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venerdì 9 marzo 2012

Hugo Cabret - un film di Martin Scorsese



Hugo Cabret è un personaggio istintivo che con la perseveranza che solo un bambino può conoscere riesce a vincere il suo destino. Un ragazzino efebico dagli occhi azzurri come il ghiaccio che conosce un mestiere affascinante: quello di "aggiustare le cose" e "far andare il tempo". In mezzo ai meccanismi che si muovono, uno a uno, in un unico immenso corpo, il ragazzo ritrova il suo posto e, quasi per caso, rende possibile che anche chi è attorno a lui ritrovi il proprio.


La pellicola, un 3D del 2011, tratta dal romanzo "La straordinaria invenzione di Hugo Cabret" di Brian Selznick del 2007, è un atto d'amore per il cinema e per chi al cinema ha dedicato tutte le sue forze, impersonato nel maestro Georges Méliès, cui dobbiamo l'invenzione del cinema di finzione e di numerose tecniche cinematografiche, in particolare del montaggio.


Golden Globe a Martin Scorsese per miglior regista, il film ha ottenuto 11 nomination agli Oscar 2012 e 5 statuette: migliore fotografia a Robert Richardson, migliore scenografia a Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, miglior sonoro a Tom Fleischman e John Midgley, miglior montaggio sonoro a Philip Stockton e Eugene Gearty, migliori effetti speciali a Robert Legato, Joss Williams, Ben Grossmann e Alex Henning. 


Da vedere.

lunedì 23 gennaio 2012

Megaupload: la chiusura e i dubbi sul copyright

Oggi su La Voce del ribelle Davide Stasi ha scritto una cosa molto interessante sulla chiusura di Megaupload da parte dell'fbi e sul senso del copyright nel mondo di internet (da leggere qui).


C'è un dubbio che, nonostante io creda che la condivisione di cultura gratuita sul web abbia grande valore - anche se al solito i film più scaricati ad esempio sono i cinepanettoni natalizi - non fa che girarmi per la testa da l'altro giorno quando mi sono accorta (eh sì, volevo guardare l'originale de La fabbrica di cioccolato del 1971) che megaupload era fuori gioco. Quanto è giusto che tutto, ma proprio tutto, sia gratuito on-line? 


È inutile che ci nascondiamo dietro un dito: un film, un pezzo musicale, una foto, un racconto sono frutto di un lavoro. Artistico, artigianale: chiamatelo come vi pare ma sempre di lavoro si tratta. Certo deve essere un lavoro di cui gli altri abbiano voglia di fruire, altrimenti rimane fine a se stesso: nessuno paga per avere dentro casa una foto che, diciamo così, non incontra il suo gusto. 
Ora, in tempi di tagli alla cultura, sui quali avrei molto da dire non solo a sfavore, è illogico pensare che un musicista, un fotografo, uno scrittore lavorino gratis. A meno che non sia per loro solo un hobby, e allora non si può uscire dal campo dell'amatoriale che, scusate, non ha mai prodotto niente di più di qualche ora di svago. Voglio dire che se non c'è nessuno che paga per il lavoro artistico e/o artigianale che viene prodotto alla fine non ci sarà più nessuno che potrà produrne. Con questo non voglio dire che tutto il settore e la questione della remunerazione dell'artista, dell'agente o del produttore nel caso dei film e della musica, non vada ripensata. È illogico che le case di produzione pensino che qualcuno abbia ancora denaro - e voglia di spendere 20 euro per un cd. È anche vero che on line si trovano cose straordinarie, grandi film del passato che le cineteche non hanno più nemmeno in affitto o grandi interpretazioni cui sono esaurite le copie o, ancora, foto di autori le cui stampe sono introvabili, eccetera. Ecco perché sono disperata che la teoria dell'fbi sul copyright e sulla condivisione di contenuti artistici on line prenda il sopravvento.


Quello che proporrei io è di lasciare fruibile on line tutto il lavoro artistico "datato". Tutto quello che è frutto di un lavoro ormai già remunerato - come, che so, un film di due anni fa - dovrebbe essere possibile condividerlo con gli altri sul web. In fondo è una sorta di passaparola anche per gli autori di quelle opere che lavorano a nuovi progetti. Che, invece, dovrebbero essere fruibili a pagamento. Così si permetterebbe agli artisti di vivere del loro lavoro e alle persone di fruirne, nella consapevolezza che quell'obolo serve a far nascere nuove opere, non ad ingrassare l'industria. 

martedì 2 agosto 2011

Clair de Lune - di Gabriel Fauré

Gabriel Fauré non è un musicista: è un poeta.
Me ne sono convinta in questi giorni, ascoltando Clair de Lune, una tra le sue Mélodies per pianoforte e voce. 
Il brano evoca una serie di immagini suggestive, un paesaggio-simbolo dell'anima umana popolato da maschere, danze, fontane che singhiozzano alla luce della luna.
Non è solo il senso delle parole di Paul Verlaine, grande simbolista francese, ad essere particolarmente poetico, ma il senso della musica stessa, il suo tema che varia in maniera netta pur mantenendo la stessa atmosfera, melanconica. Un "claire de lune" sostenuto da una melodia molto moderna, senza fronzoli. 





Votre âme est un paysage choisi

Que vont charmant masques et bergamasques

Jouant du luth et dansant et quasi
 Tristes 
sous leurs déguisements fantasques.


Tout en chantant sur le mode mineur

L’amour vainqueur et la vie opportune

Ils n’ont pas l’air de croire à leur bonheur

Et leur chanson se mêle au clair de lune


Au calme clair de lune triste et beau
Qui fait rêver les oiseaux dans les arbres

Et sangloter d’extase les jets d’eau,
Les grands jets d’eau sveltes 
parmi les marbres.


Per questo Fauré è più un poeta che un musicista: la sua musica è intimistica, sensuale o quasi ascetica. Non c'è mai la ricerca dell'effetto sensazionale ma piuttosto di una musicalità avvolgente. E pensare che Fauré è vissuto tra il 1845 e il 1924, in tempo per essere contemporaneo sia di Wagner che di Stravinskij. E, da non dimenticare, per influenzare e ispirare Debussy.

mercoledì 4 maggio 2011

Habemus papam - un film di Nanni Moretti

Un film di Nanni Moretti sull'ineluttabile inadeguatezza di essere "papa"


"Habemus papam" è un film sul contrasto tra vita terrena e vita religiosa, tra un impegno pesante come un macigno e la propria piccola natura umana. Moretti gioca sulle due nature, quella dell'impegno, oltre che dell'onore, e del sacrificio di sè e quella dell'umana infelicità terrena. Prende in giro d'un sol colpo la pomposità e le regole della Chiesa cattolica, ben lontane dal scendere  patti con l'umanità dei suoi religiosi, la psicoanalisi che non è in grado di dare risposte utili al dramma del pontefice letteralmente in fuga dalle proprie responsabilità e, infine, l'attesa del mondo intero per le parole di un uomo che sembra trovarsi nel momento sbagliato al posto sbagliato.

Al di là delle implicazioni religiose, bisogna dire che lo spunto è interessante. D'altra parte il papa è semplicemente un uomo che si ritrova sulle spalle un peso al di sopra delle possibilità di molti di noi. È anche vero però che si tratta solo di spunti. La psicoanalisi, la fuga nel passato, il senso di inadeguatezza, l'attesa dei cardinali si perde tutta nello sguardo attonito e speranzoso di questi stessi che guardano le tende smosse degli appartamenti del pontefice dietro le quali c'è una guardia svizzera preposta a fer credere loro che il papa sia lì, a prendere coraggio, piuttosto che in strada in fuga da se stesso - oltre che da loro. Peccato dunque per il finale, precipitoso e spiazzante che, oltre a non dare speranza nelle possibilità di riscatto, nemmeno lascia intravvedere alcun possibile sviluppo dei personaggi. 

Nota di merito al grande Michel Piccoli che ha saputo ben interpretare l'angoscia del pontefice in ogni suo minimo gesto e sguardo, portando lo spettatore a immedesimarsi con un personaggio ben lontano dai soliti.

mercoledì 23 febbraio 2011

Sedotta e abbandonata - un film di Pietro Germi

Non me ne vorrà chi segue questo blog, ma ho rispolverato un grande classico:

"Sedotta e abbandonata" è un film datato, ma che davvero merita di essere visto, 
anche a 47 anni dalla sua uscita al cinema.


Nonostante il titolo, la pellicola del geniale Germi non gira attorno a un amore non corrisposto, bensì a tutto quello che si scatena attorno a un semplice episodio di seduzione, benché portatore di una gravidanza indesiderata. Anche se la vicenda di per sè, nel 2011, sembrerebbe ridicola, Germi è riuscito a renderla grottesca e realistica anche per noi, nonostante senz'altro susciti emozioni diverse rispetto a 47 anni fa, quando le vicende narrate nel film erano ben più diffuse di oggi nel nostro Paese. Oggi, anche se sono "storia" fino a un certo punto, la carica emotiva che trasmette è comunque fortissima.


Aldo Puglisi, che nel film interpreta il padre della ragazza, è la personificazione di tutta quella mentalità paesana che rende ogni singolo così invischiato e controllato dalla comunità da sottoporre la sua volontà a quella del "buoncostume", della rispettabilità, al di là di quale sia davvero il bene per la propria famiglia, che pure gli sta così tanto a cuore. Una comunità così presente anche nelle situazioni private da rendere anche queste condizionate al suo volere (la stessa ragazza, che a un certo punto vuole sottrarsi all'espediente del "rapimento" messo in scena dalle due famiglie per coprire l'onta della perdita della verginità della ragazza, deve cedere, perché quello che sarà suo marito le ricorda tutte le conseguenze che ne verrebbero a livello sociale).

Quello che rimane in bocca è una estrema amarezza: una ragazza costretta a sposare un uomo che la ritiene indegna proprio per aver ceduto alle sue lusinghe, un uomo costretto al matrimonio per evitare il carcere, la sorella della protagonista costretta a farsi suora perché abbandonata per ben due volte dai promessi sposi, un padre che muore per il dolore ma che alla fine riesce a combinare questo matrimonio, inevitabile ma che non fa contento nessuno. Grottesco e imperdibile.


Premi e riconoscimenti:

▪ Festival di Cannes 1964: premio per la migliore interpretazione maschile (Saro Urzì)
▪ 2 David di Donatello 1964: miglior regista, miglior produttore
▪ 3 Nastri d'argento 1965: migliore attore protagonista(Saro Urzì), migliore attore non protagonista(Leopoldo Trieste), miglior soggetto

giovedì 20 gennaio 2011

"Cara Medea" di Antonio Tarantino - uno spettacolo di Francesca Ballico

Un incontro davvero fortunato quello tra un testo, una recitazione e una regia di altissimo livello quello che fino al 23 gennaio è in scena al Teatroinscatola di Roma. Si tratta di "Cara Medea", uno spettacolo di Antonio Tarantino diretto e interpretato da Francesca Ballico. 


Lo spettacolo inizia lentamente per poi prendere il ritmo dei pensieri e dei ricordi, sulla strada. Qui, Medea è carne da macello: una prostituta, sola, che anela la comunicazione, che risponde al telefono e rimane delusa quando non c'è nessuno ad ascoltarla, che raccoglie le monete a terra e compone un numero velocemente perché ha l'urgenza del racconto, dello sfogo senza speranza. 
Con il passaggio delle macchine, che non si fermano mai a guardare, come rumore di fondo, Medea racconta a un Giasone lontano brandelli della sua vita, che spezza, finché la comunicazione non si interrompe, con una risata grottesca che sottolinea ogni passaggio probabilmente troppo doloroso per essere preso sul serio senza farsi ancora del male. 


Francesca Ballico è una di quelle attrici che sulla scena si trasformano, diventano altro da sè,  e mettono lo spettatore in contatto con un'altra realtà, piuttosto che con un personaggio. In questo caso riesce a recitare in lingua polacca, croata, albanese, rumena, russa, italiana e in dialetto friulano senza perdere in nessun momento la credibilità, lasciando che il pubblico empatizzi con naturalezza.
Quello che alla fine rimane è, come deve essere, una sensazione, quel nodo allo stomaco che accompagna ogni tragedia. E quando l'attrice, alla fine dello spettacolo, raccoglie gli applausi, si è già trasfigurata, è già irriconoscibile perché tornata a essere sè. Ma rimane nell'aria quel senso di urgenza e dolore che nessuna cronaca, seppure reale, potrebbe mai trasmettere: la sensazione di aver vissuto quella storia, da qualche parte e in qualche tempo.
Questa è una Medea che ha visto e vissuto la guerra, il dolore, la migrazione, la menzogna, la follia. L'unica cosa che le rimane sulla strada è la parola, la lingua che cambia percorrendo i confini dell'Europa dilaniata dalle guerre, nel tentativo di farsi capire senza riuscire a farlo in alcun modo. Ma Medea insiste, tragicamente, e riattacca la cornetta solo quando le parole le tornano indietro, pesanti come pietre. Struggente e bellissimo.


Riporto le parole della regista e interprete:


"Medea la barbara, la straniera, porta la voce di lingue sconosciute, la ferita della carne degli uccisi, il sacrificio dei figli, fatti a pezzi per Giasone, il moderno, lo scaltro, il pragmatico. Nella versione di Antonio Tarantino dietro i nomi del mito si arrabattano due disgraziati, offesi dalle guerre, rovinati dal vino cattivo, e dalle prestazioni sessuali consumate tra i camion nelle strade di frontiera. 
La mia Medea non riesce a farsi capre, il suo linguaggio diventa ridicolo come l'ostinazione a comunicare il suo orgoglio, la vanità di avanzi di seduzione, la rabbia, le sue inutili recriminazioni ad un Giasone altrettanto impotente, che le spilla due lire tra i campi di confine. Una babele di lingue che segna il cammino di migrante, tra le guerre che hanno dilaniato i confini dell'Europa. Parole sconosciute che si affastellano, si sbriciolano progressivamente fino a diventare sillabazioni inopportune, grottesche. Inadeguate al racconto. La linea cade, la comunicazione si interrompe, e riprende in un flusso caotico, dal quale traspare la storia di due eroi di rango più basso, una storia che non ha asilo nel mondo civile, che non sa difendersi, risibile. 
Seguirò il suo cammino tra i confini, sbriciolando il Polacco, il Friulano, il Croato, l'Albanese, il Rumeno, e il Russo e l'Italiano sgraziato e inopportuno di chi adesso qui, racconta le sue improponibili vicende tra una fellatio e l'altra. Un modo questo, di usare la bocca e farsi capire ovunque".

martedì 18 gennaio 2011

Ué, leghisti: quelli lì van censurati!


Demagogia di infimo ordine ma non per questo meno insidiosa. Un assessore della Provincia di Venezia sollecita l’ostracismo contro chi si disse a favore di Cesare Battisti
di Sara Santolini

Raffaele Speranzon, assessore allo sport, alla cultura e alle politiche giovanili della Provincia di Venezia, iscritto prima al MSI, poi ad An e infine nelle liste del Pdl, ha avuto ieri il suo minuto di gloria. Era già stato notato dai giornali dediti al gossip per la sua amicizia con la Arcuri ma adesso, finalmente, è sotto i riflettori non per le compagnie che frequenta ma per le cose che dice. Da bravo politico.
Speranzon, che sul sito del Comune di Venezia viene descritto come un giovane che «ha partecipato a decine di assemblee (spesso senza essere invitato…) nelle scuole della provincia», probabilmente con l’intento di sottolineare il suo attivismo politico, ha presentato ieri al Municipio, riprendendola da un consigliere leghista di Martellago, Paride Costa, una proposta che, oltre a essere aberrante, non gli compete. Obiettivo: attuare un vero e proprio boicottaggio delle opere di tutti quegli scrittori che nel 2004, quando Cesare Battisti fu arrestato in Francia, firmarono una petizione per il suo rilascio.«Scriverò agli assessori alla Cultura dei comuni del veneziano – ha tuonato Lorenzon – perché queste persone siano dichiarate sgradite e chiederò loro, dato anche che le biblioteche civiche sono inserite in un sistema provinciale, che le loro opere vengano ritirate dagli scaffali: è necessario un segnale forte dalla politica per condannare il comportamento di questi intellettuali che spalleggiano un terrorista». Poi ha rincarato la dose chiamando tutti a prendere posizione: «ogni Comune potrà agire come crede, ma dovrà assumersene le responsabilità». 
Non è la prima volta, che succede qualcosa del genere. Altri tentativi analoghi sono già saliti all'onore delle cronache, a volte promossi da politici del partito berlusconiano “dell’amore” e “della libertà”, e più spesso da leghisti, che fanno dell’autodeterminazione dei popoli un loro vessillo ma che tendono a non rispettare, nei fatti, la libertà di esprimersi di chiunque non sia d’accordo con loro. È il caso di Morgan, che ha pagato le sue ammissioni sull’uso della cocaina con il niet nei confronti del suo concerto al Teatro Romano di Verona da parte del sindaco Flavio Tosi, il politico leghista già noto per le sue vicende giuridiche legate alla promozione di sua moglie a una carica dirigenziale per la quale pare non solo che lei non abbia un titolo di studio adeguato ma che nemmeno sia stato indetto un concorso. Oppure quello di Marilyn Manson, al centro delle polemiche sul possibile divieto del concerto milanese al Mazda Palace di qualche anno fa, alle quali però buona parte dei consiglieri aveva giustamente obiettato che «ognuno di noi può avere l'opinione che preferisce su Marilyn Manson, ma vietare un concerto, per di più in un luogo privato, è un atteggiamento illiberale, è un gravissimo gesto di censura culturale».
Queste iniziative, del resto, dovrebbero essere escluse a priori. Come non dovrebbe sfuggire a chi abbia fatto della politica un mestiere, la funzione amministrativa e quella legislativa non coincidono. Un sindaco, un assessore, un consigliere e chiunque abbia un mandato della stessa natura, non può creare delle leggi a suo piacimento, ma limitarsi a operare nel rispetto di quelle esistenti. Dare giudizi morali o di merito su questo o quel libro, spettacolo, cantante o autore, fino a promuoverne la censura, non rientra nelle sue competenze. Che hanno invece lo scopo di far sì che ogni cosa si svolga nel rispetto della convivenza civile e delle leggi. 
A meno che non ci siano effettivi e insormontabili problemi di ordine pubblico, non c’è alcun motivo per cui una manifestazione, una presentazione di un libro o un evento non abbiano luogo. Indipendentemente dal fatto che i loro contenuti piacciano o meno al sindaco di turno. Il potere legislativo, a norma degli articoli 70 e 117 della Costituzione, spetta sostanzialmente al Parlamento e, in maniera residuale, alle Regioni. Detto questo, bisogna ricordare che nemmeno questi soggetti possono legiferare in contrasto con la Costituzione, che per essere modificata ha bisogno di un procedimento particolare e più complesso. Quanto alla censura, almeno per ora continua ad essere anticostituzionale. L’articolo 21 recita: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Chiaramente tale diritto implica l’impossibilità di subire minacce o altre conseguenze negative, a maggior ragione se da parte delle pubbliche istituzioni, per l’aver esercitato tale libertà.
La censura è censura, e non basta qualche equilibrismo verbale per renderla più accettabile. Nonostante Speranzon si rifiuti di chiamare così la sua proposta e anzi affermi che «l’iniziativa serva per non far passare sotto silenzio il caso-Battisti, nel rispetto dei familiari delle vittime che hanno perso i loro cari e della giustizia», la sostanza non cambia. Lo scopo è colpire chi ha semplicemente espresso la propria opinione (sgradita) allo scopo di scoraggiare altri da riprovarci in futuro. Ed è l’ennesima manifestazione di una deriva moralista - e non certo etica. Con l’aggravante, nel caso specifico, di strumentalizzare il dolore delle vittime come difesa preventiva contro ogni tipo di critica. 

Sara Santolini

martedì 30 novembre 2010

Paul, Mick e gli altri - un film di Ken Loach


Un film sugli effetti della privatizzazione selvaggia sui lavoratori


Questo film è un film-verità. Non aspettatevi dunque effetti speciali (non sarebbero serviti), una colonna sonora da brivido o altre cose di questo genere. Però è un film fatto bene, che è volutamente "semplice" a livello formale perché racconta la vita di tutti i giorni - anzi, il dramma della vita di tutti i giorni.

Paul, Mick e gli altri devono affrontare la privatizzazione del servizio ferroviario di manutenzione al quale lavorano da tanti anni. Il reimmettersi nel mercato del lavoro sembra una sfida stimolante, dove la paga oraria è più alta, se hai voglia di lavorare. Ma presto i nostri protagonisti si scontreranno con l'insicurezza, la mancanza di ferie e malattie pagate, l'assenza del rispetto dei protocolli di sicurezza che si troveranno a violare costantemente pur di mantenere il lavoro - fino alle più tragiche conseguenze.

Il film è stato ispirato dal fallimento di due società ferroviarie nate all'indomani della privatizzazione del comparto ferroviario in Inghilterra (Connex South Central e Connex South Eastern) per cattiva gestione.
Un pugno allo stomaco. Molto attuale.

sabato 27 novembre 2010

Il flauto magico - un film di Kenneth Branagh



Quando il teatro lirico incontra il cinema. 


Kenneth Branagh probabilmente verrà ricordato per aver portato il teatro lirico (e anche quello classico - citiamo ad esempio l'"Hamlet" e "Molto rumore per nulla") al cinema. 
In questo caso devo dirvi che l'opera entra in casa in punta di piedi, senza l'aria pomposa e pesante che di solito accompagna questo tipo di cose per chi (ancora) non sa apprezzare l'opera lirica. Ovviamente, però, se non amate la musica classica è meglio che lasciate stare. Idem se siete dei puristi dell'opera: il libretto è stato tradotto in inglese (il che è l'unica cosa che non mi piace di questo film) e la guerra tra Luce e Ombra, tema portante della trama, è molto simile a una delle grandi guerre mondiali, con tanto di moschettoni e mine. Non aspettatevi dunque un classico allestimento di quest'opera ma piuttosto preparatevi a passare due ore di musical. Quando si dice il genio: Mozart ha scritto "Il flauto magico" nel 1791 che comunque non ha niente da invidiare a parecchi molto più recenti "musical" anche di successo, che anzi hanno ancora molta strada da fare per raggiungere un simile livello.


La pellicola, supportata dunque dal nome del grande compositore, è piacevole e, nonostante le due ore, leggera. Chiaramente lo spirito dell'opera e i suoi simbolismi sono quelli mozartiani (di cui magari parlerò in un prossimo post).


Posto qui l'ouverture del flauto magico - che è anche l'inizio del film - che trovo fatta veramente bene. Buona visione.

venerdì 26 novembre 2010

L'uomo senza sonno - un film di Brad Anderson


Non ci crederete ma quell'attore magro da far paura nella foto qua sopra è Christian Bale (per intenderci il protagonista di Batman Begins)


Si tratta di un film di Brad Anderson assolutamente geniale. Il titolo orginale è "The machinist", data la mansione lavorativa di Trevor Reznik, il protagonista di questo thriller psicologico a tratti sfuggente.


Badate bene, dovrete prepararvi psicologicamente a passare 106 minuti di pura angoscia. Non saprete chi siete voi, chi sono gli altri, chi vi prende in giro e chi dice la verità. L'unica notizia certa sarà che all'inizio della pellicola Trevor non dorme da un anno - per questo è così magro e malconcio. Tutto il resto è da scoprire.


Ovviamente i nodi vengono al pettine solo alla fine, ma senza adrenalina, anzi finalmente, rendendo chiaro tutto, danno un senso di ineluttabilità che lascia senza parole. 

giovedì 25 novembre 2010

Quei bravi ragazzi - un film di Martin Scorsese

Premio speciale per la regia alla Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia per Martin Scorsese nel 1990

Scelto nel 2000 per la preservazione nel National Film Registry 
della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.


Un film di venti anni fa che sembra girato ieri. La pellicola racconta la vita da gangster di Henry Hill, un italo-irlandese che fin da ragazzo decide di entrare nel mondo dei "bravi ragazzi" mafiosi della sua città, attratto dal "rispetto" e la ricchezza che comporta l'entrare in quell'ambiente, a far parte della loro "famiglia", fino a quando non avrà qualcosa di più prezioso da preservare: la vita. 


La pellicola si può considerare in qualche modo madre del più recente "Casinò" (1995) nel quale Scorsese ha affinato il racconto in terza persona e i movimenti di macchina, particolari e efficaci, che ne contraddistinguono ormai le pellicole divenute ormai in molti casi vera scuola di cinema. Il cast è strepitoso (Joe Pesci vinse il premio oscar come miglio attore non protagonista) e l'atmosfera risulta assolutamente verosimile. La vita dei boss, i rapporti di forza, gli ammazzamenti e la mentalità dei gangster - così come le regole del gioco cui dovevano sottostare - sono raccontati con un occhio critico e attento ma mai inquisitorio. La fotografia, al solito nelle pellicole di Scorsese, è molto curata e la sceneggiatura asciutta, i cambi di macchina fluidi, veloci e precisi. 


Un tuffo nell'America degli anni 30. Uno dei tanti, memorabili, che Scorsese ha regalato al cinema.

venerdì 19 novembre 2010

"Immanuel Kant" di Thomas Bernhard - uno spettacolo di Alessandro Gassman

Se è innegabile la bravura di Alessandro Gassman come attore, da domani non potrete fare a meno di apprezzarlo anche come regista teatrale. Il testo che ha scelto, "Immanuel Kant", la dice lunga sulle sfide artistiche che il neo direttore del Teatro Stabile del Veneto ha deciso di affrontare. Thoman Bernhard, infatti, è innegabilmente un grandissimo autore, ma assolutamente - e altrettanto innegabilmente - di non facile fruizione. Rendere il Kant, una delle opere meno "teatrali" di Bernhard, addirittura divertente è il merito più grande di Alessandro Gassman in questa regia.

Il tema portante dello spettacolo, che si svolge interamente in alto mare, è l'imminente perdita della vista del padre della filosofia moderna. Immanuel Kant, spinto da sua moglie (invenzione teatrale dell'autore), è in viaggio proprio per cercare di recuperarla grazie alla medicina americana. Sulla nave egli stesso riuscirà a vedere dove questo viaggio porta l'umanità intera, in qualche modo illuminata dalla sua filosofia ma più spesso incosciente e ignara.


Lo spettacolo è piacevole ma non superficiale: suggerisce degli spunti di riflessione niente male. 


I personaggi, tutti, vivono una solitudine viscerale che ne altera le caratteristiche spingendole fino al grottesco e rendendone possibile l'elezione a simboli dell'uno o dell'altro modo di vedere e vivere la vita. 


Il cantante jazz che lavora come cuoco a bordo e terrorizza i suoi sottoposti approfittando del suo potere; i due aiuti-cuoco che continuano a prendere porte in faccia - ma a ridere di soppiatto del loro capo, se ne capita l'occasione; il cardinale omosessuale che non sa assolutamente niente della Chiesa cattolica e che insegue un povero pretino, sottoposto sì, ma che si rivela l'unica possibilità del cardinale di non inanellare continue figuracce e dunque di avere un rapporto decente col resto degli ospiti; l'ammiraglio che soffre di mal di mare e che ostenta una cultura che non ha per darsi un contegno; il collezionista d'arte ormai finito per età e debolezza di orecchio che capisce nulla di quello che gli viene detto; lo steward, più attento al cibo e a bere fino a ubriacarsi in attesa di tuffarsi verso il nuovo mondo che lo aspetta che al suo lavoro; il servo di Kant, Ernst Ludwig, un uomo deforme e subalterno che sembra fino alla fine solo una specie di traduttore dei versi del pappagallo domestico del suo padrone; la milionaria pazza, ricca "figlia del capitalismo" sola al mondo con i suoi soldi, il suo egocentrismo e la sua curiosità per la conoscenza che si ferma però al più becero dei gossip; la signora Kant, che lotta tra frivolezza e quella che per lei è una necessità di spessore - tutti i personaggi sono inadeguati nel ruolo che la vita ha dato loro e soprattutto in questo viaggio si parlano addosso senza nessuna possibilità di riscatto o evoluzione. 


È un dialogo tra sordi in cui Kant, il padre della ragione, è il personaggio cardine, al di fuori e al di sopra della realtà degli altri ma, in quanto tale, interprete dello stato reale dell'intera umanità. Eppure anche lui è un disadattato, un uomo che non sa vivere tra gli uomini, il cui sapere è in balia della memoria e della sapienza di Federico, un pappagallo che Kant costringe il suo servo a portarsi sempre dietro. 


In fondo è il pappagallo chiuso nella sua gabbia il vero protagonista di tutto il viaggio perché unico vero mezzo di comunicazione, contenitore di tutta la sapienza che l'essere umano saprà portarsi dietro anche in questo ultimo necessario viaggio, fatto nella sola speranza di non perdere la vista. Attraverso di lui - e con la complicità di tutti i personaggi che saliranno sulla nave - l'arte, la religione, il capitalismo, il denaro, la subordinazione, l'inganno, tutto quello che vive nell'uomo moderno - e, possiamo dire, contemporaneo - viene messo a nudo attraverso la rappresentazione a tratti grottesca del viaggio verso "il nuovo mondo". 
Da vedere.




autore Thomas Bernhard
traduzione Umberto Gandini
scene Gianluca Amodio
costumi Gianluca Falaschi
musiche originali Pivio&Aldo De Scalzi
light design Marco Palmieri
suono Massimiliano Tettoni
regia Alessandro Gassman


con
Manrico Gammarota Immanuel Kant
Mauro Marino Milionaria
Paolo Fosso Signora Kant
Emanuele Maria Basso Ernst Ludwig
Giacomo Rosselli Ammiraglio
Nanni Candelari Collezionista d'Arte
Massimo Lello Cardinale
Giulio Federico Janni Primo Cuoco, Cantante
Marco Barone Lumaga Steward
Davide Dolores Cantante, Musicista, Secondo Cuoco, Cameriere
Matteo Fresch Prete, Venditore
Massimiliano Mastroeni Cantante, Musicista, Terzo Cuoco, Cameriere


giovedì 18 novembre 2010

Mumble Mumble

Fino al 28 novembre è in scena "Mumble Mumble", uno spettacolo di Emanuele Salce e Andrea Pergolari con Emanuele Salce e Paolo Giammarelli.
Commovente, divertente e mai superficiale, Emanuele Salce offre un'ora e mezza di spettacolo appassionato ed esilarante che riesce a risultare nostalgico e spassoso allo stesso tempo. 
Vi assicuro che non riuscirete a trattenere le lacrime, per un motivo e per l'altro. Irresistibile.

Nella solitudine di un camerino improvvisato, un (ormai non più) giovane attore, impegnato a provare la spericolata messinscena di un importante testo letterario, si trova, involontariamente ma inevitabilmente, a fare i conti con se stesso. Come essere, nello stesso tempo, (doppio) figlio d'arte, uomo di cultura e groviglio materiale di ossa, nervi e sangue che soffre e gode per i bisogni primari della vita?
"Mumble Mumble" mette in scena l'ambizioso tentativo del protagonista di combinare l'aspirazione verso una verità assoluta, il contatto con la relatività dell'esistente, le pulsioni sessuali e un irrefrenabile (e non del tutto astratto) bisogno di liberazione. Cercando di conciliare le pagine di Dostoevskij, gli Europei di calcio, i paterni cerimoniali funebri, un'irresistibile australiana e una sciagurata boccetta di lassativi... Con il controcanto ironico e discreto di un personaggio-spettatore, ora complice ora provocatore, assistiamo a una confessione pubblica di sogni, incubi e ossessioni, tutti implacabilmente sotto il segno dell'amore e della morte. Ovvero delle due complementari pulsioni primarie che stringono d'assedio l'uomo dall'alba dei tempi: eros e thanatos.
Un paradossale e compiaciuto autodafé laico che è la testimonianza consapevolmente devastata di un orfano d'arte partecipe di un mondo assurdamente logico. 

Da vedere.

martedì 16 novembre 2010

Inception - un film di Christopher Nolan


Christopher Nolan per me è una scoperta. Non avevo visto niente di lui prima, ma devo dire che dopo questo film ho capito perché le opinioni sul regista e sulle sue pellicole sono spesso discordanti e estreme. Nolan fa quel tipo di cinema che o piace molto o risulta solo "fatto bene". 


Su quest'ultimo punto credo davvero che non si possa dire niente. Il film ha un ritmo serrato quando serve e lento quando analizza la psicologia dei personaggi. La fotografia è ottima, l'atmosfera cupa. 


Lo scopo è quello di mostrare cosa (e come) può nascondersi nel nostro subconscio. Il risultato è un thriller psicologico niente male.


Ecco il trailer:



Da vedere.

lunedì 8 novembre 2010

Italia, la Pompei diffusa

da "La Voce del Ribelle":


La Domus dei Gladiatori di Pompei non c'è più. E assieme a essa non c'è più parte della casa dei Casti Amanti, di quella di Giulio Polibio e del Termopolio.
Il crollo che ha interessato la Domus è solo l'ultimo in ordine di tempo: ci sono altre parti della città che, purtroppo, non potremo più ammirare. L'incuria, che sarebbe alla base dei crolli, non è l'unico problema di quello che era tra i più intatti esempi di città romana. Mancano le guide turistiche, una sorveglianza adeguata, i secchi della spazzatura, i servizi più basilari per i visitatori - quello che invece pare non mancare mai è l'assenteismo dei custodi e al contrario la presenza costante di guide abusive. 
Non bisogna dimenticare che stiamo parlando di un museo all'aperto - che dunque avrebbe bisogno di cure e attenzioni particolari - che è stato dichiarato Patrimonio Mondiale dell'Umanità e che attira milioni di turisti ogni anno. Solo per la festività di Ognissanti il numero di visitatori è salito del 67% e del 9% per il mese di ottobre rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. Una fonte di introiti costante, dunque, che attira un turismo culturale, potenzialmente fonte di guadagno per tutta l'area, che viene completamente - e scioccamente - lasciato a se stesso. 
Lo stato delle cose a Pompei, che senz'altro risente, come tutto il comparto culturale, dei tagli alla cultura, non dipende esclusivamente da questi - che andranno semplicemente a peggiorarne la situazione. Si tratta di un caso - l'ennesimo - eclatante di malgoverno, di utilizzazione truffaldina delle risorse, di interessi privati prevalenti, di soldi pubblici che vanno a finire dritti nella discarica del clientelismo.
Gli scavi, già preda dell'incuria, sono stati commissariati nel 2008. La Protezione civile se n'è occupata fino al mese di giugno 2010. Eppure l'unico segnale di "emergenza" a Pompei è stato l'agire in deroga alle norme - visto che la situazione, a due anni di distanza, non è stata sanata. 
Dove sono finiti i fondi per gli interventi d'emergenza che avrebbero dovuto salvare la città dall'incuria e da altri possibili crolli? 
L'ultimo commissario, Marcello Fiori, al momento è indagato per abusivismo per i materiali e i metodi di restauro del Teatro Grande, inaugurato l'estate scorsa.  Dei 79 milioni di budget stanziati dallo Stato per Pompei ben 40 sono stati spesi per "servizi" accessori, come la comunicazione, tralasciando la sorveglianza, la messa in sicurezza e addirittura l'acquisto di cesti della spazzatura. Altri 30 erano stati spesi da Profili, precedessore di Fiori, mentre l'ultima decina serviranno a pagare la wind. Insomma, i soldi che c'erano sono finiti. Ma a Pompei non è cambiato nulla. Anzi la situazione è peggiorata. I restauri, quando effettuati, sono stati fatti con materiali non adatti e il lavoro evidentemente affidato a persone che non erano in grado di farlo: gente che ha trattato le mura secolari di Pompei come fossero quelle di una baracca - basta pensare che durante il commissariamento è stata distrutta un'area inesplorata della città per costruire degli spogliatoi. Il passare del tempo e il cadere della pioggia hanno fatto il resto.
Ad oggi c'è un "reggente provvisorio", Jeanette Papadopulos, nominata direttamente dal Ministro per i beni e attività culturali. In realtà sul tavolo di Bondi c'era già un nome, definitivo stavolta: quello di Angelo Maria Ardovino, ex dirigente generale per i beni archeologici. Pare però che questi sia coinvolto in una inchiesta sui fondi europei e per questo Bondi avrebbe ritirato il mandato, annullato il bando per il nuovo sovrintendente e nominato la Papadopulos. Davvero un caso unico in Italia, dove oltretutto non tanto gli indagati ma i condannati in appello ricoprono ruoli istituzionali senza batter ciglio.
Fatto sta che, in questo giro di soldi e nomine, nessuno fa niente per salvare il patrimonio artistico italiano - di cui, al momento, Pompei è l'emblema. Eppure questo patrimonio, gestito in maniera efficiente e responsabile, sarebbe una ineguagliabile fonte di ricchezza per il Paese (attraverso il turismo e l'aumento del valore delle zone di valore artistico), per lo Stato (attraverso gli introiti dalle visite e le attività culturali collegate) e, infine, per tutti i fruitori del nostro patrimonio artistico e culturale. "Anche" - e non "solo" - per i commissari e le imprese che si avvicendano nella sua gestione - qualora volessero dare all'espressione "fruizione del patrimonio artistico e culturale" un senso più giusto di quello che hanno inteso finora.

Sara Santolini

domenica 7 novembre 2010

L' Homme qui voulait vivre sa vie - un film di Eric Lartigau

Adattamento del romanzo di Douglas Kennedy, il film è la storia di un uomo, Paul Exben (Romain Duris), dall'esistenza perfetta: benestante, associato ad uno degli studi d'avvocato più affermati di Parigi, bella casa, bella famiglia, bellissima moglie. Ma qualcosa non quadra, le abitudini vacillano e scopre così che la consorte (Marina Foïs, compagna del regista nella vita) lo tradisce con il vicino di casa, un affascinante fotoreporter dalla vita disordinata e avventurosa. Il mondo gli crolla addosso e la sua vita prende una strada tanto disperata quanto insolita, trascinandolo verso un cambio di indentità capace di rivelargli la sua vera natura e concretizzare i sogni rimasti sepolti nel suo inconscio. (dal sito del festival)


Il trailer:





Una sorta di "fu Mattia Pascal" contemporaneo, con motivazioni e reazioni molto differenti, ma stesse problematiche. Spiazzante nel mostrare il talento sopito, l'inganno e le motivazioni dell'inganno - del protagonista, della moglie, dell'amante.


La sala è rimasta agghiacciata al termine del film, e ha atteso seduta in silenzio i primi 2-3 minuti di titoli di coda. La motivazione, dal mio punto di vista, è che la storia scoperchia il vaso di Pandora delle speranze, delle ansie e dell'insoddisfazione personale sempre più diffusa. Molto interessante.

BOARDWALK EMPIRE - un film di Martin Scorsese

Siamo a Boardwalk, il lungomare di Atlantic City, la città del gioco, dei bordelli e della corruzione, nella notte del 1919 in cui scattò il Volstead Act. Dunque la nuova era del proibizionismo, che sembra inventato apposta perché Martin Scorsese ci ambientasse un film. Ha fatto di più, ha prodotto una serie intera, Boardwalk Empire, accettando di girarne la puntata pilota - durata 70 minuti - che il Festival di Roma presenta, in una serata di gala, Fuori Concorso. Il film, sontuoso e affascinante, racconta la corruzione di quegli anni, sotto la patina molto glamour della fotografia d’epoca, con un cast di quelli che gli appassionati non dimenticano: da Steve Buscemi a Michael Pitt, da Michael Shannon a Kelly MacDonald. (dal sito del festival)


Il trailer:



Fotografia impeccabile, colori e atmosfere da fumettone. Divertente e affascinante.

sabato 6 novembre 2010

I colori della Montagna - un film di Carlos César Arbeláez

Ogni giorno, dopo la scuola, Manuel (Hernan Ocampo) e i suoi amici Julian (Nolberto Sanchez) e l'albino Poca Luz (Genaro Aristizabal) si danno appuntamento con gli altri ragazzi sul campo di calcio costruito in un pezzo di terreno pianeggiante strappato alla campagna colombiana de La Pradera. Il padre di Manuel, impegnato ad accudire il bestiame, fugge all'arrivo dei guerriglieri, nella speranza di poter allontanare dalla sua famiglia la minaccia dei militari. L'arrivo di una nuova insegnante sembra portare nuova luce nella scuola ma la paura ed il sospetto rendono la vita impossibile nella comunità. Manuel è consapevole dei pericoli che lo circondano, ma il suo unico vero obiettivo è recuperare il suo prezioso pallone finito in un campo minato e continuare a disegnare i colori accesi della sua montagna. (dal sito del festival)


Il trailer:



Film per "Alice nella città" (la sezione per ragazzi del cinema) dal ritmo lento e i colori caldi che mostra, attraverso gli occhi inconsapevoli di un bambino, tutta la disperazione delle famiglie colombiane.

I Fiori di Kirkuk - un film di Fariborz Kamkari


Iraq, anni Ottanta, in pieno regime Saddam Hussein: Najla (Morjana Alaoui) è una dottoressa costretta a scegliere tra i suoi sogni e il rispetto delle tradizioni cui è legata la sua famiglia. Dall'Italia, dove ha studiato, Najla decide di tornare a Kirkuk alla ricerca del fidanzato coinvolto nella resistenza. L'amore, il tradimento e il destino dei due uomini intenzionati a sposarla, Sherko (Ertem Eser) e Mokhtar (Mohamed Zouaoui), s'intrecciano nel racconto della sua vita, sullo sfondo di uno dei capitoli più brutali e inesplorati della storia dell'Iraq, mescolando tratto sentimetale e accuratezza documentaria. Secondo film del regista iraniano residente in Italia Fariborz Kamkari, tratto dal suo romanzo omonimo edito da Cooper. Il film è la prima coproduzione internazionale girata in Iraq dall'inizio della guerra nel 2003. Colonna sonora del collettivo multietnico romano Orchestra di Piazza Vittorio. (dal sito del festival)


Il trailer:





Visione romanzata di una storia d'amore ai tempi di Saddam. La storia d'amore coinvolge lo spettatore e aggiunge pathos alla pellicola, anche se in qualche modo mette in secondo piano la vera tragedia, che pure è molto presente nel film, del genocidio curdo.