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lunedì 12 gennaio 2015

AVANTI, MARCH! IL MEGA SELFIE DI PARIGI

da La Voce del Ribelle:

Nel pomeriggio di ieri si è svolta la maxi manifestazione che ha riempito le vie di Parigi e alla quale ha partecipato oltre un milione di persone, che secondo alcune stime sarebbero state addirittura il triplo. Tra loro anche Benjamin Netanyahu, quel campione della libertà che di Palestinesi sulla coscienza ne ha ben oltre la manciata di uomini morti in Francia nel massacro dell'8 gennaio e che si affianca oggi ai Capi di Stato occidentali, anche loro non proprio innocenti verginelle. Tanto per mettere in chiaro "da che parte sta", il primo ministro israeliano.
Sulle strade si è radunata tanta, tanta gente comune. Già sabato i francesi erano scesi in piazza. A Tolosa in 80.000, a Nantes in 30.000, a Orleans in 22.000, a Nizza in 23.000. Numeri da far quasi impallidire quella della Rivoluzione Francese di fine '700, una folla che si muove in nome di quei valori che crede di proteggere e che invece non le appartengono più. Quando venivano venduti i giornali agli imprenditori e ai banchieri, si riduceva l'informazione a uno show, e poi, quando si tagliavano le risorse per la scuola e la sanità, si riducevano gli stipendi, si creava disoccupazione e contratti capestro, venivano (e vengono) ammazzati i figli e i loro padri con gli scarti del nostro modello di sviluppo, quando è stata venduta la nostra sovranità al migliore offerente, privandoci di quella libertà che solo l'informazione, la cultura, la salute, il pane e i diritti politici possono garantire, tutta questa massa di persone dov'era?
La risposta più semplice è che fosse schierata, sì, ma davanti alla tv - intendendo con questa tutto quel sistema di mezzi di comunicazione mainstream che hanno privato l'Occidente di una coscienza. Perché, se ce ne fosse, non passerebbe sotto silenzio in questi cortei, tanto per fare l'esempio più attuale, la storia della bimba kamikaze, due parole che solo a metterle insieme dovrebbero venire i brividi. Tanto meno l'opera di manipolazione delle emozioni, umane e comprensibili, dovute alle immagini del commando - sparate ovunque dal web alle tv, al fatto che si trattava di civili, per quanto antipatici potessero essere per l'Islam, gente che di per sé non aveva torto un capello a nessuno e che, parafrasando Massimo Fini, aveva dunque anche il diritto di "odiare chi gli pare".
I motivi e i mandanti dell'attentato a Charlie Hebdo, per quanto vogliano farci credere non sia così, devono ancora essere palesati. Un commando che sbaglia indirizzo e di cui un membro "perde" una carta d'identità è una roba che a inventarsela caccerebbero a calci qualsiasi sceneggiatore. Molti dunque rimangono i dubbi anche sugli esecutori materiali: chi sono, da dove vengono, se si tratti di semplici pedine, convinte di lavorare per un fine "più alto", e invece manipolate e usate per provocare l'opinione pubblica di un Occidente che non è in grado di ragionare con la propria testa.
In quel caso, la tragedia sarebbe ancora maggiore: saremmo tutti i deceduti di "Charlie Hebdo", musulmani e cristiani, civili e militari, uccisi e carnefici, vittime inconsapevoli della nostra stessa incomprensione del mondo. Dopo la grande crisi del 1930 e la depressione che ne seguì fu l'ingresso nella Seconda Guerra Mondiale a portare fuori dal pantano gli USA. A dirlo, o a ribadirlo, è stato il premio Nobel per l'economia Douglass North, secondo cui l'aumento del PIL è direttamente proporzionale all'aumento della spesa bellica. Per non parlare di quanto ha fruttato agli interessi produttivi statunitensi la ricostruzione della vecchia Europa. A quel conflitto ne seguirono altri: Corea, Vietnam, Panama, Kosovo, Afghanistan, Iraq, Libia.
Ora l'opinione pubblica è stanca ma «la guerra – come sottoscritto dall’economista statunitense Tyler Cowen - porta con sé un’urgenza a cui i governi altrimenti non riescono ad appellarsi». Nel 2013 la spesa è calata, a causa di austerity e ritiro degli USA dall'Afghanistan. Però, come si legge sul sito del Sipri, un istituto internazionale impegnato in ricerche su conflitto, armamenti, loro controllo e disarmo, «la spesa militare mondiale del 2013 è stata di 1.747 miliardi di dollari, equivalenti al 2,4% del prodotto interno lordo mondiale o a 248 dollari per ogni persona al mondo oggi». E, ancora, «il volume dei trasferimenti internazionali di armamenti convenzionali maggiori è aumentato del 14% nei quinquenni 2004-2008 e 2009-2013; nel 2009 Stati Uniti, Russia, Germania, Cina e Francia sono stati responsabili per il 74% del volume delle esportazioni e, con poche eccezioni, Stati Uniti ed Europa hanno dominato la classifica dei venditori negli ultimi vent’anni, anche se tra il 2009 e il 2013 la Cina si è collocata tra i principali fornitori occupando il quarto posto».
Una guerra, diciamoci la verità, potrebbe forse essere una risposta possibile alla crisi economica, anche in Europa. Di sicuro sposterebbe l'attenzione dei cittadini: di quelli greci che vogliono uscire dall'Euro e di tutti gli altri sull'orlo della rivolta civile. In Siria si combatte dal 2011 e i morti già 200mila. Gli americani già ci sono. Gli europei potrebbero approdare tra poco, quando la ragionevolezza lascerà definitivamente spazio alla paura.
Eppure, la risposta a tutto questo sarebbe semplice. Era scritta sul Partenone, simbolo della civiltà greca antica, quella che ha creato le basi culturali e politiche della vecchia Europa, già a giugno del 2011, e adesso assume un significato tutto "nuovo": People of Europe, rise up.
Sara Santolini

giovedì 1 dicembre 2011

I fatti separati dalla morale


Giornali radio di ieri mattina: è successo questo ed è successo quello, e tra le altre cose è successo pure che abbiano arrestato il vice presidente della Regione Lombardia, accusato di corruzione per aver favorito lo smaltimento illegale di rifiuti pericolosi, e un giudice calabrese, indiziato di essere colluso con la ‘ndrangheta. 
Nulla di straordinario, verrebbe da dire. E infatti il tono degli speaker è del tutto neutro, fino alla perfetta indifferenza. Probabilmente glielo avranno insegnato, oppure lo hanno imparato da soli basandosi su quello che facevano gli altri prima di loro. Il cronista deve rimanere sullo sfondo, lasciando la ribalta alle informazioni. Come recita la formuletta classica, che secondo alcuni è la sintesi del miglior giornalismo, “i fatti separati dalle opinioni”. Significa, o dovrebbe significare, che i due piani non vanno confusi, in modo da lasciare libero il pubblico di valutare gli avvenimenti con la massima autonomia, senza essere influenzato dal punto di vista di chi ha dato le notizie e, nel darle, ci ha messo così tanto del suo da imporre la propria chiave di lettura a scapito di tutte le altre. 
La realtà è ben diversa: attenersi in modo rigido a quel principio è semplicemente impossibile, essendo ovvio che dai titoli in poi basta un nonnulla a indirizzare la percezione altrui. Inoltre, checché se ne dica, un’esposizione asettica non piace a nessuno. Gli imbonitori alla Emilio Fede sono certamente insopportabili, a meno di essere fatti della medesima pasta, ma l’alternativa non può essere la mera elencazione della Gazzetta Ufficiale. E la ragione è chiarissima: informarsi attraverso i media non è un’attività puramente razionale, che viene svolta col rigoroso distacco di uno scienziato, e il coinvolgimento è pressoché inevitabile. Si legge, o si ascolta, o si guarda, e ogni singolo impulso produce una risonanza interiore. Che in larga misura, benché i più lo ignorino (o lo rifiutino), attiene all’inconscio.
Teoria a parte, la realtà è che nel mondo della stampa l’orientamento emotivo non è affatto assente. Semmai è intermittente. Enfatizza alcuni aspetti, come per esempio l’andamento delle Borse, e ne attenua altri, come appunto le vicende di “ordinaria corruzione” che riguardano gli esponenti della politica. La disparità di approccio può essere più o meno consapevole, ma il risultato è il medesimo. Una manipolazione che tende a passare inosservata, e che però è assidua. Tanto più efficace quanto più la si ripete. Tanto più insidiosa quanto meno la si nota. 
Così, ieri mattina, le due notizie sono state date quasi distrattamente. Che volete che sia? Il vice presidente della Lombardia accusato di corruzione, mentre il suo collega Penati è già sotto inchiesta da un pezzo, e un giudice legato mani e piedi alla criminalità organizzata. Cose che sono già accadute. Che continuano ad accadere. La politica e le pubbliche istituzioni scivolano nella cronaca, e lì sprofondano. Lì ristagnano. Invece di risaltare in tutta la sua gravità, il tradimento del bene comune, e quindi dell’intero popolo italiano, decade a fatto secondario. Di cronaca, appunto. Com’è noto, del resto, non bisogna generalizzare. E attendere fiduciosamente che l’iter giudiziario si svolga e arrivi fino in fondo, prescrizione permettendo.  
Il primo nemico della consapevolezza non è la semplice ignoranza. È l’abitudine. Anzi, l’assuefazione.

Federico Zamboni 

domenica 17 luglio 2011

I segreti della casta di Montecitorio


Premetto che sto seguendo il blog che, anche se privo di analisi, mette insieme una serie di notizie sui privilegi dei parlamentari e una serie di deduzioni interessanti che può fare solo chi a Montecitorio c'è vissuto, che è difficile trovare tutte insieme.
Ma il fenomeno in sè, l'apertura della pagina facebook, l'immediata valanga di iscrizioni e la successiva apertura del blog, è esemplare. E merita una riflessione.


Punto primo: tutto questo significa che la gente non sa quali siano i privilegi dei politici. Non dico solo quelli "illegali" legati a una loro interpretazione estensiva o a una vera e propria applicazione a ambiti e situazioni che ne sarebbero esclusi. Parlo anche di quelli che spettano loro per legge. Una legge troppo spesso al servizio della casta politica ma pur sempre una legge, e dunque di pubblico dominio. 
Più probabilmente non se ne ricorda. Quanti articoli e quanti servizi sono stati fatti sulle spese delle Camere per bar, pranzi, barbieri, voli di Stato più o meno giustificati eccetera eccetera? A migliaia. Ma ogni volta l'italiano legge, quando legge, e si indigna lì per lì per poi tornare come nulla fosse davanti alla tv, a guardare la partita di Champions o a fare shopping nell'ultimo centro commerciale, o convinto che "tanto non si può fare niente" oppure in ogni caso consolato dal proprio misero menage quotidiano. 
Male, malissimo. Si tratta di un atteggiamento che va a favore dello status quo, che tranquillizza le caste politiche ed economiche sicure che qualsiasi notizia trapeli sulle proprie malefatte, più o meno coperte dall'uso truffaldino della legge, sarà dimenticata il giorno dopo dall'elettorato, sempre pronto a mettere quella crocetta che dà loro la possibilità di spartirsi la torta del potere, di anno in anno, e di continuare ad agire senza conseguenze.


Punto secondo: tutto questo mette in luce l'aspetto opportunistico del comportamento dell'italiano in genere. Senza nulla togliere al valore divulgativo delle denunce dell'anonimo autore del blog e della pagina facebook in oggetto, bisogna anche dire che quello che è trapelato della sua identità da una parte dà maggior valore al suo dire, dall'altra lascia riflettere. 
Chi è e perché ha alzato questo vespaio solo adesso? Pare si tratti di un ex precario che ha lavorato a Montecitorio per 15 anni e che adesso è stato licenziato. Chiaramente l'essere stato a contatto per tanti anni con l'ambiente parlamentare gli ha dato la possibilità di osservare i comportamenti e di tirare le somme su come la casta politica sprechi i nostri soldi. D'altra parte però il fatto che parli adesso, dopo il licenziamento e non prima, fatto che, sia ben chiaro, nulla toglie alla sua dignità di testimone, dà adito a una riflessione. Quanta gente lavora a Montecitorio? E perché non solleva mai questioni sulla gestione dei privilegi dei politici e non solo, visto che si parla anche di altri tipi di professioni ben remunerate, dal parrucchiere all'usciere? 
La risposta potrebbe essere tanto semplice quanto dura da digerire. Chi lavora a contatto con questi privilegiati, e magari riesce a chiedere favori, chi guadagna in media molto più di quanto guadagnerebbe fuori di lì con il proprio lavoro, e riesce a non perderlo, non avrebbe alcun interesse a che la popolazione si ribelli alla casta politica ed economica al potere. Potrebbe in tal caso rischiare di perdere la propria piccola soddisfazione di vivere delle briciole del privilegio, e di suscitare l'invidia di tutti quelli che non hanno invece alcun accesso all'ambiente parlamentare. Per questo tacerebbe, nella speranza di poter un giorno fare la stessa cosa, scattare di grado e guadagnare di più, guadagnare qualche favore da qualche uomo di potere, aiutare un parente a trovare un posto di lavoro. Che sia giusto o meno, nell'intima convinzione che chiunque altro, al proprio posto, farebbe lo stesso. 


E allora, con una cittadinanza così, o distratta o omertosa, che speranze abbiamo di uscire dal pantano?


Si tratta di supposizioni, per carità. Ma sfido chiunque a trovare una deduzione sul caso meglio supportata dalla logica di questa.

giovedì 2 dicembre 2010

Endemol contro Endemol. Vince Endemol

da "La Voce del Ribelle":
Apparentemente produce format di qualsiasi tipo, preoccupandosi solo che siano remunerativi. Ma basta vedere chi sono i proprietari, da Goldman Sachs a Mediaset, per capire che i limiti ci sono. Eccome 


Presente in 26 paesi del mondo, dal 2007 la Endemol è di proprietà di una joint venture formata dal fondo Cyrte, specializzato nel settore delle telecomunicazioni, dalla banca d’affari Goldman Sachs e dal Gruppo Mediaset. «È la prima società di produzione televisiva indipendente in Europa. In poco tempo è riuscita ad imporsi come leader nella produzione nazionale ed internazionale di programmi di intrattenimento e di fiction, realizzando trasmissioni che hanno fatto la storia della televisione mondiale. Ogni anno la società produce più di quindicimila ore di programmazione». 
In pratica, crea format televisivi. E cos’è un format? In realtà, cosa si intenda con questo termine non è ancora chiaro nemmeno agli addetti ai lavori. Aldo Grasso lo definisce come «idea originale di programmi i cui diritti d’uso sono soggetti a compravendita nel mercato televisivo». In generale, l’espressione indica «l’oggetto di una compravendita di un bene immateriale, di un’idea, di una formula, quindi gli elementi invariabili di un programma, che, usata per trasmissioni di successo in un Paese, può essere messa a fattore comune per garantirne la replicabilità presso il pubblico di altri Paesi, e può essere oggetto di tutela giuridica». 
Quel che è certo, è che i format offrono una serie di vantaggi che riducono i rischi per l’azienda produttrice. Primo tra tutti, l’aver sperimentato le caratteristiche che hanno determinato il successo per un certo format, già trasmesso in un altro paese. Vedi l’esempio di programmi come il “Grande Fratello” che, mandato in onda per la prima volta in Olanda, è stato esportato in oltre quaranta stati. Con il risultato di aver creato la moda del “reality show” che ha contagiato, o invaso, mezzo mondo. 
Nel caso del programma “Vieni via con me”, l’Italia fa da maestra. Roberto Saviano e Fabio Fazio, oltre ad esserne i conduttori, sono gli autori principali della trasmissione, ed hanno venduto il suo diritto d’uso a Endemol, che successivamente l’ha prodotta. Ora, considerato chi controlla la società – appunto Goldman Sachs, il fondo Cyrte e Mediaset – il contenuto non avrebbe potuto essere diverso da quello che è stato. Ovvero, mero intrattenimento. L’equivoco, o forse sarebbe meglio dire la distorsione, è nato nel momento in cui si è tentato di spacciarlo come un vero e proprio programma di informazione. Con la conseguenza che lo spettatore ha avuto l’impressione di ricevere notizie “scottanti”, illudendosi di essere realmente informato. Ma se Saviano e Fazio avessero avuto l’intenzione di trattare tematiche davvero “scomode” come, ad esempio, il signoraggio bancario, “Vieni via con me” non sarebbe mai andato in onda. E le polemiche nate sul programma? Un’ottima trovata di marketing. 
Sapientemente costruite, hanno avuto la funzione di attirare il maggior numero di telespettatori. Lo share dell’ultima puntata è stato del 30,21%, e questo ha determinato un aumento del costo degli spazi pubblicitari che a loro volta si sono tradotti in maggiori profitti per la Endemol. Un sospiro si sollievo per la società produttrice di format che, secondo il quotidiano americano, Daily Beast, sarebbe oppressa dai debiti. «È da mesi che circolano voci sul fatto che la Endemol stia barcollando sull’orlo dell’insolvenza». Ad agosto, infatti, si parlava di una possibile crisi dovuta, pare, ai 3 miliardi di dollari di deficit. 
Endemol, però, smentisce sottolineando che «data la nostra attuale prospettiva e considerando le risorse già disponibili alla società e agli azionisti, siamo convinti che continueremo ad assolvere integralmente i nostri obblighi nei confronti dei nostri creditori nel futuro». E La trasmissione di Fazio e Saviano, in ogni caso, è capitata nel momento giusto.

Pamela Chiodi

venerdì 26 novembre 2010

Ed ecco a voi la rettifica “a mezzo show”

da "La Voce del Ribelle":
Dopo la puntata di “Vieni via con me” con Mina Welby e Beppino Englaro, il Cda della Rai pretende di concedere uno spazio di replica alle associazioni pro-Vita  


L’ultimo attacco è arrivato ieri. Il Cda della Rai ha votato a maggioranza, e col sorprendente consenso del presidente Paolo Garimberti, un ordine del giorno che impone ai responsabili di “Vieni via con me” di ospitare, nella prossima e ultima puntata del programma, l’intervento delle associazioni pro-vita, nell’intento di «replicare al racconto di Roberto Saviano dedicato a Piergiorgio e Mina Welby, e all’elenco letto da Beppino Englaro e Fabio Fazio». 
La reazione è stata immediata. E quanto mai puntuale. «Un programma di racconti, come il nostro, non ha la pretesa né il dovere né la presunzione di rappresentare tutte le opinioni. Non siamo un talk-show, non siamo una tribuna politica. Se ogni associazione o movimento che non si sente rappresentato da quanto viene detto in trasmissione chiedesse di dire la sua, non basterebbero mille puntate. La Rai dispone di spazi adatti per dare voce alle posizioni del movimento pro-vita, che del resto già ne usufruisce ampiamente. L'idea che ogni opinione, ogni racconto, ogni punto di vista, ogni storia umana debba essere sottoposta a un obbligo di replica ci pare lesiva della libertà autorale, della libertà di scelta del pubblico, e soprattutto della libertà di espressione».
Ineccepibile. 
Delle assurdità del pluralismo obbligatorio, e contestuale, abbiamo già scritto ampiamente il mese scorso (qui - 18 ottobre). In quel caso lo spunto erano le pressioni di Ghedini per impedire che andasse in onda il servizio di Report dedicato alle proprietà immobiliari di Berlusconi nell’isoletta caraibica di Antigua, visto che non era previsto «alcun contraddittorio». In altre parole: nulla può essere detto, su chicchessia, a meno che non gli si conceda un immediato e simultaneo diritto di replica. Il che equivale a esigere che sui giornali, ogni volta che si scrive qualcosa su qualcuno, si riservi una o più colonne per una comunicazione di segno contrario. A cura della persona di cui ci si sta occupando e con la medesima evidenza. 
Una sesquipedale idiozia. Che, come abbiamo sottolineato allora, confonde il giornalismo coi procedimenti giudiziari, nel presupposto di dover assicurare un’identica e preventiva tutela a tutte le parti in causa. Di questo passo, prima di esprimersi sul Tal dei Tali bisognerà notificargli la propria intenzione, specificare i termini in cui lo si farà e infine attendere (per quanto tempo?) che egli trasmetta le sue osservazioni al riguardo. Oppure, hai visto mai, che conceda il suo placet. 
Nel frattempo, se possibile, la situazione è peggiorata. Che quelle cose se le augurasse Ghedini, uomo di tribunale convinto che tutto inizi e finisca nelle norme, e nelle scappatoie, dei codici – per cui Berlusconi che se la spassa con la D’Addario, pagata da Tarantini, è nulla di più dell’ “utilizzatore finale” – era in linea col personaggio. Che lo stesso approccio dilaghi, dal ministro Maroni ai vertici Rai, trasforma la sortita occasionale di un avvocato aggressivo in un atteggiamento standardizzato, che mira a imbrigliare sistematicamente la libertà di espressione. Con la scusa della parità di trattamento si snatura l’identità dei singoli programmi, i quali vivono proprio della loro capacità di caratterizzarsi in un senso piuttosto che in un altro. Solo dei burocrati ottusi, o degli yes-men in malafede, possono sostenere che il pluralismo consista nel dare spazio ai diversi orientamenti nella stessa trasmissione. 
Il pluralismo, al contrario, si realizza nell’offrire una gamma quanto più possibile ampia ed eterogenea di contenuti differenti, lasciando che ciascuno sia libero di scegliersi quelli che preferisce. Il pluralismo è un dovere della Rai, non del cittadino. È un’opportunità di cui fruire se e quando si vuole, nella misura che si ritiene opportuna. Non una dieta obbligatoria che costringe chiunque a ingozzarsi di un tot di questo (ciò che piace al governo) e di un tot di quello (ciò che piace all’opposizione), solo perché ha ceduto alla tentazione di accendere la tivù.  

Federico Zamboni

martedì 16 novembre 2010

Agcom, primi passi verso la censura web?


Si comincia con un balzello una tantum sulle radio e sulle tv Internet. Ma si tratta appunto di una prima mossa, che rientra nel tentativo di imbrigliare la libera comunicazione all’interno della Rete
Il provvedimento preso nella serata di domenica dall’Agcom, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, rischia di gettare le basi per la censura web. Per il suo ventesimo compleanno la Rete si vede regalare – omaggio tipico italiano – un pacchetto di restrizioni che renderanno molto più laboriosa la sua fruizione da parte di milioni di utenti. Per il momento a essere colpite dal provvedimento che rende attuativo il decreto Romani sui servizi media audiovisivi sono le web radio e le web tv (dunque anche noi de ilribelle.com). In buona sostanza, per poter trasmettere bisognerà pagare 750 euro, che potrebbero diventare 1500 qualora il programma avesse una cadenza regolare e fosse inserito all'interno di un palinsesto. Dovrà inoltre essere presentata una dichiarazione di inizio attività (DIA), senza la quale sarà impossibile avviare le trasmissioni. 
Inevitabilmente è scoppiata la polemica. Il primo ad opporsi al pronunciamento dell'organismo presieduto da Calabrò è stato Di Pietro, che dalle colonne del suo blog ha annunciato: «Io credo che il popolo della rete non accetterà questa stretta e che sarà necessario mettere in campo tutte le iniziative possibili per evitare queste regole che limitano la libertà di informazione. Il primo passo verso la censura è stato fatto e per difendere la libertà di Internet d'ora in poi sarà bene stare sempre con gli occhi molto aperti». 
La nuova regolamentazione è, comunque, diversa rispetto a quanto si leggeva nella precedente bozza e lo stesso decreto approvato nel marzo scorso è una versione riveduta e corretta, in direzione di un minor rigore, rispetto a quella proposta inizialmente. In un primo momento, infatti, il costo per l'autorizzazione sarebbe dovuto essere pari a tremila euro e presentare la Dia non sarebbe stato sufficiente per dare il via alle trasmissioni. Si sarebbe dovuto farne domanda e attendere il permesso per almeno un paio di mesi. La strategia d’insieme, però, rimane invariata: con le attuali misure passa una concezione di Internet opposta rispetto a quella universalmente riconosciuta. 
Il vizio logico, al di là del dolo e dei secondi fini, sta nell’equiparare le emittenti web a quelle via etere. Mente per queste ultime l'imposizione di un pagamento può essere giustificata dalla concessione delle frequenze – che sono in numero limitato e che, dunque, vanno attribuite sulla base di determinati criteri e a fronte del pagamento di un tributo, che è il corrispettivo dovuto per il privilegio di utilizzarle al posto di chiunque altro – le prime operano in uno spazio virtuale. La Rete è tendenzialmente illimitata, è proprietà di ogni utente che la utilizza e al suo interno è stato finora possibile gestire programmi radio con costi infinitamente inferiori a quelli che servirebbero per farlo su canali tradizionali. I tentativi di far valere per il web quanto compete alle tv e alle radio vere e proprie non sono certo una novità, ma non prendere atto della specificità di Internet significa compiere dei grossolani errori di valutazione, spesso nient'affatto innocenti. I problemi sorgono semmai proprio sulle modalità di gestione, non di rado tutt'altro che trasparenti e in conflitto col principio dell’identificazione dei responsabili fissato, per la diffusione a mezzo stampa, dall'articolo 21 della Costituzione, ma questo riguarda un'altra problematica. 
Le ultime disposizioni dell'Agcom sono dettate, spiegano i suoi uomini, dalla necessità di valutare preventivamente i contenuti. Come fanno notare su Nuovasocietà.it, sito fondato dal politico e giornalista Diego Novelli, si tratta in realtà soltanto di un balzello che, una volta incassato, legittimerà ogni trasmissione senza alcun tipo di filtro. L'intento moralizzatore da questo punto di vista sembra soltanto un pretesto, e il guadagno sarebbe soltanto economico. Tuttavia le trafile burocratiche non incentiveranno, per dirla con Repubblica, lo«scenario ancora nascente e molto prolifico di progetti, spesso condotti con pochi mezzi ma con fini di utilità sociale». 
Già, quello dell'utilità sociale è un discrimine ignorato. Nessuna distinzione viene operata tra siti commerciali e attività senza scopo di lucro. Si spara nel mucchio e a rimetterci, in fondo, è il libero scambio delle idee. Le delibere dell'Agcom, del resto, non si limitano a quello che abbiamo visto. Lunedì prossimo, in seguito a un rinvio dell'ultimo minuto, si discuterà di regole antipirateria e, per molti, aumenta la preoccupazione. Con ogni probabilità, infatti, saranno licenziate norme più restrittive che potrebbero portare al divieto di scambio gratuito di file e all'oscuramento dei siti  “fuorilegge” senza nemmeno il preventivo intervento dell'autorità giudiziaria, come avviene ora. Ancora una volta, la giustizia formale viene utilizzata come paravento per la difesa dello status quo, sia politico che economico.
Marco Giorgerini

martedì 9 novembre 2010

Le guerre Usa si estendono a internet

da "La Voce del Ribelle:


Con la scusa di prevenire gli attacchi cibernetici aumentano i controlli, affidati al neonato Cybercom. A guidarlo il generale Alexander Keit, direttore della famigerata National Security Agency


Il Cyber Command è finalmente pronto ed operativo. È una struttura di sorveglianza della rete che protegge i sistemi informatici da eventuali attacchi terroristici da parte degli hacker, gli attentatori del nuovo millennio. Secondo il Pentagono e il Dipartimento di Stato, gli attacchi di questo tipo sono in costante aumento e i paesi occidentali, soprattutto gli Stati Uniti, sarebbero quelli più colpiti. 


Per questo è stata allestita un’organizzazione con  oltre 90 mila militari che avranno il compito di sorvegliare il web. «Più di cento organizzazioni di intelligence straniere stanno cercando di entrare nelle reti degli Stati Uniti. Alcune di esse hanno anche la capacità di distruggere le infrastrutture informative Usa», ha detto il vice segretario alla Difesa William Lynn. Che aggiunge di essere molto soddisfatto del Cybercom, definendolo «una pietra miliare nella capacità statunitense di condurre operazioni a spettro completo in un nuovo dominio». Per l’apparato militare degli Stati Uniti «il dominio cibernetico è importante come quelli terrestre, marittimo, aereo e spaziale» e proteggere le reti militari «è un fattore cruciale per il successo sul campo di battaglia». Si tratta, quindi, di un vero e proprio sistema di difesa e protezione. Ma solo delle reti militari, dicono. 


A dirigerlo sarà il generale Alexander Keit, che è anche il capo della National Security Agency. Qui il problema. La Nsa, che si occuperà di supervisionare l’intera operazione, è l’agenzia di spionaggio delle reti. Un rapporto del New York Times mette in guardia proprio sulla sua affidabilità, visto che dopo l’attacco dell’11 settembre l’agenzia, con il pretesto di impedire nuove incursioni, ha controllato ed intercettato messaggi ed e-mail dei comuni cittadini, violandone la privacy. 


«La National Security ha un controllo pressoché totale sulle infrastrutture elettroniche del paese ed esercita un’influenza incontrollabile sulla vita politica della nazione», dichiara il GlobalResearch, un gruppo indipendente di ricerca. Red Beckstrom, ex direttore del National Cyber Security Center, durante un’intervista al New York Times ha affermato che i nuovi compiti della Nsa potrebbero equivalere al permesso di raccogliere ed analizzare ogni messaggio, comprese le ricerche effettuate su Google. Quest’ultimo, del resto, ha già collaborato con agenzie di spionaggio statunitensi. Insieme alla In-Q-Tel, la sezione di sviluppo tecnologico della Cia, ha investito circa 10 miliardi di dollari per sviluppare la Recorded Future, un’azienda che ha poi creato un software di sorveglianza per spiare ogni attività svolta sulla rete. Lo scopo dichiarato era che si trattava di un programma di «intelligence preventiva». Secondo le due società, attraverso il controllo delle chat, dei blog, dei social network, si potrebbe anticipare un’eventuale azione sovversiva ed impedire, così, che si verifichi. L’amministratore delegato della Recorded Future, Christopher Ahlberg, ex militare svedese, afferma che il software è in grado di «vedere, ricostruire e seguire i collegamenti invisibili tra individui, documenti e fatti, ipotizzando anche i trend futuri di questi legami e assemblando dossier in tempo reale sulle persone». 


Questo è solo uno dei tanti progetti di spionaggio in rete avviati dalla Cia. Si parla di decine di aziende che hanno ricevuto suoi finanziamenti per sviluppare programmi che controllino il web. Tutte queste società rientrano nell’Homeland Security Act, un programma di sorveglianza digitale della popolazione avviato dopo l’attacco al World Trade Center. Oggi si aggiunge il Cyber Command, avviato con la giustificazione di un pericolo imminente: la cyber warfare, la guerra cibernetica.


Intanto, però, nonostante gli Usa affermino che l’emergenza “virtuale”sia ormai vicina, ancora non è stata data una definizione di “cyber-guerra”, né tantomeno è stato deciso come debba essere applicato il diritto internazionale e le Convenzioni sui conflitti. Per esempio, gli “attacchi informatici” costituiscono un “uso della forza armata”? Sono da considerare l’inizio di un conflitto armato? Il contrattacco deve avvenire solo all’interno della rete o può estendersi al mondo reale? 


Non esiste nessuna regolamentazione al riguardo. Tuttavia, il Pentagono ha da sempre considerato internet un pericolo. In un documento desecretato del Dipartimento della Difesa si legge: «Dobbiamo combattere la rete. Per mantenere la nostra superiorità decisionale dobbiamo essere pronti a fornire ai combattenti gli strumenti necessari per preservare la nostra capacità bellica». Sulla natura del nemico non è stata data nessuna indicazione.


Pamela Chiodi

martedì 2 novembre 2010

Altro che Bunga Bunga: a prenderlo in quel posto è sempre il cittadino

da "La Voce del Ribelle":


Cosa c’è dietro Ruby? E non siate maliziosi, ma maligni: cosa c’è da coprire dietro questo scandalo scoppiato al momento giusto? Torneranno le solite inconcludenti dieci domande di Repubblica e tutto si insabbierà sotto le lenzuola del cavaliere com’è già accaduto? Di sicuro quello che realmente dovrebbe essere scandalo perderà centralità nel dibattito politico e sulla stampa.
Tutti si sono tuffati nel Bunga Bunga, dimenticando Antigua e altre marginalità, perché questo fa comodo a tutti, è perfettamente coerente alle esigenze di radicalizzazione del consenso: lo radicalizza il sia attorno a una sinistra sempre più puritana, se non bigotta, sia attorno alla destra tronista, dove già sono nati gruppi del tipo “Noi Bunga Bunga, voi Bindi Bindi”, e tutto questo senza rischi.
Senza correre i rischi che potrebbe avere, ad esempio, andare a scavare sui paradisi fiscali, dove, oltre alle querele stile Report, una campagna condotta dai maggiori giornali della sedicente opposizione avrebbe anche potuto scoperchiare un vaso di Pandora dal quale avrebbero rischiato di uscire nomi che non devono uscire. Meglio andare sul sicuro e restare nell’ambito di uno scandaletto sessuale che fa tiratura sicura e non impegna.
Il sesso funziona, riesce a distrarre anche “controinformazione” e social network: tutti uniti nello scagliarsi a testa bassa contro, o a favore, le deprecabili abitudini sessuali del Satrapo, dimenticando la crescente arroganza di Confindustria, l’annunciata fuga all’estero della FIAT, il Lodo Alfano o qualsiasi altro problema di reale rilevanza per il paese.
Tutti uniti alla corte di Lele Mora, anche quelli che credono di scagliarsi contro, perché, dando tutta questa importanza al caso, si fa il gioco del Premier che devia l’attenzione e guadagna addirittura consenso: non sarà nessuna Ruby a farlo cadere, ammesso che realmente si voglia che cada. Inutile anche lo sdegno per le telefonate al posto di polizia, ben sappiamo che è moneta corrente per gli amici dei potenti, di qualunque segno siano: c’è chi la fa per un rilascio e chi per una perquisizione ad hoc.
Ruby era necessaria: Avetrana riusciva a distrarre solo una parte dell’opinione pubblica, quella dei plastici e delle predicatrici della domenica, quindi c’era bisogno di qualcosa che distraesse anche i lettori più avveduti. La domanda da porsi è se la cosa è strumentale solo per le questioni note, che passano in secondo piano, o se il Bunga Bunga è uscito per coprire qualche macchinazione in corso più grossa.
Saremo forse paranoici, ma questi scandali ad orologeria, destinati a risolversi in bolle di sapone, ci preoccupano: nascondono sicuramente qualcosa, capaci come sono di abbassare ulteriormente il livello, già infimo, del dibattito politico e di coinvolgere anche molti di coloro, già pochi, che tentano di mantenerlo alto. 
Che le testate della disinformazione ufficiale si sarebbero tuffate a pesce nell’ennesima orgia non può stupire, quello che intristisce è che anche molti di coloro che solitamente si interessano alle questioni serie siano caduti nella trappola: è tutto un Bunga Bunga dove già si sa chi finirà per prenderlo dietro.
Non resta che cercare di tenere alto il livello di attenzione, pur sapendo di doversi rassegnare a subire l’ennesimo tormentone mediatico, ma con un rammarico: peccato che stavolta non avremo plastici rievocativi da Vespa a Vespa, per una volta sarebbe stato gustoso.

Ferdinando Menconi

martedì 26 ottobre 2010

Media e credibilità: altro che (solo) Tg1 e Tg5

Il fatto che Tg1 e Tg5 stiano perdendo credibilità non è una notizia: tutti i media tradizionali (o quasi) stanno avendo la stessa sorte. Dalla televisione generalista alla carta stampata e sino a tanti siti internet che sono estensione web di grandi gruppi editoriali (e politici, ed economici). Inutile tornare sull'argomento: ne abbiamo parlato nel numero doppio del mensile dedicato all'informazione, tempo addietro (qui si può scaricare gratuitamente: un nostro omaggio - e di tutti i nostri abbonati che ci permettono di farlo - all'informazione).
Il motivo è semplice: ciò che raccontano i media di massa non è ciò che il cittadino - la massa, appunto - vive sulla propria pelle. Il giochino riesce, e talvolta riesce anche per molto, moltissimo tempo. Ma poi i nodi vengono al pettine e la credibilità sparisce. Si nasconde una cosa, se ne travisa un'altra, si dà enfasi a ciò che non lo merita e la storia va avanti, ma a un certo punto il senso di impotenza e disagio si fa strada. Si confronta ciò che si vede in Tv (e si legge) con la realtà, e a un certo punto, almeno in parte, si prende coscienza.
Giusto che i giornali che ci troviamo perdano copie. Giusto che i telegiornali abbiano la stessa sorte, perdendo telespettatori e pubblicità. Ciò che importa è invece un aspetto più delicato, e dirimente. Ovvero il fatto che il 70% dell'opinione pubblica, anzi popolare, si forma proprio attraverso la televisione e questi telegiornali che dal punto di vista professionale, etico, morale e anche di semplice utilità, non servono assolutamente a nulla, se non mantenere in uno stato di coma vegetativo le coscienze e le conoscenze delle persone che tali telegiornali guardano.
Nel nostro Paese, dentro alle urne, i politici vengono scelti per come sono raccontati in televisione. La massa non sceglie informandosi a fondo, leggendo i programmi, conoscendo la materia, ma semplicemente in seguito a una esigenza emotiva innescata da televisione del genere. Inutile stupirsi, poi, se i risultati sono quelli che sono. Decade la cultura, la conoscenza, la capacità di capire e di farsi una opinione, e decade immancabilmente la qualità della nostra democrazia (che infatti tutto è fuorché democrazia). Decade, in sostanza, la storia.
Inutile insistere anche sulle (giuste) battaglie contro la televisione, proprio come mezzo, che favorisce la superficialità e disinnesca tutte le possibilità di comprensione di ogni materia. La televisione esiste ed è, ancora oggi, il mezzo più potente di propaganda.
Una distinzione già sufficiente, tra gli uomini, si può fare semplicemente verificando se chi abbiamo di fronte è un uomo che guarda (la tv) o un uomo che legge (libri). Non è solo il mezzo di informazione a cambiare, è proprio la capacità di discernimento che ne discende a fare la differenza. Basta entrare in una abitazione e vedere che posto, anche fisico, e che ruolo ha il televisore. Oppure quanti - e quali - libri ci sono. Soprattutto, se si tratta di libri effettivamente letti oppure messi lì per reggere gli scaffali...
Ma fuori da casistiche anche troppo semplici, e semplicistiche, basta verificare i dati, nel nostro Paese, di quanti siano i "lettori" e di quanti, invece, i "telespettatori". E poi rapportarli, semplicemente guardandosi attorno, allo stato culturale, sociale ed etico, oltre che morale, dei circa 60 milioni di italiani. Si può contestare il ragionamento. Ma i dati - implacabili - sono questi. E anche i risultati.

Valerio Lo Monaco