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mercoledì 28 gennaio 2015

"SE MI GIRA MI FACCIO ANCHE VESCOVO"

da La Voce del Ribelle:

Libby Lane, 48 anni, femmina, è vescovo. La notizia è arrivata anche da noi dove “non si ha altra Chiesa all’infuori di quella cattolica” ma comunque alla stampa italiana sembra interessante che quella Anglicana abbia inserito la possibilità per le donne, già reverende, di diventare vescovo. 
E insomma, il fatto è questo: c’è una donna vescovo a capo di Stockport, nel Regno Unito. Una di quelle cose che a guardarle così, superficialmente, sembrano una grande trovata, una pietra miliare nell’emancipazione femminile, una di quelle novità capaci di far parlare per ore gli opinionisti di turno nei talk show, a blaterare di parità di genere e di quanto inserire donne “al potere” sia giusto, sacrosanto e positivo.
Lasciando a altra sede ma tenendo a mente la questione del maschilismo insito in tutte le religioni più diffuse, che elaborate da uomini in società patriarcali non potevano essere altrimenti, una donna vescovo non è forse un passo avanti nell’affermazione del “femminile” in un mondo governato da uomini, è al contrario una conferma di quanto questo mondo sia sempre stato e sia tutt’ora “maschile”. Interessante è una filosofia, una religione, una teoria, una politica elaborata da una “mente” femminile che trovi spazio, non l’ennesima mascolina personalità che gli uomini inseriscano tra loro. Il concetto è portato alle sue estreme conseguenze, ma rende chiaro come non basti mettere a fare il vescovo, il segretario di partito o il Presidente qualcuno con scritto F sulla riga del “genere” sulla carta d’identità per poter parlare di parità. Che impronta lascia una donna che per emergere si cala in abiti maschili, abbraccia un modo di fare, uno stile e un taglio che non gli è proprio, forza se stessa per uscire dagli stereotipi o al contrario vi si cala per inerzia? E siamo scuri che questa stessa domanda non possa essere posta anche a un uomo? Non c’è alcun progresso in quelle società che non lasciano libertà di scelta, che forzano le menti incanalandole in comportamenti, parole e costumi, rendendole schiave. La questione è di certo più ampia, e comprende fenomeni quali il consumismo, l’information overload, i notiziari show e la manipolazione dell’opinione pubblica, ma per quanto riguarda la parità di genere il problema affonda le sue radici così indietro nel tempo da sembrare un assioma insito nella creazione del mondo. Eppure, così non è. Sono esistite civiltà matriarcali così come patriarcali, dei e dee, padri-padroni e madri-matrigne. L’unica cosa che il genere umano avrebbe dovuto imparare da questa storia è che uomini e donne uguali non sono e che in situazioni diverse sono in grado di assumere il ruolo di sesso forte o debole, spesso a completamento piuttosto che a discapito dell’altro. Tutta questa ricchezza, tutta questa gamma infinita di possibilità, è però schiacciata dalla necessità che ha la società di vivere di tranquilli e prevedibili stereotipi nei quali sguazzare bellamente - e trovare facilmente target pubblicitari. Chiunque voglia uscirne spesso rischia di cadere in altri modelli ugualmente scomodi, malgrado gli sforzi: da “velina” a donna in carriera - ma anche da padre di famiglia a eterno ragazzino e così via. La verità è che si è confuso l’accesso alle opportunità con l’appiattimento delle differenze.
Perché un mondo in cui siamo tutti riportabili a categorie, più o meno particolari e particolareggiate, è estremamente rassicurante - e prevedibile.
Sara Santolini

lunedì 19 gennaio 2015

TUTTO PRONTO PER IL PATRIOT ACT EUROPEO?

da La Voce del Ribelle:

Paura. Una parola che si insinua nella mente come un germe inarrestabile. Soprattutto quando indotta. Come un tumore che si annida nelle parti più nascoste del corpo, viene alimentato da noi stessi, inconsapevolmente, dalla nostra voglia di chiarezza che porta a credere alla spiegazione più semplice. E poi, d'un tratto, dispiega i suoi effetti. Così è accaduto negli Stati Uniti all'indomani del 11 settembre 2001, così ci sono i primi segni possa accadere anche nella vecchia e "saggia" Europa. 
La pagina più nera in tema di libertà negli USA è stata scritta non con il crollo delle torri gemelle, bensì con l'entrata in vigore del Patriot Act. George W. Bush ci mise poco più di un mese a firmarlo, all'inizio facendolo passare come una legge transitoria e d'emergenza - e di "emergenze" senza fine in Italia abbiamo grande esperienza - e poi di volta in volta prorogata fino a oggi. Vennero rafforzati i poteri e le libertà d'azione di FBI, CIA e NSA, rimosse le restrizioni sul controllo delle conversazioni telefoniche, delle chat, delle e-mail, delle cartelle cliniche, delle transazioni bancarie, sulla segretezza dei colloqui tra detenuti e legali. Addirittura si arrivò a dichiarare legittime le perquisizioni effettuate senza avviso e presenza del diretto interessato e consentire arresti di non meglio definiti "combattenti" sulla base di semplici sospetti. Una legge dichiarata, nella parte in cui prevedeva tabulati telefonici e Internet di sospettati senza mandato della magistratura e notifica agli indagati, incostituzionale - e anche in questo in Italia siamo dei veterani. Il tutto utilizzando una definizione di "atti terroristici" un tantino troppo di libera interpretazione: "atti che appaiono tesi ad influenzare la politica di un governo con l'intimidazione o la coercizione".
Adesso, all'indomani dell'attentato al Charlie Hebdo, si invoca anche in Europa una legge che dia poteri tali agli Stati da far sentire al sicuro i cittadini. Una specie di Patriot Act nostrano, che "almeno" cancelli l'accordo di Schengen.
A questo punto bisogna fare un passo indietro. L'accordo, datato 1985, coinvolge a oggi 26 Stati: Grecia, Italia, Malta, Portogallo, Spagna, Francia, Svizzera, Liechtenstein, Lussemburgo, Belgio, Paesi Bassi, Danimarca, Slovenia, Ungheria, Austria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia, Germania, Lituania, Lettonia, Estonia, Finlandia, Svezia, Norvegia e Islanda. L'accordo prevede che i confini siano liberamente attraversabili dai cittadini dei Paesi aderenti. Tale norma, e soprattutto il suo allargamento, ha fatto molto parlare. L'ultima volta che è salito all'onore delle cronache è stato quando con l'entrata di Polonia, Romania e Bulgaria (questi ultimi due al momento aderenti ma non ancora membri a tutti gli effetti) si è temuta una immigrazione in massa di cittadini dell'Est che, attratti dal luccichio dei Paesi più ricchi, sarebbero potuti venire a cercare occupazione "rovinando" il mercato del lavoro europeo - o peggio ancora pretendendo paghe all'altezza del loro nuovo Paese ospitante. Che il timore sia proprio questo lo dimostra il continuo rimandare la data dell'effettivo calo delle frontiere rumene e bulgare soprattutto per l'opposizione tedesca. Forse non è un caso che proprio Romania e Bulgaria abbiano il triste primato del più basso costo del lavoro in tutta Europa: tutto sommato è conveniente che rimangano a casa loro e che siano le aziende a delocalizzare, sfruttando la libertà di movimento di capitali a discapito di quella delle persone, questo il ragionamento.
In quest'ottica, forse non è un caso nemmeno che a invocare un cambio di Schengen - per carità, "solo" per proteggerci dal terrorismo - siano quei Paesi che in questi anni hanno visto una forte immigrazione di lavoratori dalle periferie d'Europa, in testa Inghilterra, Francia, Germania (nonostante le ultime "morbide" dichiarazioni in proposito della Merkel). E allo stesso tempo non è un caso che invece l'Italia si sia subito schierata con la libertà di circolazione, per non ritrovarsi tutti gli immigrati che usano il Bel Paese solo come ponte verso il Nord d'Europa rispediti al confine soprattutto ora che il lavoro scarseggia in Italia anche per loro.
La macchina in ogni caso si è messa in moto. Nelle stanze dei bottoni entro fine mese si incontreranno i ministri degli Esteri e i ministri degli Interni degli Stati membri. Temi caldi saranno le regole di Schengen, la condivisione di informazioni, la circolazione di armi, il controllo di Internet e l'istituzione di una banca dati dei passeggeri aerei.
Chissà che dopo aver sfilato per le vie di Parigi in nome di una libertà di espressione che non gli appartiene più, la folla non sfili a favore dell'annientamento delle libertà civili. Per pura, semplice, inoculata e terroristica paura.
Sara Santolini

venerdì 20 gennaio 2012

Shopping




[...]
Oggi tra i tanti idoli che possono schiavizzarci, è preminente quello del comprare sempre. Sono appena trascorse le vacanze di Natale che bene o male hanno visto gli italiani spendere ancora in regali, eppure se si fa un giro nei grandi centri commerciali o in quelli medio grandi, si possono ancora notare persone che girano con volantini per acquisti super scontati. Quanto di vero poi ci sia in questi saldi resta sempre un mistero. Fa impressione comunque vedere ancora gente che nonostante la crisi, sente il bisogno convulso di acquistare, di cercare l'affare, nella illusione di esercitare un potere che lo realizzi. Il continuo bombardamento all'acquisto convulsivo a cui siamo sottoposti è davvero forte e snervante. Si parte dal mattino con l'acquisto dei giornali dove pubblicità di ogni genere ci sollecitano ad acquistare di tutto. Le radio o il web non sono molto da meno.
Camminare in strada senza comprare neanche una caramella o un caffè ci fa sentire strani e fuori dal mondo. Se ci riflettiamo le strade sono progettate affinchè si compri. Non c'è molto spazio per la sosta o per il solo piacere di camminare con qualcuno o da soli. Uscire senza lo scopo di acquistare ci fa sentire un po' strani. Però è rivoluzionario. Pensiamoci un attimo: siamo capaci di trascorrere un solo giorno senza acquistare niente che non sia di reale utilità?. Ripeto: reale utilità. Quello che acquistiamo è sempre per un "poi questo mi servirà", oppure "potrebbe servirmi" o meglio "con questa cosa da ora in poi non mi manca nulla", salvo poi fare due passi più in là e scoprire che qualcun altro è già passato oltre e quindi a noi manca già qualcosa.
È un continuo farci sentire mancanti di qualcosa, e di un qualcosa che mai potremmo procurarci da soli. È l'idolo del consumo o peggio ancora dell'acquisto in sé, che conduce alla solitudine, all'alienazione totale degli individui, ad una morte morale e interiore con ripercussioni lente, ma inesorabili, sull'uomo.
di Alessandro Vauro

lunedì 24 ottobre 2011

Simoncelli: morire a 24 anni (e a 240 km l'ora)


C'è una cosa che manca al cordoglio per la morte di Marco Simoncelli, morto giovanissimo durante una gara a Sepang. Ci sono i fiori e le lacrime, la disperazione dei genitori e degli appassionati del motociclismo. 


Manca il dubbio. La domanda cardine di tutto: perché un ragazzo debba morire per vincere una gara di velocità. Gare che non vengono mai messe in dubbio. Soprattutto visto che intorno al moto gp e similari girano fior di quattrini e non c'è morte e morale che tengano a questo mondo di fronte ai guadagni facili. 

mercoledì 23 febbraio 2011

Che peccato: una De Andrè all'Isola dei Famosi


L’edizione 2011 del programma si sdoppia e dà il via a una gara parallela, riservata ai parenti di personaggi più o meno noti. Ed ecco che nel cast, purtroppo, finisce anche la nipote 21enne del grandissimo Fabrizio
di Federico Zamboni

Va da sé: di quello che accade all’interno dei reality show non ce ne importa nulla. I “minima immoralia” di queste combriccole da quattro soldi, inzeppate di sconosciuti semi analfabeti o di ex conosciuti in cerca di rilancio, ci interessano meno di zero. E quanto all’Isola dei famosi, in particolare, basta dire che a gestire il traffico c’è Simona Ventura per tenersi alla larga. Sia dai teleschermi che dai commenti. 
Al di sotto di certi limiti, infatti, persino la stroncatura più feroce diventa incongrua. Non è che la Guida Michelin faccia visita ai fast-food e ne parli male. Non ne parla e basta. Se uno va a mangiare al McDonald’s, non può mica illudersi di essere entrato in un ristorante degno di tal nome. E se invece si illude, allora si merita quel che lo aspetta: quegli squisiti Big-Mac-Boh, quelle appetitose patatine fritte da divorare in un batter d’occhio (prima che diventino assai meno appetitose) e quelle irresistibili Coca-Cola in formato maxi, generosamente servite con un sacco di ghiaccio; non già come riempitivo a costo zero (ci mancherebbe) bensì per conservarle fresche più a lungo.
In questo caso, però, la notizia risulta comunque interessante, anche se sgradevole. Alla nuova edizione dell’Isola dei Famosi, infatti, prende parte anche Francesca De André, che purtroppo non ha soltanto lo stesso cognome del grandissimo Fabrizio ma è proprio sua nipote, essendo una delle figlie di suo figlio Cristiano. La “grande novità” di quest’anno, infatti, è che le combriccole in gara sono due invece che una. E se la prima è composta, come al solito, di persone che almeno un po’ famose lo sono, o lo sono state, la seconda è invece formata da gente che è stata scelta solo perché è parente di qualche personaggio più o meno noto. Ad esempio: la madre di Valeria Marini, il fratello di Marco Materazzi, la sorella di Mario Balotelli. Per altre candidature illustri (il cugino di Mago Zurlì, il bisnipote di Zorro, e lo zio di Batman) bisognerà attendere: ma le ricerche, c’è da presumere, sono già state avviate. 
Se la decisione di Francesca è a dir poco opinabile, e a scusarla del tutto non basta il fatto che abbia appena 21 anni, le giustificazioni di sua sorella Fabrizia sono invece del tutto sballate: «La scelta di partecipare all'Isola dei famosi non è per Francesca una scorciatoia ma una vera e propria esperienza avventurosa. Le sue doti di cantante le coltiva, ma in sala prove e non certo sulle spiagge dell'Honduras. Questa rimane veramente per lei un'occasione per provarsi in situazioni estreme. Francesca si sente coinvolta in un divertente gioco».
Ma per favore. Ma quali «situazioni estreme»? Mica si è iscritta al Camel Trophy, o alla traversata dell’Atlantico in barca a vela, o a un trekking nel Deserto del Gobi. Si è “lasciata iscrivere”, da quei furbacchioni del casting, a una messinscena all’insegna del pettegolezzo reciproco e del battibecco obbligatorio,  a scartamento ridotto ma a ciclo continuo. L’avventura è solo apparente. Non è affatto un incentivo a essere migliori ma ad accattivarsi il consenso dell’audience e il relativo, instabile, fatidico televoto. I disagi non servono a stimolare una competizione onorevole ma solo ad alzare i livelli dello stress, in modo da attenuare i normali freni inibitori, o schiantarli del tutto, e a far emergere il peggio di ciascuno.
Dice ancora Fabrizia: «Il nonno avrebbe sospeso il giudizio. Si sarebbe forse preoccupato, ma non avrebbe ostacolato le scelte di nessuno di noi nipoti almeno per come l'ho conosciuto io». Se l’affermazione è probabilmente vera in se stessa – figuriamoci se un libertario come De André si sarebbe messo a ostacolare una quisquilia di questo tipo – diventa però capziosa nel significato che le si vorrebbe dare. Non ostacolare non significa certo avallare. E anche riguardo al giudizio «sospeso» non è lecito confondere il silenzio di chi si limita a non voler interferire nelle decisioni altrui, specie se di persone tanto più giovani e immature, con quello di chi è semplicemente cauto e si riserva di dare la propria approvazione in un secondo momento.
Possibile che non ce lo si ricordi? Fabrizio De André non andava in televisione neanche a fare il protagonista assoluto, forte di tutta la sua fama più che meritata, di tutta la sua arte in perenne evoluzione, e di tutta la sua integrità esistenziale. Non era solo la ritrosia istintiva di un uomo schivo. Era la consapevolezza della differenza abissale tra esprimersi ed esibirsi. Tra la finzione “sincera” dell’artista, che rifugge da qualsiasi trucco e non fa nulla per blandire il pubblico, e la “verità” fittizia degli imbonitori, che promettono a gran voce che «non c’è trucco e non c’è inganno». I Barnum di un tempo. I reality show di oggi. 
Libertari sì, ma mica coglioni.  

Federico Zamboni


Sedotta e abbandonata - un film di Pietro Germi

Non me ne vorrà chi segue questo blog, ma ho rispolverato un grande classico:

"Sedotta e abbandonata" è un film datato, ma che davvero merita di essere visto, 
anche a 47 anni dalla sua uscita al cinema.


Nonostante il titolo, la pellicola del geniale Germi non gira attorno a un amore non corrisposto, bensì a tutto quello che si scatena attorno a un semplice episodio di seduzione, benché portatore di una gravidanza indesiderata. Anche se la vicenda di per sè, nel 2011, sembrerebbe ridicola, Germi è riuscito a renderla grottesca e realistica anche per noi, nonostante senz'altro susciti emozioni diverse rispetto a 47 anni fa, quando le vicende narrate nel film erano ben più diffuse di oggi nel nostro Paese. Oggi, anche se sono "storia" fino a un certo punto, la carica emotiva che trasmette è comunque fortissima.


Aldo Puglisi, che nel film interpreta il padre della ragazza, è la personificazione di tutta quella mentalità paesana che rende ogni singolo così invischiato e controllato dalla comunità da sottoporre la sua volontà a quella del "buoncostume", della rispettabilità, al di là di quale sia davvero il bene per la propria famiglia, che pure gli sta così tanto a cuore. Una comunità così presente anche nelle situazioni private da rendere anche queste condizionate al suo volere (la stessa ragazza, che a un certo punto vuole sottrarsi all'espediente del "rapimento" messo in scena dalle due famiglie per coprire l'onta della perdita della verginità della ragazza, deve cedere, perché quello che sarà suo marito le ricorda tutte le conseguenze che ne verrebbero a livello sociale).

Quello che rimane in bocca è una estrema amarezza: una ragazza costretta a sposare un uomo che la ritiene indegna proprio per aver ceduto alle sue lusinghe, un uomo costretto al matrimonio per evitare il carcere, la sorella della protagonista costretta a farsi suora perché abbandonata per ben due volte dai promessi sposi, un padre che muore per il dolore ma che alla fine riesce a combinare questo matrimonio, inevitabile ma che non fa contento nessuno. Grottesco e imperdibile.


Premi e riconoscimenti:

Festival di Cannes 1964: premio per la migliore interpretazione maschile (Saro Urzì)
2 David di Donatello 1964: miglior regista, miglior produttore
3 Nastri d'argento 1965: migliore attore protagonista(Saro Urzì), migliore attore non protagonista(Leopoldo Trieste), miglior soggetto

lunedì 14 febbraio 2011

Responsabilità personale, questa sconosciuta


C’è cascato pure Benedetto XVI, che ha imputato alla società non abbastanza «solidale e fraterna» la tragica morte dei quattro piccoli rom arsi vivi. Quanto alle colpe dei genitori, che li avevano lasciati soli, silenzio assoluto
di Ferdinando Menconi  
Anche il Papa ha detto la sua sui bimbi rom morti nel rogo di Roma, e come tutti non si è chiamato fuori dall’uso strumentale della morte e come tutti li ha sfruttati per portare acqua al suo mulino: una società più cristiana avrebbe probabilmente evitato la tragedia, quindi dobbiamo tornare in grembo alla chiesa. Se fosse un partito si chiamerebbe propaganda.
A Piazza S. Pietro pare ci fosse pure la famiglia dei bimbi rom, al completo, compresi i genitori che la magistratura ha inquisito per abbandono di minore: quella sera pare che invece non ci fossero, come neppure il resto della famiglia, ma li abbiamo abbandonati noi, la società. La colpa è sempre della società, che dovrebbe essere «più solidale e fraterna, più coerente nell'amore, cioè più cristiana», e che mai ci sfiori il dubbio che i magistrati possano aver ragione e che i responsabili potessero essere in piazza dietro lo striscione “i rom salutano il Papa”, con un nome e un cognome.
In questo il Papa non si distingue dal resto della società che critica, e il punto non è neppure nel fatto specifico. Qualunque cosa accada, anche per lui è sempre colpa della società. Colpa quindi collettiva, perciò di qualcun altro e, per conseguenza, di nessuno alla fin fine. Non sia mai che si affermi la tesi che in questo caso la colpa è dei genitori: si creerebbe un pericoloso precedente, quello di riaffermare la responsabilità personale.
Ci deve essere sempre un alibi, non mai essere colpa nostra, intesi come individui, qualunque cosa si faccia. Questo per inveterato retaggio di malinterpretato marxismo anni ’70 per il quale la colpa è del sistema, che colpe ne ha eccome, ma qualche volta, non pretendiamo sempre, potrà accadere che la colpa sia di uno o più soggetti specifici? Senza alcuna attenuante, neppure quella dell’infermità mentale, estremo rifugio per rifiutare il concetto di responsabilità nel suo insieme.
Magari vengono anche in aiuto un paio di scritte razziste, che fanno sembrar quasi che siano stati gli imbrattamuri a bruciare i quattro bambini, quando colpevole invece era il loro stato di abbandono, di cui i primi responsabili sono i familiari, la loro comunità e solo in ultima battuta noi, che siamo la società. Le scritte sono indubbiamente un brutto segnale, ma che andrebbe indagato senza preconcetti, perché se il razzismo è sempre immotivato, i malesseri sociali che al razzismo portano motivi ne hanno sempre e non vanno elusi con belle parole, civili e religiose, che nulla portano alla soluzione del problema.
Questo dei quattro rom, o zingari (come un tempo essi stessi si chiamavano prima che il politicamente corretto cambiasse loro nome) ma non più “nomadi” da tempo, è solo un caso emblematico di come il problema di questa società, più che il non essere «più solidale e fraterna, più coerente nell'amore», sia l’aver rimosso il senso di responsabilità dell’individuo. E quando ciò accade tutto diventa permesso, salvo l’esimersi dal dovere delle lacrime da coccodrillo dopo le tragedie, magari condite di accuse di cinismo a chi non si perde in lacrime e prova ad analizzare la situazione. Responsabilità reali, e penali, comprese.

Ferdinando Menconi

Le donne. Gli uomini. La dignità.





Altri contenuti:
Galleria Fotografica foto di Sara Santolini 

Della questione abbiamo parlato, tra l'altro, qui: 

giovedì 2 dicembre 2010

Monicelli, più vitale di molti viventi

da "La Voce del Ribelle": 
Solo la nostra classe politica poteva avventarsi sul suicidio del grande regista per cercare di strumentalizzarlo in un senso o nell’altro. Dimostrando di non aver capito niente


Da toscano purosangue, il monticiano d’adozione, anche da morto riesce a far incazzare quelli che gli stavano sulle palle e farli parlare a vanvera, regalandoci ancora amare risate sulle meschinità di questo paese. Regalandoci, perché lo spettacolo va in scena alla Camera e non al cinema: nessun biglietto da pagare, solo alti stipendi che sono un insulto a un’Italia allo stremo. Che, però, finché questi parlamentari li paga, eleggendoli e rieleggendoli, si merita ogni insulto che riceve.
Esistesse l’aldilà della Binetti, Monicelli, se la starebbe ridendo alla grande. Noi, che siamo vivi, invece ridiamo meno del vergognoso spettacolo bipartisan dato dai deputati, visto che fra i “dolce morte” e i “pro vita” il ridicolo e l’arroganza sono equamente condivisi. Sì, anche i “dolce morte” condividono l’arroganza dei “pro vita”, perché la radicale-PD Rita Bernardini ha dimostrato di non aver capito nulla di Monicelli e del suo gesto virile, pronunciando questa dichiarazione: «Quest'Aula dovrebbe riflettere su come alcune persone che non ce la fanno ad andare avanti sono costrette a lasciare la vita invece di morire vicino ai propri cari con la dolce morte». 
Costretto…? Niente e nessuno avrebbero mai potuto convincere Monicelli a fare alcunché: il suo è stato un “estremo scatto di volontà”*. La volontà di un Uomo che ha sempre fatto della sua autonomia intellettuale, e fisica, una bandiera, che mai avrebbe potuto accettare la “dolce morte”, magari in salsa fazista, che ha agito scientemente finché era in tempo: anche fosse stata possibile l’eutanasia, mai si sarebbe lasciato strascinare fino al momento in cui la morte avrebbe dovuto essergli pietosamente concessa da altri. Piaccia o no alla Bernardini esiste gente che, alla “dolce morte”, preferisce un dignitoso suicidio, essendo convinta che, fino a quando una persona è in possesso delle sue facoltà fisiche e mentali, non c’è bisogno di alcuna eutanasia: c’è il suicidio, come ai tempi in cui Roma era “Antica”. 
In effetti il nostro viareggino è morto come un Romano Antico, di quelli che non ce ne sono più, ma del resto già dai tempi dell’Impero erano i soprattutto i “provinciali” a comportarsi da Romani. Il messaggio che i “dolce morte” dovrebbero cogliere nel gesto di Monicelli è che, per alcuni, il suicidio è una scelta e che chi può farla finita da solo, prima di diventare un groviglio di tubi, lo fa, e questo non è costrizione ma è volontà. Che arroganti, questi “suicidi”: ritengono che ci sia qualcosa che non va in chi chiede ad altri di fare ciò che lui non riesce a fare; ritengono che siano persone che non vogliono realmente morire, oppure sono dei vili. Un genere di individui dai quali comunque, col suicidio, ci si vuole distinguere.
Questo naturalmente vale solo per chi è in grado di porre fine in autonomia alla sua vita, come Monicelli ha avuto il tempo di fare, ad onta della sua età. Se ciò non è possibile ben venga allora la “dolce morte”, se mai può essere dolce la morte, della Bernardini. Più della Bernardini, infatti, avrebbe sollazzato il Monicelli la solita Binetti con le sue ringhiose, presuntuose, dichiarazioni: «Basta, per piacere, con spot a favore dell'eutanasia partendo da episodi di uomini disperati, perché Monicelli era stato lasciato solo da famiglia e amici ed il suo è un gesto tremendo di solitudine non di libertà».
Come si permette di asserire che fosse un uomo disperato? Certo la malattia non lasciava speranza, ma è stato, come ogni atto della vita regista, un “gesto di libertà”, non certo di solitudine. Se Monicelli era solo, lo era proprio perché lui rifiutava di essere un vecchio da compatire: anche ammettendo la solitudine pretesa dalla Binetti, è da pensare che fosse perché è stato lui ad allentare i legami con famiglia e amici, proprio perché troppo uomo per accettare di essere compatito e influenzato nelle scelte definitive. Questo a meno che la Binetti non provi di essere così intima della famiglia Monicelli e di avere informazioni Wikileaks che a tutti noi infedeli mancano.
È però vero che non è stato uno spot favore dell’eutanasia. Se ne fregava lui di chi subisce gli spot: è stato solo il gesto di un uomo convinto, giustamente, che la sua vita appartenesse a lui e solo a lui, non alla Binetti o al suo dio. A questo poi ha aggiunto un antifazista corollario di virile coerenza: il non chiedere, anzi rifiutare, quelle messe a suffragio che tanto piacciono ai fazisti, ottenendo invece le campane di rispetto rionale e umano di un parroco, Don Francesco, molto più vicino al suo Cristo di quanti pretendono di rappresentarlo e imporlo, per colpa soprattutto nostra, in parlamento.
Il geniaccio versiliese se ne fregherebbe anche di questo spreco di lettere. Non ne ha bisogno: ha già risposto, nella sua ultima intervista**, alle parole, queste sì da spot, di Enrico La Loggia, «Suicidio mai, mai. Sempre la vita e la speranza», con il memorabile: «la speranza di cui parlate è una trappola, una brutta parola, non si deve usare. La speranza è una trappola inventata dai padroni. La speranza è quella di quelli che ti dicono che dio… state buoni, state zitti, pregate che avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell’aldilà. Intanto, perciò, adesso, state buoni: ci sarà un aldilà. Così dice questo: state buoni, tornate a casa. Sì siete dei precari, ma tanto fra 2 o 3 mesi vi riassumiamo ancora, vi daremo il posto. State buoni, andate a casa e… stanno tutti buoni. Mai avere speranza! La speranza è una trappola, una cosa infame inventata da chi comanda».
Dovremmo imparare dal regista-sceneggiatore a rinunciare a questa speranza e a riprenderci il futuro, strappandolo in primis a chi sostiene che sarà lui a “farlo”.  Seguendo la ricetta, forse suicida e non certo da “dolce morte”, che ci indica il regista allo scopo di realizzare «quello che in Italia non c’è mai stato: una bella botta, una rivoluzione che non c’è mai stata in Italia. C’è stata in Inghilterra, c’è stata in Francia, c’è stata in Russia, c’è stata in Germania, dappertutto, meno che in Italia. Quindi ci vuole qualche cosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto. Sono 300 ani che è schiavo di tutti e, quindi, se vuole riscattarsi…il riscatto non è una cosa semplice: è doloroso, esige anche dei sacrifici, sennò vadano in malora, come già stiamo andando da tre generazioni». Ma ci vuole coraggio a tuffarsi in questa soluzione. Quindi meglio rifugiarsi nella dolce morte o nella non vita a oltranza e andare alla malora.

Ferdinando Menconi


*Per usare le giuste parole di Giorgio Napolitano