Visualizzazione post con etichetta malgoverno. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta malgoverno. Mostra tutti i post

giovedì 30 aprile 2015

VERSO LA DITTATURA MADE BY RENZI

Di certo il voto non ha praticamente nessun valore nel mondo "Occidentale", legittimando di fatto una classe politica che da sola si è nominata tale e la dittatura dei partiti sulla cosa pubblica.

Eppure, i partiti politici si sentono attaccati da quello stesso voto che finora non ha fatto che confermarli al potere, potendo scegliere gli elettori solo tra una o l'altra compagine, facce della stessa medaglia. Forse la paura viene dal fatto che in Parlamento oggi siedono, pure tra contraddizioni e inadeguatezza, forze sostanzialmente fuori dal loro controllo.

Si parla del M5S, non tanto per la sua azione di governo quanto per il suo peso: nonostante il dissenso che esprimono si trasformi, dato il numero esiguo di seggi che gli sono stati assegnati, spesso in una sostanziale inutilità a livello parlamentare, la loro stessa presenza rappresenta per i partiti politici un rischio. Al di là dei problemi insiti nell'elaborazione di una azione politica e nella scelta degli onorevoli, il M5S rappresenta un pericoloso precedente. Da evitare a colpi di maggioranza. E, visto che ci siamo, perchè non occuparsi anche del Presidente della Repubblica, del Consiglio Superiore della Magistratura e della Consulta?

Così ci si avvia - incostituzionalità permettendo - verso una dittatura tutta renziana che, con buona pace di chi pensa che la "governabilità" sia più importante della "rappresentanza" e dunque che nessuna minoranza debba mettere i bastoni tra le ruote del governo - (il)legittimamente al potere (per motivi legati soprattutto alla legge elettorale che già ci ritrovavamo), dovrebbe essere trattata come tale.

giovedì 11 dicembre 2014

ANTIPOLITICA: EVERSIONE AL POTERE

Antipolitica. Una parola che rappresenta tutta la carica emotiva contro i giochi di palazzo venuti alla luce - o meglio balzati all'onore delle cronache - in questi anni. E che, soprattutto, porta in sè un colpevole travisamento di significato.

Quando Napolitano ne parla però non si può pensare lo faccia senza capire la differenza tra ciò che vuole fare intendere e quello che dice veramente. Un discorso, quello all'Accademia dei Lincei, misto di paternalismo e nazionalismo che richiama alla responsabilità il popolo italiano reo di essersi fatto trascinare in un vortice di eversione "antipolitica". E così il Presidente più longevo della storia d'Italia, quando dice che "la crisi in atto ha segnato un grave decadimento della politica, contribuendo in modo decisivo a un più generale degrado dei comportamenti sociali, a una più diffusa perdita dei valori che nell'Italia repubblicana erano stati condivisi e operanti per decenni" dà per assodato che il Parlamento non sia in mano ai partiti politici, istituzioni private a fini prettamente personali che mantengono, distribuiscono, piegano e utilizzano il potere e i relativi benefici in termini privati che ne possano derivare - in buona parte, ma non solo, economici.

"Da troppo tempo - dice ancora Napolitano - si colpisce impunemente il funzionamento degli istituti principali della democrazia rappresentativa, non solo si stracciano in un solo impeto una pluralità di valori tradizionali o comunque vitali, ma si configura la più grave delle patologie con cui siamo chiamati come Paese civile a fare i conti: quella che penso possiamo chiamare la patologia dell'anti-politica". Napolitano invoca dunque "una larga mobilitazione collettiva volta a demistificare e mettere in crisi le posizioni distruttive ed eversive dell'anti-politica". Due concetti con i quali, fuori contesto, si può essere d'accordo, eccome: intendendo con la parola "politica" l'amministrazione della cosa pubblica a favore della collettività e dunque con "antipolitica" tutto quello che la mistifica, senz'altro sarebbe utile un repulisti che possa dare "ragionevoli speranze per il futuro dell'Italia" - frase utilizzata invece dal Presidente additando l'opposizione parlamentare, che pure troppo spesso risponde alle solite logiche di contrattazione tra partiti, come fautrice di "cieche spirali di contrapposizione faziosa" che bloccano il lavoro del Parlamento. Ebbene in questo nuovo sistema di significato proprio di quella mobilitazione contro la vera "antipolitica" bisognerebbe farsi carico.

martedì 1 aprile 2014

Eppure qualcosa si muove (?)

Qualcosa si muove. Campeggia al centro delle testate giornalistiche e riempie le bocche degli editorialisti: il tasso di disoccupazione è, di nuovo, aumentato. 
E adesso, a febbraio 2014, siamo arrivati, cifra dopo cifra, record dopo record, al 13%. Un numero che nasconde 3,3 milioni di persone che, in soldoni, significano circa il doppio delle famiglie.

E allora perchè "qualcosa si muove"? Chi mi conosce lo sa: non mi darò a ridicole previsioni di ripresa, nè a previsioni del futuro intrise di un ottimismo che, in quando completamente scollato dalla realtà, non ha motivo - nemmeno psicologico - di aver seguito. 
Quel qualcosa che "si muove" è intorno a noi. Lontani da una vera e propria presa di coscenza, gli italiani stanno smettendo di ridere, di dividersi in fazioni belligeranti a favore di quella o l'altra politica. Spesso non sanno ancora come e perchè, ma si guardano intorno e vedono, si accorgono per la prima volta che c'è il deserto. 

Nel 2013 i suicidi per motivi economici - o meglio quelli la cui causa è stato accertato siano tali motivi - sono stati 149: uno ogni due giorni e mezzo. Come dire: giorni dispari, festivi esclusi. Poco prima del baratro, c'è la disperazione. A segnalarla i piccoli furti, quelli "per fame" che sono aumentati negli ultimi tre anni del 65% per 3 miliardi di merci portate via dagli scaffali dei supermercati senza passare dalla cassa. Proprio da quei supermercati che in qualche modo simboleggiano il consumo, il marketing, la produzione dell'inessenziale. La violenza aumenta, nei giovani come risposta alla mancanza di basi dalle quali crescere, negli adulti come sfogo di una rabbia senza padrone.

I politici fanno la loro, promettendo "più lavoro per tutti" ma nel contempo firmano per far avere agli italiani - quelli che non vengono costretti ad aprire partita iva - contratti traballanti nei quali in meno ore devono produrre sempre di più e, nemmeno a dirlo, a una paga più bassa. La ricetta, a vederla con gli occhi della decrescita, potrebbe quasi sembrare buona ma dovrebbe garantire un reddito minimo di sussistenza - cosa che già non accade nel 12% dei casi con i lavori "a tempo pieno", e la dignità e il rispetto dovuto a chi lavora, non il ricatto del mancato rinnovo del contratto a discapito della qualità e a favore di una quantità sempre maggiore di mansioni.

Eppure qualcosa si muove. I sindacati sbraidano contro l'ultimo decreto, Confindustria sorride sotto i baffi, il presidente di turno si prepara alla prossima campagna elettorale. Ma in numero sempre maggiore la gente si ferma a guardarli (ancora) e dentro di sè pensa: "...chiacchiere". 

Sara Santolini 

mercoledì 23 maggio 2012

La mafia e i mafiosi

Vent'anni. Tanto è passato dal giorno in cui persero la vita Giovanni Falcone, sua moglie il magistrato Lucia Francesca Morvillo e tre agenti in scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Piena la cronaca di ricordi di quel giorno. In onda il discorso di Giorgio Napolitano, con tanto di lacrime, il richiamo alla lotta alla mafia e alla necesità di non dimenticare.

Eppure, lontani dalla retorica di questi giorni, che vedono ancora più imbellettati i leader di partito all'indomani dell'attentato di Brindisi e del calo di affluenza alle amministrative, abbiamo ben dimenticato cosa significhi fare la lotta alla mafia. Meglio ancora, abbiamo cominciato a considerarla confinata in una certa organizzazione a delinquere, e in un certo territorio, senza considerare che la piovra estende i suoi tentacoli fino ai vertici dello Stato, per crescere e sopravvivere, senza pensare che se non di "Mafia" di "mafioso" si può parlare in tutta una serie di comportamenti politici, economici, personali con i quali dobbiamo fare i conti tutti i giorni.

La Bce, gli USA e l'Ue si muovono insieme, in connivenza con le banche, tiranneggiando su interi Stati e popolazioni, in accordo con parlamenti senza spina dorsale. L'informazione è ammutolita e stupida di fronte agli avvenimenti. Molti "giornalisti" lo sono inconsapevolmente: non danno le notizie non perchè non vogliano farlo, ma perchè non le capiscono nemmeno loro. Sono anche loro figli di questa società, che nasconde e raggira, donando solo l'illusione della giustizia e della legalità in cambio dell'eterna ignoranza.
La politica, quella con la p minuscola, si nutre delle illusioni dell'elettorato, passando da uno scandalo all'altro, chiamando così ciò che scandalo non è: è ormai normalità. Figli inseriti in amministrazioni pubbliche senza merito, soldi sottratti alla pubblica utilità, stipendi da capogiro, assunzioni inutili a scapito delle casse statali.

Leopoldo Franchetti, politico e studioso classe 1847, disse una volta: «La Mafia è un sentimento medioevale; mafioso è colui che crede di poter provvedere alla tutela e alla incolumità della sua persona e dei suoi averi mercé il suo valore e la sua influenza personale indipendentemente dall'azione dell'autorità e delle leggi».

E in questo senso in Italia e non solo, intendendo per "autorità" e "leggi" anche qualcosa che va al di là di quelle contingenti, siamo tutti "mafiosi".

Sara Santolini

giovedì 10 maggio 2012

Monti e il 'vizio' del debito che cresce a ritmi record

Sembra che il premier chiamato a risolvere il problema del debito stia fallendo miseramente nel suo intento: una ricerca condotta da Adusbef e Federconsumatori mostra infatti che il debito pubblico italiano sta crescendo a ritmi record. Ma questa, per Mario Monti non è una novità. Basta andare un po' indietro negli anni per scoprire il vizio del debito, il premier l'ha sempre avuto. (da ilcambiamento.it)

di Andrea Degl'Innocenti

Monti e il debito. C'è qualcosa che lega indissolubilmente il nostro premier al debito sovrano del nostro paese. Nonostante questi si lanci in critiche, accuse, moniti; nonostante dipinga il debito come una divinità malvagia da sconfiggere a tutti i costi, al cui altare è necessario sacrificare diritti sociali e di cittadinanza, salute, istruzione e in qualche caso persino la vita, ogniqualvolta egli si trovi in posizioni di potere il mostro prolifera come non mai.
Sono dati di qualche giorno fa quelli raccolti da Adusbef e Federconsumatori, che certificano che il governo Monti detiene record dell’esecutivo che, negli ultimi 15 anni, ha registrato la crescita mensile del debito pubblico maggiore: 15,4 miliardi. Roba da far impallidire persino Berlusconi. Da febbraio 2011 a gennaio 2012 il debito è passato da 1.875,917 euro a 1.935,829, con un aumento di 59,912 miliardi. E continua a crescere. Sotto l'attuale governo, ogni minuto che passa il nostro debito aumenta di 360mila euro. E non è la prima volta che Monti combina scherzi di questo tipo.
Più volte il premier Mario Monti si è mostrato piuttosto duro con i suoi predecessori. Proprio oggi li ha accusati, nientemeno, di avere sulla coscienza l'ondata di suicidi e la carneficina sociale attuali. “Le conseguenze umane” della crisi, ha affermato, “dovrebbero far riflettere chi ha portato l'economia in questo stato e non chi da quello stato sta cercando di farla uscire. Lo stato negativo e per certi versi drammatico dell'economia italiana è figlio di una insufficiente attenzione prestata in passato alle scelte di lungo periodo per le riforme strutturali”.
Giusto. Eppure, se torniamo un po' indietro nel tempo a vedere quali sono stati i governi, prima dell'attuale, a causare una maggiore crescita del debito, vediamo che un altro record spetta a Giulio Andreotti, nel doppio mandato dal 1989 1992. In quel periodo il debito passò da 553 miliardi circa di euro (attualizzati ad oggi) a 799 miliardi. Un incremento di 246 miliardi, il 44,53% in tre anni, fra i record assoluti della storia della Repubblica italiana. Anche volendo confrontare il dato con la relativa crescita del pil, l'aumento resta comunque impressionante, di circa il 13 per cento nel rapporto debito/pil. Ai tempi il ministro del bilancio era Cirino Pomicino, detto 'o ministro. E indovinate chi fu il suo maggiore consulente in ambito economico? Già, proprio il nostro Mario Monti.


Ma non è ancora finita. Torniamo più indietro negli anni, e andiamo al 1981. È l'anno dello storico divorzio fra Tesoro e banca d'Italia. Fino ad allora la banca centrale era obbligata a comprare i buoni emessi dal tesoro, e lo faceva a tassi agevolati. In seguito lo stato fu costretto a mettere le proprie obbligazioni sui mercati finanziari, con interessi che dipendevano dalle leggi del mercato di domanda e di offerta.
Ad ogni modo, proprio in quell'anno ci si trovava a dover decidere le nuove strategie di finanziamento dello stato. Ed ecco rispuntare il nome di Mario Monti, allora giovane e rampante economista. Ecco, di seguito, come ricostruisce la vicenda il Generale Piero Laporta in un articolo per Italia Oggi.
“Nel giugno 1981, una commissione di studio, presieduta da Paolo Baffi, direttore generale di Bankitalia, deliberò di seguire lo schema d'un giovanotto, molto stimato dai Rothschild, tale Mario Monti, il quale propose l'emissione di titoli a lungo termine, con aste mensili e quindicinali, in modo che il rendimento cedolare fosse fissato dal mercato, con scadenze tra i 5 e i 7 anni. Il che, a detta del professorino, garantiva il potere d'acquisto e, secondo gli esiti delle aste, un piccolo rendimento dell'1-2%. Il Tesoro, zufolò Monti, avrebbe avuto da 5 a 7 anni per programmare e finanziare meglio la spesa pubblica.


Non andò così. Gli interessi sul credito che veniva concesso furono fin da subito enormi, e il deficit italiano balzò immediatamente alle stelle, tanto che si resero necessarie nuove tasse. “Aumentarono tasse e benzina – continua Laporta -, le spese sanitarie sfondarono di mille miliardi di lirette il finanziamento statale”. Un altro disastro insomma.
Eppure, a dispetto del suo curriculum (a dire il vero piuttosto difficile da rintracciare), Monti è chiamato oggi a risanare il debito. E, a dispetto dei risultati passati e presenti (e - è lecito temere – futuri) gode di una stabile maggioranza parlamentare e in molti sono ancora convinti che stia lavorando bene, che i sacrifici da lui richiesti siano necessari e così via.

lunedì 30 aprile 2012

Beppe Grillo? Fa semplicemente paura

Se c'è una cosa semplice e palese che questi giorni di chiacchiere infinite su Beppe Grillo e sul Movimento 5 Stelle, che piaccia o no in forte ascesa, fanno venire a galla è la paura fottuta che hanno di lui, ma soprattutto dell'affermarsi di un movimento politico del genere, tutti quelli che sono stati in sella sulle poltrone del potere fino ad oggi. Paura fottuta. Lo dimostra Telese quando durante una trasmissione televisiva finge di non capire che differenza ci sia tra il finanziamento pubblico di un partito e l'autotassazione dei suoi rappresentanti eletti. Lo dimostra la parola d'ordine che gira di bocca in bocca a Palazzo Madama in proposito: "pagliaccio".

Ora, al di là di quello che è e sarà il Movimento 5 stelle e i "grillini", bisogna riconoscere al progetto politico che gira attorno alla figura di Beppe Grillo almeno qualche merito. E quello più eclatante, e che dovrebbe renderlo "simpatico" anche a chi non lo voterebbe mai, è proprio questo brivido terribile che provoca nelle schiene dei deputati che siedono in Parlamento. E quale italiano, strangolato dalle tasse o senza lavoro, vedendoli agitare sulle sedie rossi in viso mentre cercano argomentazioni che non hanno, non prova, almeno per un attimo, un moto di intima soddisfazione?

venerdì 9 marzo 2012

Visco ci vuole tutti schiavi. A vita


"Lavorare di più e più a lungo"
Per fare cosa è chiaro.
1) Pagare contributi tutta la vita e morire sul posto di lavoro prima di arrivare a percepire la pensione
2) Cinesizzarsi per riuscire appena ad arrivare alla fine del mese. E spesso neanche quello 
3) Continuare a stare alla macina, come animali, per pagare gli interessi sugli interessi imposti dalla speculazione internazionale (di cui Visco fa parte) 
4) Abbrutirsi di fatica. E vivere unicamente per lavorare, peraltro guadagnando sempre meno 
A questo punto, la vera ribellione è cercare di lavorare meno. Sempre meno. Sempre meno. E passare il resto del tempo in altre attività.
Senza salario. Per se stessi. È il discorso che Maurizio Pallante porta avanti da anni, e spiega con precisione scientifica, per chi si prenda la briga di leggere (tra gli altri) i suoi libri. Il concetto chiave è quello che vuole indicare come "occupate" unicamente le persone che percepiscono un salario, mentre le altre - tutte le altre: dalla madre che cresce i figli, a chi ripara da sé la propria casa, a chi produce da sé ciò che gli serve per mangiare, a chi dona se stesso per accudire altre persone e via dicendo - sono semplicemente "disoccupate".
Sia chiaro, è evidente che nel nostro mondo (per ora) si debba necessariamente fare qualche lavoro che comporti il ricevere denaro in cambio, perché, molto semplicemente, ci sono merci (soprattutto merci, ma anche pochi altri veri beni) che necessitano di essere acquistati. Ma il punto, volenti o meno, è esattamente questo: meno si necessita di cose che è indispensabile acquistare, più si è liberi. Più, finalmente, si può lavorare di meno.
È essenziale che tutti quelli che sentono disagio in questo mondo, tutti quelli animati da seri moti di ribellione, evitino di cadere in una trappola terribile: pensare che semplicemente cambiando alcune regole del gioco, di questo gioco, si possa tornare a vivere una vita più degna di essere vissuta. Così come quelli che credono che prima o poi, pur rimanendo in questo modello, qualcosa possa cambiare. Grossomodo attendono un miracolo con un atto di fede. 
Ora, impostare tutta la propria vita su un atto di fede - fede peraltro in questo sistema di sviluppo - equivale alla donnina che gioca al gratta e vinci. Ecco, si deve spazzare via questo concetto. È indispensabile capire che per cambiare davvero le proprie condizioni si deve decidere proprio di sottrarsi a questo gioco. Si deve uscire, per quanto più è possibile, da questo casinò. Perché è proprio nella sua natura intrinseca obbligarci a vivere per lavorare e per consumare. La cosa comporta delle rinunce, è inevitabile. Si tratta di capire se sono più insopportabili queste rinunce oppure è più insopportabile pensare di vivere tutta la vita come schiavi. Non ci sono mezze misure: il sistema ci ha portato, di fatto, a una situazione di guerra. Come è possibile non considerare come una dichiarazione di guerra le parole di Visco? Come è possibile soprassedere alle imposizioni che questo modello, soprattutto oggi, con le conseguenze della crisi economica attuale dalla quale - è evidente -non usciremo, ci infligge?
Ci hanno già tolto buona parte di quello che avevamo: le pensioni, il welfare, la dignità di fare un lavoro che almeno ci permettesse di arrivare alla fine del mese senza affanni. E ora ci intimano di dover rimanere in questa situazione per tutta la vita.
Insomma delle due l'una: o si accetta tutto, o camusianamente si "dice no". E si cercano altre strade. I più, a un discorso di questo tipo, generalmente rispondono con sufficienza e sdegno, evitano di entrare nel cuore del problema semplicemente rispondendo che una strada differente non esiste, e che siamo condannati a vivere in questo modo. Sono persone asfissiate dalla catena che hanno al collo. In buona parte sono persone già pronte, consciamente o meno, a vivere una vita di questo tipo. Il che equivale a dichiararsi già morti. 
Ma la ribellione è dei vivi. Costi quel che costi. Anche dover percorrere altre strade che non si conoscono. O anche doverne costruire di nuove passando per il bosco con un machete. Perché il resto, la vita che ci prospettano i visco attuali, è peggio.
Valerio Lo Monaco

giovedì 1 marzo 2012

No Tav. La legalità è un vicolo cieco



da "La Voce del Ribelle":


Ieri il drammatico incidente a Luca Abbà, che pressato dai poliziotti – e in particolare dallo “scalatore” che si stava arrampicando sullo stesso traliccio su cui era salito lui – è venuto a contatto con i fili dell’alta tensione subendo una forte scossa, ed è poi precipitato al suolo da più di dieci metri di altezza riportando traumi assai gravi, anche se si spera non mortali né invalidanti. E dopo l’incidente le manifestazioni di protesta sia in diverse città, tra cui Roma, sia in loco, con numerosi attivisti impegnati a bloccare la A 32.


Oggi il lungo testa a testa sullo stesso tratto autostradale, con le Forze dell’ordine schierate in assetto anti-sommossa e i dimostranti che stando alle cronache fronteggiano gli agenti a colpi di sberleffi, insulti e quant’altro. I veri e propri scontri che vengono evitati, ma che rimangono nel novero delle possibilità che non si possono certo escludere. Basterebbe che qualcuno, da una parte o dall’altra, perdesse l’autocontrollo, o decidesse deliberatamente di passare a vie di fatto, e la tensione esploderebbe in pura violenza.


Detto così sembra un’ovvietà. Ma smette di esserlo se si esce dalla dimensione a scartamento ridotto degli avvenimenti di giornata e si collocano gli eventi in una prospettiva più ampia. Che è quella del rapporto tra governo centrale e popolazioni locali, in presenza di una divergenza insormontabile, e quindi di un dissidio insanabile, fra le due fazioni. La questione sul tappeto è di una brutalità elementare: il governo, forte del suo potere politico e della legalità delle procedure adottate fin qui, vuole costruire un’opera pubblica che sconvolgerà il territorio, e quindi la vita, dei cittadini che in quel luogo ci abitano; tali cittadini, in quanto diretti interessati allo scempio, cercano in ogni modo di impedirlo, senza però avere nessuna legittimazione formale a opporsi.


Una via senza uscita, come si vede. Che trova un sintesi perfetta, e involontaria, nelle due dichiarazioni che si ritrovano accoppiate in un “occhiello” a corredo di un articolo pubblicato sul sito del Corriere: «Il ministro Cancellieri: “Serve molto dialogo”. Ma Passera: “Il lavoro va avanti”». Cancellieri, in quanto ministro degli Interni e responsabile dell’ordine pubblico, auspica un chiarimento pacifico. Passera, in quanto ministro dello Sviluppo economico, ribadisce che quel chiarimento è un optional. Se arriva, tanto meglio; se non arriva, si tira dritto lo stesso. Esattamente come nel caso della riforma del lavoro: Mario Monti ed Elsa Fornero incontrano le parti sociali per discutere le misure che si preparano a introdurre, ma non esitano ad anticipare che l’eventuale, o probabile, contrarietà degli interlocutori non basterà a dissuaderli, in tutto o in parte. Che è come dire che i genitori, bontà loro, sono disposti a spiegare i figlioli per quali motivi li metteranno in castigo o gli taglieranno la paghetta, mentre ai rampolli non resta che uniformarsi a tali decisioni. A meno di esporsi a punizioni più drastiche, come si conviene a chi osa ribellarsi all’autorità paterna o materna.


In Val di Susa sta accadendo proprio questo. Mamma Politica, e papà Capitalismo, hanno stabilito che la linea No Tav deve essere costruita, e il massimo che sono disposti a concedere è di perdere un (altro) po’ di tempo a rabbonire quei cuccioli riottosi. Pazienza, se abbaieranno un (altro) po’. Pazienza, purché sfogando la propria rabbia finiscano con l’esaurirla. O col rendersi conto che è perfettamente inutile.


Lo schema, però, si presta anche a essere rovesciato. E anzi deve esserlo, prima ancora di qualunque altra decisione pratica. I manifestanti devono a loro volta comprendere che non esistono margini di autentico confronto, né possibilità alcuna di un accomodamento di reciproca soddisfazione. Non c’è nessun equivoco da dissipare. Non c’è nessuna mediazione da condurre in porto, sia pure faticosamente e dopo chissà quante liti.


Qui c’è solo un’imposizione, benché abbellita – o piuttosto incartata – con qualche strato superficiale di finta democrazia. La verità è ben diversa. Nel rispetto delle leggi vigenti, e al cospetto dei potentati che quelle leggi le hanno volute, i cittadini della Val di Susa non hanno scampo. E chiunque sostenga di no li sta ingannando: in attesa di ingannarne innumerevoli altri, via via che verranno assoggettati a chissà quanti espropri di terre, di diritti, di futuro.


Federico Zamboni

lunedì 24 ottobre 2011

Tutto rimandato a mercoledì.



Prima notizia: fino a Mercoledì non sapremo nulla. Prima supposizione: neanche Mercoledì sapremo nulla.
Seconda notizia: l'Italia rischia esattamente come la Grecia. Seconda supposizione: finiremo esattamente come la Grecia.
Terza notizia: la Spagna è fuori pericolo. Terza supposizione: presto la Spagna si troverà nella situazione dell'Italia.
E ora il bonus: l'Europa di sicuro, e forse il mondo intero, se la ride di Berlusconi.


di Valerio Lo Monaco
da La Voce del Ribelle

martedì 4 ottobre 2011

Barletta: minimo sforzo e maggior danno

Ieri è crollata una palazzina in via Roma, a Barletta. Il fatto in sé, senza nulla togliere alla gravità della tragedia delle famiglie delle vittime, sarebbe relegabile alla semplice cronaca se non fornisse l’ennesimo esempio di come vengono condotte le cose in Italia. 
L’indagine in corso dovrà capire di chi sono le responsabilità dell’accaduto, ma in buona sostanza sarà difficile decidere chi è responsabile di disastro e omicidio colposo. Parleranno tutti di casualità, di “stato dell’edificio” - pieno di crepe e a rischio da almeno un anno per l’abbattimento di una palazzina adiacente - non allarmante all’ultima perizia, che pure c’era stata la mattina stessa del crollo. 
Il problema è che non si tratta di un caso: in questo Paese le cose vengono fatte al minimo sforzo e al maggior danno. È stato così a L’Aquila, la città sempre in attesa di ricostruzione dove le macerie hanno messo a nudo metodi di costruzione a risparmio ed è ancora in corso il processo per omicidio, lesioni e disastro colposo. È così a Pompei, dove si perdono beni inestimabili ma non si investe seriamente in prevenzione e risanamento delle strutture da anni. Ed è così anche in tutte quelle scuole dotate di bagni e palestre inagibili e della totale mancanza di scale antincendio e uscite d’emergenza. Per questo quando Bruxelles chiede a ragione all’Italia di adeguarsi (addirittura) alla legislazione sull’efficenza energetica degli edifici - che significherebbe adeguarli a parametri di risparmio energetico, certificarli, controllarli e ispezionarli regolarmente - è come parlasse al vuoto.

domenica 17 luglio 2011

I segreti della casta di Montecitorio


Premetto che sto seguendo il blog che, anche se privo di analisi, mette insieme una serie di notizie sui privilegi dei parlamentari e una serie di deduzioni interessanti che può fare solo chi a Montecitorio c'è vissuto, che è difficile trovare tutte insieme.
Ma il fenomeno in sè, l'apertura della pagina facebook, l'immediata valanga di iscrizioni e la successiva apertura del blog, è esemplare. E merita una riflessione.


Punto primo: tutto questo significa che la gente non sa quali siano i privilegi dei politici. Non dico solo quelli "illegali" legati a una loro interpretazione estensiva o a una vera e propria applicazione a ambiti e situazioni che ne sarebbero esclusi. Parlo anche di quelli che spettano loro per legge. Una legge troppo spesso al servizio della casta politica ma pur sempre una legge, e dunque di pubblico dominio. 
Più probabilmente non se ne ricorda. Quanti articoli e quanti servizi sono stati fatti sulle spese delle Camere per bar, pranzi, barbieri, voli di Stato più o meno giustificati eccetera eccetera? A migliaia. Ma ogni volta l'italiano legge, quando legge, e si indigna lì per lì per poi tornare come nulla fosse davanti alla tv, a guardare la partita di Champions o a fare shopping nell'ultimo centro commerciale, o convinto che "tanto non si può fare niente" oppure in ogni caso consolato dal proprio misero menage quotidiano. 
Male, malissimo. Si tratta di un atteggiamento che va a favore dello status quo, che tranquillizza le caste politiche ed economiche sicure che qualsiasi notizia trapeli sulle proprie malefatte, più o meno coperte dall'uso truffaldino della legge, sarà dimenticata il giorno dopo dall'elettorato, sempre pronto a mettere quella crocetta che dà loro la possibilità di spartirsi la torta del potere, di anno in anno, e di continuare ad agire senza conseguenze.


Punto secondo: tutto questo mette in luce l'aspetto opportunistico del comportamento dell'italiano in genere. Senza nulla togliere al valore divulgativo delle denunce dell'anonimo autore del blog e della pagina facebook in oggetto, bisogna anche dire che quello che è trapelato della sua identità da una parte dà maggior valore al suo dire, dall'altra lascia riflettere. 
Chi è e perché ha alzato questo vespaio solo adesso? Pare si tratti di un ex precario che ha lavorato a Montecitorio per 15 anni e che adesso è stato licenziato. Chiaramente l'essere stato a contatto per tanti anni con l'ambiente parlamentare gli ha dato la possibilità di osservare i comportamenti e di tirare le somme su come la casta politica sprechi i nostri soldi. D'altra parte però il fatto che parli adesso, dopo il licenziamento e non prima, fatto che, sia ben chiaro, nulla toglie alla sua dignità di testimone, dà adito a una riflessione. Quanta gente lavora a Montecitorio? E perché non solleva mai questioni sulla gestione dei privilegi dei politici e non solo, visto che si parla anche di altri tipi di professioni ben remunerate, dal parrucchiere all'usciere? 
La risposta potrebbe essere tanto semplice quanto dura da digerire. Chi lavora a contatto con questi privilegiati, e magari riesce a chiedere favori, chi guadagna in media molto più di quanto guadagnerebbe fuori di lì con il proprio lavoro, e riesce a non perderlo, non avrebbe alcun interesse a che la popolazione si ribelli alla casta politica ed economica al potere. Potrebbe in tal caso rischiare di perdere la propria piccola soddisfazione di vivere delle briciole del privilegio, e di suscitare l'invidia di tutti quelli che non hanno invece alcun accesso all'ambiente parlamentare. Per questo tacerebbe, nella speranza di poter un giorno fare la stessa cosa, scattare di grado e guadagnare di più, guadagnare qualche favore da qualche uomo di potere, aiutare un parente a trovare un posto di lavoro. Che sia giusto o meno, nell'intima convinzione che chiunque altro, al proprio posto, farebbe lo stesso. 


E allora, con una cittadinanza così, o distratta o omertosa, che speranze abbiamo di uscire dal pantano?


Si tratta di supposizioni, per carità. Ma sfido chiunque a trovare una deduzione sul caso meglio supportata dalla logica di questa.

lunedì 24 gennaio 2011

Spazio alle Class action, finalmente

da "La Voce del Ribelle":
Una sentenza del Tar del Lazio riconosce l’utilizzo di questo strumento contro gli enti pubblici. Peccato che non sia previsto anche il risarcimento ai cittadini danneggiati

di Sara Santolini


L'anno scorso il Codacons aveva promosso una azione collettiva contro il ministero dell'Istruzione. Venerdì scorso, per la prima volta, il Tar del Lazio ha accolto questo tipo di ricorso contro la Pubblica amministrazione, dichiarando illeciti i provvedimenti che permettevano di avere delle classi di ben 35 alunni. Per la legge italiana, infatti, il numero massimo dipende dagli standard di sicurezza. (leggi nel Quotidiano)

Ideona Pdl: abbassare la maggiore età

 da "la Voce del Ribelle":
Se il problema sono le minorenni che svolazzano intorno al premier, ecco qua la soluzione. Si fanno diventare maggiorenni in anticipo. E con effetto retroattivo
di Davide Stasi

Il non meravigliarsi più di nulla è un tratto distintivo di chi scrive su queste pagine e di chi usualmente le legge. Eppure stavolta il regime tele-pluto-monocratico vigente in Italia ha fatto il miracolo, andando oltre le più pessimistiche aspettative, e dunque spiazzandoci. La notizia, nella sua comica tragicità, è semplicemente questa: il PDL ha espresso l’intenzione di abbassare per legge il limite d’età oltre il quale si è maggiorenni. Con effetto retroattivo.
La notizia parte da un’intervista dell’onorevole, si fa per dire, Gaetano Pecorella, uno dei tanti avvocati della corte di Berlusconi. In un’intervista a “Il Mattino” di Napoli, dopo qualche discettazione cavillosa, dichiara che Berlusconi avrebbe avuto «un rapporto a pagamento non con una quattordicenne, ma con una a cui mancavano sei mesi per essere maggiorenne». Eravamo lì lì, insomma. «Un conto è avere rapporti sessuali con una dodicenne, altro con una di diciassette anni e sei mesi, che partecipa a concorsi di bellezza e balla nei night», ha rincarato.
Quando l’intervistatrice gli fa notare che “quasi maggiorenne” non è “maggiorenne”, e che le attività di una persona non rilevano su quanto stabilisce la legge rispetto alla maggiore età, il quadro si fa ancora più chiaro. Dopo aver ribadito, con gran cavalleria, che Ruby, pur se minorenne, era tutt’altro che una santa, precisa:«sono dell’idea che oggi l’età per diventare maggiorenni sia troppo alta rispetto alla maturità raggiunta dai giovani. In Italia siamo già passati dai 21 ai 18 anni, mentre in altri paesi il limite è inferiore».
Tutta questa pantomima potrebbe far pensare a una provocazione di cattivo gusto. Ma che si tratti in realtà di un ballon d’essai per preparare il terreno a un “lodo Ruby”, dopo il fallito “lodo Alfano”, e così salvare il padrone, è fin troppo evidente. E a confermarlo è giunto poco dopo il capogruppo PDL alla Camera, Fabrizio Cicchitto (tessera n.2232 della Loggia P2, fascicolo 945, data di iniziazione 12 dicembre 1980), che ha dichiarato all’ANSA: «l'ipotesi di abbassare la maggiore età è fra le questioni sul tavolo». Dunque fanno sul serio, non stavano scherzando, anche se sembra incredibile.
Di per sé può essere vero che i giovani oggi siano già maturi ben prima dei diciotto anni. Solo che, anche sforzandosi, non si può astrarre la proposta di Pecorella dal contesto della cronaca giudiziaria attuale. Siamo cioè all’apoteosi della spudoratezza. Qualche anno fa si cercava di coprire le leggi salva-Berlusconi con qualche parvente decenza, spacciandole per riforme di interesse generale. Una maschera gettata di recente, quando si è iniziato a parlare apertamente del lodo Alfano come di una legge per “lasciar lavorare il premier”. Quindi, appunto, ad personam.
Ed esattamente come era una balla per il lodo Alfano che in altri paesi le alte cariche dello Stato godessero di immunità dai processi, così è una balla colossale che in altri paesi la maggiore età sia inferiore ai diciotto anni. O meglio, è vero, ma solo in Iran, Isole Samoa, Isola di Man, Kyrgyzstan, Scozia, Turkmenistan, Uzbekistan, Cuba, El Salvador, Corea del Nord, Missouri (USA) e Tagikistan. Eccezion fatta per Scozia e Missouri, non certo stati-modello per evoluzione civile e democrazia. E forse, proprio per questo, potrebbe avere un senso logico se l’Italia li imitasse.
La proposta, quand’anche cadesse nel dimenticatoio, è infatti un segnale chiaro, se qualcuno avesse ancora dei dubbi, del livello di oscenità in cui una classe dirigente corrotta fino al midollo e irresponsabile ha precipitato il paese. Qui si va oltre Ruby, le orge, la maggiore età, Berlusconi e il miserrimo quadro della cronaca politico-giudiziaria quotidiana. Qui si tocca l’apoteosi della furberia tartufesca e di una viltà tragicomica. Qui, diciamolo apertamente una buona volta, siamo davanti a gente palesemente colpevole su tutta la linea, con una paura fottuta di non poter fare più i propri comodi, e per questo saldamente determinata a farla franca. Solo da questi presupposti poteva uscire una proposta tanto spudorata.
Viene da chiedersi quanta pazienza abbia ancora il popolo italiano. E fino a che punto permetteremo a questi ometti di abusarne con tanta impudenza. Cosa ancora dobbiamo subire affinché la misura si colmi davvero? A guardare i più recenti sondaggi, gli italiani sembrano in maggioranza pronti a sottostare davvero a tutto, oltre ogni limite. Evidentemente, sono ancora come li aveva percepiti Mussolini, quando disse: «il popolo è femmina, e ama farsi fottere». Se è così, Berlusconi è l’uomo giusto al posto giusto, e regnerà su questo ridicolo paese fino all’ultimo secondo della sua vita.

Davide Stasi