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mercoledì 23 marzo 2016

#UNIONICIVILI E IL MONDO ETICO E SOCIALE

L’ambito giuridico delle Unioni Civili è in corso di modifica sensibile anche nel nostro Paese. Non è affare di poco conto, o che riguarda unicamente lo status di chi è toccato direttamente da questa normativa. Perché si tratta, con tutte le implicazioni che porta (o porterà) con sé, di un ambito che è in grado di cambiare significativamente il quadro della nostra società civile. 
In questo testo cerchiamo di fare chiarezza sul processo attualmente in corso in Italia, ma soprattutto su quello che avviene negli altri Paesi, e allargheremo l’orizzonte, fatalmente, agli altri temi collegati alle vicende, ai desideri e alle rivendicazioni delle coppie omosessuali in merito agli aspetti dell’adozione e a quello, niente affatto trascurabile dal punto di vista etico e sociale, del marketing dell’utero in affitto.
Si tratta di un tema ostico, naturalmente, e lasciamo al lettore la piena discrezione di prendere la posizione che reputa più giusta. La sola esposizione dei fatti, comunque, è in grado di offrire una ampia panoramica di spunti sui quali riflettere. Sui quali si deve riflettere, perché l’oggetto di questa azione giuridica nel nostro Paese è in grado, lo ribadiamo ancora una volta, di cambiare sensibilmente molti aspetti delle regole che ci vogliamo dare. Del mondo nel quale vogliamo vivere.
Sono Unioni Civili quelle forme di convivenza fra due persone cui viene riconosciuto uno status giuridico dal Paese di residenza. Sono rivolte alle coppie eterosessuali ma anche, e soprattutto, ai partner omosessuali che così assumono diritti e doveri di convivenza, l’uno nei confronti dell’altro. La faccenda, che riguarda i diritti di LGBTI (persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender), si complica quando si comincia a parlare di adozioni e relative pratiche di fecondazione assistita e maternità surrogata. Con grandi implicazioni etiche, economiche e legali.

mercoledì 2 marzo 2016

IL BLUFF DEL #JOBSACT

«È una giornata storica, un giorno atteso per molti anni da un’intera generazione che ha visto la politica fare la guerra ai precari ma non al precariato: superiamo l’articolo 18 e i co.co.co., nessuno sarà più lasciato solo, ci saranno più tutele per chi perde il posto e parole come mutuo, ferie, diritti e buonuscita entrano nel vocabolario di una generazione che ne era stata esclusa»
Le parole pronunciate da Matteo Renzi, presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana dal 22 febbraio 2014, al via libera dei primi due degli otto decreti attuativi del Jobs Act, suonano come autentica propaganda. Risultavano tali già durante la conferenza stampa nella quale sono state pronunciate, e lo risultano ancora più chiaramente oggi, mentre la nuova legge sul lavoro dispiega i suoi effetti. Lo diciamo subito: il precariato è la regola, i contratti capestro sono ancora facilmente applicabili grazie alle mille deroghe inserite nei decreti, la cassa integrazione non è più per tutti gli ex dipendenti, la concessione di un mutuo è quasi del tutto esclusa con un contratto a tutele crescenti - che in quanto tale non garantisce la continuità del reddito - i diritti sono stati calpestati alla luce del sole e sacrificati sull’altare della convenienza delle aziende. 
«Abbiamo tolto ogni alibi a chi dice che in Italia non ci sono le condizioni per assumere» ha concluso quel giorno il Premier, presupponendo che farsi carico a livello pubblico di sgravi fiscali che non garantiscono il mantenimento del posto di lavoro sia una buona idea. In questa farsa al rilancio economico della Penisola, a fare le spese della situazione sono i lavoratori. Al dipendente viene lasciata la facoltà di rivolgersi al giudice per poter accedere, in caso di licenziamento “ingiustificato”, a un risarcimento in denaro - con tutto quello che comporta in termini di tempi, opportunità e rischi. Una cifra comunque prefissata, e in ogni caso ben inferiore al valore degli sgravi fiscali di cui le aziende godono al momento dell’assunzione. I conti tornano insomma, per le aziende. Per i lavoratori e per lo Stato stesso, invece, non tornano affatto.
Sommario:
Introduzione



La genesi del furto




La mannaia di Fornero




Le modifiche e le (finte) lotte parlamentari




Cos’è cambiato sul serio




I co.co.co. ci sono ancora, eccome




E ora un po’ di conti




Prime assunzioni (e primi licenziamenti)




Non si tratta di nuova occupazione




How-To lavoratori: come difendersi




Note




Bibliografia




LINK PER L'ACQUISTO:








giovedì 11 febbraio 2016

LA MISERIA, TUTTA INTORNO A TE

La miseria del lavoro e la crescita (che non ci sarà)



Tutti a correre dietro le cifre dell’occupazione e della disoccupazione, anno per anno, trimestre per trimestre, mese per mese. Se analizzarle è utile per capire se c’è influenza (momentanea) delle politiche nazionali e europee sul lavoro, la verità è che un osservatore attento sa già che il massimo che ci si può aspettare dal prossimo futuro è una stagnazione pesante, costante e prolungata, che al di là di qualche fluttuazione percentuale dovuta agli sgravi contributivi per le aziende o a qualche altra trovata simile, ci accompagnerà almeno per i prossimi due anni. Le politiche sul lavoro, il famigerato Jobs Act, non hanno fatto che schiacciare verso il basso i diritti dei lavoratori, a uso e consumo della grandi aziende, preparandoci a quello che verrà: un futuro di disoccupazione e miseria in cui la domanda non aumenterà a meno che gli Stati non se ne facciano carico, distribuendo reddito.

Intanto, il denaro viene sottratto alle casse pubbliche per risanare le Banche e per foraggiare imprese spesso destinate al fallimento o ancora per finanziare provvedimenti che tanto bene al lavoro in realtà non fanno (tipo il Jobs Act)


La crisi ha fatto crollare la domanda a tutti i livelli - da quella di energia a quella di carne - e, a volte nel bene e a volte nel male, i consumatori si sono abituati ad avere di meno. La decrescita si impone al mondo intero e le masse, volenti o nolenti, devono farci i conti.

giovedì 30 aprile 2015

VERSO LA DITTATURA MADE BY RENZI

Di certo il voto non ha praticamente nessun valore nel mondo "Occidentale", legittimando di fatto una classe politica che da sola si è nominata tale e la dittatura dei partiti sulla cosa pubblica.

Eppure, i partiti politici si sentono attaccati da quello stesso voto che finora non ha fatto che confermarli al potere, potendo scegliere gli elettori solo tra una o l'altra compagine, facce della stessa medaglia. Forse la paura viene dal fatto che in Parlamento oggi siedono, pure tra contraddizioni e inadeguatezza, forze sostanzialmente fuori dal loro controllo.

Si parla del M5S, non tanto per la sua azione di governo quanto per il suo peso: nonostante il dissenso che esprimono si trasformi, dato il numero esiguo di seggi che gli sono stati assegnati, spesso in una sostanziale inutilità a livello parlamentare, la loro stessa presenza rappresenta per i partiti politici un rischio. Al di là dei problemi insiti nell'elaborazione di una azione politica e nella scelta degli onorevoli, il M5S rappresenta un pericoloso precedente. Da evitare a colpi di maggioranza. E, visto che ci siamo, perchè non occuparsi anche del Presidente della Repubblica, del Consiglio Superiore della Magistratura e della Consulta?

Così ci si avvia - incostituzionalità permettendo - verso una dittatura tutta renziana che, con buona pace di chi pensa che la "governabilità" sia più importante della "rappresentanza" e dunque che nessuna minoranza debba mettere i bastoni tra le ruote del governo - (il)legittimamente al potere (per motivi legati soprattutto alla legge elettorale che già ci ritrovavamo), dovrebbe essere trattata come tale.

martedì 24 febbraio 2015

JOBS ACT, COME RENDERE (ANCORA PIU') INSTABILE UN PAESE

da La Voce del Ribelle:

Fare cassa. Tutto sommato è questa forse l’unica reale conseguenza del Jobs Act, una legge che si districa in milioni di diverse interpretazioni e paradigmi. Una politica che non vede però al di là del proprio naso e che proprio per questo rischia di essere controproducente per l’intero sistema.
Nelle aziende fino a 5 dipendenti si possono tenere sempre dipendenti a tempo determinato, per gli altri il 20% dei subordinati potrà rimanere a termine: parliamo di 3 persone nelle aziende da 15 dipendenti. L’impresa che dovesse tenerne di più, e che non abbia pensato di derogare la legge con una contrattazione anche semplicemente aziendale, incorrerà in una semplice multa (primo modo di far cassa), senza incorrere in alcun obbligo di trasformare i contratti a tempo in indeterminati.
Se poi il contratto dovesse a un certo punto trasformarsi in indeterminato, sarebbe comunque “a tutele crescenti” per tutti, al di là di quanto tempo si siede alla stessa scrivania. Il tutto dovrebbe durare 3 anni con un massimo di 5 rinnovi all’interno dei 36 mesi previsti dopo i quali si può reiterare il contratto una sola volta alla direzione territoriale del lavoro, senza che il sindacato ci metta bocca. Intanto gli ultimi dati disponibili (il rapporto del terzo trimestre del 2014 sulle dinamiche del mercato) mostrano un’Italia in cui il 70% delle assunzioni sono a tempo determinato.
Tutto si gioca in ogni caso su cosa sia più o meno conveniente per le imprese. I 500mila co.co.pro. in essere spariranno dal 2016 – con le opportune eccezioni di call center e similari - mentre secondo le dichiarazioni del premier i tre anni di sgravi contributivi e la certezza sui costi di una eventuale rottura del rapporto renderanno il contratto a tutele crescenti il più applicato in tutto il bel Paese. La verità è che, aspettando che i primi dati su come siano veramente andate le cose arrivino, nessuna azienda assumerà se non crede di averne bisogno. Non si parla però di reale necessità legata alla produzione, bensì di obbligo: un imprenditore che si è abituato a sottopagare i lavoratori a qualsiasi livello non ha alcun motivo di spendere di più per avere lo stesso risultato, tanto più se è riuscito a far passare in azienda il concetto di crisi economica come motivo di solidarietà con l’azienda e pluslavoro gratuito. Così può darsi che alcuni contratti a tempo determinato diventino a tutele crescenti anche grazie alla sicurezza che per “motivi economici” si può licenziare senza problemi, ma altri svaniranno nel nulla e altri ancora si trasformeranno in partite iva. A questo proposito, c’è da scommettere che il governo preveda un ulteriore aumento di queste forme capestro di collaborazione proprio per effetto della scomparsa dei contratti a tempo determinato: si tratta di uno dei modi più semplici e meno costosi per tenere tra le proprie fila i lavoratori, e continuerà ad esserlo anche con l’entrata in vigore del Jobs Act in assenza di una norma che ne vieti l’utilizzo che se ne fa ormai abitualmente. L’aumento delle tasse previste per tali forme di “lavoro autonomo” e la quasi sparizione del regime dei minimi, che entreranno in vigore nel 2016 proprio assieme alla scomparsa dei contratti a termine, la dice lunga su quest’altro nuovo modo di far cassa.
Nel frattempo bisognerebbe interrogarsi, piuttosto che sugli interessi privati di imprese o lavoratori, su quelli del Paese che le politiche le pensa e le attua. Il posto “fisso” crea stabilità sociale, consumo – con buona pace delle lobby economiche, e anche, perché no, una sorta di incoscienza sociale: difficile insomma che con la pancia piena e in assenza di una formazione all’altezza di questo nome ci si interroghi sulla giustizia del sistema in cui si è inseriti. Non a caso il “panem” era nell’antica Roma al primo posto tra le preoccupazioni di chi voleva assicurarsi il ben volere del popolo. Oggi la macchina dell’ipnosi generale sopperisce un po’ a questa mancanza ma non sia mai che nel lungo periodo, come da questa parte della barricata non possiamo che augurarci, tutto questo buttar all’aria le sicurezze economiche della gente comune non gli si ritorca contro.
Sara Santolin

giovedì 11 dicembre 2014

ANTIPOLITICA: EVERSIONE AL POTERE

Antipolitica. Una parola che rappresenta tutta la carica emotiva contro i giochi di palazzo venuti alla luce - o meglio balzati all'onore delle cronache - in questi anni. E che, soprattutto, porta in sè un colpevole travisamento di significato.

Quando Napolitano ne parla però non si può pensare lo faccia senza capire la differenza tra ciò che vuole fare intendere e quello che dice veramente. Un discorso, quello all'Accademia dei Lincei, misto di paternalismo e nazionalismo che richiama alla responsabilità il popolo italiano reo di essersi fatto trascinare in un vortice di eversione "antipolitica". E così il Presidente più longevo della storia d'Italia, quando dice che "la crisi in atto ha segnato un grave decadimento della politica, contribuendo in modo decisivo a un più generale degrado dei comportamenti sociali, a una più diffusa perdita dei valori che nell'Italia repubblicana erano stati condivisi e operanti per decenni" dà per assodato che il Parlamento non sia in mano ai partiti politici, istituzioni private a fini prettamente personali che mantengono, distribuiscono, piegano e utilizzano il potere e i relativi benefici in termini privati che ne possano derivare - in buona parte, ma non solo, economici.

"Da troppo tempo - dice ancora Napolitano - si colpisce impunemente il funzionamento degli istituti principali della democrazia rappresentativa, non solo si stracciano in un solo impeto una pluralità di valori tradizionali o comunque vitali, ma si configura la più grave delle patologie con cui siamo chiamati come Paese civile a fare i conti: quella che penso possiamo chiamare la patologia dell'anti-politica". Napolitano invoca dunque "una larga mobilitazione collettiva volta a demistificare e mettere in crisi le posizioni distruttive ed eversive dell'anti-politica". Due concetti con i quali, fuori contesto, si può essere d'accordo, eccome: intendendo con la parola "politica" l'amministrazione della cosa pubblica a favore della collettività e dunque con "antipolitica" tutto quello che la mistifica, senz'altro sarebbe utile un repulisti che possa dare "ragionevoli speranze per il futuro dell'Italia" - frase utilizzata invece dal Presidente additando l'opposizione parlamentare, che pure troppo spesso risponde alle solite logiche di contrattazione tra partiti, come fautrice di "cieche spirali di contrapposizione faziosa" che bloccano il lavoro del Parlamento. Ebbene in questo nuovo sistema di significato proprio di quella mobilitazione contro la vera "antipolitica" bisognerebbe farsi carico.

martedì 1 aprile 2014

Eppure qualcosa si muove (?)

Qualcosa si muove. Campeggia al centro delle testate giornalistiche e riempie le bocche degli editorialisti: il tasso di disoccupazione è, di nuovo, aumentato. 
E adesso, a febbraio 2014, siamo arrivati, cifra dopo cifra, record dopo record, al 13%. Un numero che nasconde 3,3 milioni di persone che, in soldoni, significano circa il doppio delle famiglie.

E allora perchè "qualcosa si muove"? Chi mi conosce lo sa: non mi darò a ridicole previsioni di ripresa, nè a previsioni del futuro intrise di un ottimismo che, in quando completamente scollato dalla realtà, non ha motivo - nemmeno psicologico - di aver seguito. 
Quel qualcosa che "si muove" è intorno a noi. Lontani da una vera e propria presa di coscenza, gli italiani stanno smettendo di ridere, di dividersi in fazioni belligeranti a favore di quella o l'altra politica. Spesso non sanno ancora come e perchè, ma si guardano intorno e vedono, si accorgono per la prima volta che c'è il deserto. 

Nel 2013 i suicidi per motivi economici - o meglio quelli la cui causa è stato accertato siano tali motivi - sono stati 149: uno ogni due giorni e mezzo. Come dire: giorni dispari, festivi esclusi. Poco prima del baratro, c'è la disperazione. A segnalarla i piccoli furti, quelli "per fame" che sono aumentati negli ultimi tre anni del 65% per 3 miliardi di merci portate via dagli scaffali dei supermercati senza passare dalla cassa. Proprio da quei supermercati che in qualche modo simboleggiano il consumo, il marketing, la produzione dell'inessenziale. La violenza aumenta, nei giovani come risposta alla mancanza di basi dalle quali crescere, negli adulti come sfogo di una rabbia senza padrone.

I politici fanno la loro, promettendo "più lavoro per tutti" ma nel contempo firmano per far avere agli italiani - quelli che non vengono costretti ad aprire partita iva - contratti traballanti nei quali in meno ore devono produrre sempre di più e, nemmeno a dirlo, a una paga più bassa. La ricetta, a vederla con gli occhi della decrescita, potrebbe quasi sembrare buona ma dovrebbe garantire un reddito minimo di sussistenza - cosa che già non accade nel 12% dei casi con i lavori "a tempo pieno", e la dignità e il rispetto dovuto a chi lavora, non il ricatto del mancato rinnovo del contratto a discapito della qualità e a favore di una quantità sempre maggiore di mansioni.

Eppure qualcosa si muove. I sindacati sbraidano contro l'ultimo decreto, Confindustria sorride sotto i baffi, il presidente di turno si prepara alla prossima campagna elettorale. Ma in numero sempre maggiore la gente si ferma a guardarli (ancora) e dentro di sè pensa: "...chiacchiere". 

Sara Santolini 

venerdì 22 febbraio 2013

MONTI HA FALLITO Lo spread è calato "grazie" alla BCE. Che ci ha guadagnato.

(da www.ilribelle.com

Le misure di austerità non sono servite a nulla.

Non è proprio così, nel senso che a qualcosa, quelle misure, sono servite: come sappiamo, a fare i favori dei banksters e delle industrie, che ora, nel nostro Paese, possono licenziare come meglio credono. Altra cosa: visto che lo Stato non dovrà più pagare le pensioni - praticamente soppresse dalla riforma Fornero, soprattutto per i più giovani - adesso tutto il denaro drenato ai cittadini potrà confluire nel pagare gli interessi sul debito, illegittimo e inesigibile, della speculazione internazionale.
Per quanto attiene invece allo spread, "miracolosamente" calato sotto 300 punti (valore che tutto è fuorché sostenibile, beninteso) ebbene tutto quanto fatto da Mario Monti non ha contato assolutamente nulla. Il motivo del suo calo, dagli oltre 500 punti alla data delle dimissioni di Berlusconi, è tutto da ascrivere alla Banca Centrale Europea.
È Mario Draghi stesso di fatto a confermarlo. Fra il 2011 e il 2012, quando la BCE intervenne sui mercati per acquistare i titoli di Stato dei Paesi in difficoltà, la quota maggiore di quelle operazioni fu esattamente per l'Italia. 
La BCE, attraverso l'operazione Omt, acquistò titoli di Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda, ma soprattutto, più di tutti, quelli dell'Italia. Il nostro Paese ha "beneficiato" di ben 102,8 miliardi di euro di bond acquistati dalla BCE (dei circa 470 messi in vendita nel 2012) mentre gli altri Paesi, nell'ordine poc'anzi citato, hanno impegnato Francoforte per soli 44,3, 33,9, 22,8 e 14,2 miliardi.
Dunque Draghi aiutò formalmente l'Italia ma direttamente proprio Mario Monti, che all'epoca poteva (e tuttora fa lo stesso) andare in giro tronfio dei risultati ottenuti sullo spread dal suo governo che oggi, invece, sappiamo da chi e cosa provengono.
Ma c'è dell'altro. E forse ancora più "interessante": la BCE ha comunicato la chiusura del bilancio del 2012. Ebbene, il suo utile netto è stato di 998 milioni di Euro. Addirittura in rialzo rispetto al 2011. Insomma, per la Banca Centrale Europea non c'è stata crisi, anzi.
Il surplus è stato di 2,164 miliardi (1,894 nel 2011), di cui 1,166 miliardi messi a riserva a copertura dei rischi. Lo ha annunciato proprio la Bce dopo che il consiglio direttivo ha approvato i conti 2012. I margini netti realizzati dalla Banca Centrale sugli interessi raggiungono i 2,289 miliardi (1,999 miliardi nel 2011), di cui 1,108 miliardi dai titoli di Grecia, Spagna, Irlanda, Portogallo e Italia acquistati attraverso il programma 'Omt'.
E ora la beffa - che peraltro conferma il carattere criminoso di questa organizzazione speculativa: dell'utile 2012 sono stati già girati 575 milioni alle Banche dell'eurozona, mentre i restanti 423 milioni saranno distribuiti il 25 febbraio.
Ecco il circolo diabolico: la BCE compra i titoli di Stato dei Paesi in crisi e ci guadagna gli interessi (succhiati ai cittadini che devono subire le misure di austerità per ripagarli) quindi presta gli utili alle Banche in crisi che a loro volta li investono ancora nei titoli di Stato dei vari Paesi lucrandoci sopra l'interesse. Sempre sulle spalle dei cittadini. E infine, quando le Banche periferiche vanno all'incasso dei titoli a scadenza, riconsegnano denaro maggiorato di interesse alla BCE.
Quante volte ci guadagna la BCE? Facile: in ognuno di questi passaggi. Ad iniziare dal principio, ovvero dalla creazione di moneta che alla Banca Centrale non costa assolutamente nulla, e poi via via in ognuno dei passaggi citati, per via diretta (acquisto in proprio dei titoli) o per via indiretta, attraverso le altre Banche periferiche, che sono peraltro anche sue stesse azioniste.

giovedì 10 maggio 2012

Monti e il 'vizio' del debito che cresce a ritmi record

Sembra che il premier chiamato a risolvere il problema del debito stia fallendo miseramente nel suo intento: una ricerca condotta da Adusbef e Federconsumatori mostra infatti che il debito pubblico italiano sta crescendo a ritmi record. Ma questa, per Mario Monti non è una novità. Basta andare un po' indietro negli anni per scoprire il vizio del debito, il premier l'ha sempre avuto. (da ilcambiamento.it)

di Andrea Degl'Innocenti

Monti e il debito. C'è qualcosa che lega indissolubilmente il nostro premier al debito sovrano del nostro paese. Nonostante questi si lanci in critiche, accuse, moniti; nonostante dipinga il debito come una divinità malvagia da sconfiggere a tutti i costi, al cui altare è necessario sacrificare diritti sociali e di cittadinanza, salute, istruzione e in qualche caso persino la vita, ogniqualvolta egli si trovi in posizioni di potere il mostro prolifera come non mai.
Sono dati di qualche giorno fa quelli raccolti da Adusbef e Federconsumatori, che certificano che il governo Monti detiene record dell’esecutivo che, negli ultimi 15 anni, ha registrato la crescita mensile del debito pubblico maggiore: 15,4 miliardi. Roba da far impallidire persino Berlusconi. Da febbraio 2011 a gennaio 2012 il debito è passato da 1.875,917 euro a 1.935,829, con un aumento di 59,912 miliardi. E continua a crescere. Sotto l'attuale governo, ogni minuto che passa il nostro debito aumenta di 360mila euro. E non è la prima volta che Monti combina scherzi di questo tipo.
Più volte il premier Mario Monti si è mostrato piuttosto duro con i suoi predecessori. Proprio oggi li ha accusati, nientemeno, di avere sulla coscienza l'ondata di suicidi e la carneficina sociale attuali. “Le conseguenze umane” della crisi, ha affermato, “dovrebbero far riflettere chi ha portato l'economia in questo stato e non chi da quello stato sta cercando di farla uscire. Lo stato negativo e per certi versi drammatico dell'economia italiana è figlio di una insufficiente attenzione prestata in passato alle scelte di lungo periodo per le riforme strutturali”.
Giusto. Eppure, se torniamo un po' indietro nel tempo a vedere quali sono stati i governi, prima dell'attuale, a causare una maggiore crescita del debito, vediamo che un altro record spetta a Giulio Andreotti, nel doppio mandato dal 1989 1992. In quel periodo il debito passò da 553 miliardi circa di euro (attualizzati ad oggi) a 799 miliardi. Un incremento di 246 miliardi, il 44,53% in tre anni, fra i record assoluti della storia della Repubblica italiana. Anche volendo confrontare il dato con la relativa crescita del pil, l'aumento resta comunque impressionante, di circa il 13 per cento nel rapporto debito/pil. Ai tempi il ministro del bilancio era Cirino Pomicino, detto 'o ministro. E indovinate chi fu il suo maggiore consulente in ambito economico? Già, proprio il nostro Mario Monti.


Ma non è ancora finita. Torniamo più indietro negli anni, e andiamo al 1981. È l'anno dello storico divorzio fra Tesoro e banca d'Italia. Fino ad allora la banca centrale era obbligata a comprare i buoni emessi dal tesoro, e lo faceva a tassi agevolati. In seguito lo stato fu costretto a mettere le proprie obbligazioni sui mercati finanziari, con interessi che dipendevano dalle leggi del mercato di domanda e di offerta.
Ad ogni modo, proprio in quell'anno ci si trovava a dover decidere le nuove strategie di finanziamento dello stato. Ed ecco rispuntare il nome di Mario Monti, allora giovane e rampante economista. Ecco, di seguito, come ricostruisce la vicenda il Generale Piero Laporta in un articolo per Italia Oggi.
“Nel giugno 1981, una commissione di studio, presieduta da Paolo Baffi, direttore generale di Bankitalia, deliberò di seguire lo schema d'un giovanotto, molto stimato dai Rothschild, tale Mario Monti, il quale propose l'emissione di titoli a lungo termine, con aste mensili e quindicinali, in modo che il rendimento cedolare fosse fissato dal mercato, con scadenze tra i 5 e i 7 anni. Il che, a detta del professorino, garantiva il potere d'acquisto e, secondo gli esiti delle aste, un piccolo rendimento dell'1-2%. Il Tesoro, zufolò Monti, avrebbe avuto da 5 a 7 anni per programmare e finanziare meglio la spesa pubblica.


Non andò così. Gli interessi sul credito che veniva concesso furono fin da subito enormi, e il deficit italiano balzò immediatamente alle stelle, tanto che si resero necessarie nuove tasse. “Aumentarono tasse e benzina – continua Laporta -, le spese sanitarie sfondarono di mille miliardi di lirette il finanziamento statale”. Un altro disastro insomma.
Eppure, a dispetto del suo curriculum (a dire il vero piuttosto difficile da rintracciare), Monti è chiamato oggi a risanare il debito. E, a dispetto dei risultati passati e presenti (e - è lecito temere – futuri) gode di una stabile maggioranza parlamentare e in molti sono ancora convinti che stia lavorando bene, che i sacrifici da lui richiesti siano necessari e così via.

lunedì 7 maggio 2012

Disoccupazione ai massimi storici

Se avete pensato che la crisi di questi anni è stata durissima, aspettate di vedere cosa succederà in quelli a  venire.


La notizia peggiore in assoluto è quella relativa alla disoccupazione, che è ormai ai massimi storici nel nostro Paese. Soprattutto è una cattiva notizia l'incidenza sui giovani, la cui disoccupazione sfiora il 36%. Questo dato significa che non ci saranno a breve nuovi nuclei familiari, e i giovani d'oggi non avranno un futuro da costruire, con tutto quello che ne deriva in termini di stabilità sociale. Inoltre il dato negativo è nella realtà ancora peggiore: nel novero dei disoccupati non ci sono le persone che cercano un'occupazione senza rivolgersi alle Agenzie del lavoro. E c'è da credere che in parecchi abbiano perso la speranza di venir chiamati e si muovano spulciando gli annunci sui giornali o su internet.

La situazione è grave soprattutto se confrontata con l'aumento di suicidi per "motivi economici", che vanno di pari passo con i licenziamenti con la stessa causa. E questo soprattutto in attesa della reazione - - della popolazione ai tagli ai servizi, alle pensioni, al reddito, ai posti di lavoro.

Ecco la notizia ANSA:

Il tasso di disoccupazione a marzo è al 9,8%, in rialzo di 0,2 punti percentuali su febbraio e di 1,7 punti su base annua. E' il tasso più alto da gennaio 2004 (inizio serie storiche mensili). Lo rileva l'Istat (dati destagionalizzati e provvisori). Guardando le serie trimestrali é il più alto dal terzo trimestre 2000.

Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) a marzo è al 35,9%, in aumento di due punti percentuali su febbraio. E' il tasso più alto dal gennaio 2004 (inizio delle serie storiche mensili). Lo rileva l'Istat (dati destagionalizzati e provvisori). Guardando le serie trimestrali é il più alto dal quarto trimestre 1992.

Quindi, risulta disoccupato oltre un giovane su tre tra i 15-24enni attivi, ossia coloro che hanno un lavoro o lo cercano (forza lavoro).

Il numero dei disoccupati a marzo è di 2 milioni e 506 mila, in rialzo del 2,7% su febbraio. Lo rileva l'Istat (dati destagionalizzati e provvisori). Su base annua il rialzo è del 23,4%. E' il livello più alto da gennaio 2004 (inizio serie storiche mensili). Con riferimento alle serie storiche trimestrali è record da IV trimestre 1999.

Il numero dei disoccupati a marzo è aumentato su base annua di 476 mila unità (+23,4%) e su base mensile di 66 mila. Il dato annuale risente dell'aumento delle persone sul mercato del lavoro, gli inattivi tra i 15 e i 64 anni, infatti, sono diminuiti di 427.000 unità.

A marzo gli occupati sono 22 milioni e 947 mila, in diminuzione dello 0,2% su febbraio, ovvero 35 mila unità in meno, e dello 0,4% rispetto a marzo 2011, pari ad un calo di 88 mila unità. Il risultato è determinato dal calo dell'occupazione maschile.

A marzo il tasso di occupazione è pari al 57%, in lieve calo, di 0,1 punti percentuali, in termini congiunturali e in flessione di 0,2 punti su base annua. Lo rileva l'Istat (dati destagionalizzati e provvisori). Risultano anche in diminuzione gli inattivi (15-64 anni), ovvero le persone che non sono né occupate né in cerca di lavoro: il calo è dello 0,3% (-40 mila unità) su febbraio, con il tasso di inattività che si posiziona così al 36,7%, con una flessione di 0,1 punti percentuali in termini congiunturali e di 1,1 punti su base annua. Da questi dati emerge come l'aumento del numero di disoccupati e del relativo tasso deriva principalmente dal fatto che coloro che prima erano inattivi ora si sono in cerca di un lavoro. Mentre il calo dell'occupazione è meno accentuato, anche, perché, probabilmente, facendo riferimento agli ultimi dati trimestrali, gli occupati adulti restano più a lungo a lavoro, sia per l'allungamento della vita media che per gli interventi sul sistema pensionistico.

Il tasso di disoccupazione maschile cresce di 0,3 punti percentuali su febbraio, portandosi al 9,0%; quello femminile segna un aumento di 0,1 punti e si attesta all'11,0%. Rispetto all'anno precedente, quindi, il tasso di disoccupazione maschile sale di 1,6 punti percentuali e quello femminile di 1,9 punti. La crescita della disoccupazione interessa così sia gli uomini sia le donne. In particolare, gli uomini disoccupati salgono del 3,9% rispetto al mese precedente e del 23,4% su base annua; il numero di donne disoccupate aumenta dell'1,3% rispetto a febbraio e del 23,4% in termini tendenziali.

lunedì 30 aprile 2012

Beppe Grillo? Fa semplicemente paura

Se c'è una cosa semplice e palese che questi giorni di chiacchiere infinite su Beppe Grillo e sul Movimento 5 Stelle, che piaccia o no in forte ascesa, fanno venire a galla è la paura fottuta che hanno di lui, ma soprattutto dell'affermarsi di un movimento politico del genere, tutti quelli che sono stati in sella sulle poltrone del potere fino ad oggi. Paura fottuta. Lo dimostra Telese quando durante una trasmissione televisiva finge di non capire che differenza ci sia tra il finanziamento pubblico di un partito e l'autotassazione dei suoi rappresentanti eletti. Lo dimostra la parola d'ordine che gira di bocca in bocca a Palazzo Madama in proposito: "pagliaccio".

Ora, al di là di quello che è e sarà il Movimento 5 stelle e i "grillini", bisogna riconoscere al progetto politico che gira attorno alla figura di Beppe Grillo almeno qualche merito. E quello più eclatante, e che dovrebbe renderlo "simpatico" anche a chi non lo voterebbe mai, è proprio questo brivido terribile che provoca nelle schiene dei deputati che siedono in Parlamento. E quale italiano, strangolato dalle tasse o senza lavoro, vedendoli agitare sulle sedie rossi in viso mentre cercano argomentazioni che non hanno, non prova, almeno per un attimo, un moto di intima soddisfazione?

giovedì 1 marzo 2012

No Tav. La legalità è un vicolo cieco



da "La Voce del Ribelle":


Ieri il drammatico incidente a Luca Abbà, che pressato dai poliziotti – e in particolare dallo “scalatore” che si stava arrampicando sullo stesso traliccio su cui era salito lui – è venuto a contatto con i fili dell’alta tensione subendo una forte scossa, ed è poi precipitato al suolo da più di dieci metri di altezza riportando traumi assai gravi, anche se si spera non mortali né invalidanti. E dopo l’incidente le manifestazioni di protesta sia in diverse città, tra cui Roma, sia in loco, con numerosi attivisti impegnati a bloccare la A 32.


Oggi il lungo testa a testa sullo stesso tratto autostradale, con le Forze dell’ordine schierate in assetto anti-sommossa e i dimostranti che stando alle cronache fronteggiano gli agenti a colpi di sberleffi, insulti e quant’altro. I veri e propri scontri che vengono evitati, ma che rimangono nel novero delle possibilità che non si possono certo escludere. Basterebbe che qualcuno, da una parte o dall’altra, perdesse l’autocontrollo, o decidesse deliberatamente di passare a vie di fatto, e la tensione esploderebbe in pura violenza.


Detto così sembra un’ovvietà. Ma smette di esserlo se si esce dalla dimensione a scartamento ridotto degli avvenimenti di giornata e si collocano gli eventi in una prospettiva più ampia. Che è quella del rapporto tra governo centrale e popolazioni locali, in presenza di una divergenza insormontabile, e quindi di un dissidio insanabile, fra le due fazioni. La questione sul tappeto è di una brutalità elementare: il governo, forte del suo potere politico e della legalità delle procedure adottate fin qui, vuole costruire un’opera pubblica che sconvolgerà il territorio, e quindi la vita, dei cittadini che in quel luogo ci abitano; tali cittadini, in quanto diretti interessati allo scempio, cercano in ogni modo di impedirlo, senza però avere nessuna legittimazione formale a opporsi.


Una via senza uscita, come si vede. Che trova un sintesi perfetta, e involontaria, nelle due dichiarazioni che si ritrovano accoppiate in un “occhiello” a corredo di un articolo pubblicato sul sito del Corriere: «Il ministro Cancellieri: “Serve molto dialogo”. Ma Passera: “Il lavoro va avanti”». Cancellieri, in quanto ministro degli Interni e responsabile dell’ordine pubblico, auspica un chiarimento pacifico. Passera, in quanto ministro dello Sviluppo economico, ribadisce che quel chiarimento è un optional. Se arriva, tanto meglio; se non arriva, si tira dritto lo stesso. Esattamente come nel caso della riforma del lavoro: Mario Monti ed Elsa Fornero incontrano le parti sociali per discutere le misure che si preparano a introdurre, ma non esitano ad anticipare che l’eventuale, o probabile, contrarietà degli interlocutori non basterà a dissuaderli, in tutto o in parte. Che è come dire che i genitori, bontà loro, sono disposti a spiegare i figlioli per quali motivi li metteranno in castigo o gli taglieranno la paghetta, mentre ai rampolli non resta che uniformarsi a tali decisioni. A meno di esporsi a punizioni più drastiche, come si conviene a chi osa ribellarsi all’autorità paterna o materna.


In Val di Susa sta accadendo proprio questo. Mamma Politica, e papà Capitalismo, hanno stabilito che la linea No Tav deve essere costruita, e il massimo che sono disposti a concedere è di perdere un (altro) po’ di tempo a rabbonire quei cuccioli riottosi. Pazienza, se abbaieranno un (altro) po’. Pazienza, purché sfogando la propria rabbia finiscano con l’esaurirla. O col rendersi conto che è perfettamente inutile.


Lo schema, però, si presta anche a essere rovesciato. E anzi deve esserlo, prima ancora di qualunque altra decisione pratica. I manifestanti devono a loro volta comprendere che non esistono margini di autentico confronto, né possibilità alcuna di un accomodamento di reciproca soddisfazione. Non c’è nessun equivoco da dissipare. Non c’è nessuna mediazione da condurre in porto, sia pure faticosamente e dopo chissà quante liti.


Qui c’è solo un’imposizione, benché abbellita – o piuttosto incartata – con qualche strato superficiale di finta democrazia. La verità è ben diversa. Nel rispetto delle leggi vigenti, e al cospetto dei potentati che quelle leggi le hanno volute, i cittadini della Val di Susa non hanno scampo. E chiunque sostenga di no li sta ingannando: in attesa di ingannarne innumerevoli altri, via via che verranno assoggettati a chissà quanti espropri di terre, di diritti, di futuro.


Federico Zamboni

mercoledì 15 febbraio 2012

20 anni di sacrifici: parola di Monti

No alle Olimpiadi. Troppo costose, e fuori luogo. Ok, giusto.
Ma il punto è un altro: voi quanti anni avrete, tra 20? 

Abbiamo davanti 20 anni - "come sapete" - di sacrifici. Il governo Monti dice no alla candidatura di Roma per le Olimpiadi 2020. Il che, francamente, non fa una piega: sono ancora aperte le ferite per le spese folli e inutili degli ultimi Mondiali di nuoto e a dire il vero sono ancora aperte quelle dei Mondiali di calcio di Italia 90. Ridicolo spendere per un baraccone come quello di Roma 2020. Ma la cosa da mettere a fuoco è un'altra. Abbiamo davanti un periodo lunghissimo di ristrettezze e sacrifici.

Queste le parole di Monti. Naturalmente non ce ne importa nulla di commentare il no alle Olimpiadi di Roma quanto di capire il vero punto del giorno. E del futuro.

Dunque 20 anni di sacrifici.

Intanto, non lo sapevamo affatto, come invece sembra voler far percepire il premier. O meglio, ancora la cosa non era stata esplicitata, anche se almeno su questo giornale ce lo siamo detti spesso. Invece adesso è ufficiale, se anche il "professore" ha parlato così chiaro.

Ma il punto è che le parole di Monti, sebbene a nostro avviso vadano considerate per "difetto" sulla durata del purgatorio, sono una vera e propria bomba. Perché comunque esplicitano una data, una ipotesi di "fine pena". Sulla quale, come tutti i condannati dopo aver ascoltato la sentenza, vale la pena di ragionare.

Voi quanti anni avrete, tra vent'anni? Siete disposti a vivere vent'anni d'inferno e a ritrovarvi tanto avanti negli anni (già anziani?) il giorno in cui - e sono solo previsioni - si potrà tornare, secondo Monti, semplicemente ai livelli ante-crisi in cui peraltro non è che si stava poi così bene?

Insomma questo è quanto. Ce ne è abbastanza per una rivoluzione, se solo gli italiani capissero cosa significa. Se solo avessero ancora sangue nelle vene.

Ma senza andare troppo in là, ce ne è abbastanza per fermare ogni tipo di investimento, personale o aziendale, per bloccare immediatamente ogni spesa, ogni rata, ogni cosa: per vent'anni, nisba, niente da fare. Nessuna ripresa, nessun miglioramento rispetto ad adesso. Anzi, semmai andrà peggio, proprio per il processo dell'effetto domino innescato dalle misure appena prese e da quelle che presumibilmente saranno prese a breve. Altro che sciopero della Fiom, altro che Camusso e compagnia cianciando. 

vlm


lunedì 6 febbraio 2012

Spot Fiat. «Questa è l’Italia che piace»…

Mentre scorre in tv l’ultima trovata pubblicitaria Fiat di dubbio gusto Standard & Poor’s si accinge a rivedere al ribasso le sue previsioni sull’azienda. E Marchionne, a sua volta, si appresta a vendere poco meno di 2 milioni di azioni.

È venerdì passato e ancora la Fiat non ha subìto il calo in Borsa, legato in buona parte alla spada di Damocle del giudizio di Standard & Poor's sul debito a lungo termine della Fiat. In questa situazione di certo non ha aiutato la maxi vendita dell’amministratore delegato, anche se lui ha provato a spiegare il tutto con una questione fiscale: ha intascato gratuitamente dalla Fiat un bonus in azioni sulle quali dovrà pagare delle tasse. I soldi provenienti dalla vendita gli servirebbero per questo.

La mossa però è azzardata, e sembra quasi una fuga prima del crollo. In una nota dell’agenzia di rating si legge infatti: «Abbiamo osservato sovraccapacità nel mercato di massa europeo, in particolare in Italia, secondo maggior mercato per Fiat, e una debolezza della domanda a causa delle misure di austerità introdotte dal governo italiano delle paure dei consumatori per il loro impatto. Standard & Poor's ritiene che tale contesto causerà un peggioramento delle performance operative di Fiat nel 2012. Allo stesso tempo, il Brasile, il mercato più forte per la casa torinese, è in una situazione di crescente concorrenza che ha ridotto l'importante quota di mercato di Fiat». Insomma, anche se S&P deve ancora pronunciarsi, e lo farà entro i prossimi tre mesi, le previsioni sono tutt’altro che rosee. La stima più probabile è un abbassamento del rating da “BB” a “BB-”. 

E intanto, imperterrita, la pubblicità scorre. Una pubblicità poco lusinghiera con la tradizione culturale e culinaria del nostro Paese, giudicata “l’immagine che ci vogliono dare”, ma diciamo pure giustificabile con la necessità di dire che “non siamo solo bravi a cucinare” in pochi frame. È negli istanti seguenti che l’abilità comunicativa dello staff pubblicitario dà il suo meglio facendo leva su tutto il sentimentalismo italiano. Immagini di fabbrica, lo svincolo autostradale di Pomigliano, una famiglia e una madre che chiude il giubbotto al figlio prima di farlo uscire di casa e andare al lavoro. E una voce: « (...) perché in Italia ogni giorno c’è qualcuno che si sveglia e mette nel suo lavoro il talento, la passione, la creatività, ma soprattutto la voglia di costruire una cosa ben fatta». Peccato che magari lo svincolo di Pomigliano sarà presto teatro di nuove proteste, e che quelle famiglie (non vorrete mica far credere che comprare una Fiat, visto che è ormai praticamente made in Slovenia, significhi salvare lo stipendio di una madre italiana?) hanno già ben poco da sorridere, visti proprio i contratti “modello Pomigliano” che sono stati imposti al personale dietro la minaccia della chiusura.
E così, dalle ultime battute del testo dello spot, quella che nelle intenzioni dovrebbe essere una certezza diventa una domanda quasi retorica: «Questa è l’Italia che piace»?!

Sara Santolini

giovedì 26 gennaio 2012

No Tav: ordinanze e pugno duro. Ma la lotta continua

da La Voce del Ribelle:


Ventisei ordinanze di custodia cautelare notificate in tutta Italia, da Palermo a Trento. Non grazie alla trasformazione del cantiere di Chiomonte in sito strategico di interesse nazionale, ma per gli avvenimenti del luglio scorso, quando il 1 gennaio, e la relativa militarizzazione del sito, erano ancora lontani. Una vera e propria azione di polizia che ha portato, tra l’altro, alla perquisizione dell’abitazione di Guido Fissore, un consigliere comunale di un paese della Valle di Susa, Villarfocchiardo, reo di essere uno dei sostenitori anche politici del movimento no Tav e di insegnare alle scolaresche come un cantiere può rovinare tutta una Valle, la sua bellezza, il suo ambiente, la sua economia.
Per tutti le ipotesi di reato vanno dalle lesioni alla resistenza a pubblico ufficiale e si riferiscono agli incidenti avvenuti presso il famigerato cantiere a luglio 2011, quando vennero ferite più di 200 persone tra forze dell’ordine e manifestanti. 
Al di là delle responsabilità legali, è innegabile che la gestione della questione sembri una prova di forza. Una vera e propria “retata” per delegittimare un movimento che comincia ad avere più simpatizzanti che contestatori. Tutto sommato a questo serviva la famosa dichiarazione del sito come di interesse strategico nazionale: a trasformare la legittima protesta dei cittadini offesi (nel territorio e nei diritti) da un’opera da almeno 15 miliardi e dannosa per la salute e per l’ambiente, nell’espressione di violenza di un gruppo di facinorosi contrario all’interesse del Paese di “svilupparsi” tramite la creazione di una linea per il trasporto merci con un’area della Francia che oltretutto con noi scambia veramente poco. 
Intanto i No Tav non si arrendono. Annunciano un raduno in Val di Susa mentre armano gli avvocati per liberare gli attivisti arrestati. 


(ss)

venerdì 20 gennaio 2012

Via alle liberalizzazioni

Al solito, ci saranno i noti risparmiati. Al solito, ci saranno regole poco chiare e facilmente aggirabili dai più furbi e soprattutto dai più potenti. Al solito, liberalizzare porterà a nuovi monopoli più difficili da controllare. Al solito, soprattutto, liberalizzare all'italiana porterà all'aumento dei prezzi e alla riduzione dei servizi.

Nuovo passo verso la guerra civile. Tra poveri.

Altra cosa: lo Stato "pagherà" con dei titoli pubblici chi aspetta soldi dall'amministrazione. Come dire: ti pago in ritardo e con l'incognita.

(www.ilribelle.com)

domenica 6 novembre 2011

Roma: la sfida al divieto

Venerdì mattina Roma è stata svegliata da un corteo non autorizzato di giovani liceali e universitari.

Tutto è partito dal liceo Virgilio di via Giulia, sul lungotevere, che per primo ha violato il divieto imposto dal sindaco di sfilare nel centro della città. Nella protesta sono coinvolti 20 diversi licei della città e molti studenti universitari. I ragazzi, in molti casi identificati fuori la scuola, hanno dato vita al corteo nonostante la presenza delle forze dell’ordine e per nulla intimiditi dall’avvertimento della Questura che ha ricordato loro che sfilare senza preavviso espone i manifestanti a responsabilità civili e penali.
I responsabili della manifestazione studentesca erano stati autorizzati a guidare un corteo che doveva svolgersi non oltre le porte dell'Università La Sapienza, lontano dalla zona rossa interdetta. Il punto di ritrovo era la stazione Tiburtina - dove si sono verificati successivamente gli scontri con la polizia - ma le intenzioni del corteo erano chiare: «L'ordinanza di Alemanno non ci fermerà» avevano infatti dichiarato i manifestanti, «Noi arriveremo in centro». E avevano spiegato: «Violeremo l'ordinanza perché non si possono strumentalizzare gli episodi del 15 ottobre per negare il diritto a manifestare in Centro, né per proporre nuove leggi speciali o addirittura invocare un ritorno alla legge Reale». I ragazzi sono riusciti ad entrare nel cantiere di Roma Tiburtina, forzando lo sbarramento della polizia che però li ha caricati per impedire loro il passo. Lì hanno improvvisato un’assemblea all’aperto, dove sono stati costretti  a rimaner confinati a meno di non venire tutti identificati dalla polizia.

In proposito il Presidente della Provincia Zingaretti per primo ha dichiarato che «le cariche contro gli studenti sono un errore figlio di un altro gravissimo errore» riferendosi all’ordinanza emessa per impedire i cortei nella città. «Una scelta che si conferma dannosa perché inchioda le forze dell'ordine ad una gestione dell'ordine pubblico rigida e muscolare, come del resto dimostrano anche le cariche affrettate di questa mattina. Ma anche una deriva sbagliata e insidiosa per l'Italia perché, in un momento drammatico della vita del Paese, accentua la percezione di sordità e afasia delle istituzioni nei confronti dei giovani e la debolezza totale di una politica incapace di trovare strumenti e idee per interloquire con le istanze e le inquietudine poste dai movimenti. Non ci siamo mai sottratti alle esigenze di garantire l'ordine e al bisogno di colpire i violenti: ma tutto questo non c'entra nulla con quanto avvenuto oggi».


Non si può dimenticare che questa manifestazione nulla ha a che vedere con quella del 15 ottobre. In piazza ci sono solo minorenni o quasi: ai ragazzi delle scuole superiori si affiancano giovani universitari. Tutti a volto scoperto. Voler reprimere una manifestazione di questo genere la dice lunga su come vivano la protesta del Paese i vertici e quanto faccia loro paura dell’accentuarsi dei toni.

La violazione dell’ordinanza di Alemanno è diventata una questione di principio, non un pretesto. Aver posto tale limitazione ha avuto l’effetto di estremizzare lo scontro e alzare la polemica anche sulle reazioni più o meno giustificate e giustificabili della polizia, ben sovradimensionate rispetto a un corteo pacifico di ragazzi e ragazzini che usano libri come scudi. Inoltre un’ordinanza del genere nessuno ha mai creduto faccia paura ai Black Bloc. Tanto più che chi l’ha violata effettivamente l’ha fatto sottolineando di non cercare alcuno scontro ma di voler affermare con forza «il diritto a manifestare liberamente per le vie della città». La sfida al divieto è solo iniziata.