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venerdì 24 giugno 2011

Sottoposti a tutto (o quasi)


di Sara Santolini - dal n°32 de “La Voce del Ribelle” mensile http://www.ilribelle.com/

Radiazioni nocive, in primo luogo. Ma non solo: inquinanti, pubblicità, persuasione, perdite di tempo, disinformazione. 
Iniziamo dal nucleare. E poi il resto.

Il mondo contemporaneo, così come è configurato grazie al nostro modello di sviluppo, fa in modo che gli uomini, a prescindere dalla loro posizione nel mondo e nella società, vengano sottoposti a una serie di trattamenti di varia natura che, quando non gliela nega del tutto, ne rende la qualità della vita molto meno buona di quanto potrebbe e dovrebbe essere.
L’impressione generale è che il nostro modus vivendi, dal mondo della comunicazione a come abbiamo strutturato il lavoro, dai materiali con i quali siamo soliti costruire le nostre case alla quantità - enorme - di energia di cui abbiamo bisogno per perpetrare il nostro stile di vita, piuttosto che offrirci un maggior benessere ci stia esponendo in modo sempre più evidente a malattie, fisiche e non solo. Davanti alle quali siamo sostanzialmente inermi. I veleni, anche psicologici e sociali, che assumiamo ogni giorno inconsapevolmente o, più spesso, in maniera rassegnata, hanno decretato il nostro sostanziale annientamento come uomini di fronte al sovrasviluppo di cui siamo ormai diventati ciechi seguaci.
Di fatto, invece di vivere, subiamo. Una serie infinita di cose, materiali e immateriali, ovvero psicologiche, cognitive. Ma iniziamo questa rassegna, ovviamente, da un tema di stretta attualità.
L’esposizioni alle radiazioni 
Fukushima è solo l'ultimo esempio. L’incidente in proposito non solo ha creato danni irreparabili alla popolazione e all’ambiente circostante la centrale ma ha provocato un aumento dell’indice di radioattività dell’acqua di tutto il pianeta. I rischi di contaminazione radioattiva sono ormai dappertutto.
L’Ue ha abbassato i limiti di tolleranza di radiazione nei cibi, proprio come aveva fatto all’indomani dell’incidente di Chernobyl, alzando la soglia di “tolleranza radioattiva” per alcuni alimenti provenienti dal Giappone. Inoltre ha inserito nuovi parametri di sicurezza anche per lo Iodio 131, normalmente non rilevato. Questo elemento, un isotopo radioattivo, è quello che più di ogni altro
rappresenta un rischio per la salute in caso di esplosioni nucleari o inquinamento atmosferico in caso di incidenti nelle centrali, essendo uno dei prodotti principali della fissione. Questo iodio viene concentrato preferenzialmente nella tiroide dove in alti livelli fa aumentare l’incidenza di cancro alla tiroide, tumefazioni e tiroidite: si tratta delle malattie più diffuse nelle zone vicine a Chernobyl. Il CRIIRAD, una associazione francese di ricerca e informazione sulla radioattività, da parte sua, ha diffuso un documento nel quale sconsiglia di usare l’acqua piovana per l’innaffiaggio e di consumare verdure a foglie larghe, latte e formaggio fresco, che sono più facilmente inquinabili, ai soggetti più deboli, come i bambini e le donne incinte. La problematica coinvolgerebbe, oltre la Francia, anche il Belgio, la Germania, l’Italia e la Svizzera, dove i livelli di contaminazione dell’aria sono pressoché identici: oltre allo Iodio 131 sarebbero presenti quantità di cesio undici volte il limite fissato dall’UE.
La direttiva Euratom (Agenzia per l'energia atomica dell'Unione Europea) del 13 maggio 1996 ha stabilito che l’impatto delle attività nucleari può essere considerato “trascurabile” se le dosi di radiazioni cui è esposta la popolazione non supera 1 mSv (millisievert) all’anno. Il Sv (sievert), l’unità di misura utilizzata, calcola l’effetto delle radiazioni sul corpo umano. Ma raggiungere la soglia di 1 mSv anche in poche settimane mangiando alimenti con livelli di radiazioni superiori al normale è facilissimo, e ancora più facile per i bambini a causa del loro peso. Inoltre il tempo di esposizione è fondamentale per i rischi alla salute: la stessa dose di radiazioni è molto più dannosa se assorbita in una sola ora piuttosto che in un anno. Per questo, nonostante l’esposizione tollerata per chi lavora in una centrale nucleare sia di 50 mSv l’anno, la dose di 3,6 mSv giornaliera che la popolazione entro 50 km da Fukushima ha subito all’indomani dell’incidente è allarmante. Chi ancora afferma che ha fatto più vittime lo tsunami in sé dell’incidente nucleare dimostra di non avere alcuna idea di cosa si stia parlando.
Radiazioni, tutti i giorni 
La questione, oltretutto, va ben al di là dell’incidente nucleare in sé, che rappresenta un’emergenza ma che non esaurisce la problematica. All’indomani di Fukushima Randall Munroe, ex consulente della Nasa, ha diffuso uno schema sulla quantità di radiazioni cui siamo esposti ogni giorno, al di là dell’incidente giapponese. Quello che ne viene fuori è tutt’altro che rassicurante. Dormire con qualcuno espone a 0,05 microsievert, mangiare una banana a 0,1, volare da New York a Los Angeles a circa 40, usare un monitor a tubo catodico per un anno a 1, sottoporsi a un’ortopanoramica a 5 mentre fumare un pacchetto e mezzo di sigarette al giorno espone a ben 36 mSv, che equivalgono a 36000 microsievert. Il limite oltre il quale il rischio di cancro incrementa in maniera evidente è di 100 mSv l’anno. Dunque, se pensiamo che il massimo di radiazioni rilevate a Fukushima è stato di 400 mSv l’ora, mille volte tanto le radiazioni immesse in condizioni normali con l’alimentazione in un anno intero, risulta ancora più chiaro quanto possa essere grave quello che è accaduto in Giappone.
Un’altra fonte comune di radiazioni è la presenza di radon nell’ambiente, un gas inerte risultato del decadimento radioattivo di uranio, torio e attinio, presenti spesso negli ambienti chiusi quali abitazioni e luoghi di lavoro, che, in alte concentrazioni, aumenta il rischio di tumore delle vie polmonari. È vero che il radon è presente in natura, e che viene generato dalla crosta terrestre, ma è anche vero che spesso l’utilizzo di alcuni materiali nelle costruzioni ne può aumentare in maniera significativa la concentrazione: stiamo parlando, tra l’altro, di marmi, tufo, rocce vulcaniche, pozzolane e alcuni graniti. Inoltre il radon può disciogliersi facilmente nell’acqua e inquinarla, con tutto ciò che ne consegue per le coltivazioni e gli allevamenti, esattamente come le fughe radioattive delle centrali nucleari. In Italia, Lazio e Lombardia sarebbero le regioni maggiormente esposte all’inquinamento da radon per la loro conformazione geologica e costruttiva. A questo dato però non sembrano corrispondere politiche di prevenzione, informazione e adeguamento delle costruzioni necessarie a limitare i rischi per la popolazione.
Ancora, le radiazioni possono essere usate per conservare più a lungo i cibi.
Proprio così. La Comunità Europea ha infatti elaborato una Direttiva al fine di regolamentarne l’utilizzo. Erbe aromatiche, frutta secca, fiocchi e germi di cereali, frattaglie di pollo, albume d'uovo, gomma arabica, cosce di rana, gamberi decorticati, frutta fresca e verdure, cereali, tuberi amidacei, pesci, camembert al latte crudo, caseina, farina di riso e prodotti a base di sangue, carni rosse fresche e carni di pollame sono gli alimenti per i quali l’irradiazione è esplicitamente ammessa. Nonostante i prodotti sottoposti a tale trattamento debbano riportarlo ben impresso in etichetta, e che il processo debba essere controllato e dosato a dovere, la Commissione stessa prevede che «uno Stato membro può rivolgersi alla Commissione qualora riesca a provare che l’irradiazione di taluni prodotti alimentari costituisca un pericolo per la salute umana anche se sono rispettate le disposizioni della presente direttiva». In tal caso «consulterà allora il Comitato permanente per la catena alimentare e la salute degli animali prima di adottare le misure necessarie». Nel frattempo, però, avremo ingerito cibo che espone a una quantità radiazioni sopra la norma, anche se entro il limite prefissato, al solo fine di mantenerlo “fresco” più a lungo, e dunque poterlo comprare a migliaia di chilometri di distanza a prezzi convenienti.
I rischi per la salute 
Come si legge in uno studio dell’Ispra le radiazioni pericolose di cui stiamo parlando, le “ionizzanti”, sono «particelle e/o energia di origine naturale o artificiale in grado di modificare la struttura della materia con la quale interagiscono». Tali radiazioni, provenienti in particolar modo da decadimento radioattivo, fissione nucleare, fusione nucleare, sono “agenti cancerogeni di classe 1” , la cui cancerogenicità è cioè comprovata, secondo lo IARC, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro. Non solo. L’esposizione ad esse provoca radiodermite, eritemi cutanei, necrosi della pelle, sterilità, oltre a leucemie, tumori, mutazioni genetiche, aberrazioni cromosomiche e malattie ereditarie.
Gli effetti possono manifestarsi anche dopo decenni dall’esposizione. Ogni singola dose di radiazione, inoltre, aumenta il rischio individuale di sviluppare tumori, che sia protratta nel tempo o meno e da qualsiasi fonte essa provenga.
Nel corso dei prossimi numeri, vedremo gli altri “agenti” ai quali è sottoposto l’uomo “moderno”. ™
Sara Santolini
Note: 
www.criirad.org
-www.salute.gov.it/ipocm/resources/documenti/Direttiva_96-29.pdf 
- 1000 microsievert= 1 millisievert= 0,001 Siviert 
- Direttiva 1999/2/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 febbraio 1999, relativa al ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri concernenti gli alimenti e i loro ingredienti trattati con radiazioni ionizzanti
-http://europa.eu/legislation_summaries/consumers/product_labelling_and_packaging/l21117_it.htm 
www.isprambiente.gov.it 
www.iarc.com 

giovedì 25 novembre 2010

Epidemiologia, la bestia nera del nucleare

da "La Voce del Ribelle":


Molti disconoscono gli effetti negativi delle centrali atomiche, sostenendo che non sono dimostrati. Per forza: basta non fare gli studi necessari


L’epidemiologia è definita come «la disciplina biomedica che si occupa dello studio della distribuzione e frequenza di malattie e di eventi di rilevanza sanitaria nella popolazione». In poche parole, la nemica numero uno di chi fa affari inquinando. E l’Italia ha un paio di primati, in questo senso: l’abbondanza di faccendieri senza scrupoli e la corrispettiva penuria di studi epidemiologici, che sarebbero d’intralcio ai vari business delle varie cricche affaristico-politiche. Altrove, ad esempio in Germania, le cose vanno molto diversamente.
Nell’ottobre scorso è stato infatti pubblicato uno studio epidemiologico relativo al rapporto tra nascite e prossimità alle centrali nucleari, in Germania e Svizzera. Gli estensori dello studio, Kusmierz, Voigt e Scherb, sono tra i maggiori scienziati tedeschi, e hanno operato per conto del “Centro di ricerca tedesco per la salute ambientale di Monaco”. Il fine era quello di capire se la mera vicinanza di centrali nucleari ha statisticamente un qualche effetto sulla salute dei cittadini, anche in assenza di incidenti conclamati.
Il punto di partenza è stato l’analisi degli effetti dell’incidente di Chernobyl sulle nascite in Ucraina e nelle regioni investite dalla nube radioattiva. Solo dieci giorni fa, al Festival della Scienza di Genova, il sedicente ricercatore Stuart Brand, ex ambientalista e ora nuclearista convinto, in un convegno organizzato guarda caso dall’ENEL sosteneva che nell’area di Chernobyl, dopo pochi anni dall’incidente, si sta così bene che la flora è ricresciuta rigogliosissima, tanto che ci si potrebbe aprire un parco nazionale… I ricercatori tedeschi rilevano tutt’altro, a partire dallo studio delle nascite.
In media nascono 105 femmine ogni 100 maschi. Da anni è accertato che gli effetti delle sostanze tossiche di origine nucleare hanno effetti devastanti sugli embrioni, specie quelli femminili, e quelle proporzioni sono state sovvertite nelle aree contaminate dalla nube della centrale sovietica. È stato stimato, non certo dall’ONU né dall’AIEA, che da sempre tentano di ridimensionare il problema, in un milione il numero di bambini e bambine mai nati in Europa a causa dell’incidente della centrale ucraina.
Ma la parte più interessante dello studio riguarda i cosiddetti “incidenti di basso livello”, generalmente derubricati come “guasti”. Quelli insomma di cui in genere non si ha notizia. È ad essi che vengono attribuite tutte le conseguenze sanitarie rilevate studiando le conseguenze sulla popolazione residente in un raggio di 35 chilometri da 31 centrali nucleari tedesche e svizzere, nell’arco di quarant’anni. In quelle aree si contano 20.000 aborti spontanei in eccesso rispetto alla norma e un netto aumento dei casi di tumore infantile o deformità.
Anche quando non esplodono, come in Russia, le centrali nucleari, è accertato, rilasciano nell’ambiente sostanze tossiche o radioattive. Anche le attività che si svolgono a corredo della produzione di energia hanno effetti sull’ecosistema e sulle popolazioni circostanti. La lista dei possibili “incidenti di basso livello” è lunga. A titolo d’esempio, sono considerati tali le perdite nel trasporto e smaltimento delle scorie, gli scarichi di acque contaminate nei corsi d’acqua, la presenza di agenti tossici nel vapore rilasciato in atmosfera che, è vero, non contiene CO2, ma proviene da acqua evaporata entrando in contatto con un nucleo radioattivo, quindi non certo adeguato per un aerosol collettivo.
È anche per effetto di studi di questo genere che in Germania si è deciso, con il consenso pressoché unanime dei cittadini, di non aprire altre centrali, anzi di dirigersi verso un generale smantellamento in favore di fonti alternative. E qui in Italia? Come detto, gli studi epidemiologici, troppo scomodi per chi lucra sulla distruzione dell’ambiente e della salute pubblica, sono pochi e quei pochi vengono chiusi in un cassetto. Sulla scia dell’ipotesi di un ritorno al nucleare, si è tornato a parlare di riaprire alcuni siti in Piemonte (Trino, Saluggia). In quell’area, l’ultimo studio epidemiologico risale al 2005, elaborato dall’Istituto Superiore di Sanità. Uno studio “preliminare”, e che tale è rimasto. Forse perché rilevava, proprio nel triangolo Vercelli-Stroppiana-Trino, il doppio delle morti per tumore e il triplo delle malattie di origine perinatale rispetto all’intera media piemontese.

Davide Stasi

 Agenzia Iternazionale per l’Energia Atomica

sabato 25 settembre 2010

Beccati le scorie, che ti “incentivo”




Nucleare: 52 siti per stoccare le sostanze radioattive 

Le nuove centrali atomiche sono ancora tutte da costruire, e a quanto sembra l’inizio dei lavori previsto per il 2013 dovrebbe slittare di un altro anno, ma intanto ci si dà da fare per trovare i siti in cui stoccare le scorie radioattive. La Sogin, la Società Gestione Impianti Nucleari che fa capo al Tesoro, ha individuato 52 aree che avrebbero le caratteristiche adatte alla bisogna. Dove si trovino esattamente, però, non è dato saperlo. L’elenco rimane segreto, pare per volontà dello stesso Berlusconi, e il poco che ne trapela sono le indiscrezioni (o le ipotesi) che stanno rimbalzando sui media a partire da ieri. Con beneficio d’inventario, le zone prescelte si troverebbero disseminate qua e là per la penisola – dal Monferrato alle colline emiliane, dalla Maremma al Viterbese, dal Molise alla Basilicata – escludendo invece la Sicilia e la Sardegna.
Al di là della collocazione geografica, l’aspetto più interessante, e inquietante, è un altro. Secondo il Corriere della Sera, «la scelta del deposito nazionale per le scorie non sarà imposta, e avverrà d'accordo con le Regioni, con una sorta di asta: la comunità che accetterà i depositi radioattivi sarà infatti compensata con forti incentivi economici». Detto in sintesi: corruzione di Stato. Corruzione in senso lato, ovviamente, ma pur sempre basata sul medesimo principio, per cui si usa il denaro per ottenere la “collaborazione” di chi opera in ambito pubblico. A suon di quattrini si induce qualcuno a fare ciò che altrimenti non avrebbe mai fatto. Consci che nessuno, o quasi, è entusiasta dell’idea di piazzare nel proprio territorio una massiccia quantità di materiale radioattivo, che in teoria sarà custodito con ogni cura ma all’atto pratico chissà, i governanti si preparano a far leva sull’interesse economico, particolarmente forte in tempi di crisi e, comunque, assai più pressante che in passato a causa degli obblighi di autofinanziamento degli enti locali.
Anche se non mancano le voci di protesta, al solo profilarsi dell’installazione dei centri di stoccaggio, va da sé che per i novelli apostoli del nucleare non c’è molto di cui preoccuparsi. La strategia è la stessa adottata in innumerevoli altri casi. Da un lato, prendere tempo e lasciare che l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica si attenui, o scompaia del tutto. Dall’altro, scansare il dibattito politico di più alto livello, e di portata nazionale, muovendosi nell’ambito del sottogoverno e delle trattative in loco. La faccia oscura dell’autonomia indiscriminata. Dell’autodeterminazione che precipita nell’autodistruzione, a forza di comportamenti che appaiono vantaggiosi nell’immediato e che, perciò, sorvolano sulle conseguenze di più lungo periodo. 
Cerca cerca, l’amministratore compiacente lo trovi di sicuro. Oggi è alla guida di un paesino, domani non gli dispiacerebbe passare a qualcosa di più grande. La Provincia. La Regione. Magari il Parlamento. Tutto si può fare, specie se si mantiene lo sconcio delle liste elettorali approntate dalle segreterie nazionali e calate dall’alto. Parallelamente, del resto, non si può nemmeno fare troppo affidamento sulle capacità di giudizio della popolazione. Quando le risorse scarseggiano, tanto sul versante privato impoverito dalla recessione, quanto su quello pubblico a corto di gettito proprio e di trasferimenti erariali, il desiderio di migliorare le cose per mezzo di aiuti esterni può facilmente diventare il peggiore dei consiglieri. Di qua c’è un beneficio sicuro, vuoi sotto forma di posti di lavoro, vuoi in termini di fondi da destinare ai servizi pubblici; di là c’è un rischio imprecisato, impalpabile, negato da “esperti” di gran nome, puntualmente ospitati (amplificati) dai grandi network televisivi.
Il gioco è fatto. Ottenuto l’appoggio cinico dei politici del territorio, e l’avallo ingenuo dei residenti, si può tornare sotto i riflettori e annunciare urbi et orbi che tutto quanto è andato per il meglio. La decisione è stata presa in modo trasparente e democratico. E quanto agli incentivi, beh, sono il giusto riconoscimento per chi ha accettato di farsi carico di un problema di interesse collettivo. 
Federico Zamboni

mercoledì 4 agosto 2010

La Privatizzazione dell'Ambiente



Ciao Charlie,

siamo d'accordo sul punto uno (gestione senza prospettiva della aree protette) ma, come saprai già, non sul punto due (nucleare).

Nel resto dell'articolo non parlo di nucleare ma della "credibilità" della Prestigiacomo (chi si ricorda che già nel 2008 aveva proposto la privatizzazione mentre ora fa la gnorri?), dei Parchi come poltrone di comodo per i "trombati" della politica (da SEMPRE) e del fatto che, a parer mio, non si risolve il problema dell'ambiente con la privatizzazione.

Insomma, cercano ancora di farci credere che, se una gestione "pubblica" non funziona l'unica soluzione è privatizzare. Ma il privato, si sa, fa il proprio interesse, mica quello degli altri - in questo caso, dico, mica quello dell'ambiente. 

Siamo seri: chi glielo fa fare a un privato a investire, ad esempio, in tutela della biodiversità se non gli rientrano i soldi in qualche modo e se non ci guadagna? E lo Stato, che non è stato capace di obbligare gli enti -pubblici, appunto- a curarsene come dovevano, sarà ora in grado di obbligare un privato a farlo?

Per l'esattezza credo non ci pensi proprio. Questa privatizzazione, che invece io temo proprio si farà - come quella dell'acqua e, proprio oggi, dei trasporti anche marittimi - fa il paio con la sanatoria senza vincolo della tutela ambientale. 

Quello che credo io è che vogliano privatizzare i Parchi rendendoli in un futuro non tanto lontano non solo non più liberamente accessibili (perché rinunciare a questa rendita?), ma anche pieni di attrazioni turistiche in barba al paesaggio, alla tutela della biodiversità, dell'habitat eccetera. 
E mi preoccupo soprattutto perché vedo, proprio come te, quanto il problema ambientale sia poco sentito a tutti i livelli della politica - e non solo - in questo dannato Paese. 

Per quanto riguarda il nucleare sono assolutamente contraria. Non solo perché il nostro è un Paese a pericolo sismico medio-alto, non solo perché nessuno ancora ci spiega che fine faranno le scorie - continueremo a spararle in giro con le bombe all'uranio impoverito? Le manderemo sulla luna come in "Spazio 1999"?- e nemmeno solo in rispetto del referendum di cui parlo nell'articolo. La mia è anche un'opposizione "esistenziale": dobbiamo deciderci a consumare di meno e meglio, a cercare soluzioni a lungo termine, a prenderci la responsabilità verso le generazioni future di quello che facciamo.

A presto
Sara