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mercoledì 18 febbraio 2015

IL CONDOTTO NERO CHE PORTA ALLA LIBIA

da ilribelle.com:

Ci sono delle regole che non ammettono eccezioni. “Segui il denaro” per capire le ragioni di certe politiche, che fa da corollario a un più specifico “segui il petrolio”, nel caso specifico odierno.
Senza voler essere esaustivi sulle problematiche della Libia, a proposito di “guerre utili”, seguire il filo nero dell’idrocarburo porta a leggere quello che è stato definito da più parti il “caos” libico come la creazione di una pagina bianca sulla quale poter scrivere un nuovo capitolo dell’imperialismo occidentale. Dopo i titoli d’effetto, i nomi in inglese dati ai decreti, l’uso di twitter e l’ostentazione di una cultura del web che si stenta a credere abbia davvero, Matteo Renzi cerca di imitare l’arte dell’occupazione “che non si vede” dagli Stati Uniti d’America. Tragedie in mare e barconi di immigrati clandestini, per quanto possano dare fastidio o al contrario provocare moti di solidarietà, non sono una ragione sufficiente a mobilitare mezzi e uomini (e soldi) verso la scatola di sabbia di Tripoli. Ma il petrolio, quello sì.
«State tutti sottovalutando la crisi di uno Stato che è ai confini della Ue e che non è solo un problema di migrazione clandestina, ma anche un terreno di conquista per la minaccia del terrorismo dell’Isis» – ha detto il nostro premier al Consiglio Europeo. «Non è una questione di sicurezza nazionale italiana, ma dell’intera Unione Europea». La soluzione? L’invio di forze di peace keeping italiane (si scrive "peace keeping" ma si legge "invasione di uomini e mezzi armati" certo non inviati al fine di distribuire caramelle ai bambini). D’altra parte già all’indomani dell’attentato di Parigi si era cominciato a preparare il terreno all’avvio di una guerra. E Hollande ha fatto in qualche modo eco a Renzi quando ha fatto uscire un comunicato nel quale dichiara – in solidarietà con al-Sisi, il Presidente egiziano che ha messo in atto una serie di ritorsioni belliche contro la Libia per l’uccisione spettacolo di 21 egiziani sulle spiagge libiche – quanto sia importante che “la comunità internazionale decida nuove misure”. Tutto dice: “guerra”.
E cosa c’entra l’Egitto? Rinsaldare il fronte interno, arrivare per primi sul territorio libico diviso e instabile forti dell'appoggio dell'alleato russo, proteggere e magari controllare il filo nero libico, appoggiare il governo "legittimo" contro i ribelli sono solo i motivi più evidenti. Fare la guerra in Libia per l'Egitto era solo questione di tempo, come dovrebbe esserlo per l'Italia che ha interessi molto simili a quelli egiziani e che ha ritirato la propria ambasciata forse proprio in vista dell'avvio di forze militari. L'Italia comunque non si muoverà da sola, presumibilmente per motivi soprattutto politici e per non irritare Obama: non l'ha fatto a Natale quando, incendiati dai ribelli i depositi petroliferi a Sidra, Tripoli ne invocò l'aiuto - e alla fine si rivolse a una società statunitense che ne guadagnò un contratto da sei milioni di dollari - tanto meno lo farà adesso.
L’Unione Europea tutta dipende in larga misura dal petrolio libico: l’85% del petrolio proveniente dalla Libia è venduto a Stati europei, prima fra tutti l'Italia, seguita da Francia e Germania. Certo ingaggiare una "guerra" è dispendioso, ma chissà che la Nato (leggi: gli USA) non voglia darci una mano: dal punto di vista statunitense la Libia è in posizione strategica per il controllo dell’Africa che il Pentagono esercita con AFRICOM, il commando nato nel 2008 a questo scopo  (l'unico Paese africano a non essere sotto la sua influenza è proprio l'Egitto). Terrorismo e petrolio sono i suoi pensieri fissi, filtrati per l'opinione pubblica con l'esportazione della democrazia, la creazione di forze di sicurezza da mantenere in loco e l'aiuto umanitario. Fin qui, tutto in regola. Se qualcosa c'è di "strano" è l'ufficiale silenzio della Cina - almeno per ora e supponiamo comunque non a lungo - che pure succhia petrolio dal deserto libico.
Sara Santolini

venerdì 25 gennaio 2013

Chavéz su El País


Ieri mattina El País ha pubblicato in prima pagina una foto - che la occupava quasi tutta - che sarebbe dovuta essere di Chavéz. La foto ritraeva un uomo sud americano, sdraiato su quello che sembra un lettino d'ospedale e intubato. Sorvolando sul cattivo gusto di pubblicare in ogni caso una foto che, almeno secondo la sensibilità europea, è in ogni caso lesiva della dignità della persona - e che dunque non vedrete su questo blog - inutile dire che non si trattava di Chavéz: l'immagine è stata cancellata dal sito del giornale una mezz'ora dopo la sua pubblicazione e migliaia di copie di El País sono state ritirate dalle edicole.

Ammessa e non concessa la buona fede del giornale, l'ossessiva attenzione per le condizioni di salute di Chavéz la dice lunga sul valore della comunicazione. Perché pubblicare una foto del genere? Le soluzioni sono due: o si vuole dare per forza la notizia dell'imminente dipartita del leader venezuelano, oppure l'informazione è ormai scesa al rango del mero gossip. Difficile dire quale delle due opzioni sia auspicabile.

Nel primo caso, senza negare che le condizioni di Chavéz siano gravi - chi, avendo un tumore, non lo sarebbe? - El País fa il gioco degli USA, incontenibili oppositori di un governo che non si piega alle sue necessità economiche. Sarebbe utile infatti per gli Stati Uniti che la popolazione venezuelana, orfana del padre della sua rivoluzione, finalmente si rendesse conto che non può fare a meno di quel capitalismo, quella mancanza di welfare, quell'apertura al capitale straniero proprio di ogni Paese "libero" - o liberalizzato - che ha già portato Stati Uniti e Europa alle estreme conseguenze della crisi economica.

Nel secondo caso, inutile dirlo, El País si può considerare alla stregua di un giornaletto lobotomizzante da leggere sotto l'ombrellone. Magari in agosto, quando troppo spesso anche il cervello è "in vacanza".

giovedì 22 dicembre 2011

Iraq: la visione di Obama

da La Voce del Ribelle:


Obama sull’Iraq ha mostrato di avere una visione che non può essere definita altro che lisergica. Salutando le truppe che rientravano in USA, ha dichiarato che la missione è stata un “successo straordinario”.
Solo l’assunzione di sostanze psicotrope, meglio se allucinogene, può spiegare un giudizio di questo tipo sulla fallimentare gestione del dopoguerra in Iraq e impedire di vedere la situazione disastrosa in cui versa il Paese, scosso da un conflitto religioso che semina vittime, di autobomba in autobomba che distruggono le poche cose rimaste in piedi, dopo un intervento “umanitario” che ha fatto raccogliere agli statunitensi ancor più odio.
Temiamo però che Mr. Nobel per la Pace non faccia uso di simili sostanze, ma ciò non va a suo merito: queste sarebbero l’unica scusa accettabile per una simile dichiarazione, altrimenti inqualificabile.


(fm)

mercoledì 23 marzo 2011

Libia. Obama manda avanti gli altri


George W. Bush attaccava a testa bassa. Il suo successore si fa furbo e cerca di ottenere il massimo risultato col minimo sforzo, scaricando sulla Nato e sull’Europa la responsabilità operativa e politica dell’attacco a Gheddafi. Una cautela di facciata, resa necessaria dalle difficoltà economiche e militari degli Usa 
di Valerio Lo Monaco 

Non sarà sfuggito a molti il comportamento anomalo del Presidente degli Stati Uniti in occasione di questa ennesima guerra di aggressione a uno Stato sovrano. Contrariamente  a quanto avvenuto in occasione di altri attacchi simili nel recente passato, per intenderci dalla caduta dell'impero russo ai giorni nostri – Jugoslavia, Iraq, Afghanistan... – in questo caso gli Usa, almeno dal punto di vista diplomatico, si stanno comportando in modo piuttosto differente dal consueto. E ciò, ovviamente, non dipende dal fatto che Obama sia una persona che ha ricevuto il Nobel per la Pace, considerando che allo stesso tempo ciò non gli ha impedito di continuare a bombardare gli afgani e di mantenere attivo il carcere di Guantanamo che pure, in campagna elettorale, aveva giurato di voler chiudere non appena eletto alla Casa Bianca. Il motivo per il quale, almeno a livello di comunicazione, non è un colonnello a stelle e strisce a guidare la missione in Libia risiede in ciò che spieghiamo da tempo proprio in queste pagine e in quelle del mensile: gli Stati Uniti non sono più la superpotenza che erano appena un decennio addietro. 
Non lo sono più dal punto di vista economico per i recenti fatti della crisi che poi hanno esportato in tutto il mondo, e non lo sono più neanche dal punto di vista militare considerati i risultati ridicoli, se non fosse che sono anche drammatici, dei pantani in Iraq e Afghanistan. Nel primo caso gli attentati sono all'ordine del giorno, il paese è tutt'altro che pacificato e democratizzato e la distruzione portata dall'intervento di qualche anno addietro - oltre alla morte diffusa - sono sotto gli occhi di tutti. Per il secondo caso, dopo dieci anni di aggressione e conflitti, la situazione è non solo irrisolta, ma pende fortemente per una vittoria definitiva dei resistenti afgani, che peraltro sono in procinto di riprendere i combattimenti con l'arrivo della primavera considerando che in inverno ciò non è stato possibile per motivi meteorologici.
Con quale faccia e supponenza avrebbe potuto presentarsi Obama alla guida di questa ennesima aggressione militare è facile immaginarlo. E infatti non lo ha fatto.
Ciò non significa, però, che gli Usa non abbiano interessi in Libia. Anzi. Ne hanno nella guerra in sé, visto che, ad esempio, ogni missile Tomahawk che si abbatte sulle coste africane frutta 1.5 milioni di dollari alle aziende Usa e fa crescere un Pil statunitense in asfissia da tempo, e ne hanno soprattutto per il post guerra, quando ci sarà da spartirsi il bottino. Questo riguarda materie tangibili, come gas e petrolio, ma soprattutto "materie" non immediatamente tangibili, ma allo stesso tempo importanti, come ad esempio il posizionamento geostrategico. 
Brutalmente: l'Africa e le sue risorse, che non riguardano solo il petrolio ma ad esempio tutti i materiali che servono per la costruzione di molte parti elettroniche utilizzate e smerciate dall'Occidente intero, devono essere controllate da una guida certa. E soprattutto "occidentale", ovvero l'esatto opposto di quello che sta invece avvenendo da tempo, cioè la Cina che sta estendendo a macchia d'olio la sua influenza nel continente nero.
Prendere la Libia significa gettare le basi per un nuovo disegno dell'intero Medio Oriente e dell'Africa, e delle merci e risorse che ivi risiedono o che da lì passano (vedrete, appena la Libia sarà statunitense il progetto South Stream verrà di nuovo colpito).
Il presunto e solo percepito silenzio di Obama va letto insieme alla pressione Usa, che pure c'è, affinché sia la Nato a prendere al più presto il comando delle operazioni e dunque il post guerra.
Il tutto, naturalmente, nel quadro di assoluta incapacità strategica dell'Europa e dei paesi che ne fanno parte, che da una situazione del genere, Italia in testa, hanno solo che da perdere. 
Non è un caso che Russia e Cina siano molto accorte, e si tengano a distanza, da ciò che sta accadendo. E la scelta, ancora una volta "atlantica" dell'Europa e dell'Italia, mostra per l'ennesima volta la totale incapacità dei governi di scegliere guardando un palmo di mano più in là della stretta attualità.
Del resto, solo per rimanere al nostro Paese, non è possibile sperare di meglio da parte di personaggi come La Russa e Berlusconi, e anche Napolitano, che non si vergognano di usare la parola "volenterosi" per definire la coalizione dei colonizzatori moderni.

Valerio Lo Monaco   

mercoledì 16 febbraio 2011

Obama, il pifferaio (poco) magico

da "La Voce del Ribelle":


La “missione impossibile” di risollevare gli Usa dalla crisi del 2008 si conferma impossibile. E quello che doveva essere il Presidente delle Meraviglie si conferma un bluff tragicomico
di Alessio Mannino


Obama si è risvegliato e ha annunciato un piano di austerità per andare incontro all’opinione pubblica americana sempre più delusa dal suo operato. Il messia democrat doveva salvare il mondo dall’ingiustizia universale, ricordate? A più di due anni dall’incoronazione elettorale, tuttavia, il suo bilancio è misero. Ora è facile dire “l’avevamo detto”. Resta difficile dirlo ancor oggi per gli illusi che non vogliono ammettere che era e si conferma un imbroglio annunciato. Un lifting nero fatto al Potere di Washington. Un Bush travestito.
L’evento centrale della storia americana e mondiale di questi anni, la crisi finanziaria, Barack ha finto di governarla con qualche ritocco alle regole ma ne ha buttato sotto il tappeto le cause, coprendone i colpevoli. Attorniato da uomini di quella Wall Street che ha puntato su di lui dopo aver disarcionato il predecessore, di fatto ha salvato il sistema speculativo che aveva causato la bolla e ha messo il sigillo presidenziale ai profitti stratosferici delle banche d’affari uscite vincitrici e ingrassate dal crollo delle rivali più deboli. L’onnipotente e intoccabile Goldman Sachs ne è l’esempio lampante. 
Nelle politiche sociali il solo risultato di rilievo che ha portato a casa è la cosiddetta riforma sanitaria. Presentata come lo spartiacque epocale fra l’America del far west e la nuova America solidale e anti-classista, al dunque è stata annacquata a tal punto che è lecito dubitare che resisterà a un’eventuale conquista della Casa Bianca da parte dei Repubblicani. Ma era una favoletta già di suo: l’estensione dell’assistenza pubblica a fasce più ampie di ceto medio non fa altro che rimpinguare le casse delle voraci case farmaceutiche nonché di quelle assicurazioni private, oggi pagate non più dal privato cittadino bensì dallo Stato, che costituivano il bersaglio propagandistico della riforma. 
Dice: meglio aprire una voragine nel debito pubblico per curare la classe media impoverita piuttosto che per finanziare l’industria bellica. Ma oggi Obama è costretto a decidere tagli per 1.100 miliardi di dollari in dieci anni, una cifra talmente astronomica e diluita nel tempo che è facile prevedere che resterà lettera morta. Nell’arco dei prossimi cinque anni – anche qui nell’ipotesi di essere rieletto nel 2012 - Barack vorrebbe togliere 78 miliardi al budget del Pentagono. Ci permettiamo di dubitarne. Le truppe d’occupazione a stelle e strisce non se ne sono ancora andate né dall’Irak né tanto meno se ne andranno a breve dall’Afghanistan. Gli assegni miliardari con cui gli Stati Uniti si comprano la stabilità e la fedeltà di paesi strategici come l’Egitto continuano ad essere generosamente staccati. La politica di potenza imperiale viene perseguita con un più accorto basso profilo rispetto alla tracotanza di Bush e dei suoi scherani neocon, ma resta il faro di un’America che percepisce il declino della propria egemonia contrastata dalla Cina in ascesa. Gli osanna delle anime belle che vedevano in Obama un pacifista figlio dei fiori sono ridicoli se messi a confronto con l’assoluta, pervicace, deliberata e tanto più odiosa quanto più occultata continuità di dominio americano sul mondo. 
Sì, Guantanamo è stata sostanzialmente svuotata. Ma se alcuni prigionieri sono stati rimessi in libertà, altri sono stati semplicemente spediti in altri luoghi di detenzione senza un processo e senza garanzie di non essere ancora torturati e trattati come bestie. La libertà è infatti un concetto assai flessibile per questo presidente amato da liberali e sinistre: la democratica America di Barack ha mantenuto il liberticida Patriot Act e pensa ad altre norme per dare un’ulteriore stretta alla libertà di comunicare e informare su internet. Una democrazia sempre più orwelliana, quella di mister Barack. 
Il fallimento completo di Obama sta però in un fatto economico nudo e crudo. La Federal Reserve, la banca centrale Usa, sta acquistando senza sosta titoli di Stato americani. In pratica la Fed acquisisce titoli di debito e in cambio dà dollari fruscianti, finanziando il deficit con l’inflazione. Se continua così, quelli in suo possesso supereranno la quota di proprietà della Cina, che ammonta a 2 mila miliardi di dollari. Questo dato dovrebbe terrorizzarci. La Fed stessa informa che il passivo totale degli Stati Uniti (pubblico e privato) è di 114.428 miliardi di dollari, contro un valore del Pil di 14.575 miliardi. Per restituire questa montagna di denaro l’economia americana dovrebbe correre come treno per otto anni senza consumare niente. Il che, come ognuno capisce, è impossibile. Perciò prima o poi, anzi molto prima che poi, chi ha bond americani si ritroverà in mano carta straccia. In queste condizioni, una crisi futura è inevitabile. Soprattutto perché Obama, il protettore degli oppressi, in politica economica sta cercando in tutti i modi di rincorrere la destra della deregulation e dell’egoismo bancario. Fa tirare la cinghia alle casse dello Stato per non imporre misure draconiane ai suoi burattinai della finanza e al popolo americano, provato dalla disoccupazione e dai debiti ma infantilmente attaccato al mito del benessere, cuore della civiltà americana. E questa deriva produce l’effetto di rendere gli Americani, consumisti forsennati, più irresponsabili di quanto già non siano. A Obama non basterà investire in banda larga e nell’assunzione di nuovi insegnanti per evitare di essere giudicato per quel che è: il pifferaio magico di un’America in decadenza che non intende fare i conti con i motivi profondi che l’hanno portata alla decadenza. 

Alessio Mannino

giovedì 27 gennaio 2011

Festa grande, a Wall Street


Per la prima volta dal settembre 2008 il Dow Jones torna al di sopra dei 12.000 punti. Ma l’economia reale non c’entra: a far volare i listini sono i capitali dalla Federal Reserve
di Federico Zamboni 

Stavolta non c’è nessun bisogno di scomodare gli economisti critici alla Paul Krugman o addirittura gli analisti “ribelli” della controinformazione: a spiegare che dietro l’ulteriore impennata di Wall Street ci sono gli enormi e reiterati finanziamenti della Federal Reserve, attraverso il meccanismo perverso del “quantitative easing”, sono i media tradizionali. Quelli che si guardano bene dal mettere in discussione i metodi e gli obiettivi dell’establishment economico-finanziario.
Come scrive il Corriere della Sera, «La Banca centrale ha deciso di confermare il programma di “quantitative easing” a sostegno della ripresa economica deciso nel meeting di novembre, del valore complessivo di 600 miliardi di dollari da usare entro la fine del secondo trimestre 2011, pari a circa 75 miliardi ogni mese, per riacquistare titoli di Stato e immettere liquidità sul mercato. La Fed ha ribadito che manterrà probabilmente i tassi a livello eccezionalmente basso per lungo tempo».  
In buona sostanza, quindi, ci troviamo ancora una volta di fronte a una crescita fittizia che viene indotta dall’esterno, attraverso una massiccia iniezione di liquidità. Non è affatto la Borsa in quanto tale, a migliorare. È invece la Banca centrale statunitense a creare fiumi di denaro dal nulla e a riversarli nel sistema. A riconoscere che tutto ciò ha ben poco a che vedere con l’economia reale, del resto, sono gli stessi esperti della Federal Reserve. Nel comunicato emesso alla chiusura del meeting del Fomc (il Federal Open Market Committee, che è a sua volta una struttura della Fed) si legge tra l’altro che «La ripresa economica sta proseguendo, anche se a un tasso che si è rivelato insufficiente a determinare un significativo miglioramento delle condizioni nel mercato del lavoro».
Appunto. Quello della Borsa – e delle banche – rimane un universo a sé stante, che si basa su logiche autoreferenziali e che interagisce col resto della società in modo del tutto asimmetrico. Quando le cose vanno “bene”, sull’onda della bolla speculativa del momento, i profitti restano appannaggio di chi traffica in titoli; quando vanno male, le conseguenze negative si ripercuotono ovunque. Basterebbe riflettere su questo, e prendere atto che si tratta di vizi strutturali e ineliminabili, per capire che si tratta di una dicotomia permanente. E a senso unico.
Non sediamo alla stessa tavola. Non siamo soci dello stesso club, sia pure confinati in una sezione periferica. Ogni volta che a Wall Street si festeggia bisognerebbe suonare l’allarme. E ricordare alla gente comune che o presto o tardi sarà lei, a pagare il conto. 

Federico Zamboni

martedì 7 dicembre 2010

Il patriottismo non c’entra, col gas di Putin

da "La Voce del Ribelle":
Rivelazioni del Corriere della Sera: il risentimento di Washington per Berlusconi dipende dalla “disattenzione” italiana per lo shale gas di produzione Usa

È strano che si meni grande scandalo per i rapporti confidenziali pubblicati da Wikileaks riguardo alla nota ostilità di Washington verso la politica energetica del governo Berlusconi, e se poi sulla prima pagina del Corriere della Sera, voce dell’establishment italiano, si dà conto di una notizia-chiave, la cosa passa inosservata. 
Il 3 dicembre il vicedirettore del quotidiano di via Solferino, Massimo Mucchetti, firma un fondo denso di fatti e argomenti in cui punta il dito contro l’opaca relazione personale fra il premier e il suo omologo russo Vladimir Putin che avrebbe influenzato la strategia aziendale della multinazionale di stato Eni (considerata dagli americani, stando ai files del Dipartimento Usa, più potente dello stesso ministero degli Esteri) guidata dal filo-russo Scaroni. «È possibile che l’amicizia speciale tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin abbia distorto gli storici rapporti tra Eni e Gazprom a favore del Cremlino? È possibile che a una tale distorsione abbia contribuito l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, per conquistare e conservare l’ambita poltrona?». Questo è l’interrogativo che fa da incipit all’articolo di Mucchetti. Il quale individua la possibile risposta in una rivalità frontale fra americani e russi nell’approvvigionamento di gas. Rivelando che nel 2005 «in America inizia una rivoluzione tecnologica che rende abbondante il gas, e dunque riduce in prospettiva la centralità dei fornitori storici, Russia, Algeria e Libia». Si tratta delle «prime quantità di shale gas, gas estratto da rocce scistose, tipiche del sottosuolo delle zone ex carbonifere, attraverso potenti getti d’acqua mista a solventi», che nel giro di tre anni «emancipa gli Usa dalle importazioni e fa crollare i prezzi sul mercato».
Nonostante ciò, Scaroni ignora il nuovo business con eventuali fornitori statunitensi e decide di prorogare i contratti fra Eni e Gazprom. Spiega Mucchetti: «Intendiamoci, anche altri big europei scoprono la novità solo dopo che le major americane hanno fatto incetta dei pionieri dello shale gas. Ma l’Eni di Mattei era all’avanguardia, ora non più». L’Eni di Scaroni (e Berlusconi) appoggia invece il progetto di Mosca di far passare un gasdotto sul fondo del Mar Nero per aggirare la filo-americana Ucraina: il famoso South Stream. Conclusione maliziosa dell’editorialista del Corriere: «perché l’Eni si impegna in un investimento miliardario per raddoppiare le onerose importazioni dalla Russia quando c’è tanto gas più a buon mercato nel mondo e il governo promette il nucleare? Chi ci fa l’utile?».
L’utile, sospetta l’organo dei poteri forti italiani, potrebbe farlo chi sponsorizza con tanto calore l’amicizia con la Russia di Putin e Medvedev (ex presidente di Gazprom) in cui il colosso del gas è uno Stato nello Stato. E cioè Silvio Berlusconi, spalleggiato da Scaroni. È chiaro che la politica di “differenziazione” dei paesi fornitori di energia, come l’ha definita il ministro degli Esteri Franco Frattini, è malvista dagli Stati Uniti. Wikileaks ne ha solo dato conferma, facendo scoppiare pubblicamente il caso. Il file documenta la posizione critica dell’America per mano dell’ex ambasciatore Ronald Spogli. È  interessante notare che la stampa italiana non ha ripreso la parte del file in cui Spogli delinea le azioni di lobbying per reagire al filo-russismo di Palazzo Chigi e del Cane a sei zampe. Colloqui con esponenti politici governativi e di opposizione, ingaggio (leggi: finanziamenti) di non meglio precisati “pensatoi”, contatti con membri del partito di maggioranza: tutto ciò pur di mettere in piedi una corrente d’opinione contraria alla linea berlusconiana.  
Il Corriere, che non fa mai scrivere a caso, men che meno in un editoriale, aggiunge un tassello decisivo: rivela che dietro il malcontento americano ci sarebbe la delusione per un enorme affare mancato, ovvero il mai avvenuto ricorso dell’Eni al nuovo tipo di gas made in Usa. Ma come? – sembra di sentire i manager ai vertici delle mega-aziende che poi chiedono il conto all’Amministrazione di Washington – gli italiani, come da loro tradizione fin dai tempi di Mattei che estrae petrolio in Unione Sovietica e Iran, vogliono diversificare le proprie fonti di rifornimento, e neppure si degnano di bussare alla nostra porta e comprare gas da noi, che costa anche meno?
Qui sta, secondo noi, il nocciolo della questione Eni-Gazprom. E qui si è svelato ancora una volta il reale significato della facciata di dichiarazioni, smentite, detti e non-detti con cui la politica ufficiale, democratica a parole, copre la sostanza di cui è fatta: fiumi di denaro che finiscono nelle tasche di pochi privilegiati al comando di Stati e di  multinazionali più importanti degli Stati. E se non ne siete ancora convinti, vi basti sapere che il ministro Frattini, interrogato ieri da Lucia Annunziata nel programma “In mezz’ora” proprio sulle domande iniziali di Mucchetti, ha avuto la faccia tosta di dire che nelle relazioni fra governi, a volte, «anche se ad alcuni è difficile crederlo», contano i rapporti umani. Certo. Ma allora dobbiamo dedurne che Berlusconi persegue l’interesse nazionale sulla base delle sue personali simpatie? Dal 2005 al 2008 presidente degli Stati Uniti era George W. Bush, che Silvio andava a trovare nel ranch in Texas facendosi fotografare col cappello da cowboy. Perché allora, forte di questo suo speciale rapporto con il predecessore di Obama, non fece seguire a Scaroni il dossier “shale gas”? Proseguire la saggia diversificazione di stampo matteiano è un titolo di merito per questo governo da sempre sfacciatamente servile con gli Usa. Ma non ci vengano a dire, i Frattini e i berlusconiani scopertisi d’un botto fieri assertori dell’indipendenza dall’America, che l’interesse perseguito sia puramente e incontaminatamente quello patrio. 

Alessio Mannino