria accendendo un ulteriore debito, peraltro con interessi superiori a quelli della situazione partenza, per non parlare del fatto che non si rimuove la causa principale dei debiti crescenti.
Bastino tre sole notizie delle ultime ore prima di fare qualche, semplice, riflessione.
La prima è la parabola discendente dello stato economico del Portogallo, terza vittima sacrificale, dopo Irlanda e Grecia, nel copione già scritto in merito ai paesi Piigs della nostra Europa. Le dimissioni del premier Socrates, dopo la bocciatura subita nel parlamento portoghese in seguito alla presentazione dell'ennesimo piano di austerità - il quarto, solo nell'ultimo anno - riflette il fatto che la situazione è veramente molto grave. Film già visto, purtroppo: il popolo giustamente non ne vuole sapere di pagare per una crisi causata da altri, per giunta speculatori, scende in piazza a manifestare contro il piano di tagli previsto, e l'opposizione al governo di Lisbona cavalca l'onda della protesta per bloccare di fatto l'operato del governo in carica. Naturalmente senza avere in tasca lo straccio di una soluzione alternativa per rispondere ad attacchi finanziari e speculativi che piovono da altre parti del mondo sull'Europa intera. Il Portogallo deve essere costretto ad accettare gli aiuti imposti dall'Fmi ai tassi usurai di cui Grecia e Irlanda sono già consci. Non ci sono altre strade - così vogliono far credere - per uscire dalla crisi...
Altra notizia: oltre alla situazione in Grecia – dove aumenta la povertà e si tagliano servizi giorno per giorno, e malgrado questo salgono i rendimenti dei titoli pubblici, la popolazione è in collera costante e montante – oggi scopriamo che anche l'Irlanda (ne ha scritto ieri Stasi proprio qui) ha nuova e ulteriore necessità di chiedere eaccettare altri prestiti. Quelli ricevuti non bastano. Non sono bastati...
Terza notizia: il vertice recente di Bruxelles, che avrebbe dovuto decidere sul fondo salva stati e sul patto di stabilità, ha semplicemente rimandato la decisione. Naturalmente i problemi relativi alla situazione in Libia hanno pesato sull’incontro europeo, ma come chiamare, se non guerra, anche ciò che sta succedendo a livello economico nel vecchio continente? Eppure, a questo proposito, per ora c’è il silenzio. Mentre un numero sempre maggiore di popoli d’Europa inizia a urlare sempre di più.
Ergo? Tre cose in rapida successione. La prima: inesorabile, la crisi continua a montare, dunque gli opinionisti, i politici e gli analisti embedded stanno prendendo per i fondelli la popolazione di tutta Europa. Non solo non stiamo uscendo dalla crisi, non solo ci siamo ancora dentro, ma passo passo si sta procedendo ulteriormente verso il baratro. La seconda: gli aiuti imposti ai vari paesi non solo non sono risolutivi delle situazioni debitorie degli stessi, ma addirittura aggravano la situazione, tanto che, come nel più classico e perverso sistema dei debiti sempre crescenti, i paesi già aiutati hanno ulteriore bisogno di aiuto. La terza: in Europa non si ha idea di come cercare di risolvere la situazione. Si è alla mercé della finanza internazionale e non si ha lo straccio di una strategia, economica, politica, ideologica, filosofica, per sottrarsi al terribile gioco a perdere che questo modello impone a tutti i popoli che continuano a farne parte.
I popoli d'Europa, per quel che ci riguarda da vicino, brancolano nel buio, guidati da una classe dirigente inutile, incapace, colpevolmente prona alle Banche e all’Fmi.

Valerio Lo Monaco 

mercoledì 17 novembre 2010

La Ue? Potrebbe anche sbaraccare


Confessione, probabilmente involontaria, del presidente dell’Unione Herman Van Rompuy: il futuro dell’Europa unita non dipende dalla politica ma dall’economia. Anzi, dalla finanza 
Dirlo più chiaramente era impossibile: «se l’Eurozona non sopravviverà anche l’Unione non sopravviverà». Tanta chiarezza, che è cosa diversa dall’opportunità, proviene nientemeno che dal presidente della stessa Ue,Herman Van Rompuy. 
Buttata lì come pendant di un’esortazione a cooperare nel tentativo di uscire dalle turbolenze finanziarie in corso («Dobbiamo lavorare tutti insieme per permettere all'Eurozona di sopravvivere») la frase è un vero e proprio epitaffio sulla favoletta del carattere eminentemente politico della stessa Ue. Perciò, al di là di ogni altra considerazione sulle circostanze in cui è arrivata, andrebbe non solo impressa nella memoria collettiva ma anche scolpita, letteralmente, sulle facciate dei palazzi del potere europeo. Solo per limitarci ai più importanti, il Parlamento a Bruxelles/Strasburgo e la Bce a Francoforte sul Meno. Nonché, già che ci siamo, le sedi dei Consigli dei ministri di ogni Stato membro. E infine, passando dagli edifici in muratura a quelli in senso figurato, sul frontespizio del Trattato di Lisbona, o di ogni altro abbozzo (aborto) di Costituzione su scala continentale.
La questione è decisiva. Non c’è nessun primato della politica sull’economia, ma l’esatto contrario. La Ue non esiste allo scopo di diventare via via un’unica nazione, sia pure di tipo federale, ma solo per svolgere un’attività analoga a quella di un consorzio, ovviamente a responsabilità limitata. Nella sostanza, perciò, le istituzioni “politiche” sono una gigantesca messinscena, con la quale si nasconde la natura economica delle relazioni reciproche. O, per meglio dire, dei rapporti di forza. Ognuno rappresenta innanzitutto se stesso e si preoccupa prioritariamente del proprio tornaconto, piuttosto che mettersi al servizio di una volontà collettiva e di un destino comune. 
Basterebbe pensare alla mancata unificazione dei tassi di interesse sul debito pubblico, per averne la più schiacciante riprova. Se lo scopo dell’euro, in quanto moneta unica, era creare un’area di stabilità sufficientemente vasta da escludere attacchi speculativi, la cosa più logica sarebbe stata fare altrettanto coi titoli di Stato dei diversi Paesi. Una sola struttura di emissione, che acquisisse i fondi necessari sul mercato al medesimo tasso e che poi, in seconda battuta, li erogasse ai singoli beneficiari. Fine degli spread e, tendenzialmente, bilanci risanati più in fretta, visto che gli oneri sui nuovi finanziamenti sarebbero stati più bassi. 
Peccato che fosse impossibile. Per due motivi estremamente precisi e pressoché insormontabili. Primo, i diversi governi non si fidavano, e continuano a non fidarsi, l’uno dell’altro. Secondo, la finanza internazionale non lo avrebbe permesso, avendo un perenne bisogno di situazioni di instabilità – o anche solo di condizioni diversificate, come avviene passando da una Borsa all’altra – sulle quali lucrare.
Il paradosso dell’attuale corsa al riequilibrio dei conti pubblici, quindi, è inscritto in questa contraddizione di fondo. Il sistema non mira affatto a un vero, profondo e definitivo risanamento, ma solo a uno “squilibrio sostenibile”. Il caso dell’Irlanda, che fa il paio con quello della Grecia, è esemplare: siccome è molto indebitata, la spingono a indebitarsi un altro po’. L’importante non è eliminare le cause del dissesto, il che esigerebbe un ripensamento dell’intero assetto economico e sociale, ma scovare degli escamotage per dilazionare la resa dei conti. Chi garantisce per l’Irlanda? L’Unione europea. E per il Portogallo? E per la Spagna? Ancora l’Unione europea, forse. Sempre che trovi i soldi, magari chiedendoli al Fondo monetario internazionale. E sempre che continui a esistere. Come ammonisce Van Rompuy, e come è prassi corrente in tema di consorzi tra imprese, le unioni si fanno e si disfano, a seconda di come vanno gli affari.

Federico Zamboni

domenica 24 ottobre 2010

Bce vs Ecofin, fratelli-coltelli


I ministri economici Ue si accordano per dilazionare il risanamento dei conti pubblici, il governatore della Banca Centrale controfirma “con riserva”

Trichet storce il naso, di fronte all’accordo Ecofin sul nuovo patto di stabilità, ed esige che il suo dissenso venga registrato con una nota a margine: nella quale si attesti chiaramente, a futura memoria, che la Bce è«preoccupata» e che, perciò, non sottoscrive tutti gli elementi del documento. Formalizzazioni a parte, si tratta di un distinguo che non sorprende nessuno. Come ha ricordato lo stesso Trichet poche settimane fa, «È da tempo che chiediamo a tutti i governi della Ue, con grande insistenza, misure appropriate di consolidamento dei conti». 
La domanda successiva è ovvia: perché mai, allora, i governi Ue non accolgono le raccomandazioni ripetute, e persino pressanti, del capo della Banca centrale europea? La risposta sarebbe altrettanto ovvia, solo che di regola si evita di esprimerla a chiare lettere. La risposta è che in questo momento le esigenze dei governi e quelle della Bce, pur essendo inscritte nella medesima visione generale dell’economia e della società, sono contrapposte. La Bce fa analisi di tipo meramente finanziario, allarmata dalla possibilità che gli Stati sprofondino nella voragine dei propri debiti, innescando una reazione a catena che si espanderebbe rapidamente e che non risparmierebbe nessuno, ivi incluse le banche che su quei debiti hanno costruito buona parte dei loro profitti. I governi nazionali sono invece costretti, quand’anche a malincuore, a porsi il problema della sostenibilità sociale, e quindi politica, di interventi ancora più drastici sulla spesa pubblica, sul duplice versante del welfare e degli incentivi alla ripresa. 
Il fattore decisivo, rispetto a queste divergenze, è quello del tempo. I governi avvertono con maggiore urgenza il rischio di turbolenze interne, vedi ad esempio le persistenti proteste di massa che si stanno svolgendo in Francia contro la riforma delle pensioni voluta da Sarkozy, e pensano di trarsi d’impaccio dilazionando l’aggiustamento dei conti erariali. La strategia è elementare e a suo modo rassicurante, anche se non è detto che funzioni: ricondurre i problemi dei singoli, per quanto gravi, nel quadro di una gestione complessiva di tutte le economie continentali, in modo che il mosaico risulti talmente vasto da rendere pressoché impossibile la sua distruzione. Si potrebbe dire, per sintetizzare, che è il ribaltamento concettuale dell’idea di contagio paventata dal sistema bancario e, in primis, dal Gran Guardiano Trichet. Una volta che la si sia estesa a tutti, l’instabilità si cristallizza perché diventa inconcepibile far crollare l’intera costruzione. Analogamente a ciò che avviene per gli Usa, che a rigor di termini dovrebbero essere in pieno default, più la mole del debito aumenta e più diventa impossibile esigerne la riscossione. Per cui si rinvia ulteriormente la resa dei conti e si spera, o si finge di sperare, che in seguito le cose miglioreranno e che tutto andrà a posto.
In buona sostanza, è un problema di credito. Che l’Occidente non esiterebbe ad affrontare come ha fatto finora, dilatando a dismisura la ricchezza reale a colpi di finanziamenti pubblici e privati, ma che oggi va a cozzare contro due limitazioni strutturali: la prima è che per quanto il denaro sia un’entità convenzionale, non lo si può comunque moltiplicare all’infinito senza mettere in crisi i bilanci e senza finire per svelarne l’assoluta vacuità; la seconda è che l’Occidente non è più l’unico artefice della finanza mondiale e, pertanto, non può più ignorare che i propri conti pubblici sono allo sfascio e che il proprio assetto economico, dalla produzione al consumo e al welfare, non è più sostenibile. 
Infatti: il denaro di cui avremmo bisogno per tenere in piedi l’attuale baraccone non c’è. Anzi, non c’è mai stato. E l’unica vera via d’uscita, impensabile tanto per Trichet che per i suoi fratelli-coltelli dei governi nazionali europei, è l’abbandono di questo modello di sviluppo e l’avvio di una totale redistribuzione delle proprietà e dei redditi. 

Federico Zamboni