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martedì 1 aprile 2014

Eppure qualcosa si muove (?)

Qualcosa si muove. Campeggia al centro delle testate giornalistiche e riempie le bocche degli editorialisti: il tasso di disoccupazione è, di nuovo, aumentato. 
E adesso, a febbraio 2014, siamo arrivati, cifra dopo cifra, record dopo record, al 13%. Un numero che nasconde 3,3 milioni di persone che, in soldoni, significano circa il doppio delle famiglie.

E allora perchè "qualcosa si muove"? Chi mi conosce lo sa: non mi darò a ridicole previsioni di ripresa, nè a previsioni del futuro intrise di un ottimismo che, in quando completamente scollato dalla realtà, non ha motivo - nemmeno psicologico - di aver seguito. 
Quel qualcosa che "si muove" è intorno a noi. Lontani da una vera e propria presa di coscenza, gli italiani stanno smettendo di ridere, di dividersi in fazioni belligeranti a favore di quella o l'altra politica. Spesso non sanno ancora come e perchè, ma si guardano intorno e vedono, si accorgono per la prima volta che c'è il deserto. 

Nel 2013 i suicidi per motivi economici - o meglio quelli la cui causa è stato accertato siano tali motivi - sono stati 149: uno ogni due giorni e mezzo. Come dire: giorni dispari, festivi esclusi. Poco prima del baratro, c'è la disperazione. A segnalarla i piccoli furti, quelli "per fame" che sono aumentati negli ultimi tre anni del 65% per 3 miliardi di merci portate via dagli scaffali dei supermercati senza passare dalla cassa. Proprio da quei supermercati che in qualche modo simboleggiano il consumo, il marketing, la produzione dell'inessenziale. La violenza aumenta, nei giovani come risposta alla mancanza di basi dalle quali crescere, negli adulti come sfogo di una rabbia senza padrone.

I politici fanno la loro, promettendo "più lavoro per tutti" ma nel contempo firmano per far avere agli italiani - quelli che non vengono costretti ad aprire partita iva - contratti traballanti nei quali in meno ore devono produrre sempre di più e, nemmeno a dirlo, a una paga più bassa. La ricetta, a vederla con gli occhi della decrescita, potrebbe quasi sembrare buona ma dovrebbe garantire un reddito minimo di sussistenza - cosa che già non accade nel 12% dei casi con i lavori "a tempo pieno", e la dignità e il rispetto dovuto a chi lavora, non il ricatto del mancato rinnovo del contratto a discapito della qualità e a favore di una quantità sempre maggiore di mansioni.

Eppure qualcosa si muove. I sindacati sbraidano contro l'ultimo decreto, Confindustria sorride sotto i baffi, il presidente di turno si prepara alla prossima campagna elettorale. Ma in numero sempre maggiore la gente si ferma a guardarli (ancora) e dentro di sè pensa: "...chiacchiere". 

Sara Santolini 

venerdì 25 gennaio 2013

Chavéz su El País


Ieri mattina El País ha pubblicato in prima pagina una foto - che la occupava quasi tutta - che sarebbe dovuta essere di Chavéz. La foto ritraeva un uomo sud americano, sdraiato su quello che sembra un lettino d'ospedale e intubato. Sorvolando sul cattivo gusto di pubblicare in ogni caso una foto che, almeno secondo la sensibilità europea, è in ogni caso lesiva della dignità della persona - e che dunque non vedrete su questo blog - inutile dire che non si trattava di Chavéz: l'immagine è stata cancellata dal sito del giornale una mezz'ora dopo la sua pubblicazione e migliaia di copie di El País sono state ritirate dalle edicole.

Ammessa e non concessa la buona fede del giornale, l'ossessiva attenzione per le condizioni di salute di Chavéz la dice lunga sul valore della comunicazione. Perché pubblicare una foto del genere? Le soluzioni sono due: o si vuole dare per forza la notizia dell'imminente dipartita del leader venezuelano, oppure l'informazione è ormai scesa al rango del mero gossip. Difficile dire quale delle due opzioni sia auspicabile.

Nel primo caso, senza negare che le condizioni di Chavéz siano gravi - chi, avendo un tumore, non lo sarebbe? - El País fa il gioco degli USA, incontenibili oppositori di un governo che non si piega alle sue necessità economiche. Sarebbe utile infatti per gli Stati Uniti che la popolazione venezuelana, orfana del padre della sua rivoluzione, finalmente si rendesse conto che non può fare a meno di quel capitalismo, quella mancanza di welfare, quell'apertura al capitale straniero proprio di ogni Paese "libero" - o liberalizzato - che ha già portato Stati Uniti e Europa alle estreme conseguenze della crisi economica.

Nel secondo caso, inutile dirlo, El País si può considerare alla stregua di un giornaletto lobotomizzante da leggere sotto l'ombrellone. Magari in agosto, quando troppo spesso anche il cervello è "in vacanza".

domenica 13 gennaio 2013

Roaming - Calendario del 2013

In tanti si sono occupati di ricordare quello che è accaduto nel 2012, dalla rielezione di Obama al conflitto in Siria.
Sicuri che del 2012 ne abbiamo tutti le tasche piene, passiamo a una veloce carrellata degli appuntamenti principali del 2013, commentandone qualcuno di volata.

Innanzitutto quello che per decisione del Parlamento Europeo sarà l'"Anno Europeo dei Cittadini" - tanto per aggiungere al danno la beffa - sarà costellato di elezioni e incontri al vertice senza dare alcuna possibilità alla popolazione di riprendersi dalle difficoltà economiche, tranne in caso di grossi sconvolgimenti di cui al momento non si vede traccia.

Gennaio: elezioni in Israele, inaugurazione secondo mandato di Barack Obama
Elezioni il 22 gennaio per Israele. L'alleanza tra il partito Likud del primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro degli esteri Avigdor Lieberman, il partito "Biberman", sembra destinata a ottenere largo consenso tra la popolazione e a vincere largamente le elezioni. Questo nonostante ci siano già tensioni interne, e alcuni personaggi importanti personaggi dei partiti in questione non entreranno a far parte della coalizione perchè favorevoli a quegli scambi territoriali con i palestinesi che poco concordano con la volontà di costruire nuovi quartieri ebraici su suolo medio orientale mostrata dal governo in carica.
In ogni caso, visto che gli elettori israeliani hanno mostrato di premiare le politiche di aggressione, è molto probabile che Netanyahu resti al suo posto. Ed è altrettanto possibile che i rapporti con la Palestina, i palestinesi - e anche l'Iran che gioca un ruolo fondamentale nello scacchiere mediorientale - non siano destinati a distendersi.

Febbraio: elezioni in Italia, primo Consiglio Europeo dei Capi di Stato e di Governo dell'anno
Il 24 e 25 febbraio gli italiani verranno chiamati alle urne. Difficile dire come andrà, anche perchè le liste in corsa aumentano e diminuiscono di ora in ora. In questo momento è palesamente scontata la candidatura di Mario Monti, e ancora sembra che si potrà scegliere anche tra Bersani col Pd, il "Rivoluzione Civile" di Ingroia, il "Movimento 5 Stelle" e Silvio Berlusconi che correrà per un non meglio precisato centrodestra.
Rimandando le analisi specifiche ad altra sede, la cosa più "divertente" sarà vedere come si sposteranno le alleanze, tra un centro che non esiste e un centrosinistra in bilico tra l'appoggio a Monti e quello alle sue politiche, un centrodestra che vive nell'ombra di Berlusconi e un elettorato sempre più stanco. Come in Germania l'unica previsione possibile a livello di seggi è la crescita esponenziale dei partiti estremisti, come risposta dell'elettorato alla sostanziale infermità mentale della politica nazionale di fronte agli interessi dell'Europa e delle lobby finanziarie - che ci sono scarsissime possibilità muti.

Aprile: elezioni in Islanda, G8 a Londra dei ministri degli Esteri
Non sarebbe interessante parlare dell'Islanda, che ha meno di 320mila abitanti, se non fosse che si è resa protagonista di una rivoluzione finanziaria senza precedenti. Dopo aver deciso di non aiutare le Banche che ne avevano provocato la crisi, il popolo Islandese ha nominato una "Consulta Costituzionale" composta da docenti universitari, avvocati, giornalisti - ma anche un sindacalista, un contadino, un pastore e un regista. Sulla bozza stilata dalla Consulta è stata aperta una discussione durata più di un anno attraverso internet per raccogliere le opinioni degli islandesi. La Costituzione che ne è nata è ora al vaglio del parlamento che dovrà approvarla entro le elezioni di primavera.
Chiunque vinca le elezioni del 27 aprile in Islanda, la cosa davvero interessante è vedere cosa ne uscirà subito prima in termini Costituzionali (e democratici): l'Islanda sarà l'unico Paese ad averne una nata in modo collaborativo tramite i Social Network. In più avrà dato un'ulteriore grossa lezione al mondo intero: non solo resistere agli avvoltoi dell'economia internazionale si può, come si può mantenere la coesione sociale evitando la triste "guerra tra poveri" per un posto di lavoro; si possono imporre regole alla speculazione finanziaria e riuscire a non gravare le casse pubbliche di debiti non contratti dai cittadini ma dalle Banche. Chiaramente, a patto di esercitare la propria sovranità.

Giugno: elezioni in Iran, G8 in Irlanda del Nord
Si torna alle urne in Iran, tra le pressioni internazionali per il programma nucleare e un'economia che si regge soprattutto sulle esportazioni, soprattutto di gas e petrolio.
A tali elezioni, e all'atmosfera da campagna elettorale che ne consegue, sarebbero legati gli ultimi provvedimenti del governo di Teheran, capeggiato da Ahmadinejad. Da una parte è stato approvato un nuovo codice di abbigliamento grazie al quale le donne non saranno più obbligate a portare lo chador, dall'altra si è inasprito il rapporto con, in sostanza, gli USA e l'UE. La "minaccia" è presto detta: se verranno applicate sanzioni economiche all'Iran per bloccarne il programma nucleare, civile o militare che sia, Teheran chiuderà il passaggio attraverso lo stretto di Hormuz. E, si badi bene, quello stretto è interessato praticamente da sempre da un enorme transito commerciale.
Insomma, al momento le navi iraniane si esercitano nello stretto, Teheran mostra di aver imparato anche a fare la guerra informatica diffondendo notizie sulle proprie esercitazioni in merito, e le donne possono mettere qualcosa di meno costrittivo di uno chador. Si tratta di tutto quello di cui sembra abbia bisogno la classe media iraniana: distenzione interna e inasprimento con un esterno che, a conti fatti, nel bene e nel male, cerca in tutti i modi di controllare la politica di Teheran. In ogni caso, chiunque vinca le elezioni, sarà difficile che tale politica subisca un brusco cambiamento, a patto di non deporre la Guida Suprema dell'Iran, l'ayatollah Ali Khamenei, in carica dall''89 e principale sostenitore delle dimostrazioni di forza del Paese. Staremo a vedere.

Luglio: la Croazia entra nell'UE (forse)
Il 1° luglio è la data designata per l'ingresso della Croazia nell'Unione Europea.
Il "forse" è d'obbligo, viste le critiche della Germania e della Francia su tale accesso - e anche quelle che pian piano i cittadini croati stessi cominciano a sollevare.
Chiaramente la Croazia è un Paese con difficoltà economiche simili a quelle dei Piigs: la disoccupazione è quasi pari al 18% e il debito pubblico è pari al 102% del Pil. Ma all'Europa non sembra importare troppo: quello che le preme è che Zagabria proceda alle "urgenti riforme strutturali" che, a parole, le possano dare una maggiore stabilità economico-finanziaria. Resta da chiarire, a questo punto e alla luce di quello che sta accadendo proprio all'interno dell'Ue, quali siano i motivi per cui la Croazia ci tenga così tanto a farsi accettare e questo anche se prima del 2015 di Euro non se ne parla nemmeno.

Settembre: elezioni in Germania e in Norvegia
Cominciamo col dire che molto probabilmente, e purtroppo, (anche) in Europa non cambierà un bel niente. Le elezioni, che comunque per decenni non hanno significato nulla per i popoli che le hanno celebrate, stavolta sono palesemente superflue. Almeno nella misura in cui l'Unione Europea continuerà a dettar legge su tutti i Paesi membri, ormai ridotti a semplici organi periferici. E ancor di più se si riuscirà, come si è fatto finora, a convincere le popolazioni che il tipo di politica economica che le sta rovinando è "necessaria", "improrogabile" e "inevitabile".
Detto questo, la Merkel, che pure è tra le prime fautrici della politica europea (e statunitense) non ha molto da festeggiare. Finchè mostrava i muscoli ai Paesi meno "virtuosi", come noi, e la Germania sembrava un'isola felice inattaccata dalla crisi, era osannata nonostante i tagli alle pensioni e al welfare. Poi cominciarono le manifestazioni contro il governo, visto che la popolazione soffriva anche se i conti reggevano. Ma anche per quest'ultima voce era solo questione di tempo. Ora, alle porte del 2013, l'economia tedesca rallenta. Il 40% del pil della Germania, aveva già avvertito quel "brav'uomo" di Draghi, dipende dalle esportazioni dall'Eurozona, così come il 65% dei suoi investimenti esteri. E chiaramente, con il resto dell'Europa in crisi quando non in recessione, anche la Germania doveva risentire della congiuntura economica, prima o poi.
Grossi problemi in arrivo dunque anche nell'area tedesca, che però Roubini - tra gli economisti che previdero l'avvento della crisi già nel 2006 - valuta in maniera poisitiva per la ricerca di una politica comune agli Stati Europei, a questo punto tutti nelle stesse condizioni, per la sua soluzione.
La realtà? A sfidarsi saranno Angela Merkel e Peer Steinbrück, che fu suo ministro delle Finanze nelle fila del Spd. Sostanzialmente due proposte simili: la linea politica di Steinbrück è in sintonia con la destra e con la stessa Merkel. Quelli che potranno portare un minimo di innovazione in Parlamento sono i partiti e i movimenti estremi che, non a caso, sono gli unici cui si prevede una crescita: verdi, comunisti e piraten. Partiti che, se avranno i numeri e la volontà di farlo, porteranno il Paese a una ingovernabilità totale, opponendosi alla politica tedesco-europeista.

Ottobre: G20 dei ministri delle Finanze a San Pietroburgo

giovedì 20 dicembre 2012

Debito pubblico: come gli Stati sono diventati schiavi delle banche - di Alain de Benoist


Nell’autunno del 2008 si scatenava una crisi finanziaria mondiale, il cui epicentro si trovava negli Stati Uniti. Un anno dopo, alcuni intelligentoni dichiaravano che il peggio era passato e che la crisi era virtualmente finita. Non era così. Essa, infatti, prosegue ancora ed è ben lungi dall’essere terminata. Il difficile non è dietro di noi, ma davanti a noi; ci saranno conseguenze peggiori che nel 1929. La prima fase era nata da un eccesso di sovraindebitamento delle famiglie americane. L’economia reale fu fatta fallire per effetto dell’esplosione del debito privato, essendo le imprese colpite in pieno dal crollo della domanda, e questo provocò una vasta recessione planetaria. Attualmente, sono gli Stati a essere sovraindebitati. Al problema del debito privato è subentrato quello del debito pubblico, che colpisce oggi i Paesi occidentali. Come si è arrivati a questo punto?
Misuriamo anzitutto l’ampiezza del problema. Globalmente, il debito pubblico nella zona euro è aumentato del 26,7%, dal 2007. Oggi rappresenta l’80% del prodotto interno lordo (PIL) globale della zona, avendo i deficit pubblici superato la soglia del 7% di detto PIL. Questa però è solo una media. All’inizio del 2011, otto Paesi evidenziavano un coefficiente di debito superiore all’80% del loro PIL: l’Ungheria e l’Inghilterra (80,1%), la Germania (83%), la Francia (85%), il Portogallo (92%), il Belgio (97%), l’Italia (120%) e la Grecia (160%). Questi livelli di indebitamento sono per lo più superiori a quelli che la maggioranza dei Paesi sviluppati ha conosciuto alla fine della prima guerra mondiale o all’epoca della recessione degli anni Trenta. I prestiti sono contratti presso delle banche, e soprattutto dei mercati finanziari, grazie a emissioni di obbligazioni.
In Francia, Paese in cui il deficit dello Stato previsto per il 2011 doveva attestarsi sui 98,5 miliardi di euro (3.200 euro al secondo!), il debito pubblico è aumentato del 30% circa, dal 2007. Mentre nel 1979 era di soli 239 miliardi di euro, ossia il 21% del PIL, nel 2008 è passato a 1,327 miliardi di euro, nel 2009 a 1.489 miliardi, nel 2010 a 1.591 miliardi, fino a raggiungere, nel primo semestre del 2011, la vertiginosa cifra di 1.681,2 miliardi di euro, cioè l’84,5% del PIL, con un deficit annuale del 7%. Queste cifre non tengono conto degli impegni che lo Stato ha assunto e che dovrà onorare, ma che non ha approvvigionato, come ad esempio le pensioni dei funzionari (impegni valutati, nel 2005, per almeno 430 miliardi di euro). Nel 2011, il rimborso dei soli interessi del debito (46,9 miliardi di euro) avrà rappresentato la seconda posta del bilancio dello Stato, dopo l’insegnamento scolastico, di gran lunga davanti alla difesa e alla sicurezza; da soli, gli interessi avranno assorbito la totalità dell’imposta sulle società. Nel 2012, gli interessi da pagare ammonteranno a 48,8 miliardi di euro. L’emissione di debiti a lungo termine rappresenta anche un costo diretto imposto alle generazioni future: nel 2011 sono stati contratti debiti per circa 45 miliardi di euro, che saranno da rimborsare tra il 2040 e il 2060. Detta emissione equivale, in definitiva, a una privazione di sovranità: nel dicembre del 2010, il 67,7% del debito negoziabile dello Stato era detenuto da non residenti.
Al debito nazionale si aggiunge poi il debito locale. Da alcuni anni, le banche si sono infatti avventate sulle collettività locali per indebitarle con tutta una serie di “prestiti tossici”. Il 13 luglio 2011, un rapporto della Corte dei Conti confessava che, semplicemente, non esistono statistiche pubbliche concernenti la struttura del debito locale in Francia. Questo rapporto, di oltre 200 pagine, indica, nondimeno, che l’indebitamento delle collettività locali (eccetto le case di cura) è passato da 116,1 miliardi di euro a 163,3 miliardi, nel 2010, con un aumento medio, cioè, del 41% (il 30% per i Comuni, il 63% per i Dipartimenti, l’80% per le Regioni).
Il debito pubblico, tuttavia, rappresenta solo un aspetto del debito totale, dato che quest’ultimo comprende anche il debito delle imprese e quello delle famiglie. Se consideriamo l’insieme di questi elementi, si arriva, per quanto riguarda il 2010, a un indebitamento globale del 199,5% per la Francia, del 202,7% per la Germania, del 221,1% per l’Italia, del 255% per il regno Unito, del 269% per la Spagna e del 240% per gli Stati Uniti!
L’idea comunemente diffusa è che la crisi del debito pubblico derivi da un eccesso di spese legato all’imprudenza degli Stati. Che gli Stati non abbiano sempre agito correttamente è evidente, ma le cause profonde sono da ricercarsi altrove.
La causa immediata dell’aggravamento dei debiti pubblici è individuabile nei piani di salvataggio delle banche private, decisi dagli Stati nel 2008 e nel 2009. La banche hanno costretto i poteri pubblici a soccorrerle, facendo valere la posizione nevralgica che occupano nella struttura generale del sistema capitalistico. Per salvare le banche e le compagnie di assicurazione minacciate, gli Stati, presi in ostaggio, hanno dovuto a loro volta chiedere in prestito sui mercati, cosa che ha fatto salire il loro debito a livelli insopportabili. Sono state spese somme astronomiche (800 miliardi di dollari negli Stati Uniti, 117 milioni di sterline in Gran Bretagna) per impedire alle banche di sprofondare, il che ha gravato in proporzione le finanze pubbliche. In totale, tra il 2008 e il 2010, le quattro principali banche centrali mondiali (Riserva Federale, Banca Centrale Europea, Banca del Giappone e Banca d’Inghilterra) hanno iniettato 5.000 miliardi di dollari nell’economia mondiale. È stato il più grande trasferimento di ricchezza della storia, dal settore pubblico al settore privato! Le banche, quando hanno rimborsato, non lo hanno fatto alle quotazioni della Borsa. Gli Stati, indebitandosi massicciamente per salvare le banche, hanno permesso alle banche di rilanciarsi immediatamente nelle stesse attività, che in precedenza avevano finito col metterle in pericolo e si sono esposti da soli alla minaccia dei mercati e delle agenzie di rating.
Un’altra causa è evidentemente la recessione economica indotta dalla crisi, che ha diminuito le entrate degli Stati e li ha obbligati a moltiplicare ulteriormente il ricorso al prestito. La causa più lontana, però, risiede nelle politiche di deregolamentazione e nelle riforme fiscali (riduzione delle imposte sugli utili pagati dalle società private, in particolare dalle imprese più grosse; regali fiscali fatti ai più ricchi) adottate molto prima del 2008, dall’epoca di Reagan e della Thatcher.
L’aumento dell’influenza delle lobbies finanziarie sul personale politico ha causato la progressiva deregolamentazione dei mercati finanziari, la quale, a sua volta, ha provocato l’esplosione dei profitti speculativi, drenando il capitale fuori dalla sfera produttiva. Il liberoscambismo ha, dal canto suo, favorito la concorrenza sleale dei Paesi che associano salari minimi e produttività elevata. La deregolamentazione, obbedendo alla logica del mercato mondializzato, come pure alle esigenze dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), è sfociata, sin dal 1999, nella soppressione di ogni significativa barriera doganale e nell’abolizione di fatto della preferenza comunitaria in Europa. La velocità con cui il capitale finanziario e i capitali speculativi possono ormai entrare o uscire dalle economie particolari ha ulteriormente aumentato la volatilità dei prezzi degli attivi e la gravità delle conseguenze della crisi.
Le conseguenze sono note: moltiplicazione delle delocalizzazioni, disindustrializzazione, riduzione dei salari, precarietà del lavoro e aumento della disoccupazione, cui si aggiunge la fuga dei capitali: in Francia, tra il 2000 e il 2008, hanno preso la strada dell’estero 388 miliardi di euro, con una media di 48,5 miliardi di euro all’anno (il che corrispondeva, nel 2008, al 2,5% del PIL). L’unico effetto dell’ondata di deregolamentazione, instauratasi a partire dall’inizio degli anni Ottanta, è stato, in realtà, quello di arricchire maggiormente i più ricchi, mentre le classi medie e popolari vedevano ogni anno i loro redditi ristagnare o abbassarsi. Le disuguaglianze dei redditi crescono ovunque, la disoccupazione aumenta, i guadagni della produttività e i salari medi divergono. La disoccupazione raggiunge oggi il 12% in Portogallo, il 14% in Irlanda, il 16% in Grecia, il 21% in Spagna. Globalmente, la parte dei profitti finanziari, tra cui l’accumulazione del valore aggiunto, è passata dal 10% degli anni Cinquanta al 40% e oltre di oggi.
Il dominio della nuova oligarchia finanziaria sull’economia mondiale ha dunque continuato a rafforzarsi malgrado la crisi, come testimoniano i profitti di quelle stesse banche, che nel 2008 avevano assillato gli Stati chiedendo di essere aiutate a evitare il fallimento. Nel 2009, ossia dopo il collasso finanziario dell’anno precedente, la totalità degli attivi delle sei principali banche americane (Bank of America, JP Morgan, Citygroup, Wells Fargo, Goldman Sachs e Morgan Stanley) ha rappresentato il 60% e passa del PNL nazionale, mentre nel 1995 ne rappresentava solo il 20%1. Sempre negli Stati Uniti, un recente rapporto della Northeastern University dimostra che nel 2010 l’88% della crescita del reddito nazionale reale è servita a fare aumentare i profitti delle imprese, mentre i salari ne hanno beneficiato – se così si può dire – solo nella misura di poco più dell’1%. Nella storia americana, i lavoratori non avevano mai ricevuto una parte tanto minuscola dell’aumento del valore aggiunto. Si potrebbe qui parlare di “riproletarizzazione” del capitale produttivo a opera del capitale finanziario.
Gli effetti della concentrazione del capitale nelle mani di un piccolo numero di finanzieri sono stati studiati da Paul Jorion, il quale illustra bene come la moltiplicazione dei prodotti speculativi abbia facilitato l’insediamento di un’economia da casinò, che ha sistematicamente favorito i redditi degli speculatori a discapito dei consumatori e talvolta persino dei produttori2. Parallelamente, la collusione tra i mercati finanziari e l’industria del crimine si accentua tutti i giorni. «Il mondo della finanza è eroso da potenti e discrete forze criminali, ma lo nega fortemente e anzi spende fortune per impedire che ciò emerga», scrive il criminologo Xavier Raufer, che aggiunge: «A causa della deregolamentazione mondiale, e poi della crisi, l’economia illecita (grigia o nera), che verso il 1980 costituiva circa il 7% del prodotto lordo mondiale, nel 2009 ne rappresentava forse il 15% (ossia l’equivalente del PNL dell’Australia)»3.
Un’altra conseguenza particolarmente inquietante: la disindustrializzazione provocata dalla sconnessione dell’economia reale e dell’economia finanziaria, con l’esplosione dei profitti speculativi che ne deriva. Nell’insieme dei Paesi membri dell’OCSE, nello spazio di soli due anni sono stati distrutti circa 17 milioni di posti di lavoro industriali, di cui 10 milioni nei settori manifatturieri. Se vi aggiungiamo i 13-14 milioni di posti di lavoro soppressi nelle imprese di servizio cui il settore industriale faceva ricorso, si misura la gravità del fenomeno. La recessione industriale, talvolta ribattezzata pudicamente “terziarizzazione”, colpisce anche gli Stati Uniti, che oggi contano solo 11,6 milioni di posti di lavoro industriali contro i 19,5 milioni del 1979: ossia un calo del 40%, sebbene la popolazione abbia continuato ad aumentare. Resistono soltanto alcuni Paesi industrializzati – la Germania in prima fila – e certi settori, come quello delle industrie per la difesa.
Gli Stati Uniti, prima potenza economica mondiale, sono colpiti in pieno. Durante l’intero decennio scorso, avevano potuto fungere da motore del consumo mondiale solo spendendo molto più di quanto il loro reddito nazionale li autorizzasse a fare, e questa fu una delle cause dei deficit che registrarono nella loro bilancia dei pagamenti correnti. In altri termini, avevano consumato molto più di quanto producessero (la quota di consumo nel loro PIL, molto più elevata della maggior parte dei paesi europei, si situa intorno al 70%). Risultati: dei deficit storici e un colossale indebitamento. Attualmente, ogni spesa pubblica fatta negli Stati Uniti è finanziata dal prestito nella misura del 42%! Il 16 maggio, il debito americano ha sfondato il tetto dei 14.294 miliardi di dollari, il che ha portato gli Stati Uniti sull’orlo dell’insolvenza. L’accordo politico, intervenuto in extremis l’1 agosto 2011 tra i repubblicani e i democratici, ha permesso di ricostruire questo tetto, ma la scadenza è soltanto differita. D’altronde, l’accordo verte solo sul debito dello Stato federale e sulla capacità del Tesoro di rimborsare coloro che prendono a prestito stampando carta moneta, mentre anche le finanze locali sono minacciate. Il presidente Obama ha dovuto impegnarsi in un piano di drastica riduzione della spesa pubblica, che dovrebbe tradursi in tagli operati non nel bilancio militare – più gigantesco che mai, con dei soldati impegnati su tre fronti (Iraq, Afghanistan e Libia) – ma nei servizi pubblici e nei programmi sociali. Queste decisioni non hanno impedito alle agenzie di rating di abbassare, per la prima volta nella storia, il “voto” degli Stati Uniti, il che ha provocato un nuovo minicrac borsistico.
Gli Stati Uniti, cui Vladimir Putin ha pubblicamente rimproverato, il 4 agosto 2011, non soltanto di vivere al di sopra dei loro mezzi, ma di vivere come «parassiti dell’economia mondiale», si ritrovano, in effetti, in una situazione catastrofica, a livello tanto dello Stato federale quanto degli Stati federati, 46 dei quali (tra cui l’opulenta California) sono ufficialmente in pieno fallimento o si trovano in grandi difficoltà. Da tre anni, il loro deficit di bilancio si situa tra il 9 e l’11% del PIL. Il deficit della loro bilancia dei pagamenti correnti ha raggiunto il livello record di 400 miliardi di dollari all’anno e la disoccupazione è intorno al 10%, cifra raramente vista oltre Atlantico. Essi inoltre, con gli oltre 300 miliardi di debiti verso il resto del mondo (a cominciare dalla Cina), sono diventati i principali debitori del globo. E poiché i loro creditori sono sempre più contrari all’idea di detenere del debito a lungo termine, debbono prendere a prestito a scadenza più breve, per finanziare i loro deficit, il che li rende più vulnerabili alla crisi. Di conseguenza, la fiducia nei confronti del dollaro si sta sciogliendo come neve al sole. Dalla fine del 2010 la Cina si sbarazza discretamente dei suoi titoli americani, i Buoni del Tesoro americani trovano sempre meno acquirenti ed è la stessa Riserva Federale ad acquistare la quasi totalità delle obbligazioni emesse oltre Atlantico. In altri termini, il valore del dollaro si mantiene solo grazie agli acquisti effettuali dai suoi stessi emittenti! In caso di improvvisa caduta del dollaro, però, la Cina e gli altri loro creditori certamente non accetterebbero di vedere crollare i loro attivi in dollari. Il problema è sapere che cosa esigeranno in cambio, economicamente e politicamente. Perché non l’abbandono della difesa di Taiwan da parte degli Stati Uniti?
Da due anni, la guerra finanziaria condotta dagli speculatori e dagli investitori istituzionali contro gli Stati è al culmine. Gli attacchi sui mercati finanziari assumono la forma di un aumento diretto o indiretto dei tassi di interesse, che i Paesi debbono pagare per prendere a prestito. Le indicazioni fornite dalle agenzie di rating determinano i bersagli e la strategia da adottare.
Le tre principali agenzie di rating – che rappresentano, da sole, il 95% del settore – sono Standard & Poors, Ficht Ratings e Moody’s. È interessante notare che solo recentemente sono state abilitate a valutare non soltanto la salute finanziaria delle banche e delle società private, ma anche quella degli Stati. E si sono subito date da fare, per svalutare la solvibilità dei prestiti statali. Il brutale calo delle principali piazze finanziarie, che nell’agosto del 2011 ha fatto seguito alla loro decisione di abbassare il voto degli Stati Uniti, è sufficiente a dimostrare l’influenza che esse esercitano. Il problema che si pone è quello della loro indipendenza, dato che sono finanziate dagli stessi istituti di cui valutano la solvibilità: sono le banche a pagarle per valutare i loro prodotti.
La maggior parte dei debiti pubblici si trova oggi nei conti delle banche che hanno continuato ad acquistarne dal 2008, senza preoccuparsi oltremisura della fragilità delle finanze pubbliche, aggravata dalla recessione e dalla crisi. Questi acquisti di debito pubblico sono stati finanziati dal denaro, che le banche potevano procurarsi presso la Banca Centrale Europea (BCE) pressoché a costo zero. In altri termini, le banche hanno prestato agli Stati, a un tasso di interesse variabile, delle somme che hanno preso in prestito per quasi niente. Ma perché gli Stati non possono essi stessi procurarsi le somme in questione presso la Banca centrale? Semplicemente perché è loro proibito!
Nel gennaio del 1973, il governo francese, su proposta di Valéry Giscard d’Estaing, al tempo Ministro delle Finanze, fece adottare una legge di riforma degli statuti della Banca di Francia, in base alla quale «l’Erario non può presentare propri effetti allo sconto della Banca di Francia» (art. 25), il che significa che è ormai vietato alla Banca di Francia accordare prestiti – per definizione non gravati di interesse – allo Stato e che, di conseguenza, quest’ultimo è obbligato a prendere a prestito sui mercati finanziari al loro tasso di interesse. Le banche private, invece, possono continuare a prendere in prestito dalla Banca Centrale Europea (BCE) a un tasso irrisorio (meno dell’1%) per prestare agli Stati a un tasso variante tra il 3,5% e il 7%. Con il trattato di Maastricht (art. 104) e il trattato di Lisbona (art. 123), questa misura è stata generalizzata in tutta l’Europa. Gli Stati europei, dunque, non possono più prendere a prestito presso le loro banche centrali. È una svolta capitale, di cui misuriamo oggi le conseguenze. Come ha scritto Léon Camus, la decisione presa nel 1973 equivaleva a dire che «lo Stato abbandona il diritto di “battere moneta” e trasferisce questa facoltà sovrana al settore privato, di cui diventa volontariamente debitore».
Meglio ancora: nell’autunno del 2010, l’Unione europea ha anche accettato il fatto che le obbligazioni sottoscritte dal nuovo Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (FESF) non fossero più considerate dei crediti privilegiati, il che significava che gli Stati europei rinunciavano a esigere di essere rimborsati prima dei creditori privati. Ormai, il salvataggio delle banche prevale legalmente sul denaro dei contribuenti!
I Paesi più indebitati (Grecia, Irlanda, Portogallo ecc.) possono prendere a prestito solo sui mercati finanziari a breve termine (tre mesi o sei mesi). Se volessero prendere a prestito sui mercati finanziari o dalle banche a cinque o dieci anni, dovrebbero accettare un tasso di interesse del 14-17%, per essi insostenibile. Gli unici organismi disponibili a fare loro prestiti a lungo termine sono il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Commissione Europea e la Banca Centrale Europea (BCE), che accettano di prestare al 3,5-4%, ma esigendo come contropartita drastiche misure di austerità, le cui principali vittime sono le classi popolari. Orbene, queste misure diminuiscono l’attività economica, e questo riduce ulteriormente la capacità di rimborso degli Stati.
I mercati finanziari assicurano comunque che l’austerità riporterà la fiducia e che la fiducia genererà la crescita. In realtà, è vero il contrario, perché l’austerità ha come conseguenza immediata una diminuzione dei redditi, la quale esercita meccanicamente una pressione deflazionistica sul potere d’acquisto, e dunque sulla domanda, il che non può che frenare la crescita e fare diminuire ulteriormente la solvibilità degli Stati. I piani di austerità rientrano, in realtà, nell’ambito di quella “strategia dello shock” che è stata descritta da Naomi Klein. In Francia, per esempio, non riuscendo a “ritrovare la crescita”, il governo francese non avrà altra scelta che aumentare le imposte e/o l’IVA, senza che questi prelevamenti si traducano in un miglioramento dei servizi pubblici, dato che saranno destinati al debito. I servizi pubblici subiranno, al contrario, dei contraccolpi negativi, perché, dopo il prolungamento dell’età pensionistica, si parla ora di effettuare dei tagli nei servizi sociali e sanitari.
In tutti i Paesi si ritrova lo stesso schema. In definitiva, si tratta sempre di salvare gli Stati solo per evitare un nuovo crollo della finanza mondiale; per questo motivo, le esigenze dei creditori hanno sistematicamente il sopravvento su quelle dei cittadini. Ne consegue che ci sono solo due possibilità: o le misure di austerità diventano talmente pesanti da provocare una rivolta generalizzata, o il debito aumenta in proporzioni tali da diventare definitivamente inesigibile e le situazioni di cessazione di pagamento si moltiplicano. L’esigenza di misure di austerità si è già rivelata inoperante in America Latina e in Asia. Le cose non andranno meglio in Europa.
L’opinione pubblica ne è consapevole. Sin d’ora, «gli indici di fiducia delle famiglie sono inferiori alla media storica in tutti i grandi Paesi occidentali, senza eccezioni»4. Un sondaggio IFOP, reso pubblico nel giugno del 2011 dagli economisti riuniti sotto la bandiera del «Manifesto per un dibattito sul libero scambio», ha rivelato che un’ampia maggioranza di francesi è ormai favorevole al protezionismo e perfettamente cosciente dei «danni della mondializzazione»: oltre il 70% di essi ritiene che l’apertura delle frontiere abbia avuto solo conseguenze negative sull’occupazione (84%), sul livello dei salari (78%) e sui deficit pubblici (73%); il 65% si dichiara apertamente favorevole a un aumento delle tasse doganali, e questo a prescindere dal colore politico (69% a sinistra, 72% a destra, 69% al Front National, 75% all’UMP!).
L’affaire greco è un esempio evidente di ciò che attende gli Europei.
Inizialmente, l’euro sembrava offrire ai Greci la cuccagna di una moneta stabile e di un credito quasi illimitato, il che risparmiava loro il compito di dovere correggere i gravi difetti della propria economia. Essi furono ipnotizzati da una crescita ingannevole, stimolata unicamente dal ricorso al prestito; l’euro, però, si è rivelato molto presto una trappola: fabbricando pochi prodotti dal forte valore aggiunto, i Greci non sono stati in grado di esportare e, non avendo essi più una moneta nazionale da svalutare, il prestito e l’occupazione sono naturalmente diventati le principali variabili di aggiustamento.
Oggi, l’ammontare del debito pubblico greco è di almeno 350 miliardi di euro, corrispondenti a oltre il 160% del suo PIL, con un deficit della bilancia delle transazioni correnti vicino al 10%, cui si devono aggiungere, evidentemente, il debito delle imprese, finanziarie o no, e quello delle famiglie. Senza dimenticare la fuga dei capitali, che la perdita di fiducia nei confronti delle banche greche ha largamente favorito: Dimitri Kousselas, Segretario di Stato al Ministero greco delle Finanze, valuta in 280 miliardi di euro, ossia il 120% del PIL, il solo ammontare dei fondi ellenici trasferiti in Svizzera!
Non potendo più, a causa della loro situazione, finanziarsi a lungo termine sui mercati finanziari, i Greci si sono rivolti al FMI e al’Unione Europea. Una prima richiesta di soccorso è sfociata, nell’aprile del 2010, nello sblocco di un aiuto di 110 miliardi di euro in tre anni: 80 miliardi stanziati direttamente dagli Stati della zona euro o attraverso meccanismi europei, essendo il contributo di ogni Paese calcolato sulla base della sua partecipazione al capitale della BCE – ossia, per la Francia, 16,8 miliardi di euro (il 21%), l’equivalente di un terzo dell’imposta sul reddito – e 30 miliardi stanziati dal FMI. Molto presto, però, è apparso chiaro che questa somma non sarebbe bastata. Nel luglio del 2011, al vertice di Bruxelles, un nuovo piano di salvataggio ha previsto la concessione alla Grecia di 109 miliardi di euro supplementari, di cui 79 miliardi provenienti dal FMI e dal Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (FESF), creato alcuni mesi prima, e 30 miliardi da un piano di privatizzazioni.
In questo affaire, le banche tedesche e francesi sono le più esposte. Alla fine del 2010, gli istituti francesi possedevano già nei loro bilanci 15 miliardi di debito pubblico greco (4,5 miliardi per BNP-Paribas, 2,5 miliardi per la Société générale, 2 miliardi per Groupama ecc.). L’esplosione del Crédit Agricole passa attraverso la sua filiale greca Emporiki, sesta banca del Paese, che possiede da sola 21,1 miliardi di euro di investimenti. Salvare il debito greco equivale allora a salvare le banche francesi (il che spiega il fatto che l’agenzia Moody’s abbia già posto tre di esse sotto “sorveglianza negativa” a causa della loro esposizione al rischio greco). La Francia prende dunque in prestito dalle banche del denaro, che sarà poi dato alla Grecia per rimborsare le banche! È una situazione quasi surreale, ma che ci consente di valutare, nello stesso tempo, quali sarebbero, per gli istituti finanziari francesi, le conseguenze di un fallimento definitivo della Grecia. Se il mancato pagamento si propagasse ad altri Paesi, l’insieme del sistema bancario europeo potrebbe ritrovarsi insolvente.
Al vertice di Bruxelles, mentre la Germania aveva proposto una “condivisione del dolore” (haircut) tra creditori pubblici e privati della Grecia, affinché i contribuenti europei non fossero gli unici ad assumere il fardello del debito greco, il salvataggio dell’economia greca è stato concepito in modo da risparmiare il più possibile le grandi banche. Subito esonerate dalla tassa bancaria che avrebbe potuto colpirle, queste ultime si sono viste accordare tre opzioni: vendere le loro obbligazioni al prezzo di mercato al FESF, scambiarle contro obbligazioni a 30 anni a condizioni non precisate, o semplicemente procrastinare il loro debito quando arriverà a scadenza (in questi ultimi due casi, il debito non sarà ridotto, ma soltanto scaglionato nel tempo). Ci si è anche ben guardati dal toccare le prerogative della Banca Centrale Europea, che avrebbero potuto essere estese al riscatto parziale del debito5. In definitiva, saranno i contribuenti a pagare per i Greci. Le banche, sostenute dalle banche centrali, dai mercati finanziari e dalle agenzie di rating, si ritrovano più che mai in posizione di forza, e dunque in una situazione privilegiata per alzare la posta in gioco. Ciò ha loro permesso di esigere a Bruxelles, mentre cercavano di smantellare le regole prudenziali adottate nel quadro di Basilea III, di ottenere il massimo di garanzie e di interessi come prezzo delle loro partecipazioni future. Nel 2008, gli Stati si erano indebitati per salvare le banche. Nel 2011, inventando nuove istituzioni ritenute in grado di aiutare gli Stati, le hanno salvate una seconda volta.
Come contropartita dell’aiuto portato alla Grecia, le istituzioni europee e il FMI hanno preteso da questo Paese drastici piani di austerità e di economie: ondate di privatizzazioni senza precedenti dei servizi pubblici negli aeroporti e nei porti (quello del Pireo è già sotto controllo cinese) passando per le industrie della difesa, deregolamentazione generalizzata, riduzione del numero dei funzionari, diminuzioni dei salari, riforme fiscali di cui faranno le spese le classi medie e popolari e tagli severi nei programmi sociali, nelle pensioni e nei bilanci della sanità ecc.; tutte misure che dovrebbero tradursi in un calo del potere d’acquisto di quasi il 40%, un costo sociale che nessun popolo ha mai dovuto subire in tempo di pace. In queste condizioni sarà facile, per dei gruppi stranieri, ricomprare il Paese a basso prezzo e reinvestire altrove i propri utili. Si sa già che i “piani di salvataggio” applicati alla Grecia dovrebbero fare passare la quota del debito ellenico nelle mani dei contribuenti stranieri al 64% nel 2014, contro il 26% del 2010. Nell’immediato, ci si orienta verso la vendita all’incanto dei beni del Paese. Proprio come hanno dichiarato, con cinismo, i deputati tedeschi Josef Schlarmann (CDU) e Frank Schäffler (FDP): «Per rimborsarci, i Greci debbono solo vendere le loro isole e i loro monumenti!».
In realtà, non si fa altro che rinviare le scadenze, dato che nessuna delle misure prese è in grado di eliminare le cause prime del fallimento greco. Poiché ogni nuovo prestito alla Grecia sfocia in un’ulteriore contrazione dell’attività economica, il problema si aggrava, invece di risolversi. L’aiuto finanziario accordato alla Grecia somiglia all’aiuto militare accordato all’Afghanistan, nel senso che permette solo di guadagnare tempo. Aggiunti ai differenziali d’inflazione del passato, la sopravvalutazione cronica dell’euro, l’aggravamento dei deficit e l’appesantimento dei debiti esteri che ne derivano non possono che finire per riproporre a breve il problema, dato che le stesse cause generano meccanicamente gli stessi effetti. Ci sono tutte le possibilità perché la Grecia debba, tra non molto, scegliere tra l’uscita dall’euro o l’impoverimento generalizzato della sua popolazione.
Le conseguenze della crisi greca sono tanto più degne di nota in quanto la Grecia rappresenta solo il 2,5% del PIL della zona euro. La sua economia è sei volte meno importante di quella di un Paese come l’Italia. Che cosa accadrà, quando si tratterà di salvare dei Paesi di dimensioni molto più grandi? La situazione può evolvere molto rapidamente. Non dimentichiamo che Paesi come l’Irlanda e la Spagna, oggi in prima linea, erano ancora poco tempo fa considerati debitori particolarmente sicuri in ragione dei loro eccedenti di bilancio: nel 2007, il bilancio irlandese era in equilibrio, il deficit del Portogallo non superava il 2,6% e la Spagna registrava un eccedente di bilancio del 2%. Da qui la paura di un contagio della crisi. A essere oggi in gioco, non è più la situazione della Grecia o del Portogallo, ma il prossimo ingresso della Spagna e dell’Italia, se non addirittura della Francia e della Gran Bretagna, nella zona delle tempeste. Philippe Dessertine, direttore dell’Istituto dell’alta finanza e professore a Paris-X, ritiene che la Francia sia «il prossimo Paese sulla lista»: «Il problema non è tanto sapere se saremo toccati», dice, «ma quando».
Secondo l’OCSE, affinché il debito pubblico della Francia ritorni al livello del 60% del PIL, le amministrazioni pubbliche dovrebbero realizzare un eccedente di bilancio per almeno dieci anni. Ora, l’ultimo bilancio eccedentario risale al 1974! Per migliorare la situazione, esistono, in linea di massima, solo due possibilità: aumentare le risorse dello Stato o diminuire le spese pubbliche. L’aumento dei prelevamenti obbligatori è difficilmente ipotizzabile, in un Paese che è già il più tassato al mondo tra i Paesi sviluppati. Quanto alle spese pubbliche, che rappresentano in Francia il 56,2% del PIL e quindi sono di gran lunga maggiori rispetto a quelle della Germania (46,6%) o anche della Spagna (45%), nessuno sa molto bene come ridurle per farle tornare alle giuste proporzioni.
Quando il debito pubblico diventa insostenibile – ossia quando il tasso di indebitamento supera il 35% del PNL – gli Stati possono scegliere solo tra il ricorso all’inflazione (ed è ciò che è accaduto in Germania sotto la Repubblica di Weimar) o l’insolvenza. L’instaurazione dell’euro ha reso impossibile il ricorso alla stampa di moneta cartacea. In effetti, la storia moderna dimostra che, al di là di una certa soglia, un debito troppo elevato conduce quasi ineluttabilmente al fallimento. Tenuto conto dei danni provocati dal solo affaire greco, non si vede come le istituzioni europee potrebbero fronteggiare una serie di insolvenze sovrane, successive o simultanee, di ampiezza molto più grande. «Nella presente realtà europea», scrive Frédéric Lordon, «al moltiplicarsi del numero di coloro che vengono soccorsi corrisponde una diminuzione dei soccorritori, anche perché questi ultimi vanno a raggiungere i precedenti nella loro categoria», il che equivale a dire che «gli splendidi meccanismi dei mercati di capitali concorrono con rara eleganza all’organizzazione del peggio, rendendo insolubile la crisi dei debiti da essi stessi partorita»6.
Una cosa è sicura: in Europa ci dirigiamo verso la messa in opera di una generale politica di austerità, le cui principali vittime saranno le classi popolari e medie, con tutti i rischi inerenti a una simile situazione. Quando nuovi Paesi si ritroveranno in stato di insolvenza, i cittadini dell’intera Unione Europea saranno ancora invitati a pagare il conto. Orbene, diciamolo chiaramente: nessun Paese ha oggi i mezzi per bloccare l’aumento del suo debito nella percentuale del suo PIL, nessuno ha i mezzi per rimborsare il capitale del suo debito. Malgrado tutte le manovre ritardanti, sembra ineluttabile un’esplosione generalizzata nel giro di due anni. Come molti altri, Jean-Luc Gréau ritiene impossibile un ripristino spontaneo del sistema7. L’economista Philippe Dessertine arriva fino a prevedere una «profonda crisi geopolitica, che potrebbe sfociare in una guerra mondiale»8: parole che possono sembrare allarmistiche, ma il sistema capitalistico non ha mai indietreggiato davanti all’eventualità di una guerra, quando questa era l’unica maniera che gli restava per proteggere i suoi interessi. Che cosa accadrebbe, se la prima potenza mondiale, gli Stati Uniti, si ritrovasse insolvente? In Europa, lo status quo attuale porta diritto, con i suoi effetti cumulati, a una depressione di ampiezza mai vista finora. Il 2012 sarà terribile!
I politici hanno ceduto il dominio della finanza ai mercati. I mercati, dal canto loro, sostenevano che gli affari finanziari erano troppo seri per essere lasciati in balia degli umori mutevoli dei politici. Si è visto il risultato: fallimenti a catena, crisi finanziaria mondiale, inflazione di debiti privati e pubblici. La finanza privata appare fin d’ora come responsabile della più enorme crisi della storia del capitale. Come se ne può uscire?
Le soluzioni, purtroppo, sono teoriche. Sul piano tecnico, sarebbe perfettamente possibile costringere le banche a fare passare per perdite e profitti una serie di elementi dei loro bilanci che corrispondono ad altrettanti crediti dubbi o illegittimi. Si potrebbe anche imporre una nuova disciplina bancaria, che vietasse alle banche d’affari di fondersi con le banche di deposito. All’epoca del New Deal, Roosevelt aveva già fatto adottare il Glass-Steagall Act, che imponeva al settore bancario di scindersi in banche d’affari e di investimento, da un lato, e banche di risparmio e di deposito dall’altro (questa disposizione è stata soppressa dall’amministrazione Clinton). Si potrebbe immaginare una politica fiscale, che permettesse di controllare meglio i movimenti di capitali a breve termine e di obbligare la BCE a finanziare il riacquisto a opera degli Stati di una parte del loro debito, o addirittura di sdoppiare il sistema dei tassi di interesse, in modo da distinguere bene il tasso di interesse “produttivo” e quello “speculativo”. La legge del 1973, che vietava alla Banca di Francia di acquistare buoni del Tesoro dovrebbe, evidentemente, essere abolita. Una misura più radicale sarebbe la nazionalizzazione pura e semplice, senza indennizzo, del settore bancario e di altri settori chiave dell’economia. Frédéric Lordon, che ha preso posizione per la nazionalizzazione del sistema bancario e la “comunalizzazione” del credito, fa di questi provvedimenti altrettanti preliminari all’ulteriore mutazione del credito in un sistema davvero socializzato. Il giorno in cui vedremo queste cose è però ancora lontano, dato che nessun Stato ha la minima intenzione di entrare in guerra aperta contro la finanza, anche (e soprattutto) quando quest’ultima l’ha dissanguato.
Sottomettere “dall’alto” i mercati internazionali a una nuova regolamentazione globale di tipo keynesiano è ormai quasi impossibile: nelle condizioni attuali, essa implicherebbe la creazione di tribunali in grado di esporre i mercati a vere sanzioni penali – ad esempio, in caso di speculazione su un bene collettivo come una moneta nazionale o di strumentalizzazione di un debito pubblico per organizzare il saccheggio di un paese – ma con ciò si resta nell’ambito del pio desiderio. La soluzione consiste piuttosto nel ricentrare l’Europa su se stessa, con una rafforzata cooperazione intorno a un “nocciolo duro”» di alcuni suoi membri.
Come scrive ancora Frédéric Lordon, «il ritorno a una regolazione “seria” è ipotizzabile solo su scala regionale», ossia su spazi geograficamente limitati, ma anche politicamente chiusi da un principio di sovranità, qualunque sia la scala di quest’ultimo. Delle misure restrittive possono essere esecutive soltanto in tali limiti. In questo quadro, la soluzione non passa soltanto attraverso misure tendenti all’imposizione politica degli eccessi del capitale, ma anche attraverso la rilocalizzazione delle imprese, con il sostegno di incentivi fiscali, il ricentraggio della produzione e del consumo economico, il localismo, la regolamentazione regionale ecc.: tutte misure equivalenti a una certa forma di “deglobalizzazione”9.
Tornare sulle liberalizzazioni generalizzate, a cominciare da quelle dei capitali e dei mercati di beni e servizi, permetterebbe di andare oltre; ma ciò esigerebbe, insieme a una volontà politica che oggi manca10, l’abbandono definitivo del paradigma ideologico attualmente dominante. «Nel cuore stesso dell’ideologia capitalistica», ricorda opportunamente Raoul Weiss, «si trova il rifiuto viscerale dell’unificazione politica degli spazi unificati de facto dall’economia»11. Dall’epoca di Adam Smith, di David Hume e di Bernard de Mandeville, e poi di Ricardo, la teoria dei “mercati liberi” si fonda sull’abbandono, da parte degli Stati, della loro sovranità nazionale; farla finita con questa situazione equivarrebbe a rompere con tutti i presupposti liberali sulla “mano invisibile”, sulla “libertà dei mercati”, sulle “anticipazioni razionali”, sul ruolo “fondatore” della concorrenza “spontanea”, sui benefici della “flessibilità” e del libero scambio, sulla teoria “dell’equilibrio automatico” del commercio internazionale eccetera. Equivarrebbe a mostrare che tutte queste teorie si fondano non su “leggi naturali”, ma su ipotesi irrealistiche (informazione perfetta e immediata degli attori economici, aggiustamento spontaneo dell’offerta e della domanda ecc.), che ne distruggono la presunta scientificità.
Nell’immediato, la contestazione dell’“alta finanza” o dei mercati finanziari internazionali non ha alcun interesse, se viene fatta, come si vede spesso a destra, per favorire al contempo i piccoli capitalismi nazionali, industriali e “non finanziari”, che smetterebbero di costituire dei sistemi di sfruttamento del lavoro vivo, una volta che le loro attività fossero inserite nel quadro nazionale. E non ha alcun interesse anche se viene fatta, come si vede spesso a sinistra, per opporre ai maneggi del capitalismo liberale una semplice retorica “cittadina”, il più delle volte separata dal popolo, fondata sull’“indignazione” moralistica, sul riformismo compassionevole e sulla solidarietà con gli “esclusi” (termine preso a prestito dal lessico “umanitario”, per non dovere più parlare dei lavoratori o del proletariato).
Non sarà certamente limitandosi a “indignarsi”, come è considerato di buon gusto fare oggi, che si cambieranno le cose. L’indignazione che non sfocia nell’azione concreta è soltanto un modo comodo di sentirsi a posto con la coscienza. Solo l’intervento risoluto delle classi popolari e delle classi medie nella battaglia può dare all’“indignazione” suscitata dalle pratiche della Forma-Capitale, o semplicemente al malcontento antibancario, la base sociale che fa loro ancora difetto; questo, comunque l’azione da condurre si situi, al di qua o al di là dei limiti della legalità borghese.

Alain de Benoist

Note
[1]) Cfr. PBS+Global Research, 16 aprile 2010. Nel primo trimestre del 2010, l’80% dei 10 miliardi di euro di redditi, transazioni e investimento, guadagnati dalla celebre banca Goldman Sachs, sono il risultato di operazioni effettuate a suo nome e non a nome dei clienti; questo, d’altronde, non le ha impedito di subire un tasso di imposizione irrisorio, che ha portato il settimanale Newsweeck a parlare di «fallimento morale di Goldman Sachs». Cfr. anche “La fallite morale de Goldman Sachs”, in Courrier international, 6 maggio 2010. All’inizio del giugno 2011, la Goldman Sachs è stata oggetto di una richiesta di informazioni da parte del procuratore di Manhattan, al fine di valutare il suo coinvolgimento nella crisi immobiliare del 2007. La banca aveva allora scommesso sul crollo del mercato immobiliare, continuando al contempo a vendere dei subprimes adulterati. Henry Paulson, nel 2006 nominato Segretario al Tesoro da George W. Bush, è un ex presidente della Goldman Sachs. L’ex Commissario europeo Mario Monti ne è uno dei consiglieri dal 2005, ruolo rivestito anche dall’ex Presidente della Commissione europea Romano Prodi. La banca è molto generosa, con coloro che la servono: i suoi cinque principali dirigenti nel 2010 hanno ricevuto circa 70 milioni di dollari di salari e bonus; il suo direttore esecutivo, Loyd Blankfein, ha ricevuto 14,6 milioni di dollari.
2) Paul Jorion, Le capitalisme à l’agonie (Fayard, Parigi 2011). L’autore descrive in particolare la pratica del day-trading, cioè l’azione cumulata di coloro che intervengono sui mercati finanziari per spiare i movimenti dei grossi speculatori e mettersi sulla loro scia, trasformando così certe transazioni in un’immensa onda anomala, che falsa completamente la valorizzazione dei titoli.
3) Sécurité globale, estate 2011, p. 59.
4) Jean-Luc Gréau, « Le rétablissement ou la rechute? », in Le Débat, settembre-ottobre 2010, p. 41.
5) L’indipendenza della BCE, che si era opposta in anticipo a ogni riassetto del debito greco suscettibile di somigliare a qualcosa di simile a un credito, costituisce d’altronde un problema. Si sa che il suo nuovo direttore, Mario Draghi, subentrato nel giugno del 2011 a Jean-Claude Trichet, aveva occupato fino a quel momento il posto di governatore della Banca d’Italia. Ora, il personaggio è molto controverso. A capo del Tesoro italiano, ha svolto un ruolo importante nelle grandi privatizzazioni decise in Italia al momento del passaggio all’euro; ma soprattutto, dal 2002 al 2005, è stato vicepresidente internazionale preposto all’Europa della banca americana Goldman Sachs, istituto direttamente coinvolto nella crisi greca, avendo, nel 2001, aiutato la Grecia a dissimulare l’ampiezza del suo debito (in cambio di una commissione di 300 milioni di dollari!). Si fatica a credere che domani saprà opporsi a ciò di cui ieri è stato il promotore.
6) « La pompe à phynance », blog di Le Monde diplomatique, 2 dicembre 2010.
7) Art. cit.
8) Le Point, 13 luglio 2011.

mercoledì 23 maggio 2012

La mafia e i mafiosi

Vent'anni. Tanto è passato dal giorno in cui persero la vita Giovanni Falcone, sua moglie il magistrato Lucia Francesca Morvillo e tre agenti in scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Piena la cronaca di ricordi di quel giorno. In onda il discorso di Giorgio Napolitano, con tanto di lacrime, il richiamo alla lotta alla mafia e alla necesità di non dimenticare.

Eppure, lontani dalla retorica di questi giorni, che vedono ancora più imbellettati i leader di partito all'indomani dell'attentato di Brindisi e del calo di affluenza alle amministrative, abbiamo ben dimenticato cosa significhi fare la lotta alla mafia. Meglio ancora, abbiamo cominciato a considerarla confinata in una certa organizzazione a delinquere, e in un certo territorio, senza considerare che la piovra estende i suoi tentacoli fino ai vertici dello Stato, per crescere e sopravvivere, senza pensare che se non di "Mafia" di "mafioso" si può parlare in tutta una serie di comportamenti politici, economici, personali con i quali dobbiamo fare i conti tutti i giorni.

La Bce, gli USA e l'Ue si muovono insieme, in connivenza con le banche, tiranneggiando su interi Stati e popolazioni, in accordo con parlamenti senza spina dorsale. L'informazione è ammutolita e stupida di fronte agli avvenimenti. Molti "giornalisti" lo sono inconsapevolmente: non danno le notizie non perchè non vogliano farlo, ma perchè non le capiscono nemmeno loro. Sono anche loro figli di questa società, che nasconde e raggira, donando solo l'illusione della giustizia e della legalità in cambio dell'eterna ignoranza.
La politica, quella con la p minuscola, si nutre delle illusioni dell'elettorato, passando da uno scandalo all'altro, chiamando così ciò che scandalo non è: è ormai normalità. Figli inseriti in amministrazioni pubbliche senza merito, soldi sottratti alla pubblica utilità, stipendi da capogiro, assunzioni inutili a scapito delle casse statali.

Leopoldo Franchetti, politico e studioso classe 1847, disse una volta: «La Mafia è un sentimento medioevale; mafioso è colui che crede di poter provvedere alla tutela e alla incolumità della sua persona e dei suoi averi mercé il suo valore e la sua influenza personale indipendentemente dall'azione dell'autorità e delle leggi».

E in questo senso in Italia e non solo, intendendo per "autorità" e "leggi" anche qualcosa che va al di là di quelle contingenti, siamo tutti "mafiosi".

Sara Santolini

lunedì 30 aprile 2012

Beppe Grillo? Fa semplicemente paura

Se c'è una cosa semplice e palese che questi giorni di chiacchiere infinite su Beppe Grillo e sul Movimento 5 Stelle, che piaccia o no in forte ascesa, fanno venire a galla è la paura fottuta che hanno di lui, ma soprattutto dell'affermarsi di un movimento politico del genere, tutti quelli che sono stati in sella sulle poltrone del potere fino ad oggi. Paura fottuta. Lo dimostra Telese quando durante una trasmissione televisiva finge di non capire che differenza ci sia tra il finanziamento pubblico di un partito e l'autotassazione dei suoi rappresentanti eletti. Lo dimostra la parola d'ordine che gira di bocca in bocca a Palazzo Madama in proposito: "pagliaccio".

Ora, al di là di quello che è e sarà il Movimento 5 stelle e i "grillini", bisogna riconoscere al progetto politico che gira attorno alla figura di Beppe Grillo almeno qualche merito. E quello più eclatante, e che dovrebbe renderlo "simpatico" anche a chi non lo voterebbe mai, è proprio questo brivido terribile che provoca nelle schiene dei deputati che siedono in Parlamento. E quale italiano, strangolato dalle tasse o senza lavoro, vedendoli agitare sulle sedie rossi in viso mentre cercano argomentazioni che non hanno, non prova, almeno per un attimo, un moto di intima soddisfazione?

mercoledì 15 febbraio 2012

20 anni di sacrifici: parola di Monti

No alle Olimpiadi. Troppo costose, e fuori luogo. Ok, giusto.
Ma il punto è un altro: voi quanti anni avrete, tra 20? 

Abbiamo davanti 20 anni - "come sapete" - di sacrifici. Il governo Monti dice no alla candidatura di Roma per le Olimpiadi 2020. Il che, francamente, non fa una piega: sono ancora aperte le ferite per le spese folli e inutili degli ultimi Mondiali di nuoto e a dire il vero sono ancora aperte quelle dei Mondiali di calcio di Italia 90. Ridicolo spendere per un baraccone come quello di Roma 2020. Ma la cosa da mettere a fuoco è un'altra. Abbiamo davanti un periodo lunghissimo di ristrettezze e sacrifici.

Queste le parole di Monti. Naturalmente non ce ne importa nulla di commentare il no alle Olimpiadi di Roma quanto di capire il vero punto del giorno. E del futuro.

Dunque 20 anni di sacrifici.

Intanto, non lo sapevamo affatto, come invece sembra voler far percepire il premier. O meglio, ancora la cosa non era stata esplicitata, anche se almeno su questo giornale ce lo siamo detti spesso. Invece adesso è ufficiale, se anche il "professore" ha parlato così chiaro.

Ma il punto è che le parole di Monti, sebbene a nostro avviso vadano considerate per "difetto" sulla durata del purgatorio, sono una vera e propria bomba. Perché comunque esplicitano una data, una ipotesi di "fine pena". Sulla quale, come tutti i condannati dopo aver ascoltato la sentenza, vale la pena di ragionare.

Voi quanti anni avrete, tra vent'anni? Siete disposti a vivere vent'anni d'inferno e a ritrovarvi tanto avanti negli anni (già anziani?) il giorno in cui - e sono solo previsioni - si potrà tornare, secondo Monti, semplicemente ai livelli ante-crisi in cui peraltro non è che si stava poi così bene?

Insomma questo è quanto. Ce ne è abbastanza per una rivoluzione, se solo gli italiani capissero cosa significa. Se solo avessero ancora sangue nelle vene.

Ma senza andare troppo in là, ce ne è abbastanza per fermare ogni tipo di investimento, personale o aziendale, per bloccare immediatamente ogni spesa, ogni rata, ogni cosa: per vent'anni, nisba, niente da fare. Nessuna ripresa, nessun miglioramento rispetto ad adesso. Anzi, semmai andrà peggio, proprio per il processo dell'effetto domino innescato dalle misure appena prese e da quelle che presumibilmente saranno prese a breve. Altro che sciopero della Fiom, altro che Camusso e compagnia cianciando. 

vlm


domenica 6 novembre 2011

Roma: la sfida al divieto

Venerdì mattina Roma è stata svegliata da un corteo non autorizzato di giovani liceali e universitari.

Tutto è partito dal liceo Virgilio di via Giulia, sul lungotevere, che per primo ha violato il divieto imposto dal sindaco di sfilare nel centro della città. Nella protesta sono coinvolti 20 diversi licei della città e molti studenti universitari. I ragazzi, in molti casi identificati fuori la scuola, hanno dato vita al corteo nonostante la presenza delle forze dell’ordine e per nulla intimiditi dall’avvertimento della Questura che ha ricordato loro che sfilare senza preavviso espone i manifestanti a responsabilità civili e penali.
I responsabili della manifestazione studentesca erano stati autorizzati a guidare un corteo che doveva svolgersi non oltre le porte dell'Università La Sapienza, lontano dalla zona rossa interdetta. Il punto di ritrovo era la stazione Tiburtina - dove si sono verificati successivamente gli scontri con la polizia - ma le intenzioni del corteo erano chiare: «L'ordinanza di Alemanno non ci fermerà» avevano infatti dichiarato i manifestanti, «Noi arriveremo in centro». E avevano spiegato: «Violeremo l'ordinanza perché non si possono strumentalizzare gli episodi del 15 ottobre per negare il diritto a manifestare in Centro, né per proporre nuove leggi speciali o addirittura invocare un ritorno alla legge Reale». I ragazzi sono riusciti ad entrare nel cantiere di Roma Tiburtina, forzando lo sbarramento della polizia che però li ha caricati per impedire loro il passo. Lì hanno improvvisato un’assemblea all’aperto, dove sono stati costretti  a rimaner confinati a meno di non venire tutti identificati dalla polizia.

In proposito il Presidente della Provincia Zingaretti per primo ha dichiarato che «le cariche contro gli studenti sono un errore figlio di un altro gravissimo errore» riferendosi all’ordinanza emessa per impedire i cortei nella città. «Una scelta che si conferma dannosa perché inchioda le forze dell'ordine ad una gestione dell'ordine pubblico rigida e muscolare, come del resto dimostrano anche le cariche affrettate di questa mattina. Ma anche una deriva sbagliata e insidiosa per l'Italia perché, in un momento drammatico della vita del Paese, accentua la percezione di sordità e afasia delle istituzioni nei confronti dei giovani e la debolezza totale di una politica incapace di trovare strumenti e idee per interloquire con le istanze e le inquietudine poste dai movimenti. Non ci siamo mai sottratti alle esigenze di garantire l'ordine e al bisogno di colpire i violenti: ma tutto questo non c'entra nulla con quanto avvenuto oggi».


Non si può dimenticare che questa manifestazione nulla ha a che vedere con quella del 15 ottobre. In piazza ci sono solo minorenni o quasi: ai ragazzi delle scuole superiori si affiancano giovani universitari. Tutti a volto scoperto. Voler reprimere una manifestazione di questo genere la dice lunga su come vivano la protesta del Paese i vertici e quanto faccia loro paura dell’accentuarsi dei toni.

La violazione dell’ordinanza di Alemanno è diventata una questione di principio, non un pretesto. Aver posto tale limitazione ha avuto l’effetto di estremizzare lo scontro e alzare la polemica anche sulle reazioni più o meno giustificate e giustificabili della polizia, ben sovradimensionate rispetto a un corteo pacifico di ragazzi e ragazzini che usano libri come scudi. Inoltre un’ordinanza del genere nessuno ha mai creduto faccia paura ai Black Bloc. Tanto più che chi l’ha violata effettivamente l’ha fatto sottolineando di non cercare alcuno scontro ma di voler affermare con forza «il diritto a manifestare liberamente per le vie della città». La sfida al divieto è solo iniziata.

martedì 25 ottobre 2011

Pugno duro per la Tav, guanti di velluto per gli evasori

da La Voce del Ribelle
di Sara Santolini

Lo avevamo previsto ed è puntualmente successo: la norma per la creazione di «aree di interesse strategico nazionale» inserita nel ddl Sviluppo serviva a bloccare le proteste in Val di Susa e a permettere di terminare i lavori per la Tav, costi quel che costi e che piaccia o meno alla popolazione.
Come si legge negli atti, allo scopo di «assicurare la realizzazione della linea ferroviaria Torino-Lione e garantire (...) il regolare svolgimento dei lavori del cunicolo esplorativo de La Maddalena, le aree ed i siti del comune di Chiomonte, individuati per l'installazione del cantiere della galleria geognostica e per la realizzazione del tunnel di base della linea ferroviaria Torino-Lione» le aree interessate dai lavori sono infatti state dichiarate di interesse strategico nazionale. E pertanto, in forza di questo riconoscimento, le sanzioni arrivano a prevedere il carcere: «fatta salva l'ipotesi di più grave reato, chiunque si introduce abusivamente nelle aree ovvero impedisce o ostacola l'accesso autorizzato alle aree medesime è punito a norma dell'articolo 682 del codice penale: arresto da tre mesi ad un anno o ammenda da euro 51 a euro 309, per l'ingresso arbitrario in luoghi ove l'accesso è vietato nell'interesse militare dello Stato».
Il pugno duro, però, il governo lo mostra solo con chi non vuole fare il suo gioco: nel contempo ci si accinge a regalare l’impunità agli evasori di tutta Italia grazie ai 12 condoni infilati qua e là tra le pieghe del decreto.
Nella bozza, inoltre, è stata inserita l'approvazione unica del progetto preliminare per le opere strategiche che permetterà al Cipe (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) di «valutare il progetto preliminare ai fini dell'approvazione unica dello stesso, assicurando l'integrale copertura finanziaria del progetto». Il che, in soldoni, si traduce nell’obbligo per il Ministero dell’Economia di trovare i fondi per tali opere. Prima di quelli per la scuola, per la sanità, per la cultura, per i trasporti.
Oggi tocca alla Tav. Domani, chissà, potrebbe diventare opera strategica il famoso, inutile e costoso ponte sullo Stretto tanto caro a Matteoli.

Sara Santolini

La zavorra delle elite

Aiuti e austerity non basteranno mai a risolvere la crisi del debito: il problema strutturale del paese è un inveterato clientelarismo, che impedisce le riforme e una distribuzione equa dei sacrifici.

Rens van Tilburg (da Presseurop)


I leader europei si preparano a dare l'ennesima risposta "definitiva" alla crisi dell'euro. Dopo le banche, anche i cinesi e gli americani, le cui monete non sono interessate da questi problemi, hanno cominciato a chiedere un rafforzamento del Fondo europeo di stabilizzazione finanziaria (Fesf).


Di certo nessuno vuole correre il rischio di un fallimento della Grecia. Resta però da capire se la via che i dirigenti europei hanno preso non rischia di essere ancora più pericolosa. Perché non viene mai evocato il vero problema della Grecia né tanto meno i possibili rimedi.


Questo problema è che nella società greca il posto di ognuno non viene determinato dal talento e dal dinamismo, ma dalle origini e dalle relazioni. Ovviamente nessuna società si basa interamente sulla meritocrazia o sul nepotismo. Ma mentre i Paesi Bassi, per esempio, sono soprattutto meritocratici, in Grecia è il nepotismo a predominare. Qui il potere e la proprietà sono così concentrati che le élite al potere riescono sempre a rafforzare la loro posizione.


Finché non sarò fatto qualcosa contro questo nepotismo, l'economia greca non sarà in grado di ripagare il suo debito. Anche se cancellassimo l'intero debito greco, il giorno dopo il paese chiederebbe nuovi crediti.


E chi pagherà il conto della prossima operazione di salvataggio per le banche greche? Garantire le economie strutturalmente deboli aumentando le capacità del Fesf non fa che aggravare i problemi futuri. I politici si lasciano guidare dagli stessi sentimenti che li hanno portati ad autorizzare la Grecia a entrare nell'euro anche se non rispettava i criteri necessari.


"Lasciare" la Grecia uscire dalla zona euro in cambio della cancellazione del suo debito ci toglierebbe un importante fardello finanziario. Ma questo significherebbe lasciare la classe media greca a confrontarsi da sola con il suo paese. Dovremmo piuttosto preoccuparci del benessere dei cittadini greci, che sono le principali vittime del caos amministrativo del paese.


La classe media greca è disposta a pagare le tasse, come tutti gli altri europei. Ma il cittadino greco medio non vuole più pagare, perché sa che lo stato farà subito scomparire il suo denaro nelle tasche degli amici. I soldi riversati nel paese negli ultimi anni hanno addormentato la popolazione greca: tutti hanno partecipato alla spartizione del bottino e i giovani più ambiziosi hanno lasciato il paese. Ma oggi la tensione sale e dare altri soldi non farebbe che ritardare un confronto sociale indispensabile al paese.


Interventismo democratico
La cosa migliore sarebbe schierarsi con il popolo, ma finora le elite sono state risparmiate e il peso dell'austerity è stato lasciato sulle spalle dei greci onesti. Questo perché la troika composta da Ue, Bce e Fmi non vuole immischiarsi nelle scelte di politica interna, e l'impegno a distribuire equamente i sacrifici è rimasto lettera morta.


La troika deve rinunciare alle sue reticenze: l'idea di riportare la democrazia nel paese che l'ha vista nascere non è forse un ideale europeo? Serve un trasferimento più radicale della sovranità greca per colpire i privilegi di questa elite che decide dove devono essere fatti i tagli. Se non si riuscirà a contrastare efficacemente il potere delle elite greche nessuna soluzione sarà possibile. Ma questo aspetto è sistematicamente ignorato da tutte le proposte europee.


Atene non è Baghdad, ma non dobbiamo minimizzare le difficoltà di creare una democrazia funzionante. Se non riusciremo in questo compito non sarà possibile trovare una soluzione alla tragedia greca. Al contrario della tradizione teatrale, un lieto fine è ancora possibile: ci vorrà molta determinazione da parte dell'Europa, ma soprattutto un grande senso della realtà. (traduzione di Andrea De Ritis)

giovedì 20 ottobre 2011

L’indignazione “contagia” anche i Carabinieri


Che le modalità di protesta dell’Arma dei Carabinieri siano diverse, almeno in parte, a quelle degli altri indignati, è ovvio. Non fosse altro perché, per tradizione ma anche per legge, si tratta di un corpo da sempre rispettoso delle Istituzioni e dei loro rappresentanti - e che deve tenersi lontano dagli scioperi e dalla piazza a meno che di non avere in obbligo il contenimento di qualche protesta. 


Stavolta, però, i punti di contatto tra i celerini e gli Indignati che hanno fronteggiato sulle strade sono molti. E riguardano innanzitutto le motivazioni della protesta. Certo la polemica del Cocer (Consiglio Centrale di Rappresentanza dei carabinieri), il loro organo di rappresentanza che ha emesso un comunicato di protesta dal titolo “I nuovi indignati? I Carabinieri esterrefatti dall'ipocrisia del Governo Berlusconi”, prende le mosse dall’esasperazione sul lavoro raggiunta dal personale all’indomani degli accadimenti di sabato e in previsione delle prossime e numerose mobilitazioni. Certo la sua presa di coscienza della mancanza di sicurezza passa per la richiesta, innanzitutto, della «incolumità del personale in divisa». Ma, proprio come tutti gli altri indignati, anche i Carabinieri «sono stanchi di sottacere e di subire le imposizioni di un Governo che continua imperterrito a penalizzarli economicamente per giustificare i propri sprechi (auto blu con scorta, autisti/maggiordomi, segretari, vigilanze, etc)». 


E ancora in sostanza «i Carabinieri rimandano al governo le belle parole ed i ringraziamenti ipocriti»:


«Il governo taglia sulla sicurezza, ma non si dimentica di finanziare la festa delle Forze Armate del prossimo 4 novembre. È questo un governo impegnato a salvaguardare l'apparenza più che la sostanza: si sa, le foto ricordo durante queste manifestazioni possono valere più di cento parole, facendo percepire agli ignari cittadini una vicinanza al comparto sicurezza e difesa, di fatto inesistente»


«Alla nostra classe politica non interessa che durante questi servizi il Carabiniere il più delle volte non mangi, oppure lavori dodici ore continuative senza percepire straordinario e in condizioni a dir poco aberranti come ampiamente hanno dimostrato le immagini dei violenti scontri di piazza. A loro interessa solo tagliare le spese per questi servizi. Siamo nel pieno ciclone alimentato da una classe politica che pensa più che a salvaguardare, ad aumentare i propri privilegi»

giovedì 29 settembre 2011

"Test" Romano superato


La mozione di sfiducia al ministro Romano, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, è stata respinta. Ma, il fatto in sé, non è una notizia.

Non è una notizia che la classe politica, quando è il momento di proteggersi, ritrovi improvvisamente un senso di compattezza e unità d'intenti. Certo il tutto infarcito di polemiche, fazioni additate come responsabili, franchi tiratori e episodi come questi presentati come forti rotture con l'instabilità della maggioranza - ormai superata - o addirittura come "test" di governo dopo il quale ci sarebbero i numeri per "fare le riforme". E sono parole di Silvio Berlusconi, il premier cui tutti consigliano di dimettersi ma che alla fine nessuno costringe al famoso "passo indietro".

Non c'era nessun vero test, nessuna rottura col passato, nessuna campagna elettorale da avviare. È solo la storia che si ripete, inesorabile, a nostro discapito.

mercoledì 6 aprile 2011

Tizio all'Eni, Caio all'Enel...


Succede da sempre e quasi nessuno ci fa caso, ma le nomine ai vertici delle aziende parastatali sono un aspetto cruciale dell’esercizio del potere politico. E delle sue oscure contiguità coi potentati economici. A tessere la tela, non a caso, ci sono innanzitutto Giulio Tremonti e Gianni Letta 
di Alessio Mannino 
Mentre l’Europa ci tiranneggia e ci succhia il sangue e a questo punto, come faceva correttamente notare Bechis su Libero di ieri, potremmo considerare l’idea di andarcene e riprenderci la nostra sovranità. 
Mentre il dibattito politico nazionale, lo scriveva con acume sempre ieri il nostro Stasi, è monopolizzato dalle vicende processuali del premier Berlusconi sulle quali stravolentieri il Pd (una volta tanto rosso sì, ma di vergogna per il caso Tedesco, parlamentare dalemiano che se non fosse per l’autorizzazione a procedere sarebbe già in cella) inzuppa il pane perché ha tutta la convenienza a svicolare dai problemi cruciali posti dai tre referendum di giugno. 
Mentre il ministro-ballerino Frattini compie l’ennesima piroetta libica e passando dalla parte degli insorti sancisce ancora una volta lo sbandamento a cui è stata improntata la politica italiana nei confronti di Gheddafi. 
Mentre la Lega Nord, in calo di consensi per la paura suscitata nei suoi ossessivi elettori dall’invasione di immigrati a Lampedusa, estrae dal cappello una delle sue tante boutades propagandistiche, le improbabili milizie volontarie regionali. 
Mentre sui giornali si fa colore, cioè si ci perde in chiacchiere, sul farsesco tira-e-molla di Montezemolo che non si decide a questa benedetta discesa in campo (si accomodi pure, tanto ormai peggio di così) e sui pruriti da candidatura dello scrittore Pennacchi che scambia i finiani per fasci e i suoi compagni del Pd per comunisti(qualcuno lo avverta che sono tutti quanti diventati da almeno una quindicina d’anni dei liberaloidi demoplutoeccetera). 
Mentre l’Italia si trastulla e s’imbroda, c’è un signore che quatto quatto tesse la sua tela e si fa garante dei poteri forti: Giulio Tremonti. 
Non ci vengano a raccontare la storia dell’orso, i sapientoni che scambiano il ministro dell’economia per un no-global di destra. Sui libri e in tv può propinarci le dissertazioni che vuole, il tributarista di Sondrio, menandocela che è uno strenuo critico della finanza predona. Ma i fatti dicono che la finanza lui la riverisce e la vezzeggia. La notizia è lì, bella grossa e in evidenza: la lista dei premiati ai vertici delle società partecipate dallo Stato. Tremonti l’ha stilata con la cura dovuta ad una partita delicata come la spartizione delle cariche nei grandi centri di spesa e di influenza economica che fanno capo al Tesoro. Lo ha fatto venendo a compromesso con il suo rivale nella compagine governativa per ciò che riguarda gli equilibri di potere nella macchina statale, l’eminenza azzurrina Gianni Letta, legato ai salotti buoni del business. 
Lui e Tremonti, affiancato da una Lega a caccia di posti, si sono così divisi il bottino. Tremontiano è il nuovo presidente dell’Enel Paolo Andrea Colombo, la cui trasversalità è da manuale: consigliere Mediaset, Eni e sindaco di numerose altre società, ex Rc Quotidiani ed ex Banca Intesa. Quest’ultima qualifica lo rende certamente gradito al padrone del primo istituto creditizio italiano, Giovanni Bazoli, cattolico di centrosinistra. Se ne deve dedurre che Tremonti cerca di gettare ponti anche “di là”. Riconducibile a Letta, invece, è il più internazionale Giuseppe Recchi, assiso alla presidenza Eni. Attualmente è presidente e amministratore delegato di General Electric Sud Europa, vicepresidente di GE Capital Interbanca, ed è consigliere di Exor, la finanziaria della famiglia Agnelli. A tenere il bastone del comando sono in realtà gli amministratori delegati (Fulvio Conti per Enel, Paolo Scaroni per Eni), i presidenti sono privi di funzioni operative. Tuttavia è certo che per un gruppo di potere poter contare su un proprio uomo alla presidenza vuol dire esserci, mantenersi al corrente, far sentire che si ha peso. 
I leghisti non sono riusciti a imporre il viceministro Roberto Castelli, che evidentemente non si contenta di una sola poltrona, come presidente di Terna. L’attuale titolare, Luigi Roth, è un lettiano che dovrà vedersela con un papabile successore altrettanto lettiano, l’ex ambasciatore a Washington Gianni Castellaneta (fatto uscire dal consiglio Finmeccanica). Una pratica tutta per il gran visir Letta, dunque. Né i padani hanno ottenuto di veder innalzato a capo di Enel l’ex sindaco di Busto Arsizio, Gianfranco Tosi. In compenso il Carroccio porta a casa la nomina ad amministratore delegato di Finmeccanica del suo Giuseppe Orsi, che è già in azienda in qualità di responsabile di AgustaWestland, la controllata che produce i famosi elicotteri. A completare il taglia e cuci della lottizzazione ci sono le Poste. È saltato fuori un posticino d’oro nel consiglio d’amministrazione sia per Maria Grazia Siliquini, che ha il solito merito di essere passata da Fli ai “Responsabili” berlusconiani, sia per Antonio Mondardo della Lega (dentro anche una misconosciuta pidiellina, Maria Claudia Ioannucci). 
Passano le repubbliche ma la Seconda non si differenzia dalla Prima nell’usare a piacimento le caselle delle partecipazioni statali come greppie con cui soddisfare gli appetiti delle lobby partitiche e industriali. E Tremonti, che a differenza del “consigliori” Letta non è solo un tecnocrate ma anche un politico, sfrutta l’occasione per intrecciare alleanze e rendere favori che al momento buono gli torneranno utili. Pressappoco quando Berlusconi uscirà di scena. 

Alessio Mannino