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mercoledì 11 febbraio 2015

OGM, LA SCHIAVITU' DEL SEME

da La Voce del Ribelle:

Il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso di Fidenato, un imprenditore agricolo del Friuli, famoso per la sua guerra a favore degli ogm. Egli si rivolgerà alla Corte Europea, nel frattempo però, visto che, come si legge sulla sentenza, i Ministeri della Salute, dell’Agricoltura e dell’Ambiente hanno «correttamente ritenuto che il mantenimento della coltura del mais Mon 810 senza adeguate misure di gestione non tutelasse a sufficienza l’ambiente e la biodiversità, così da imporre l’adozione della misura di emergenza», non potrà proseguire nel suo business. Intanto la Monsanto vede calare la vendita di sementi ogm e si dà alla tecnologia rilasciando una app gratuita per la condivisione di dati climatici tra agricoltori – dati che, gratuitamente, la Monsanto sfrutta per elaborare ogm appetibili sul mercato contadino. Brutta storia.
Non entriamo qui nella polemica sulla salubrità o meno degli ogm (da segnarsi i nomi di Monsanto, Novartis, Dupont), dei quali ancora non si conoscono gli effetti a lungo termine del consumo umano. Dubbi già li sollevano alcuni studi per verificare il possibile nesso fra modificazioni genetiche del frumento e celiachia, derivante dalla differenza della composizione degli amminoacidi della gliadina del frumento geneticamente modificato rispetto a quello naturale. La questione è stata anche oggetto di interrogazioni al Consiglio d’Europa mentre negli Stati Uniti l’anno scorso la U.S. Environmental Protection Agency ha aumentato il limite massimo di glifosato residuo negli alimenti, il diserbante più venduto al mondo, perché le colture ogm, in barba a tutte le previsioni di un minor utilizzo di pesticida per questo tipo di organismi venduti come più forti contro malattie e parassiti, ne hanno un gran bisogno. Lasciamo anche stare gli studi che collegano l’uso di pesticidi e malattie più o meno gravi, dall’acidità di stomaco al tumore. A livello ambientale quello che è certo oltre ogni dubbio è che l’immissione di sementi modificate mina la biodiversità – la cosa più semplice e importante che madre natura ci ha donato contro la carestia. Inoltre la proprietà intellettuale degli ogm è in mano a grandi multinazionali cui non interessa sconfiggere la fame nel mondo – dove c’è ancora abbastanza cibo da sfamare tutti – o migliorare le condizioni dei terreni o ancora proteggerli da malattie o mancati raccolti. Stiamo parlando di grandi imprese che legittimamente perseguono il loro tornaconto economico.
Non c’è nessuna questione etica – e dunque “facoltativa” – il problema deve essere legale. In Italia non si può vietare la coltivazione di ogm approvati dalla normativa europea. Va detto che sul territorio nazionale la cosa è molto limitata, viste le normative regionali a salvaguardia della biodiversità e della coesistenza tra coltivazioni ogm e tradizionali che rende molto difficile per un agricoltore scegliere questa via - ma attenzione: parliamo di coltivazione, non di utilizzo di ogm, come ad esempio mais e soia modificata per la produzione di mangimi per l’alimentazione degli animali di allevamento, anche in Italia.
Uno dei cavalli di battaglia di chi è a favore degli ogm è che questi aumenterebbero la produttività dei terreni, rendendo l’agricoltura più sicura a livello economico per gli agricoltori. Eppure gli ogm vengono usati soprattutto in USA, Argentina e Brasile dalle multinazionali, che controllano la maggioranza assoluta del terreno coltivabile, e che muovono così 18mld di dollari l’anno grazie alla vendita di mais e soia modificata - per lo più destinata agli allevamenti. Perché i piccoli allevatori non dovrebbero partecipare alla cuccagna? Perché diventerebbero schiavi delle multinazionali, semplici mezzadri in casa loro.
I contadini, imprenditori agricoli, allevatori italiani sono davanti a un bivio, e con loro la legislazione di questo Paese. Se l’approvvigionamento di cibo è uno dei problemi del futuro – con la Russia che pensa alla colonizzazione agraria dell’estremo Oriente siberiano e la Cina che punta agli ogm per l’alimentazione umana – lo è anche la sicurezza e la specificità alimentare. E, anche al di là di questo, non si tratta di romanticismo nostalgico rispetto alle tavole del passato – che pure fanno parte della nostra cultura - ma di semplice pragmatismo: il “Made in Italy” che si vende in tutto il mondo è fatto anche, per esempio, di cereali antichi. Quando tutto il grano, tutto il mais, tutta la soia, tutte le sementi del mondo saranno ogm, chi ci ridarà la nostra specificità agricola? Cosa fermerà l’aumento del prezzo delle sementi? Che fine farà la biodiversità e la sicurezza alimentare che ne deriva? Bisogna che anche l’imprenditore agricolo che vuole massimizzare il proprio profitto si interroghi sull’opportunità di darsi alla coltivazione di ogm, perché indietro non si torna.
Il contadino che voglia usare sementi ogm firma un contratto che lo priva di fatto della “sovranità” sul proprio terreno: non può utilizzare le proprie sementi ma deve comprarle, corredate da diserbanti e pesticidi, alla multinazionale di turno e, in caso di violazione del contratto, pagare una penale. Non solo: negli Stati Uniti già esistono ispettori che in base a segnalazioni di dubbia provenienza si aggirano nei campi per scovare quei contadini che utilizzerebbero sementi modificate senza autorizzazione. Non importa se il vento, gli uccelli o la mano umana – e di chi - abbiano messo ogm in mezzo a piante che non lo erano. In quel caso si è legati alla multinazionale di turno, da allora in poi, se si vuole continuare a produrre. Finché morte non ci separi.
Sara Santolini

venerdì 24 giugno 2011

Sottoposti a tutto (o quasi)


di Sara Santolini - dal n°32 de “La Voce del Ribelle” mensile http://www.ilribelle.com/

Radiazioni nocive, in primo luogo. Ma non solo: inquinanti, pubblicità, persuasione, perdite di tempo, disinformazione. 
Iniziamo dal nucleare. E poi il resto.

Il mondo contemporaneo, così come è configurato grazie al nostro modello di sviluppo, fa in modo che gli uomini, a prescindere dalla loro posizione nel mondo e nella società, vengano sottoposti a una serie di trattamenti di varia natura che, quando non gliela nega del tutto, ne rende la qualità della vita molto meno buona di quanto potrebbe e dovrebbe essere.
L’impressione generale è che il nostro modus vivendi, dal mondo della comunicazione a come abbiamo strutturato il lavoro, dai materiali con i quali siamo soliti costruire le nostre case alla quantità - enorme - di energia di cui abbiamo bisogno per perpetrare il nostro stile di vita, piuttosto che offrirci un maggior benessere ci stia esponendo in modo sempre più evidente a malattie, fisiche e non solo. Davanti alle quali siamo sostanzialmente inermi. I veleni, anche psicologici e sociali, che assumiamo ogni giorno inconsapevolmente o, più spesso, in maniera rassegnata, hanno decretato il nostro sostanziale annientamento come uomini di fronte al sovrasviluppo di cui siamo ormai diventati ciechi seguaci.
Di fatto, invece di vivere, subiamo. Una serie infinita di cose, materiali e immateriali, ovvero psicologiche, cognitive. Ma iniziamo questa rassegna, ovviamente, da un tema di stretta attualità.
L’esposizioni alle radiazioni 
Fukushima è solo l'ultimo esempio. L’incidente in proposito non solo ha creato danni irreparabili alla popolazione e all’ambiente circostante la centrale ma ha provocato un aumento dell’indice di radioattività dell’acqua di tutto il pianeta. I rischi di contaminazione radioattiva sono ormai dappertutto.
L’Ue ha abbassato i limiti di tolleranza di radiazione nei cibi, proprio come aveva fatto all’indomani dell’incidente di Chernobyl, alzando la soglia di “tolleranza radioattiva” per alcuni alimenti provenienti dal Giappone. Inoltre ha inserito nuovi parametri di sicurezza anche per lo Iodio 131, normalmente non rilevato. Questo elemento, un isotopo radioattivo, è quello che più di ogni altro
rappresenta un rischio per la salute in caso di esplosioni nucleari o inquinamento atmosferico in caso di incidenti nelle centrali, essendo uno dei prodotti principali della fissione. Questo iodio viene concentrato preferenzialmente nella tiroide dove in alti livelli fa aumentare l’incidenza di cancro alla tiroide, tumefazioni e tiroidite: si tratta delle malattie più diffuse nelle zone vicine a Chernobyl. Il CRIIRAD, una associazione francese di ricerca e informazione sulla radioattività, da parte sua, ha diffuso un documento nel quale sconsiglia di usare l’acqua piovana per l’innaffiaggio e di consumare verdure a foglie larghe, latte e formaggio fresco, che sono più facilmente inquinabili, ai soggetti più deboli, come i bambini e le donne incinte. La problematica coinvolgerebbe, oltre la Francia, anche il Belgio, la Germania, l’Italia e la Svizzera, dove i livelli di contaminazione dell’aria sono pressoché identici: oltre allo Iodio 131 sarebbero presenti quantità di cesio undici volte il limite fissato dall’UE.
La direttiva Euratom (Agenzia per l'energia atomica dell'Unione Europea) del 13 maggio 1996 ha stabilito che l’impatto delle attività nucleari può essere considerato “trascurabile” se le dosi di radiazioni cui è esposta la popolazione non supera 1 mSv (millisievert) all’anno. Il Sv (sievert), l’unità di misura utilizzata, calcola l’effetto delle radiazioni sul corpo umano. Ma raggiungere la soglia di 1 mSv anche in poche settimane mangiando alimenti con livelli di radiazioni superiori al normale è facilissimo, e ancora più facile per i bambini a causa del loro peso. Inoltre il tempo di esposizione è fondamentale per i rischi alla salute: la stessa dose di radiazioni è molto più dannosa se assorbita in una sola ora piuttosto che in un anno. Per questo, nonostante l’esposizione tollerata per chi lavora in una centrale nucleare sia di 50 mSv l’anno, la dose di 3,6 mSv giornaliera che la popolazione entro 50 km da Fukushima ha subito all’indomani dell’incidente è allarmante. Chi ancora afferma che ha fatto più vittime lo tsunami in sé dell’incidente nucleare dimostra di non avere alcuna idea di cosa si stia parlando.
Radiazioni, tutti i giorni 
La questione, oltretutto, va ben al di là dell’incidente nucleare in sé, che rappresenta un’emergenza ma che non esaurisce la problematica. All’indomani di Fukushima Randall Munroe, ex consulente della Nasa, ha diffuso uno schema sulla quantità di radiazioni cui siamo esposti ogni giorno, al di là dell’incidente giapponese. Quello che ne viene fuori è tutt’altro che rassicurante. Dormire con qualcuno espone a 0,05 microsievert, mangiare una banana a 0,1, volare da New York a Los Angeles a circa 40, usare un monitor a tubo catodico per un anno a 1, sottoporsi a un’ortopanoramica a 5 mentre fumare un pacchetto e mezzo di sigarette al giorno espone a ben 36 mSv, che equivalgono a 36000 microsievert. Il limite oltre il quale il rischio di cancro incrementa in maniera evidente è di 100 mSv l’anno. Dunque, se pensiamo che il massimo di radiazioni rilevate a Fukushima è stato di 400 mSv l’ora, mille volte tanto le radiazioni immesse in condizioni normali con l’alimentazione in un anno intero, risulta ancora più chiaro quanto possa essere grave quello che è accaduto in Giappone.
Un’altra fonte comune di radiazioni è la presenza di radon nell’ambiente, un gas inerte risultato del decadimento radioattivo di uranio, torio e attinio, presenti spesso negli ambienti chiusi quali abitazioni e luoghi di lavoro, che, in alte concentrazioni, aumenta il rischio di tumore delle vie polmonari. È vero che il radon è presente in natura, e che viene generato dalla crosta terrestre, ma è anche vero che spesso l’utilizzo di alcuni materiali nelle costruzioni ne può aumentare in maniera significativa la concentrazione: stiamo parlando, tra l’altro, di marmi, tufo, rocce vulcaniche, pozzolane e alcuni graniti. Inoltre il radon può disciogliersi facilmente nell’acqua e inquinarla, con tutto ciò che ne consegue per le coltivazioni e gli allevamenti, esattamente come le fughe radioattive delle centrali nucleari. In Italia, Lazio e Lombardia sarebbero le regioni maggiormente esposte all’inquinamento da radon per la loro conformazione geologica e costruttiva. A questo dato però non sembrano corrispondere politiche di prevenzione, informazione e adeguamento delle costruzioni necessarie a limitare i rischi per la popolazione.
Ancora, le radiazioni possono essere usate per conservare più a lungo i cibi.
Proprio così. La Comunità Europea ha infatti elaborato una Direttiva al fine di regolamentarne l’utilizzo. Erbe aromatiche, frutta secca, fiocchi e germi di cereali, frattaglie di pollo, albume d'uovo, gomma arabica, cosce di rana, gamberi decorticati, frutta fresca e verdure, cereali, tuberi amidacei, pesci, camembert al latte crudo, caseina, farina di riso e prodotti a base di sangue, carni rosse fresche e carni di pollame sono gli alimenti per i quali l’irradiazione è esplicitamente ammessa. Nonostante i prodotti sottoposti a tale trattamento debbano riportarlo ben impresso in etichetta, e che il processo debba essere controllato e dosato a dovere, la Commissione stessa prevede che «uno Stato membro può rivolgersi alla Commissione qualora riesca a provare che l’irradiazione di taluni prodotti alimentari costituisca un pericolo per la salute umana anche se sono rispettate le disposizioni della presente direttiva». In tal caso «consulterà allora il Comitato permanente per la catena alimentare e la salute degli animali prima di adottare le misure necessarie». Nel frattempo, però, avremo ingerito cibo che espone a una quantità radiazioni sopra la norma, anche se entro il limite prefissato, al solo fine di mantenerlo “fresco” più a lungo, e dunque poterlo comprare a migliaia di chilometri di distanza a prezzi convenienti.
I rischi per la salute 
Come si legge in uno studio dell’Ispra le radiazioni pericolose di cui stiamo parlando, le “ionizzanti”, sono «particelle e/o energia di origine naturale o artificiale in grado di modificare la struttura della materia con la quale interagiscono». Tali radiazioni, provenienti in particolar modo da decadimento radioattivo, fissione nucleare, fusione nucleare, sono “agenti cancerogeni di classe 1” , la cui cancerogenicità è cioè comprovata, secondo lo IARC, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro. Non solo. L’esposizione ad esse provoca radiodermite, eritemi cutanei, necrosi della pelle, sterilità, oltre a leucemie, tumori, mutazioni genetiche, aberrazioni cromosomiche e malattie ereditarie.
Gli effetti possono manifestarsi anche dopo decenni dall’esposizione. Ogni singola dose di radiazione, inoltre, aumenta il rischio individuale di sviluppare tumori, che sia protratta nel tempo o meno e da qualsiasi fonte essa provenga.
Nel corso dei prossimi numeri, vedremo gli altri “agenti” ai quali è sottoposto l’uomo “moderno”. ™
Sara Santolini
Note: 
www.criirad.org
-www.salute.gov.it/ipocm/resources/documenti/Direttiva_96-29.pdf 
- 1000 microsievert= 1 millisievert= 0,001 Siviert 
- Direttiva 1999/2/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 febbraio 1999, relativa al ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri concernenti gli alimenti e i loro ingredienti trattati con radiazioni ionizzanti
-http://europa.eu/legislation_summaries/consumers/product_labelling_and_packaging/l21117_it.htm 
www.isprambiente.gov.it 
www.iarc.com 

martedì 11 gennaio 2011

Profitti a tutto packaging


Il settore italiano di produzione di macchinari da imballaggio non ha avvertito la crisi. Ma il suo successo si basa sulla pessima abitudine di confezionare qualsiasi merce
di Pamela Chiodi 
C’è chi cerca di ridurre al minimo l’uso delle confezioni, come la londinese famiglia Strauss che, in questi giorni, è stata elogiata sulle pagine di diversi quotidiani per il suo impegno nel riciclo e nello smaltimento dei rifiuti domestici . E c’è chi, invece, sul packaging ha costruito un intero settore economico. Come qui in Italia, dove le aziende che si occupano di produrre macchine per il confezionamento e l’imballaggio sono ai vertici mondiali in quanto ad innovazione ed eccellenza tecnologica. Un mercato che è stato appena sfiorato dall’attuale recessione economica. 
Secondo i dati diffusi dall’Ucima, l’Unione Costruttori Italiani Macchine Automatiche per il Confezionamento e l’Imballaggio, rispetto al 2009 ha addirittura ottenuto un «significativo miglioramento», crescendo del 56%. Solo nel primo semestre del 2010, sono state ottenute commesse per un valore di quasi due miliardi di euro. Per Giancarlo Ronchi, consigliere e coordinatore dell’Ucima, «il mercato è in fermento, il peggio è passato e i clienti stanno rispolverando progetti di investimento che erano stati congelati al momento della crisi, anche per il rarefarsi delle risorse finanziarie». 
Il settore aveva subito una leggera flessione nel 2009, quando le aziende non riuscivano a vendere i loro macchinari sul mercato occidentale, colpito dalla crisi. Poi si è aperto quello asiatico che oggi, dopo averne trainato la ripresa, è il principale canale di sbocco. Cina, Turchia ed India sono i maggiori destinatari dell’export, in quanto paesi in piena espansione economica che, producendo un gran numero di beni, hanno bisogno anche della tecnologia necessaria per il loro confezionamento, prontamente fornita dall’Italia. Di ridurre la quantità di confezioni inutili, destinate a trasformarsi in rifiuti, non se ne parla. Anzi, il governo italiano ha recepito la direttiva europea sul packaging con il cosiddetto Decreto Ronchi, poi modificato in “Norme in Materia Ambientale”, che affida la responsabilità della corretta gestione ambientale degli imballaggi agli stessi produttori che, per questo, hanno aderito al Conai, il Consorzio Nazionale Imballaggi. 
Istituito nel 1997 dallo stesso Decreto con il compito di «garantire il passaggio da un sistema di gestione basato sulla discarica, a un sistema integrato di gestione basato sul recupero e sul riciclo dei rifiuti di imballaggio», il Consorzio «ha messo a punto uno dei sistemi più efficaci ed efficienti in tutto il panorama europeo in termini di recupero, riciclo e valorizzazione di questi materiali. Dalla nascita di CONAI, infatti, le quantità avviate a recupero nel nostro Paese sono passate dal 30% a quasi il 70% del totale degli imballaggi immessi al consumo, mentre le quantità smaltite in discarica sono scese dal 70% al 30%. CONAI, formato da oltre 1.400.000 imprese, costituisce in Italia un modello di eccellenza per la tutela dell’ambiente che basa la propria forza sul principio della responsabilità condivisa tra le imprese, che producono e utilizzano gli imballaggi, i comuni, che gestiscono la raccolta differenziata, e i cittadini che hanno il compito di separare correttamente i rifiuti di imballaggio».  
In pratica, produrre quantità maggiori di imballaggi conviene; anzi, ne va della sopravvivenza stessa del settore. Ma il Conai cerca di mascherare questa tendenza. Prima parla di «prevenzione di rifiuti da imballaggio», descrivendola come «una leva insostituibile sia da un punto di vista economico che ambientale e culturale». Poi, però, sta attenta a specificare che per prevenzione intende «la riduzione del volume dei rifiuti» che, «attraverso nuovi modelli di progettazione, produzione, distribuzione e di consumo delle merci», può portare numerosi vantaggi. E giù con le cifre. «Negli ultimi 10 anni, ad esempio, grazie anche alle politiche di prevenzione promosse da Conai, la diminuzione del peso degli imballaggi in plastica e acciaio per alimenti è stata rispettivamente del 28% e del 30%; circa il 50% in meno, invece, il peso dei sistemi di chiusura in alluminio. In termini economici, la prevenzione applicata ai rifiuti di imballaggio ha permesso, nel corso di oltre 10 anni, di conseguire importanti benefici: 500 milioni di euro tra costi di smaltimento, emissioni, costi esterni da trasporti evitati». 
Ineccepibile, se si parlasse di quantità prodotte, e non solo di volume. In questo modo, solo le imprese ottengono dei benefici. Con la loro nuova immagine di “paladine della giustizia”, continueranno a pensare alla crescita dei profitti e al vantaggio degli azionisti, non certo a quello dell’ambiente. Tuttavia, il sistema è stato ben congegnato proprio dallo Stato italiano che dimostra, per l’ennesima volta, quale tipo di benessere intende tutelare.
Pamela Chiodi

lunedì 29 novembre 2010

In Sicilia "no" alle trivellazioni in mare

da "La Voce del Ribelle":
Niente Petrolio off shore in Sicilia. Il ministero per lo Sviluppo economico ha respinto l'istanza della Petroceltic Italia Srl per la ricerca di idrocarburi nelle acque territoriali siciliane per, parole sue, "tutelare tanto l'ambiente marino, quanto il lavoro dei pescatori siciliani". Ma si tratta solo dell'atto finale di una politica iniziata già la scorsa estate: Stefania Prestigiacomo, il ministro dell'ambiente, a luglio di quest'anno aveva proposto al governo il divieto di trivellazioni nella fascia marina di 8 km da tutte le coste italiane e per 20 km dalle riserve marine. Ma non solo questo provvedimento non è sufficiente a far dormire sonni tranquilli, potrebbe essere stato dettato da motivazioni ben diverse dell'amore per le nostre coste.
Che il governo abbia deciso di intraprendere una politica attenta all'ambiente? In ogni caso vietare le estrazioni vicino alla costa non è abbastanza. Non bastano, infatti, 8 km - e nemmeno 20 - per limitare i danni sulle coste di un eventuale incidente in Sicilia (come abbiamo visto nel Golfo del Messico). Tutt'al più che in Italia ci sono già 66 concessioni di estrazione e altre 24 di esplorazione di nuovi pozzi - oltre che nel canale di Sicilia anche in Abruzzo, Marche e Puglia -  e che il nuovo provvedimento non intacca questi accordi. Inoltre sembra che in Italia non esista un protocollo obbligatorio per le attività petrolifere e per la loro sicurezza come in molti altri Paesi (ad esempio l'obbligo di avere un comando remoto per la chiusura della valvole) che riduca effettivamente il rischio di incidenti. 
Il primo provvedimento è stato preso, in realtà, sull'onda delle emozioni dell'opinione pubblica per una delle più grandi catastrofi naturali del mondo: l'incidente alla piattaforma petrolifera della British Petroleum nel Golfo del Messico. Negli USA Obama - dopo lo stop alle estrazioni all'indomani della fuoriuscita di greggio davanti alle coste della Louisiana e sotto la pressione delle compagnie petrolifere - ha già dato di nuovo il via libera alle attività di estrazione. Al contrario dopo quell'episodio la Regione Sicilia si è sempre detta contraria al rilascio di autorizzazioni per la ricerca e l'estrazione di idrocarburi vicino alle coste. Il che le farebbe solo onore, se la questione finisse qui. E invece la stessa Regione Sicilia è favorevole alle trivellazioni su terraferma. Eppure anche quelle sono pericolose e se non possono, in caso di incidente, danneggiare (direttamente) la pesca, possono rovinare l'agricoltura e il turismo nella stessa misura di eventuali versamenti in mare. Ma, a ben guardare, la Regione le sue buone motivazioni le l'ha. Dalle attività sulla terraferma guadagna l'85% delle royaltes, mentre da quelle in mare il 55% e solo se vicine alla costa. Inoltre sulle trivellazioni su terraferma la Regione Sicilia ha competenza esclusiva mentre su quelle in mare non ha voce in capitolo. Si tratta, insomma, di un motivo puramente economico - e politico. Lo stesso motivo per il quale, ad esempio, il Parco degli Iblei, che interesserebbe il ragusano, ancora non vede la luce. Si tratta dello stesso territorio in cui l'Eni stessa, di cui tutt'ora lo Stato è azionista di maggioranza, sta costruendo cisterne in attesa di cominciare a estrarre petrolio o gas naturale. 
Chiaramente l'attenzione per l'ambiente c'entra poco o niente con tutto questo. La politica si destreggia tra la necessità di accontentare l'opinione pubblica e il perseguimento di interessi economici privati. Proprio come nella questione del nucleare, della ricostruzione de L'Aquila, della crisi della Scuola pubblica...

Sara Santolini

giovedì 4 novembre 2010

In Gran Bretagna ormai si svendono anche le foreste (compresa Sherwood)

da "La Voce del Ribelle":


La Gran Bretagna si trova in questo periodo storico a fronteggiare una crisi economica e finanziaria forse senza precedenti nella sua storia. Anche le casse statali ne risentono, tanto che i processi di privatizzazione iniziati già dai tempi delle enclosures, e resi ancora più forti lungo tutti gli anni ’80 dal fondamentale contributo della Lady di ferro Margaret Thatcher, hanno raggiunto oggi il loro apice. Nella culla del liberismo (non ci sarebbe quindi da stupirsi più di quel tanto) ora anche le foreste nazionali sono in vendita per affrontare la crisi. 


Il ministro dell’Ambiente Caroline Spelman presenterà prossimamente il piano per cedere a privati, entro il 2020, circa la metà dei 748.000 ettari di boschi oggi controllati dalla Commissione forestale. Non solo, il piano del governo prevede anche di modificare la Magna Carta del 1215, all’interno della quale da secoli ci sono documenti che regolano la gestione di foreste antiche come quella di Sherwood, nei pressi di Nottingham (celebre scenario delle imprese di Robin Hood), o la foresta di Dean (teatro di alcuni fra gli episodi di Harry Potter). 


Si tratta quindi di privatizzare gli ultimi e sicuramente più preziosi commons rimasti, considerando che la sopravvivenza dell'intero pianeta, sotto certi aspetti, dipende dalle poche foreste rimaste. Certo il Regno Unito non è ancora a livello degli USA, nei quali se ne è andato definitivamente il 95% di questi ecosistemi, ma la situazione potrebbe presto diventare la stessa. E ancor peggio, oltre ad un’ulteriore dimostrazione della miopia delle classi dirigenti odierne, è l’ennesimo tentativo di convertire in denaro ciò a cui in realtà non si potrebbe nemmeno dar prezzo. 


Ma non si vuole solo affidare a pochi privati la gestione di un patrimonio utile per il bene comune. Il piano del governo britannico prevede, oltre alla svendita di luoghi appartenenti da sempre a tutti i sudditi di Sua Maestà, anche il diritto degli acquirenti di abbattere gli alberi e trasformare parti di queste foreste millenarie in centri sportivi e parchi giochi. L’approccio dozzinale e mercificatore con l’ambiente non sembrerebbe quindi una prerogativa italiana. 


Difficile vedere una possibilità di futuro con una classe politica completamente votata, a livello internazionale, alla necessità immediata di denaro ormai non più spremibile dalle tasche dei cittadini. Difficile anche essere ottimisti, quando gli ultimi lembi di natura sono sacrificati a una necessità di fondi causata da una gestione dell’economia, e del territorio, che negli ultimi decenni (e forse negli ultimi due secoli) è stata letteralmente dissennata.


Oltre a capovolgere i precetti di pensiero del leggendario Robin Hood, la scelta di rubare ai poveri (o comunque alla collettività) per dare ai ricchi lascia perplessi anche a livello economico. Al di là dell’enorme ricchezza naturale che rappresentano foreste come quelle interessate, infatti, presso Sherwood oltre mezzo milione di turisti visitano ogni anno il Robin Hood Festival, caratteristico spettacolo in atmosfera medievale animato da attori in abiti dell’epoca e mangiatori di fuoco. E lo stesso vale per tutte le altre foreste, meta di quei cittadini rimasti che non si rassegnano a spendere la domenica in un centro commerciale.


Di sicuro gite nella natura o eventi dal sapore romantico come il Robin Hood Festival non generano gli stessi profitti di centri fitness o sportivi, e soprattutto non necessitano della costruzione fisica che invece questi ultimi richiedono (cosa che genera una ulteriore crescita del PIL e quindi degli incassi statali). Ma la sfacciataggine che riescono ad avere i politici, evidentemente non solo italiani, riesce ancora a lasciare basiti. Fonti vicine al ministro dell’Ambiente britannico, infatti, hanno dichiarato che in questo modo, in realtà, “si sta cercando di dare nuova vita ai boschi, portando nuove idee ed investimenti". Il tutto con l’intenzione "di affidare alle comunità locali la tutela del patrimonio". Forse come tutti quei siti archeologici in Italia in mano a privati e preclusi da anni alla cittadinanza?


Già nel 1992 si era pensato di lasciare al settore privato gran parte delle foreste britanniche, quando al governo conservatore di John Major una mossa di questo tipo avrebbe potuto fruttare fino a un miliardo di sterline. Ma l’idea fu presto abbandonata, grazie ad uno studio che dimostrò l’infondatezza di tali previsioni e, soprattutto, in seguito ad una forte opposizione da parte dell’opinione pubblica. Si tratta di meno di vent’anni fa, ma si può dire già che erano altri tempi. La capacità (o la volontà) dell’opinione pubblica di oggi di opporsi a qualunque cosa vada contro i suoi stessi interessi, sia nel Regno Unito, che in Italia, che nel resto del mondo “sviluppato”, lascia presagire una massiccia privatizzazione, nell’arco di pochi anni, sia delle foreste che di ogni altro “bene comune”.


Andrea Bertaglio

giovedì 14 ottobre 2010

Fine dell'illusione: Obama revoca il blocco

Obama ha revocato il blocco delle trivellazioni in acque profonde: alla fine un solo interesse, come al solito, ha prevalso. Quello economico a breve termine.

Ricordiamo tutti lo sguardo corrucciato di Obama e i proclami di tolleranza zero all'indomani dell'esplosione della Deepwater Horizon, la piattaforma semisommergibile di perforazione tristemente nota per aver realizzato, assieme al pozzo di gas e petrolio più profondo in alto mare, uno dei più gravi disastri ambientali della storia. Anzi, probabilmente il più grave in assoluto, almeno per il continente americano. Il Golfo del Messico con Louisiana, Mississippi, Alabama e Florida ha visto i propri fondali irrimediabilmente rovinati. A causa dell'esplosione sono morte 11 persone e molte altre, esposte alle polveri e le cui risorse alimentari sono inquinate dal petrolio fuoriuscito dalla piattaforma, si ammaleranno e moriranno negli anni avvenire. 

Davanti a tutto questo Obama non poteva non reagire. All'inizio le sue dichiarazioni contro la British Petroleum, per la quale lavorava la piattaforma, fino alla moratoria totale alle trivellazioni offshore in acque profonde, avevano fatto ben sperare sul futuro delle relazioni tra Stato e imprese private nel settore. Nonostante ciò quasi nessuno aveva creduto che potesse essere l'interesse pubblico ad avere la meglio su quello privato nel settore. Ovviamente a ragione.

La moratoria di Obama doveva scadere il prossimo 30 novembre. Dunque questo atto, seppur forte, dell'amministrazione americana, era comunque destinato ad avere un termine. Ma l'ok al riavvio delle trivellazioni è arrivato con ben 45 giorni di anticipo, anche se le imprese saranno obbligate a rispettare nuove e maggiori norme di sicurezza. 

Le motivazioni sono "insensate", se paragonate alla catastrofe causata dalla fuoriuscita dell'olio nero nelle acque del Golfo del Messico. Innanzitutto, ovviamente, ci sarebbero le pressioni dei petrolieri che continuano ad arricchirsi senza preoccuparsi delle conseguenze dell'estrazione sulla politica dei Paesi coinvolti, figuriamoci di quelle sull'ambiente e la salute. Inoltre non estrarre più petrolio sulle coste americane significa nell'immediato dover importare maggiormente dal Golfo Persico, facendone aumentare il prezzo e dunque inimicandosi aziende e cittadini.
Inoltre le pressioni sono arrivate non solo dai "padroni" ma anche da coloro che per i petrolieri lavorano da sempre come salariati. L'esempio eclatante di questa comunione di intenti è quello della Louisiana. A breve ci saranno le elezioni in quello Stato e la manodopera locale, penalizzata dal blocco delle estrazioni in un periodo già di dura depressione e crisi economica, non sente nessun'altra ragione che quella della propria necessità del momento - lavorare, magari poco, magari a poco, ma in ogni caso. Ben sapendo questo i Democratici hanno temuto per i voti a loro favore, se la moratoria non fosse stata sbloccata. 
Ma la realtà è che tutto questo, per la popolazione, significa barattare il proprio futuro a fronte di un - misero - presente.


sabato 25 settembre 2010

Beccati le scorie, che ti “incentivo”




Nucleare: 52 siti per stoccare le sostanze radioattive 

Le nuove centrali atomiche sono ancora tutte da costruire, e a quanto sembra l’inizio dei lavori previsto per il 2013 dovrebbe slittare di un altro anno, ma intanto ci si dà da fare per trovare i siti in cui stoccare le scorie radioattive. La Sogin, la Società Gestione Impianti Nucleari che fa capo al Tesoro, ha individuato 52 aree che avrebbero le caratteristiche adatte alla bisogna. Dove si trovino esattamente, però, non è dato saperlo. L’elenco rimane segreto, pare per volontà dello stesso Berlusconi, e il poco che ne trapela sono le indiscrezioni (o le ipotesi) che stanno rimbalzando sui media a partire da ieri. Con beneficio d’inventario, le zone prescelte si troverebbero disseminate qua e là per la penisola – dal Monferrato alle colline emiliane, dalla Maremma al Viterbese, dal Molise alla Basilicata – escludendo invece la Sicilia e la Sardegna.
Al di là della collocazione geografica, l’aspetto più interessante, e inquietante, è un altro. Secondo il Corriere della Sera, «la scelta del deposito nazionale per le scorie non sarà imposta, e avverrà d'accordo con le Regioni, con una sorta di asta: la comunità che accetterà i depositi radioattivi sarà infatti compensata con forti incentivi economici». Detto in sintesi: corruzione di Stato. Corruzione in senso lato, ovviamente, ma pur sempre basata sul medesimo principio, per cui si usa il denaro per ottenere la “collaborazione” di chi opera in ambito pubblico. A suon di quattrini si induce qualcuno a fare ciò che altrimenti non avrebbe mai fatto. Consci che nessuno, o quasi, è entusiasta dell’idea di piazzare nel proprio territorio una massiccia quantità di materiale radioattivo, che in teoria sarà custodito con ogni cura ma all’atto pratico chissà, i governanti si preparano a far leva sull’interesse economico, particolarmente forte in tempi di crisi e, comunque, assai più pressante che in passato a causa degli obblighi di autofinanziamento degli enti locali.
Anche se non mancano le voci di protesta, al solo profilarsi dell’installazione dei centri di stoccaggio, va da sé che per i novelli apostoli del nucleare non c’è molto di cui preoccuparsi. La strategia è la stessa adottata in innumerevoli altri casi. Da un lato, prendere tempo e lasciare che l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica si attenui, o scompaia del tutto. Dall’altro, scansare il dibattito politico di più alto livello, e di portata nazionale, muovendosi nell’ambito del sottogoverno e delle trattative in loco. La faccia oscura dell’autonomia indiscriminata. Dell’autodeterminazione che precipita nell’autodistruzione, a forza di comportamenti che appaiono vantaggiosi nell’immediato e che, perciò, sorvolano sulle conseguenze di più lungo periodo. 
Cerca cerca, l’amministratore compiacente lo trovi di sicuro. Oggi è alla guida di un paesino, domani non gli dispiacerebbe passare a qualcosa di più grande. La Provincia. La Regione. Magari il Parlamento. Tutto si può fare, specie se si mantiene lo sconcio delle liste elettorali approntate dalle segreterie nazionali e calate dall’alto. Parallelamente, del resto, non si può nemmeno fare troppo affidamento sulle capacità di giudizio della popolazione. Quando le risorse scarseggiano, tanto sul versante privato impoverito dalla recessione, quanto su quello pubblico a corto di gettito proprio e di trasferimenti erariali, il desiderio di migliorare le cose per mezzo di aiuti esterni può facilmente diventare il peggiore dei consiglieri. Di qua c’è un beneficio sicuro, vuoi sotto forma di posti di lavoro, vuoi in termini di fondi da destinare ai servizi pubblici; di là c’è un rischio imprecisato, impalpabile, negato da “esperti” di gran nome, puntualmente ospitati (amplificati) dai grandi network televisivi.
Il gioco è fatto. Ottenuto l’appoggio cinico dei politici del territorio, e l’avallo ingenuo dei residenti, si può tornare sotto i riflettori e annunciare urbi et orbi che tutto quanto è andato per il meglio. La decisione è stata presa in modo trasparente e democratico. E quanto agli incentivi, beh, sono il giusto riconoscimento per chi ha accettato di farsi carico di un problema di interesse collettivo. 
Federico Zamboni

mercoledì 22 settembre 2010

Rifiuti? Perdiamoli di vista

Noi, in Italia, abbiamo almeno una buona intenzione: la semplificazione normativa. Non che non ce ne sia bisogno - chiunque abbia avuto a che vedere con la giustizia italiana o con la burocrazia sa bene che spesso si rischia di perdersi in leggi, leggine e cavilli - ma, come capita spesso, nella politica una buona intenzione maschera un business che finisce per ritorcersi contro la gente comune, invece di facilitarle l'esistenza. Così chi aveva pensato che fosse buona la notizia che il Codice Ambientale avrebbe subito una riforma e una sorta di "semplificazione" normativa, ha dovuto subito ricredersi. Queste modifiche al Codice sembrano infatti costruite ad uso e consumo di chi la legge proprio non la vuole seguire: sembra fatta per semplificare la vita all'affare - ma anche al malaffare - dello smaltimento dei rifiuti a discapito di tutti gli altri. (...)

mercoledì 25 agosto 2010

With or Without Oil




Il 21 e 22 agosto - la scorsa settimana, per intenderci - in America un gruppo di ragazzi ha deciso di vivere un fine settimana senza petrolio. 

Niente macchine, niente plastica (un milione e mezzo di tonnellate di plastica sono utilizzate solo per confezionare l' acqua in bottiglia), niente cosmetici a derivazione petrolifera (eh sì, care ragazze, succede anche questo, quindi imparate a leggere le etichette se non volete spalmarvi in faccia quella roba).

L'iniziativa è stata pubblicizzata da Mtv. Insomma, per qualcuno è una trovata pubblicitaria. Magari essere ecologisti va di moda. E così è tollerata: l'importante, per chi sul petrolio nero ha fondato la propria fortuna economica e il proprio potere, è che il Weekend Without Oil venga vissuto come uno spot e che il finesettimana in questione non si allunghi nemmeno di un'ora in più. 

È logico: non sono tanto due giorni di mancanza di consumi a poter preoccupare chi di dovere, ma la possibilità (al momento assai remota) che, soprattutto tra i giovani, prenda piede un certo stile di vita - forse meno drastico ma più continuativo.

mercoledì 4 agosto 2010

La Privatizzazione dell'Ambiente



Ciao Charlie,

siamo d'accordo sul punto uno (gestione senza prospettiva della aree protette) ma, come saprai già, non sul punto due (nucleare).

Nel resto dell'articolo non parlo di nucleare ma della "credibilità" della Prestigiacomo (chi si ricorda che già nel 2008 aveva proposto la privatizzazione mentre ora fa la gnorri?), dei Parchi come poltrone di comodo per i "trombati" della politica (da SEMPRE) e del fatto che, a parer mio, non si risolve il problema dell'ambiente con la privatizzazione.

Insomma, cercano ancora di farci credere che, se una gestione "pubblica" non funziona l'unica soluzione è privatizzare. Ma il privato, si sa, fa il proprio interesse, mica quello degli altri - in questo caso, dico, mica quello dell'ambiente. 

Siamo seri: chi glielo fa fare a un privato a investire, ad esempio, in tutela della biodiversità se non gli rientrano i soldi in qualche modo e se non ci guadagna? E lo Stato, che non è stato capace di obbligare gli enti -pubblici, appunto- a curarsene come dovevano, sarà ora in grado di obbligare un privato a farlo?

Per l'esattezza credo non ci pensi proprio. Questa privatizzazione, che invece io temo proprio si farà - come quella dell'acqua e, proprio oggi, dei trasporti anche marittimi - fa il paio con la sanatoria senza vincolo della tutela ambientale. 

Quello che credo io è che vogliano privatizzare i Parchi rendendoli in un futuro non tanto lontano non solo non più liberamente accessibili (perché rinunciare a questa rendita?), ma anche pieni di attrazioni turistiche in barba al paesaggio, alla tutela della biodiversità, dell'habitat eccetera. 
E mi preoccupo soprattutto perché vedo, proprio come te, quanto il problema ambientale sia poco sentito a tutti i livelli della politica - e non solo - in questo dannato Paese. 

Per quanto riguarda il nucleare sono assolutamente contraria. Non solo perché il nostro è un Paese a pericolo sismico medio-alto, non solo perché nessuno ancora ci spiega che fine faranno le scorie - continueremo a spararle in giro con le bombe all'uranio impoverito? Le manderemo sulla luna come in "Spazio 1999"?- e nemmeno solo in rispetto del referendum di cui parlo nell'articolo. La mia è anche un'opposizione "esistenziale": dobbiamo deciderci a consumare di meno e meglio, a cercare soluzioni a lungo termine, a prenderci la responsabilità verso le generazioni future di quello che facciamo.

A presto
Sara