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venerdì 9 marzo 2012

Hugo Cabret - un film di Martin Scorsese



Hugo Cabret è un personaggio istintivo che con la perseveranza che solo un bambino può conoscere riesce a vincere il suo destino. Un ragazzino efebico dagli occhi azzurri come il ghiaccio che conosce un mestiere affascinante: quello di "aggiustare le cose" e "far andare il tempo". In mezzo ai meccanismi che si muovono, uno a uno, in un unico immenso corpo, il ragazzo ritrova il suo posto e, quasi per caso, rende possibile che anche chi è attorno a lui ritrovi il proprio.


La pellicola, un 3D del 2011, tratta dal romanzo "La straordinaria invenzione di Hugo Cabret" di Brian Selznick del 2007, è un atto d'amore per il cinema e per chi al cinema ha dedicato tutte le sue forze, impersonato nel maestro Georges Méliès, cui dobbiamo l'invenzione del cinema di finzione e di numerose tecniche cinematografiche, in particolare del montaggio.


Golden Globe a Martin Scorsese per miglior regista, il film ha ottenuto 11 nomination agli Oscar 2012 e 5 statuette: migliore fotografia a Robert Richardson, migliore scenografia a Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, miglior sonoro a Tom Fleischman e John Midgley, miglior montaggio sonoro a Philip Stockton e Eugene Gearty, migliori effetti speciali a Robert Legato, Joss Williams, Ben Grossmann e Alex Henning. 


Da vedere.

giovedì 26 gennaio 2012

Benvenuti al Sud - un film di Luca Miniero



Remake di un film francese sullo stesso tema, "Benvenuti al Sud" è una pellicola del 2010 su come siamo in Italia, su come si vive al Sud, nella fattispecie in un paesino sotto Napoli, e su come invece crede la gente del Nord che si viva.





Alberto Colombo, direttore di un ufficio postale in Brianza, viene trasferito al Sud per lavoro. Il suo viaggio, lo scontro-incontro con la realtà della provincia di Napoli, le bugie raccontate alla moglie per lasciarla nel suo velo di ignoranza sui "terroni" sono i temi portanti di una trama semplice ma spassosa.
Questo film è la prova che in Italia si è in grado di fare film delicati, divertenti, intelligenti senza cadere nella banalità o nel volgare. Da sudista (neanche troppo) trapiantata in Tirolo devo dire che mi sono divertita tantissimo. I cliché sul sud - e quelli sul nord - sono riprodotti con un'ironia tale da far ridere e sorridere durante tutto il film. I personaggi - la moglie di provincia che freme per andare a vivere a Milàn; il direttore, interpretato da un brillante Claudio Bisio, che parte per andare a Castellammare con il giubbotto antiproiettile; la madre campana che cucina in quantità smodate e a tutte le ore; la passione per il caffè; le feste di paese e l'ospitalità schietta e genuina del Sud - giocano un ruolo essenziale nel film, andando a disegnare una commedia vivace cui è difficile resistere. Da vedere bevendo na' tazzulell 'e caffè, per questo "Benvenuti al Sud" merita senz'altro di essere visto.

lunedì 23 gennaio 2012

Megaupload: la chiusura e i dubbi sul copyright

Oggi su La Voce del ribelle Davide Stasi ha scritto una cosa molto interessante sulla chiusura di Megaupload da parte dell'fbi e sul senso del copyright nel mondo di internet (da leggere qui).


C'è un dubbio che, nonostante io creda che la condivisione di cultura gratuita sul web abbia grande valore - anche se al solito i film più scaricati ad esempio sono i cinepanettoni natalizi - non fa che girarmi per la testa da l'altro giorno quando mi sono accorta (eh sì, volevo guardare l'originale de La fabbrica di cioccolato del 1971) che megaupload era fuori gioco. Quanto è giusto che tutto, ma proprio tutto, sia gratuito on-line? 


È inutile che ci nascondiamo dietro un dito: un film, un pezzo musicale, una foto, un racconto sono frutto di un lavoro. Artistico, artigianale: chiamatelo come vi pare ma sempre di lavoro si tratta. Certo deve essere un lavoro di cui gli altri abbiano voglia di fruire, altrimenti rimane fine a se stesso: nessuno paga per avere dentro casa una foto che, diciamo così, non incontra il suo gusto. 
Ora, in tempi di tagli alla cultura, sui quali avrei molto da dire non solo a sfavore, è illogico pensare che un musicista, un fotografo, uno scrittore lavorino gratis. A meno che non sia per loro solo un hobby, e allora non si può uscire dal campo dell'amatoriale che, scusate, non ha mai prodotto niente di più di qualche ora di svago. Voglio dire che se non c'è nessuno che paga per il lavoro artistico e/o artigianale che viene prodotto alla fine non ci sarà più nessuno che potrà produrne. Con questo non voglio dire che tutto il settore e la questione della remunerazione dell'artista, dell'agente o del produttore nel caso dei film e della musica, non vada ripensata. È illogico che le case di produzione pensino che qualcuno abbia ancora denaro - e voglia di spendere 20 euro per un cd. È anche vero che on line si trovano cose straordinarie, grandi film del passato che le cineteche non hanno più nemmeno in affitto o grandi interpretazioni cui sono esaurite le copie o, ancora, foto di autori le cui stampe sono introvabili, eccetera. Ecco perché sono disperata che la teoria dell'fbi sul copyright e sulla condivisione di contenuti artistici on line prenda il sopravvento.


Quello che proporrei io è di lasciare fruibile on line tutto il lavoro artistico "datato". Tutto quello che è frutto di un lavoro ormai già remunerato - come, che so, un film di due anni fa - dovrebbe essere possibile condividerlo con gli altri sul web. In fondo è una sorta di passaparola anche per gli autori di quelle opere che lavorano a nuovi progetti. Che, invece, dovrebbero essere fruibili a pagamento. Così si permetterebbe agli artisti di vivere del loro lavoro e alle persone di fruirne, nella consapevolezza che quell'obolo serve a far nascere nuove opere, non ad ingrassare l'industria. 

martedì 20 dicembre 2011

La Fabbrica di cioccolato - un film di Tim Burton



La Fabbrica di cioccolato è un film del 2005 di tim Burton ispirato all'omonimo romanzo di di Roald Dahl, al quale si era ispirato anche Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato
un film del 1971 di Mel Stuart.


La pellicola di Burton è una favola. Meno facile è dire che si tratti di una favola per bambini. 
La morale che se ne trae è semplice, ma è rappresentata grottescamente e con una soddisfazione quasi crudele nel considerare le punizioni che merita chi pecca di ingordigia o superbia. 


Una favola nera a buon fine ben supportata da Johnny Deep, che impersona lo strano ed eccentrico proprietario della fabbrica abbandonato dalla famiglia e dall'insuperato conflitto paterno. Bravo anche Freddie Highmore, il ragazzino che interpreta Charlie Bucket e lo fa con la semplicità infantile che serve. Bello il mondo incantato, sia dentro che fuori la fabbrica, che rende verosimile volare con un ascensore di vetro, assaggiare il prato o i fiori come dolci, bere cioccolata da un fiume.
Brutti, invece, i piccoli operai provenienti da una landa lontana e sconosciuta, che dovrebbero accompagnare grottescamente la chiusura di ogni morale, ma che finiscono invece per sembrare scontati e noiosi. 
Nel complesso una bella storia da guardare a Natale con i bambini. Non troppo piccoli però.

mercoledì 3 agosto 2011

La versione di Barney - un film di Richard J. Lewis

Un film delicato, amaro e profondamente reale. Interamente tratto dal romanzo di Mordecai Richler.




Niente narratore, ma solo un lungo racconto fatto di ricordi che lentamente spariscono, dalla giovinezza fino al presente, di Barney Panofsky, un produttore televisivo ebreo. Vive gli anni Settanta in una Roma licenziosa e solare, e poi la sua vita a Montreal contornato da amici che sostiene in ogni modo e la cui presenza o meno ne condizionerà in qualche modo l'esistenza, un padre poliziotto in pensione affettuoso e sempre fuori luogo, una prima moglie disperante, una seconda sciocca e superficiale e un grande amore. Panofsky è un uomo capace di grandi atti di "eroismo" moderno ma mai di tagli netti, di passione e di amicizia profonda, ma anche di errori eclatanti e fatali per tutto quello che era riuscito a costruire faticosamente nella sua vita: tutte caratteristiche che lasciano che lo spettatore empatizzi facilmente con lui, con le sue debolezze e i suoi atti di forza, che rispondano o meno ai soliti canoni di giustizia e moralità.


Da segnalare nel film l'uso promiscuo della battuta, della frase a effetto, della "perla di saggezza" mai scontata, di volta in volta fatta pronunciare dall'uno o dall'altro personaggio a seconda del suo valore. E poi, un cast degno di nota. Sopra tutti un nome: Paul Giamatti. Delicato, sostenuto, intenso, bravissimo. E poi un grandissimo Dustin Hoffman, Minnie Driver, Rosamund Pike, Rachelle Lefevre. Da vedere.


Il film:                    Il libro:



p.s. non sono affatto d'accordo con quelle recensioni che trovano Giamatti un attore "ordinario" - la sua bravura è già nota a partire da film come "The Illusionist" di cui parlerò presto. Segnalo che, considerando il solito "riassuntino" della trama a capo di quelle che ho letto, viene da pensare con una certa sicurezza che siano state scritte da sedicenti critici che in realtà non hanno affatto visto il film.

lunedì 1 agosto 2011

Source Code - un film di Duncan Jones


L'ultimo film del visionario regista di "Moon", un thriller fantascientifico e psicologico che tiene col fiato sospeso fino all'ultimo frame. 


Quali sono i limiti della mente? 
...
Domanda retorica, visto che la risposta più intuitiva a questa domanda è "non ci sono". Con questo presupposto Duncan Jones ha potuto giocare sul possibile e l'impossibile, insinuando dubbi sulla stabilità del tessuto temporale, oltre che sulle capacità della mente umana. 

Il capitano Colter Stevens, pilota di elicotteri e veterano della guerra in Afghanistan, si risveglia su un treno di pendolari senza avere la minima idea di dove si trovi. Di fronte a lui Christina, una ragazza che lo conosce ma che lui non riconosce affatto. In tasca e nello specchio l'identità di un giovane insegnante di nome Sean Fentress. Dopo otto minuti un'esplosione, che squarcia il convoglio. A questo punto Colter si ritrova in una sorta di capsula, dalla quale comunica con un ufficiale tramite un monitor. Da lì dovrà tornare sul treno, nel passato, fino a identificare l'attentatore e prevenire un successivo attacco.

A livello formale il film è davvero ben fatto, che si concentra soprattutto sulle implicazioni psicologiche piuttosto che sulla ricerca del responsabile dell'esplosione: si tratta di un aspetto puramente strumentale alla necessità di raccontare la complessità del reale.

Stavolta, al contrario di "Moon", c'è una seconda possibilità di vita e riscatto per il soldato al quale, a sua insaputa, è stata data la possibilità di conoscere il passato e riceverne informazioni importanti per poter cambiare il futuro. Una possibilità che avrà imprevedibili conseguenze.

mercoledì 20 luglio 2011

Moon - un film di Duncan Jones

Un thriller psicologico di indubbio valore


Trentatrè giorni. Tanto è bastato a Duncan Jones per confezionare, nel 2009, "Moon" un thriller psicologico e fantascientifico. E un solo attore, Sam Rockwell, alle prese con una base lunare su cui dovrà rimanere per tre anni prima di poter tornare sulla terra dalla propria famiglia. Accanto a lui Gerty, un robot tuttofare programmato per aiutarlo nei suoi compiti. 

La solitudine di Sam è quella dell'uomo, disumanizzato dallo sfruttamento economico esteso ormai anche dei corpi celesti, e la sua ricerca di sè, il suo attaccamento alla speranza di avere un futuro diverso, di poter tornare a casa e riabbracciare la propria famiglia, è l'unica cosa che lo tiene in vita, che gli permette di resistere al tempo sempre uguale, scandito dai soli ritmi del lavoro. Per poi, alla fine, rendersi conto di non avere futuro e nemmeno un passato, ma solo un triste e breve presente davanti a sè.
Bello, coinvolgente e profondo, "Moon" è la prova di come si possano fare film di fantascienza degni di questo nome senza spendere cifre folli, se c'è una buona idea e delle professionalità di rilievo a lavorarci: il film è stato girato interamente in uno studio in Inghilterra ed è costato 5 milioni di dollari. Nulla, se si pensa che lo stesso anno "Star Trek" ne è costati ben 150.

mercoledì 4 maggio 2011

Habemus papam - un film di Nanni Moretti

Un film di Nanni Moretti sull'ineluttabile inadeguatezza di essere "papa"


"Habemus papam" è un film sul contrasto tra vita terrena e vita religiosa, tra un impegno pesante come un macigno e la propria piccola natura umana. Moretti gioca sulle due nature, quella dell'impegno, oltre che dell'onore, e del sacrificio di sè e quella dell'umana infelicità terrena. Prende in giro d'un sol colpo la pomposità e le regole della Chiesa cattolica, ben lontane dal scendere  patti con l'umanità dei suoi religiosi, la psicoanalisi che non è in grado di dare risposte utili al dramma del pontefice letteralmente in fuga dalle proprie responsabilità e, infine, l'attesa del mondo intero per le parole di un uomo che sembra trovarsi nel momento sbagliato al posto sbagliato.

Al di là delle implicazioni religiose, bisogna dire che lo spunto è interessante. D'altra parte il papa è semplicemente un uomo che si ritrova sulle spalle un peso al di sopra delle possibilità di molti di noi. È anche vero però che si tratta solo di spunti. La psicoanalisi, la fuga nel passato, il senso di inadeguatezza, l'attesa dei cardinali si perde tutta nello sguardo attonito e speranzoso di questi stessi che guardano le tende smosse degli appartamenti del pontefice dietro le quali c'è una guardia svizzera preposta a fer credere loro che il papa sia lì, a prendere coraggio, piuttosto che in strada in fuga da se stesso - oltre che da loro. Peccato dunque per il finale, precipitoso e spiazzante che, oltre a non dare speranza nelle possibilità di riscatto, nemmeno lascia intravvedere alcun possibile sviluppo dei personaggi. 

Nota di merito al grande Michel Piccoli che ha saputo ben interpretare l'angoscia del pontefice in ogni suo minimo gesto e sguardo, portando lo spettatore a immedesimarsi con un personaggio ben lontano dai soliti.

mercoledì 23 febbraio 2011

Sedotta e abbandonata - un film di Pietro Germi

Non me ne vorrà chi segue questo blog, ma ho rispolverato un grande classico:

"Sedotta e abbandonata" è un film datato, ma che davvero merita di essere visto, 
anche a 47 anni dalla sua uscita al cinema.


Nonostante il titolo, la pellicola del geniale Germi non gira attorno a un amore non corrisposto, bensì a tutto quello che si scatena attorno a un semplice episodio di seduzione, benché portatore di una gravidanza indesiderata. Anche se la vicenda di per sè, nel 2011, sembrerebbe ridicola, Germi è riuscito a renderla grottesca e realistica anche per noi, nonostante senz'altro susciti emozioni diverse rispetto a 47 anni fa, quando le vicende narrate nel film erano ben più diffuse di oggi nel nostro Paese. Oggi, anche se sono "storia" fino a un certo punto, la carica emotiva che trasmette è comunque fortissima.


Aldo Puglisi, che nel film interpreta il padre della ragazza, è la personificazione di tutta quella mentalità paesana che rende ogni singolo così invischiato e controllato dalla comunità da sottoporre la sua volontà a quella del "buoncostume", della rispettabilità, al di là di quale sia davvero il bene per la propria famiglia, che pure gli sta così tanto a cuore. Una comunità così presente anche nelle situazioni private da rendere anche queste condizionate al suo volere (la stessa ragazza, che a un certo punto vuole sottrarsi all'espediente del "rapimento" messo in scena dalle due famiglie per coprire l'onta della perdita della verginità della ragazza, deve cedere, perché quello che sarà suo marito le ricorda tutte le conseguenze che ne verrebbero a livello sociale).

Quello che rimane in bocca è una estrema amarezza: una ragazza costretta a sposare un uomo che la ritiene indegna proprio per aver ceduto alle sue lusinghe, un uomo costretto al matrimonio per evitare il carcere, la sorella della protagonista costretta a farsi suora perché abbandonata per ben due volte dai promessi sposi, un padre che muore per il dolore ma che alla fine riesce a combinare questo matrimonio, inevitabile ma che non fa contento nessuno. Grottesco e imperdibile.


Premi e riconoscimenti:

Festival di Cannes 1964: premio per la migliore interpretazione maschile (Saro Urzì)
2 David di Donatello 1964: miglior regista, miglior produttore
3 Nastri d'argento 1965: migliore attore protagonista(Saro Urzì), migliore attore non protagonista(Leopoldo Trieste), miglior soggetto

giovedì 16 dicembre 2010

La sposa siriana - un film di Eran Riklis

Un film sui conflitti arabo-israeliani e sulle frontiere, che racconta la storia di una famiglia divisa dai confini di nazioni chiuse nella loro burocrazia e politica implacabile.

Le alture del Golan sono state occupate da Israele nel 1967. Da questa data sono oggetto di contestazione da parte della Siria. 
La famiglia della sposa siriana è drusa, considerata "apolide", ossia senza alcuna cittadinanza. Questo, le tradizioni, la vita al confine con Israele, sono le tematiche affrontate nel film, nato da una coproduzione franco-israelo-tedesca.
"La sposa siriana" mostra la situazione dei drusi del Golan, praticamente dimenticati dall'informazione occidentale. Il film, curato, è molto ben recitato: sguardi, movimenti quasi impercettibili, più delle parole sottolineano l'atmosfera e delineano i personaggi, tutti in cerca della propria realizzazione e accettazione da parte della famiglia e della società locale. Non manca nella regia, inoltre, una certa ironia: quella che mostra una burocrazia ottusa ed implacabile che rende ancora più difficile e impossibile la vita nel Golan. Molto interessante.

Tutti i premi:
2004 Montréal World Film Festival, "Grand Prix" (Miglior film)
2004 Flanders International Film Festival, "Miglior sceneggiatura"
2004 Festival internazionale del film di Locarno, "Premio del pubblico"
2005 Bangkok International Film Festival, "Golden Kinnaree Award" (Miglior film)
2005 European Film Awards nomination, "Miglior attrice" - Hiam Abbass




mercoledì 15 dicembre 2010

Il rapporto Pelikan - un film di Alan J. Pakula

Un Denzel Washington affascinante e una Julia Roberts veramente in gamba per una storia - purtroppo - molto credibile.



Il "rapporto Pelican" altro non è che una teoria accademica sulle motivazioni e i mandanti dell'omicidio di due giudici della Corte Suprema americana che coinvolge direttamente la Casa Bianca. Tale rapporto, finito sul tavolo del Presidente, della Cia e dell'Fbi, metterà in pericolo la sua autrice e tutti coloro che la aiuteranno. Un thriller che è diventato un classico. Misurato e curato, lontano da qualsiasi tipo di esagerazione che siamo soliti vedere nei thriller d'oltreoceano che coinvolgono la politica.


sabato 4 dicembre 2010

Il padrino - un film di Francis Ford Coppola


Il padrino (The Godfather) è un film del 1972 diretto da Francis Ford Coppola, prima pellicola della famosa trilogia ispirata al romanzo di Mario Puzo.



Francis Ford Coppola e Martin Scorsese sono, a mio parere, i due registi viventi più emozionanti se si parla di storie di mafie americane. Ma Coppola, rispetto a Scorsese (del quale spesso i film sono più "fumettoni"), è più "reale" e dunque più toccante.
Marlon Brando, nelle vesti di Don Vito, è assolutamente da vedere: oltre a riuscire a farsi credere invecchiato (aveva solo 47 anni quando girò il film) la sua interpretazione è da Oscar che infatti vinse ma non ritirò in protesta contro le condizioni degli Indiani d'America negli USA e a Hollywood.
In questo film c'è tutta l'atmosfera mafiosa siciliana esportata in America, ma non ci sono esagerazioni né condanne: è un saga familiare di uomini di potere. I personaggi sono ben definiti ma non c'è alcuna separazione netta tra buoni e cattivi. In caso ci sono metodi più o meno leciti. Ma in realtà Don Vito, il capofamiglia, non è altri che un uomo che guarda ai suoi affari, proprio come i "pezzi da novanta" (senatori, ad esempio) senza preoccuparsi del come, ma sempre cercando di mantenere degli equilibri e una morale - che farà rifiutare al padrino di mettersi nell'affare della droga. 
In ogni caso è la verosimiglianza il motivo per il quale la pellicola di Coppola acquista la potenza che ha. Bellissimo. 


Una curiosità: durante il provino Marlon Brando si presentò con del cotone nella bocca per appesantire le guance e sembrare quasi un bulldog. L'idea piacque al regista ma per le riprese il cotone fu sostituito con un apparato costruito apposta da un dentista che ora è conservato in un museo a New York.


giovedì 2 dicembre 2010

Monicelli, più vitale di molti viventi

da "La Voce del Ribelle": 
Solo la nostra classe politica poteva avventarsi sul suicidio del grande regista per cercare di strumentalizzarlo in un senso o nell’altro. Dimostrando di non aver capito niente


Da toscano purosangue, il monticiano d’adozione, anche da morto riesce a far incazzare quelli che gli stavano sulle palle e farli parlare a vanvera, regalandoci ancora amare risate sulle meschinità di questo paese. Regalandoci, perché lo spettacolo va in scena alla Camera e non al cinema: nessun biglietto da pagare, solo alti stipendi che sono un insulto a un’Italia allo stremo. Che, però, finché questi parlamentari li paga, eleggendoli e rieleggendoli, si merita ogni insulto che riceve.
Esistesse l’aldilà della Binetti, Monicelli, se la starebbe ridendo alla grande. Noi, che siamo vivi, invece ridiamo meno del vergognoso spettacolo bipartisan dato dai deputati, visto che fra i “dolce morte” e i “pro vita” il ridicolo e l’arroganza sono equamente condivisi. Sì, anche i “dolce morte” condividono l’arroganza dei “pro vita”, perché la radicale-PD Rita Bernardini ha dimostrato di non aver capito nulla di Monicelli e del suo gesto virile, pronunciando questa dichiarazione: «Quest'Aula dovrebbe riflettere su come alcune persone che non ce la fanno ad andare avanti sono costrette a lasciare la vita invece di morire vicino ai propri cari con la dolce morte». 
Costretto…? Niente e nessuno avrebbero mai potuto convincere Monicelli a fare alcunché: il suo è stato un “estremo scatto di volontà”*. La volontà di un Uomo che ha sempre fatto della sua autonomia intellettuale, e fisica, una bandiera, che mai avrebbe potuto accettare la “dolce morte”, magari in salsa fazista, che ha agito scientemente finché era in tempo: anche fosse stata possibile l’eutanasia, mai si sarebbe lasciato strascinare fino al momento in cui la morte avrebbe dovuto essergli pietosamente concessa da altri. Piaccia o no alla Bernardini esiste gente che, alla “dolce morte”, preferisce un dignitoso suicidio, essendo convinta che, fino a quando una persona è in possesso delle sue facoltà fisiche e mentali, non c’è bisogno di alcuna eutanasia: c’è il suicidio, come ai tempi in cui Roma era “Antica”. 
In effetti il nostro viareggino è morto come un Romano Antico, di quelli che non ce ne sono più, ma del resto già dai tempi dell’Impero erano i soprattutto i “provinciali” a comportarsi da Romani. Il messaggio che i “dolce morte” dovrebbero cogliere nel gesto di Monicelli è che, per alcuni, il suicidio è una scelta e che chi può farla finita da solo, prima di diventare un groviglio di tubi, lo fa, e questo non è costrizione ma è volontà. Che arroganti, questi “suicidi”: ritengono che ci sia qualcosa che non va in chi chiede ad altri di fare ciò che lui non riesce a fare; ritengono che siano persone che non vogliono realmente morire, oppure sono dei vili. Un genere di individui dai quali comunque, col suicidio, ci si vuole distinguere.
Questo naturalmente vale solo per chi è in grado di porre fine in autonomia alla sua vita, come Monicelli ha avuto il tempo di fare, ad onta della sua età. Se ciò non è possibile ben venga allora la “dolce morte”, se mai può essere dolce la morte, della Bernardini. Più della Bernardini, infatti, avrebbe sollazzato il Monicelli la solita Binetti con le sue ringhiose, presuntuose, dichiarazioni: «Basta, per piacere, con spot a favore dell'eutanasia partendo da episodi di uomini disperati, perché Monicelli era stato lasciato solo da famiglia e amici ed il suo è un gesto tremendo di solitudine non di libertà».
Come si permette di asserire che fosse un uomo disperato? Certo la malattia non lasciava speranza, ma è stato, come ogni atto della vita regista, un “gesto di libertà”, non certo di solitudine. Se Monicelli era solo, lo era proprio perché lui rifiutava di essere un vecchio da compatire: anche ammettendo la solitudine pretesa dalla Binetti, è da pensare che fosse perché è stato lui ad allentare i legami con famiglia e amici, proprio perché troppo uomo per accettare di essere compatito e influenzato nelle scelte definitive. Questo a meno che la Binetti non provi di essere così intima della famiglia Monicelli e di avere informazioni Wikileaks che a tutti noi infedeli mancano.
È però vero che non è stato uno spot favore dell’eutanasia. Se ne fregava lui di chi subisce gli spot: è stato solo il gesto di un uomo convinto, giustamente, che la sua vita appartenesse a lui e solo a lui, non alla Binetti o al suo dio. A questo poi ha aggiunto un antifazista corollario di virile coerenza: il non chiedere, anzi rifiutare, quelle messe a suffragio che tanto piacciono ai fazisti, ottenendo invece le campane di rispetto rionale e umano di un parroco, Don Francesco, molto più vicino al suo Cristo di quanti pretendono di rappresentarlo e imporlo, per colpa soprattutto nostra, in parlamento.
Il geniaccio versiliese se ne fregherebbe anche di questo spreco di lettere. Non ne ha bisogno: ha già risposto, nella sua ultima intervista**, alle parole, queste sì da spot, di Enrico La Loggia, «Suicidio mai, mai. Sempre la vita e la speranza», con il memorabile: «la speranza di cui parlate è una trappola, una brutta parola, non si deve usare. La speranza è una trappola inventata dai padroni. La speranza è quella di quelli che ti dicono che dio… state buoni, state zitti, pregate che avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell’aldilà. Intanto, perciò, adesso, state buoni: ci sarà un aldilà. Così dice questo: state buoni, tornate a casa. Sì siete dei precari, ma tanto fra 2 o 3 mesi vi riassumiamo ancora, vi daremo il posto. State buoni, andate a casa e… stanno tutti buoni. Mai avere speranza! La speranza è una trappola, una cosa infame inventata da chi comanda».
Dovremmo imparare dal regista-sceneggiatore a rinunciare a questa speranza e a riprenderci il futuro, strappandolo in primis a chi sostiene che sarà lui a “farlo”.  Seguendo la ricetta, forse suicida e non certo da “dolce morte”, che ci indica il regista allo scopo di realizzare «quello che in Italia non c’è mai stato: una bella botta, una rivoluzione che non c’è mai stata in Italia. C’è stata in Inghilterra, c’è stata in Francia, c’è stata in Russia, c’è stata in Germania, dappertutto, meno che in Italia. Quindi ci vuole qualche cosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto. Sono 300 ani che è schiavo di tutti e, quindi, se vuole riscattarsi…il riscatto non è una cosa semplice: è doloroso, esige anche dei sacrifici, sennò vadano in malora, come già stiamo andando da tre generazioni». Ma ci vuole coraggio a tuffarsi in questa soluzione. Quindi meglio rifugiarsi nella dolce morte o nella non vita a oltranza e andare alla malora.

Ferdinando Menconi


*Per usare le giuste parole di Giorgio Napolitano

mercoledì 1 dicembre 2010

Parnassus - un film di Terry Gilliam

Un luogo insolito, dove tutti i desideri saranno esauditi. 


Lo ammetto: ho un debole per Terry Gilliam. Ma vi assicuro che in questo caso, debole o no, non riuscirete a staccare gli occhi dallo schermo.

La pellicola narra la storia del Dottor Parnassus che, al capo di un gruppo di teatranti, immortale grazie ad un patto col diavolo, ha in suo possesso uno specchio magico che permette a chi vi entra di vivere i propri desideri (e guardare nel profondo del proprio subconscio). Va tutto - più o meno - bene finché il diavolo non decide di tornare  per prendersi quello che deve avere in cambio. 

Tutto il film attraversa diverse atmosfere, surreali o di sogno, ma assolutamente non si tratta di una semplice favola. È un film sul bene e il male, su quanto spesso convergano e sulla necessità a volte di attraversare il male per poter ottenere il bene. Da vedere.


Cast d'eccezione.:

Heath Ledger, con cui Gilliam aveva già collaborato per I fratelli Grimm e l'incantevole strega, ha interpretato Anthony "Tony" Shepherd, uno strano giovane che si unisce al gruppo di teatranti del Dottor Parnassus. Durante la storia si ritrova a viaggiare in mondi paralleli attraverso uno specchio magico. Le sue sembianze cambiano ogni volta che Tony giunge in un nuovo mondo. A causa dell'improvvisa morte di Ledger, il 15 febbraio 2008 la produzione ha deciso di far interpretare le parti non ancora girate a Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell, invece di usare il computer per far apparire un virtuale Ledger nelle suddette scene.
Christopher Plummer è stato richiamato da Gilliam per interpretare il ruolo del millenario Dottor Parnassus, leader del gruppo teatrale.
Tom Waits, dopo La tigre e la neve di Roberto Benigni e Domino di Tony Scott, è ritornato al cinema nel ruolo di Mr. Nick, alias il Diavolo, l'antagonista del film. 
Verne Troyer è Percy.
Lily Cole interpreta Valentina, la figlia del Dottor Parnassus.
Andrew Garfield interpreta il giovane Anton.
Hanno poi preso parte al film Carrie Genzel, Quinn Lord, Michael Eklund, Ian A. Wallace, Paloma Faith, Johnny Harris, Mark Benton, Brad Dryborough, Mackenzie Gray, Ryan Grantham, Richard Riddell, Simon Day, Fraser Aitcheson, Michael Jonsson, Peter New, Vitaly Kravchenko, Joseph Cintron, John Snowden, David Smallbone, Erika Conway e Igor Ingelsman. (cit.)



martedì 30 novembre 2010

Paul, Mick e gli altri - un film di Ken Loach


Un film sugli effetti della privatizzazione selvaggia sui lavoratori


Questo film è un film-verità. Non aspettatevi dunque effetti speciali (non sarebbero serviti), una colonna sonora da brivido o altre cose di questo genere. Però è un film fatto bene, che è volutamente "semplice" a livello formale perché racconta la vita di tutti i giorni - anzi, il dramma della vita di tutti i giorni.

Paul, Mick e gli altri devono affrontare la privatizzazione del servizio ferroviario di manutenzione al quale lavorano da tanti anni. Il reimmettersi nel mercato del lavoro sembra una sfida stimolante, dove la paga oraria è più alta, se hai voglia di lavorare. Ma presto i nostri protagonisti si scontreranno con l'insicurezza, la mancanza di ferie e malattie pagate, l'assenza del rispetto dei protocolli di sicurezza che si troveranno a violare costantemente pur di mantenere il lavoro - fino alle più tragiche conseguenze.

Il film è stato ispirato dal fallimento di due società ferroviarie nate all'indomani della privatizzazione del comparto ferroviario in Inghilterra (Connex South Central e Connex South Eastern) per cattiva gestione.
Un pugno allo stomaco. Molto attuale.

sabato 27 novembre 2010

Il flauto magico - un film di Kenneth Branagh



Quando il teatro lirico incontra il cinema. 


Kenneth Branagh probabilmente verrà ricordato per aver portato il teatro lirico (e anche quello classico - citiamo ad esempio l'"Hamlet" e "Molto rumore per nulla") al cinema. 
In questo caso devo dirvi che l'opera entra in casa in punta di piedi, senza l'aria pomposa e pesante che di solito accompagna questo tipo di cose per chi (ancora) non sa apprezzare l'opera lirica. Ovviamente, però, se non amate la musica classica è meglio che lasciate stare. Idem se siete dei puristi dell'opera: il libretto è stato tradotto in inglese (il che è l'unica cosa che non mi piace di questo film) e la guerra tra Luce e Ombra, tema portante della trama, è molto simile a una delle grandi guerre mondiali, con tanto di moschettoni e mine. Non aspettatevi dunque un classico allestimento di quest'opera ma piuttosto preparatevi a passare due ore di musical. Quando si dice il genio: Mozart ha scritto "Il flauto magico" nel 1791 che comunque non ha niente da invidiare a parecchi molto più recenti "musical" anche di successo, che anzi hanno ancora molta strada da fare per raggiungere un simile livello.


La pellicola, supportata dunque dal nome del grande compositore, è piacevole e, nonostante le due ore, leggera. Chiaramente lo spirito dell'opera e i suoi simbolismi sono quelli mozartiani (di cui magari parlerò in un prossimo post).


Posto qui l'ouverture del flauto magico - che è anche l'inizio del film - che trovo fatta veramente bene. Buona visione.

venerdì 26 novembre 2010

L'uomo senza sonno - un film di Brad Anderson


Non ci crederete ma quell'attore magro da far paura nella foto qua sopra è Christian Bale (per intenderci il protagonista di Batman Begins)


Si tratta di un film di Brad Anderson assolutamente geniale. Il titolo orginale è "The machinist", data la mansione lavorativa di Trevor Reznik, il protagonista di questo thriller psicologico a tratti sfuggente.


Badate bene, dovrete prepararvi psicologicamente a passare 106 minuti di pura angoscia. Non saprete chi siete voi, chi sono gli altri, chi vi prende in giro e chi dice la verità. L'unica notizia certa sarà che all'inizio della pellicola Trevor non dorme da un anno - per questo è così magro e malconcio. Tutto il resto è da scoprire.


Ovviamente i nodi vengono al pettine solo alla fine, ma senza adrenalina, anzi finalmente, rendendo chiaro tutto, danno un senso di ineluttabilità che lascia senza parole. 

giovedì 25 novembre 2010

Quei bravi ragazzi - un film di Martin Scorsese

Premio speciale per la regia alla Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia per Martin Scorsese nel 1990

Scelto nel 2000 per la preservazione nel National Film Registry 
della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.


Un film di venti anni fa che sembra girato ieri. La pellicola racconta la vita da gangster di Henry Hill, un italo-irlandese che fin da ragazzo decide di entrare nel mondo dei "bravi ragazzi" mafiosi della sua città, attratto dal "rispetto" e la ricchezza che comporta l'entrare in quell'ambiente, a far parte della loro "famiglia", fino a quando non avrà qualcosa di più prezioso da preservare: la vita. 


La pellicola si può considerare in qualche modo madre del più recente "Casinò" (1995) nel quale Scorsese ha affinato il racconto in terza persona e i movimenti di macchina, particolari e efficaci, che ne contraddistinguono ormai le pellicole divenute ormai in molti casi vera scuola di cinema. Il cast è strepitoso (Joe Pesci vinse il premio oscar come miglio attore non protagonista) e l'atmosfera risulta assolutamente verosimile. La vita dei boss, i rapporti di forza, gli ammazzamenti e la mentalità dei gangster - così come le regole del gioco cui dovevano sottostare - sono raccontati con un occhio critico e attento ma mai inquisitorio. La fotografia, al solito nelle pellicole di Scorsese, è molto curata e la sceneggiatura asciutta, i cambi di macchina fluidi, veloci e precisi. 


Un tuffo nell'America degli anni 30. Uno dei tanti, memorabili, che Scorsese ha regalato al cinema.

martedì 16 novembre 2010

Inception - un film di Christopher Nolan


Christopher Nolan per me è una scoperta. Non avevo visto niente di lui prima, ma devo dire che dopo questo film ho capito perché le opinioni sul regista e sulle sue pellicole sono spesso discordanti e estreme. Nolan fa quel tipo di cinema che o piace molto o risulta solo "fatto bene". 


Su quest'ultimo punto credo davvero che non si possa dire niente. Il film ha un ritmo serrato quando serve e lento quando analizza la psicologia dei personaggi. La fotografia è ottima, l'atmosfera cupa. 


Lo scopo è quello di mostrare cosa (e come) può nascondersi nel nostro subconscio. Il risultato è un thriller psicologico niente male.


Ecco il trailer:



Da vedere.