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mercoledì 2 marzo 2016

IL BLUFF DEL #JOBSACT

«È una giornata storica, un giorno atteso per molti anni da un’intera generazione che ha visto la politica fare la guerra ai precari ma non al precariato: superiamo l’articolo 18 e i co.co.co., nessuno sarà più lasciato solo, ci saranno più tutele per chi perde il posto e parole come mutuo, ferie, diritti e buonuscita entrano nel vocabolario di una generazione che ne era stata esclusa»
Le parole pronunciate da Matteo Renzi, presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana dal 22 febbraio 2014, al via libera dei primi due degli otto decreti attuativi del Jobs Act, suonano come autentica propaganda. Risultavano tali già durante la conferenza stampa nella quale sono state pronunciate, e lo risultano ancora più chiaramente oggi, mentre la nuova legge sul lavoro dispiega i suoi effetti. Lo diciamo subito: il precariato è la regola, i contratti capestro sono ancora facilmente applicabili grazie alle mille deroghe inserite nei decreti, la cassa integrazione non è più per tutti gli ex dipendenti, la concessione di un mutuo è quasi del tutto esclusa con un contratto a tutele crescenti - che in quanto tale non garantisce la continuità del reddito - i diritti sono stati calpestati alla luce del sole e sacrificati sull’altare della convenienza delle aziende. 
«Abbiamo tolto ogni alibi a chi dice che in Italia non ci sono le condizioni per assumere» ha concluso quel giorno il Premier, presupponendo che farsi carico a livello pubblico di sgravi fiscali che non garantiscono il mantenimento del posto di lavoro sia una buona idea. In questa farsa al rilancio economico della Penisola, a fare le spese della situazione sono i lavoratori. Al dipendente viene lasciata la facoltà di rivolgersi al giudice per poter accedere, in caso di licenziamento “ingiustificato”, a un risarcimento in denaro - con tutto quello che comporta in termini di tempi, opportunità e rischi. Una cifra comunque prefissata, e in ogni caso ben inferiore al valore degli sgravi fiscali di cui le aziende godono al momento dell’assunzione. I conti tornano insomma, per le aziende. Per i lavoratori e per lo Stato stesso, invece, non tornano affatto.
Sommario:
Introduzione



La genesi del furto




La mannaia di Fornero




Le modifiche e le (finte) lotte parlamentari




Cos’è cambiato sul serio




I co.co.co. ci sono ancora, eccome




E ora un po’ di conti




Prime assunzioni (e primi licenziamenti)




Non si tratta di nuova occupazione




How-To lavoratori: come difendersi




Note




Bibliografia




LINK PER L'ACQUISTO:








martedì 24 febbraio 2015

JOBS ACT, COME RENDERE (ANCORA PIU') INSTABILE UN PAESE

da La Voce del Ribelle:

Fare cassa. Tutto sommato è questa forse l’unica reale conseguenza del Jobs Act, una legge che si districa in milioni di diverse interpretazioni e paradigmi. Una politica che non vede però al di là del proprio naso e che proprio per questo rischia di essere controproducente per l’intero sistema.
Nelle aziende fino a 5 dipendenti si possono tenere sempre dipendenti a tempo determinato, per gli altri il 20% dei subordinati potrà rimanere a termine: parliamo di 3 persone nelle aziende da 15 dipendenti. L’impresa che dovesse tenerne di più, e che non abbia pensato di derogare la legge con una contrattazione anche semplicemente aziendale, incorrerà in una semplice multa (primo modo di far cassa), senza incorrere in alcun obbligo di trasformare i contratti a tempo in indeterminati.
Se poi il contratto dovesse a un certo punto trasformarsi in indeterminato, sarebbe comunque “a tutele crescenti” per tutti, al di là di quanto tempo si siede alla stessa scrivania. Il tutto dovrebbe durare 3 anni con un massimo di 5 rinnovi all’interno dei 36 mesi previsti dopo i quali si può reiterare il contratto una sola volta alla direzione territoriale del lavoro, senza che il sindacato ci metta bocca. Intanto gli ultimi dati disponibili (il rapporto del terzo trimestre del 2014 sulle dinamiche del mercato) mostrano un’Italia in cui il 70% delle assunzioni sono a tempo determinato.
Tutto si gioca in ogni caso su cosa sia più o meno conveniente per le imprese. I 500mila co.co.pro. in essere spariranno dal 2016 – con le opportune eccezioni di call center e similari - mentre secondo le dichiarazioni del premier i tre anni di sgravi contributivi e la certezza sui costi di una eventuale rottura del rapporto renderanno il contratto a tutele crescenti il più applicato in tutto il bel Paese. La verità è che, aspettando che i primi dati su come siano veramente andate le cose arrivino, nessuna azienda assumerà se non crede di averne bisogno. Non si parla però di reale necessità legata alla produzione, bensì di obbligo: un imprenditore che si è abituato a sottopagare i lavoratori a qualsiasi livello non ha alcun motivo di spendere di più per avere lo stesso risultato, tanto più se è riuscito a far passare in azienda il concetto di crisi economica come motivo di solidarietà con l’azienda e pluslavoro gratuito. Così può darsi che alcuni contratti a tempo determinato diventino a tutele crescenti anche grazie alla sicurezza che per “motivi economici” si può licenziare senza problemi, ma altri svaniranno nel nulla e altri ancora si trasformeranno in partite iva. A questo proposito, c’è da scommettere che il governo preveda un ulteriore aumento di queste forme capestro di collaborazione proprio per effetto della scomparsa dei contratti a tempo determinato: si tratta di uno dei modi più semplici e meno costosi per tenere tra le proprie fila i lavoratori, e continuerà ad esserlo anche con l’entrata in vigore del Jobs Act in assenza di una norma che ne vieti l’utilizzo che se ne fa ormai abitualmente. L’aumento delle tasse previste per tali forme di “lavoro autonomo” e la quasi sparizione del regime dei minimi, che entreranno in vigore nel 2016 proprio assieme alla scomparsa dei contratti a termine, la dice lunga su quest’altro nuovo modo di far cassa.
Nel frattempo bisognerebbe interrogarsi, piuttosto che sugli interessi privati di imprese o lavoratori, su quelli del Paese che le politiche le pensa e le attua. Il posto “fisso” crea stabilità sociale, consumo – con buona pace delle lobby economiche, e anche, perché no, una sorta di incoscienza sociale: difficile insomma che con la pancia piena e in assenza di una formazione all’altezza di questo nome ci si interroghi sulla giustizia del sistema in cui si è inseriti. Non a caso il “panem” era nell’antica Roma al primo posto tra le preoccupazioni di chi voleva assicurarsi il ben volere del popolo. Oggi la macchina dell’ipnosi generale sopperisce un po’ a questa mancanza ma non sia mai che nel lungo periodo, come da questa parte della barricata non possiamo che augurarci, tutto questo buttar all’aria le sicurezze economiche della gente comune non gli si ritorca contro.
Sara Santolin

sabato 12 luglio 2014

L'INCOSCIENZA “PERICOLANTE”

Ci sono volte in cui nemmeno “sbattere la notizia in prima pagina” può bastare. Quante volte chi non si ferma alla prima pagina dei quotidiani più quotati si sente un pesce fuor d'acqua anche solo a parlare "del più e del meno" al bar sotto casa? Peggio ancora, quante persone si allontanano scrollando la testa dagli incontri in cui a parlare non è la propaganda politica ma una voce fuori dal coro, dell'Informazione con la “I” miuscola? E la tendenza non si esaurisce nel nostro giardino.
Sono anni che Alain de Benoist definisce l'Europa come incapace di definire la sua identità, pronta a uscire dalla storia per diventare un pezzo di storia altrui – quella statunitense. Il vecchio continente sarebbe "nell’utopismo e nell’incoscienza di sé" e la sua colpa in primo luogo quella di essersi dimenticato di essere potenza sovrana prima di un mercato a modello e guida degli Stati Uniti d'America. E non è ancora la cosa più grave. Era il 2010 quando Marco Della Luna scriveva “Oligarchia per popoli superflui” e teorizzava la nascita di una massa inutile per il sistema economico perchè non integrabile, disoccupata e, soprattutto, fuori dal meccanismo del consumo – vero agnello d'oro per le masse idolatre create a immagine e somiglianza del sistema di sviluppo nel quale siamo costretti a vivere. Si tratterebbe a conti fatti di tutti quelli che non hanno un reddito e la cui esistenza non è che un fastidio per la politica e l'economia. I più audaci teorizzano guerre o epidemie provocate ad hoc per far calare il volume di questa massa, i più smaliziati l’erogazione pubblica di sussidi minimi di sostentamento a livello necessario e sufficiente a perpetuare il sistema di consumo. In entrambi i casi una massa così impoverita avrebbe tutte le ragioni economiche per ribellarsi all'ordine costituito. La Storia insegna però che sono motivazioni culturali e sociali quelle che permettono di ribellarsi e prima ancora di riconoscere l'ingiustizia: ecco che la dittatura del mercato e dell'economia abbandona queste stesse masse, che ha privato di tutto il resto, alla loro incapacità di reagire. In pochi riconoscono le responsabilità del sistema economico e politico in vita in questo momento per la situazione che si sta palesando: anche la disoccupazione e l'indigenza vengono considerati semplici incidenti di percorso. Si dà la colpa al governo che è stato al potere il giorno prima, alle politiche Europee e anche a una crisi economica di cui non si comprendono a fondo le cause, convincendosi che presto o tardi "tutto si sistemerà", e soprattutto senza rendersi conto che fa tutto parte dello stesso puzzle: le leggi statali, l'Europa, le banche e lo Spread.
L'individualismo proprio del sistema capitalistico fa il resto: ognuno, dimenticandosi che di fronte a un mostro del genere si può sopravvivere solo in comunità, anela di partecipare alla cuccagna, spera in una “ripresa” che però al massimo permetterà di trovare un lavoro – per lo più salariato – al limite della sopravvivenza, sicuro che il sistema sia in qualche modo “giusto” e che il lavoro rimanga l'unico valore. La difficoltà di vedere è diventata cecità: non si riconosce alcuna alternativa al sistema attuale e, in mancanza di prospettive, non solo "l'utopia" che dà speranza, non solo la ribellione ma anche la stessa consapevolezza di vivere in un'ingiustizia sono impossibili. Non finisce qui: questa incoscienza è così diffusa che schiaccia, ridicolizza e avvilisce qualsiasi tentativo di riscatto – così come il sistema si difende da qualsiasi tipo di cambio politico che possa mettere a rischio le sue basi economiche, inserendolo nel mercato.
Intanto protagonista di una brutta pagina di cronaca è un ragazzino di soli 14 anni. Passeggiava in galleria, a Napoli, quando un cornicione è caduto sulla sua testa. Di certo non poteva sapere sarebbe accaduto. Qualcun'altro però si era sicuramente accorto – o comunque avrebbe dovuto – che si trattava di un grosso pezzo di marmo che sarebbe venuto giù, un giorno o l'altro. Forse ha pensato che la sorte avrebbe fatto in modo restasse lì, al suo posto. L'incoscienza generale, questa incredulità sullo stato delle cose, sulla nostra anche personale deriva culturale e sociale prima ancora che economica, questa abdicazione totale e incondizionata alle ragioni dell'economia lascerà che la “crisi” e la sua “politica” produca indisturbata i suoi effetti. E' quel cornicione lasciato lì, pericolante.

Sara Santolini

martedì 1 aprile 2014

Eppure qualcosa si muove (?)

Qualcosa si muove. Campeggia al centro delle testate giornalistiche e riempie le bocche degli editorialisti: il tasso di disoccupazione è, di nuovo, aumentato. 
E adesso, a febbraio 2014, siamo arrivati, cifra dopo cifra, record dopo record, al 13%. Un numero che nasconde 3,3 milioni di persone che, in soldoni, significano circa il doppio delle famiglie.

E allora perchè "qualcosa si muove"? Chi mi conosce lo sa: non mi darò a ridicole previsioni di ripresa, nè a previsioni del futuro intrise di un ottimismo che, in quando completamente scollato dalla realtà, non ha motivo - nemmeno psicologico - di aver seguito. 
Quel qualcosa che "si muove" è intorno a noi. Lontani da una vera e propria presa di coscenza, gli italiani stanno smettendo di ridere, di dividersi in fazioni belligeranti a favore di quella o l'altra politica. Spesso non sanno ancora come e perchè, ma si guardano intorno e vedono, si accorgono per la prima volta che c'è il deserto. 

Nel 2013 i suicidi per motivi economici - o meglio quelli la cui causa è stato accertato siano tali motivi - sono stati 149: uno ogni due giorni e mezzo. Come dire: giorni dispari, festivi esclusi. Poco prima del baratro, c'è la disperazione. A segnalarla i piccoli furti, quelli "per fame" che sono aumentati negli ultimi tre anni del 65% per 3 miliardi di merci portate via dagli scaffali dei supermercati senza passare dalla cassa. Proprio da quei supermercati che in qualche modo simboleggiano il consumo, il marketing, la produzione dell'inessenziale. La violenza aumenta, nei giovani come risposta alla mancanza di basi dalle quali crescere, negli adulti come sfogo di una rabbia senza padrone.

I politici fanno la loro, promettendo "più lavoro per tutti" ma nel contempo firmano per far avere agli italiani - quelli che non vengono costretti ad aprire partita iva - contratti traballanti nei quali in meno ore devono produrre sempre di più e, nemmeno a dirlo, a una paga più bassa. La ricetta, a vederla con gli occhi della decrescita, potrebbe quasi sembrare buona ma dovrebbe garantire un reddito minimo di sussistenza - cosa che già non accade nel 12% dei casi con i lavori "a tempo pieno", e la dignità e il rispetto dovuto a chi lavora, non il ricatto del mancato rinnovo del contratto a discapito della qualità e a favore di una quantità sempre maggiore di mansioni.

Eppure qualcosa si muove. I sindacati sbraidano contro l'ultimo decreto, Confindustria sorride sotto i baffi, il presidente di turno si prepara alla prossima campagna elettorale. Ma in numero sempre maggiore la gente si ferma a guardarli (ancora) e dentro di sè pensa: "...chiacchiere". 

Sara Santolini 

venerdì 22 febbraio 2013

MONTI HA FALLITO Lo spread è calato "grazie" alla BCE. Che ci ha guadagnato.

(da www.ilribelle.com

Le misure di austerità non sono servite a nulla.

Non è proprio così, nel senso che a qualcosa, quelle misure, sono servite: come sappiamo, a fare i favori dei banksters e delle industrie, che ora, nel nostro Paese, possono licenziare come meglio credono. Altra cosa: visto che lo Stato non dovrà più pagare le pensioni - praticamente soppresse dalla riforma Fornero, soprattutto per i più giovani - adesso tutto il denaro drenato ai cittadini potrà confluire nel pagare gli interessi sul debito, illegittimo e inesigibile, della speculazione internazionale.
Per quanto attiene invece allo spread, "miracolosamente" calato sotto 300 punti (valore che tutto è fuorché sostenibile, beninteso) ebbene tutto quanto fatto da Mario Monti non ha contato assolutamente nulla. Il motivo del suo calo, dagli oltre 500 punti alla data delle dimissioni di Berlusconi, è tutto da ascrivere alla Banca Centrale Europea.
È Mario Draghi stesso di fatto a confermarlo. Fra il 2011 e il 2012, quando la BCE intervenne sui mercati per acquistare i titoli di Stato dei Paesi in difficoltà, la quota maggiore di quelle operazioni fu esattamente per l'Italia. 
La BCE, attraverso l'operazione Omt, acquistò titoli di Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda, ma soprattutto, più di tutti, quelli dell'Italia. Il nostro Paese ha "beneficiato" di ben 102,8 miliardi di euro di bond acquistati dalla BCE (dei circa 470 messi in vendita nel 2012) mentre gli altri Paesi, nell'ordine poc'anzi citato, hanno impegnato Francoforte per soli 44,3, 33,9, 22,8 e 14,2 miliardi.
Dunque Draghi aiutò formalmente l'Italia ma direttamente proprio Mario Monti, che all'epoca poteva (e tuttora fa lo stesso) andare in giro tronfio dei risultati ottenuti sullo spread dal suo governo che oggi, invece, sappiamo da chi e cosa provengono.
Ma c'è dell'altro. E forse ancora più "interessante": la BCE ha comunicato la chiusura del bilancio del 2012. Ebbene, il suo utile netto è stato di 998 milioni di Euro. Addirittura in rialzo rispetto al 2011. Insomma, per la Banca Centrale Europea non c'è stata crisi, anzi.
Il surplus è stato di 2,164 miliardi (1,894 nel 2011), di cui 1,166 miliardi messi a riserva a copertura dei rischi. Lo ha annunciato proprio la Bce dopo che il consiglio direttivo ha approvato i conti 2012. I margini netti realizzati dalla Banca Centrale sugli interessi raggiungono i 2,289 miliardi (1,999 miliardi nel 2011), di cui 1,108 miliardi dai titoli di Grecia, Spagna, Irlanda, Portogallo e Italia acquistati attraverso il programma 'Omt'.
E ora la beffa - che peraltro conferma il carattere criminoso di questa organizzazione speculativa: dell'utile 2012 sono stati già girati 575 milioni alle Banche dell'eurozona, mentre i restanti 423 milioni saranno distribuiti il 25 febbraio.
Ecco il circolo diabolico: la BCE compra i titoli di Stato dei Paesi in crisi e ci guadagna gli interessi (succhiati ai cittadini che devono subire le misure di austerità per ripagarli) quindi presta gli utili alle Banche in crisi che a loro volta li investono ancora nei titoli di Stato dei vari Paesi lucrandoci sopra l'interesse. Sempre sulle spalle dei cittadini. E infine, quando le Banche periferiche vanno all'incasso dei titoli a scadenza, riconsegnano denaro maggiorato di interesse alla BCE.
Quante volte ci guadagna la BCE? Facile: in ognuno di questi passaggi. Ad iniziare dal principio, ovvero dalla creazione di moneta che alla Banca Centrale non costa assolutamente nulla, e poi via via in ognuno dei passaggi citati, per via diretta (acquisto in proprio dei titoli) o per via indiretta, attraverso le altre Banche periferiche, che sono peraltro anche sue stesse azioniste.

martedì 5 febbraio 2013

Mille imprese in meno al giorno

Di poco tempo fa la "notizia" della chiusura della imprese in tutta Italia. "Mille al giorno", come si è sentito tuonare dalle colonne dai giornali, sottolineando però che il saldo sarebbe positivo. Magra, magrissima consolazione che, a ben vedere, una consolazione non è.

Innanzitutto perchè il famoso saldo sarebbe ridicolo: un +0,31% che non fa contento nessuno. In secondo luogo perchè insieme all'edilizia, che è un settore morto quanto quello dell'auto e come questo in ogni caso destinato a un fortissimo - inevitabile e anche auspicabile - ridimensionamento in pole position tra le imprese più colpite ci sono l'artigianato e l'agricoltura. Il primo per anni ha rappresentato una delle eccellenze italiane, il secondo è fondamentale per la sicurezza alimentare. Sembra un discorso fuori dal tempo, ma in buona parte il ritorno alla terra che interessa il nostro Paese (nel 2012 i giovani agricoltori sono aumentati del 4,2%), per il Bel Paese significa, assieme al rifiuto dei mestieri tipici del nostro tempo come il lavoro operaio o impiegatizio, proprio questo.

Chi si è messo alla guida delle aziende, tanto da far registrare un trend positivo? Giovani under 35, immigrati e donne: le frange più deboli della società, che di solito sono costrette ad arrabattarsi per poter lavorare, figuriamoci in tempo di crisi. Diventano imprenditori di se stessi e si riscattano? Può darsi, e magari in qualche caso è proprio così.

Altre due cose che stonano sono la ormai palese crisi delle professioni e la teoria della voglia di fare impresa che secondo alcuni sarebbe sempre più forte tra i ragazzi. Architetti, Ingegneri, ma anche commercialisti e avvocati sono sempre meno. O meglio, sono sempre meno i giovani che riescono ad affacciarsi a queste professioni e a restarci dentro. Aprono partita iva, cominciano a lavorare e in breve rimangono inevitabilmente schiacciati dal reddito troppo basso e le tasse da pagare. Tutto questo a fronte di quello che sembrava un vero e proprio exploit delle imprese giovanili, iscritte col regime de minimi al 5% che sulla carta doveva servire a sostenere l'imprenditorialità giovanile mentre nei fatti è una scorciatoia per far lavorare nelle aziende i ragazzi, sottocosto e senza alcuna tutela. Accanto a loro, anche chi non fa parte di alcuna professione ma lavora comunque nelle stesse condizioni - legge Fornero o meno: proprio giovani under 35 e donne, in qualche caso anche immigrati.

Sono queste buona parte delle "imprese" che hanno aperto nel 2012: specchietti per le allodole.

giovedì 20 dicembre 2012

Debito pubblico: come gli Stati sono diventati schiavi delle banche - di Alain de Benoist


Nell’autunno del 2008 si scatenava una crisi finanziaria mondiale, il cui epicentro si trovava negli Stati Uniti. Un anno dopo, alcuni intelligentoni dichiaravano che il peggio era passato e che la crisi era virtualmente finita. Non era così. Essa, infatti, prosegue ancora ed è ben lungi dall’essere terminata. Il difficile non è dietro di noi, ma davanti a noi; ci saranno conseguenze peggiori che nel 1929. La prima fase era nata da un eccesso di sovraindebitamento delle famiglie americane. L’economia reale fu fatta fallire per effetto dell’esplosione del debito privato, essendo le imprese colpite in pieno dal crollo della domanda, e questo provocò una vasta recessione planetaria. Attualmente, sono gli Stati a essere sovraindebitati. Al problema del debito privato è subentrato quello del debito pubblico, che colpisce oggi i Paesi occidentali. Come si è arrivati a questo punto?
Misuriamo anzitutto l’ampiezza del problema. Globalmente, il debito pubblico nella zona euro è aumentato del 26,7%, dal 2007. Oggi rappresenta l’80% del prodotto interno lordo (PIL) globale della zona, avendo i deficit pubblici superato la soglia del 7% di detto PIL. Questa però è solo una media. All’inizio del 2011, otto Paesi evidenziavano un coefficiente di debito superiore all’80% del loro PIL: l’Ungheria e l’Inghilterra (80,1%), la Germania (83%), la Francia (85%), il Portogallo (92%), il Belgio (97%), l’Italia (120%) e la Grecia (160%). Questi livelli di indebitamento sono per lo più superiori a quelli che la maggioranza dei Paesi sviluppati ha conosciuto alla fine della prima guerra mondiale o all’epoca della recessione degli anni Trenta. I prestiti sono contratti presso delle banche, e soprattutto dei mercati finanziari, grazie a emissioni di obbligazioni.
In Francia, Paese in cui il deficit dello Stato previsto per il 2011 doveva attestarsi sui 98,5 miliardi di euro (3.200 euro al secondo!), il debito pubblico è aumentato del 30% circa, dal 2007. Mentre nel 1979 era di soli 239 miliardi di euro, ossia il 21% del PIL, nel 2008 è passato a 1,327 miliardi di euro, nel 2009 a 1.489 miliardi, nel 2010 a 1.591 miliardi, fino a raggiungere, nel primo semestre del 2011, la vertiginosa cifra di 1.681,2 miliardi di euro, cioè l’84,5% del PIL, con un deficit annuale del 7%. Queste cifre non tengono conto degli impegni che lo Stato ha assunto e che dovrà onorare, ma che non ha approvvigionato, come ad esempio le pensioni dei funzionari (impegni valutati, nel 2005, per almeno 430 miliardi di euro). Nel 2011, il rimborso dei soli interessi del debito (46,9 miliardi di euro) avrà rappresentato la seconda posta del bilancio dello Stato, dopo l’insegnamento scolastico, di gran lunga davanti alla difesa e alla sicurezza; da soli, gli interessi avranno assorbito la totalità dell’imposta sulle società. Nel 2012, gli interessi da pagare ammonteranno a 48,8 miliardi di euro. L’emissione di debiti a lungo termine rappresenta anche un costo diretto imposto alle generazioni future: nel 2011 sono stati contratti debiti per circa 45 miliardi di euro, che saranno da rimborsare tra il 2040 e il 2060. Detta emissione equivale, in definitiva, a una privazione di sovranità: nel dicembre del 2010, il 67,7% del debito negoziabile dello Stato era detenuto da non residenti.
Al debito nazionale si aggiunge poi il debito locale. Da alcuni anni, le banche si sono infatti avventate sulle collettività locali per indebitarle con tutta una serie di “prestiti tossici”. Il 13 luglio 2011, un rapporto della Corte dei Conti confessava che, semplicemente, non esistono statistiche pubbliche concernenti la struttura del debito locale in Francia. Questo rapporto, di oltre 200 pagine, indica, nondimeno, che l’indebitamento delle collettività locali (eccetto le case di cura) è passato da 116,1 miliardi di euro a 163,3 miliardi, nel 2010, con un aumento medio, cioè, del 41% (il 30% per i Comuni, il 63% per i Dipartimenti, l’80% per le Regioni).
Il debito pubblico, tuttavia, rappresenta solo un aspetto del debito totale, dato che quest’ultimo comprende anche il debito delle imprese e quello delle famiglie. Se consideriamo l’insieme di questi elementi, si arriva, per quanto riguarda il 2010, a un indebitamento globale del 199,5% per la Francia, del 202,7% per la Germania, del 221,1% per l’Italia, del 255% per il regno Unito, del 269% per la Spagna e del 240% per gli Stati Uniti!
L’idea comunemente diffusa è che la crisi del debito pubblico derivi da un eccesso di spese legato all’imprudenza degli Stati. Che gli Stati non abbiano sempre agito correttamente è evidente, ma le cause profonde sono da ricercarsi altrove.
La causa immediata dell’aggravamento dei debiti pubblici è individuabile nei piani di salvataggio delle banche private, decisi dagli Stati nel 2008 e nel 2009. La banche hanno costretto i poteri pubblici a soccorrerle, facendo valere la posizione nevralgica che occupano nella struttura generale del sistema capitalistico. Per salvare le banche e le compagnie di assicurazione minacciate, gli Stati, presi in ostaggio, hanno dovuto a loro volta chiedere in prestito sui mercati, cosa che ha fatto salire il loro debito a livelli insopportabili. Sono state spese somme astronomiche (800 miliardi di dollari negli Stati Uniti, 117 milioni di sterline in Gran Bretagna) per impedire alle banche di sprofondare, il che ha gravato in proporzione le finanze pubbliche. In totale, tra il 2008 e il 2010, le quattro principali banche centrali mondiali (Riserva Federale, Banca Centrale Europea, Banca del Giappone e Banca d’Inghilterra) hanno iniettato 5.000 miliardi di dollari nell’economia mondiale. È stato il più grande trasferimento di ricchezza della storia, dal settore pubblico al settore privato! Le banche, quando hanno rimborsato, non lo hanno fatto alle quotazioni della Borsa. Gli Stati, indebitandosi massicciamente per salvare le banche, hanno permesso alle banche di rilanciarsi immediatamente nelle stesse attività, che in precedenza avevano finito col metterle in pericolo e si sono esposti da soli alla minaccia dei mercati e delle agenzie di rating.
Un’altra causa è evidentemente la recessione economica indotta dalla crisi, che ha diminuito le entrate degli Stati e li ha obbligati a moltiplicare ulteriormente il ricorso al prestito. La causa più lontana, però, risiede nelle politiche di deregolamentazione e nelle riforme fiscali (riduzione delle imposte sugli utili pagati dalle società private, in particolare dalle imprese più grosse; regali fiscali fatti ai più ricchi) adottate molto prima del 2008, dall’epoca di Reagan e della Thatcher.
L’aumento dell’influenza delle lobbies finanziarie sul personale politico ha causato la progressiva deregolamentazione dei mercati finanziari, la quale, a sua volta, ha provocato l’esplosione dei profitti speculativi, drenando il capitale fuori dalla sfera produttiva. Il liberoscambismo ha, dal canto suo, favorito la concorrenza sleale dei Paesi che associano salari minimi e produttività elevata. La deregolamentazione, obbedendo alla logica del mercato mondializzato, come pure alle esigenze dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), è sfociata, sin dal 1999, nella soppressione di ogni significativa barriera doganale e nell’abolizione di fatto della preferenza comunitaria in Europa. La velocità con cui il capitale finanziario e i capitali speculativi possono ormai entrare o uscire dalle economie particolari ha ulteriormente aumentato la volatilità dei prezzi degli attivi e la gravità delle conseguenze della crisi.
Le conseguenze sono note: moltiplicazione delle delocalizzazioni, disindustrializzazione, riduzione dei salari, precarietà del lavoro e aumento della disoccupazione, cui si aggiunge la fuga dei capitali: in Francia, tra il 2000 e il 2008, hanno preso la strada dell’estero 388 miliardi di euro, con una media di 48,5 miliardi di euro all’anno (il che corrispondeva, nel 2008, al 2,5% del PIL). L’unico effetto dell’ondata di deregolamentazione, instauratasi a partire dall’inizio degli anni Ottanta, è stato, in realtà, quello di arricchire maggiormente i più ricchi, mentre le classi medie e popolari vedevano ogni anno i loro redditi ristagnare o abbassarsi. Le disuguaglianze dei redditi crescono ovunque, la disoccupazione aumenta, i guadagni della produttività e i salari medi divergono. La disoccupazione raggiunge oggi il 12% in Portogallo, il 14% in Irlanda, il 16% in Grecia, il 21% in Spagna. Globalmente, la parte dei profitti finanziari, tra cui l’accumulazione del valore aggiunto, è passata dal 10% degli anni Cinquanta al 40% e oltre di oggi.
Il dominio della nuova oligarchia finanziaria sull’economia mondiale ha dunque continuato a rafforzarsi malgrado la crisi, come testimoniano i profitti di quelle stesse banche, che nel 2008 avevano assillato gli Stati chiedendo di essere aiutate a evitare il fallimento. Nel 2009, ossia dopo il collasso finanziario dell’anno precedente, la totalità degli attivi delle sei principali banche americane (Bank of America, JP Morgan, Citygroup, Wells Fargo, Goldman Sachs e Morgan Stanley) ha rappresentato il 60% e passa del PNL nazionale, mentre nel 1995 ne rappresentava solo il 20%1. Sempre negli Stati Uniti, un recente rapporto della Northeastern University dimostra che nel 2010 l’88% della crescita del reddito nazionale reale è servita a fare aumentare i profitti delle imprese, mentre i salari ne hanno beneficiato – se così si può dire – solo nella misura di poco più dell’1%. Nella storia americana, i lavoratori non avevano mai ricevuto una parte tanto minuscola dell’aumento del valore aggiunto. Si potrebbe qui parlare di “riproletarizzazione” del capitale produttivo a opera del capitale finanziario.
Gli effetti della concentrazione del capitale nelle mani di un piccolo numero di finanzieri sono stati studiati da Paul Jorion, il quale illustra bene come la moltiplicazione dei prodotti speculativi abbia facilitato l’insediamento di un’economia da casinò, che ha sistematicamente favorito i redditi degli speculatori a discapito dei consumatori e talvolta persino dei produttori2. Parallelamente, la collusione tra i mercati finanziari e l’industria del crimine si accentua tutti i giorni. «Il mondo della finanza è eroso da potenti e discrete forze criminali, ma lo nega fortemente e anzi spende fortune per impedire che ciò emerga», scrive il criminologo Xavier Raufer, che aggiunge: «A causa della deregolamentazione mondiale, e poi della crisi, l’economia illecita (grigia o nera), che verso il 1980 costituiva circa il 7% del prodotto lordo mondiale, nel 2009 ne rappresentava forse il 15% (ossia l’equivalente del PNL dell’Australia)»3.
Un’altra conseguenza particolarmente inquietante: la disindustrializzazione provocata dalla sconnessione dell’economia reale e dell’economia finanziaria, con l’esplosione dei profitti speculativi che ne deriva. Nell’insieme dei Paesi membri dell’OCSE, nello spazio di soli due anni sono stati distrutti circa 17 milioni di posti di lavoro industriali, di cui 10 milioni nei settori manifatturieri. Se vi aggiungiamo i 13-14 milioni di posti di lavoro soppressi nelle imprese di servizio cui il settore industriale faceva ricorso, si misura la gravità del fenomeno. La recessione industriale, talvolta ribattezzata pudicamente “terziarizzazione”, colpisce anche gli Stati Uniti, che oggi contano solo 11,6 milioni di posti di lavoro industriali contro i 19,5 milioni del 1979: ossia un calo del 40%, sebbene la popolazione abbia continuato ad aumentare. Resistono soltanto alcuni Paesi industrializzati – la Germania in prima fila – e certi settori, come quello delle industrie per la difesa.
Gli Stati Uniti, prima potenza economica mondiale, sono colpiti in pieno. Durante l’intero decennio scorso, avevano potuto fungere da motore del consumo mondiale solo spendendo molto più di quanto il loro reddito nazionale li autorizzasse a fare, e questa fu una delle cause dei deficit che registrarono nella loro bilancia dei pagamenti correnti. In altri termini, avevano consumato molto più di quanto producessero (la quota di consumo nel loro PIL, molto più elevata della maggior parte dei paesi europei, si situa intorno al 70%). Risultati: dei deficit storici e un colossale indebitamento. Attualmente, ogni spesa pubblica fatta negli Stati Uniti è finanziata dal prestito nella misura del 42%! Il 16 maggio, il debito americano ha sfondato il tetto dei 14.294 miliardi di dollari, il che ha portato gli Stati Uniti sull’orlo dell’insolvenza. L’accordo politico, intervenuto in extremis l’1 agosto 2011 tra i repubblicani e i democratici, ha permesso di ricostruire questo tetto, ma la scadenza è soltanto differita. D’altronde, l’accordo verte solo sul debito dello Stato federale e sulla capacità del Tesoro di rimborsare coloro che prendono a prestito stampando carta moneta, mentre anche le finanze locali sono minacciate. Il presidente Obama ha dovuto impegnarsi in un piano di drastica riduzione della spesa pubblica, che dovrebbe tradursi in tagli operati non nel bilancio militare – più gigantesco che mai, con dei soldati impegnati su tre fronti (Iraq, Afghanistan e Libia) – ma nei servizi pubblici e nei programmi sociali. Queste decisioni non hanno impedito alle agenzie di rating di abbassare, per la prima volta nella storia, il “voto” degli Stati Uniti, il che ha provocato un nuovo minicrac borsistico.
Gli Stati Uniti, cui Vladimir Putin ha pubblicamente rimproverato, il 4 agosto 2011, non soltanto di vivere al di sopra dei loro mezzi, ma di vivere come «parassiti dell’economia mondiale», si ritrovano, in effetti, in una situazione catastrofica, a livello tanto dello Stato federale quanto degli Stati federati, 46 dei quali (tra cui l’opulenta California) sono ufficialmente in pieno fallimento o si trovano in grandi difficoltà. Da tre anni, il loro deficit di bilancio si situa tra il 9 e l’11% del PIL. Il deficit della loro bilancia dei pagamenti correnti ha raggiunto il livello record di 400 miliardi di dollari all’anno e la disoccupazione è intorno al 10%, cifra raramente vista oltre Atlantico. Essi inoltre, con gli oltre 300 miliardi di debiti verso il resto del mondo (a cominciare dalla Cina), sono diventati i principali debitori del globo. E poiché i loro creditori sono sempre più contrari all’idea di detenere del debito a lungo termine, debbono prendere a prestito a scadenza più breve, per finanziare i loro deficit, il che li rende più vulnerabili alla crisi. Di conseguenza, la fiducia nei confronti del dollaro si sta sciogliendo come neve al sole. Dalla fine del 2010 la Cina si sbarazza discretamente dei suoi titoli americani, i Buoni del Tesoro americani trovano sempre meno acquirenti ed è la stessa Riserva Federale ad acquistare la quasi totalità delle obbligazioni emesse oltre Atlantico. In altri termini, il valore del dollaro si mantiene solo grazie agli acquisti effettuali dai suoi stessi emittenti! In caso di improvvisa caduta del dollaro, però, la Cina e gli altri loro creditori certamente non accetterebbero di vedere crollare i loro attivi in dollari. Il problema è sapere che cosa esigeranno in cambio, economicamente e politicamente. Perché non l’abbandono della difesa di Taiwan da parte degli Stati Uniti?
Da due anni, la guerra finanziaria condotta dagli speculatori e dagli investitori istituzionali contro gli Stati è al culmine. Gli attacchi sui mercati finanziari assumono la forma di un aumento diretto o indiretto dei tassi di interesse, che i Paesi debbono pagare per prendere a prestito. Le indicazioni fornite dalle agenzie di rating determinano i bersagli e la strategia da adottare.
Le tre principali agenzie di rating – che rappresentano, da sole, il 95% del settore – sono Standard & Poors, Ficht Ratings e Moody’s. È interessante notare che solo recentemente sono state abilitate a valutare non soltanto la salute finanziaria delle banche e delle società private, ma anche quella degli Stati. E si sono subito date da fare, per svalutare la solvibilità dei prestiti statali. Il brutale calo delle principali piazze finanziarie, che nell’agosto del 2011 ha fatto seguito alla loro decisione di abbassare il voto degli Stati Uniti, è sufficiente a dimostrare l’influenza che esse esercitano. Il problema che si pone è quello della loro indipendenza, dato che sono finanziate dagli stessi istituti di cui valutano la solvibilità: sono le banche a pagarle per valutare i loro prodotti.
La maggior parte dei debiti pubblici si trova oggi nei conti delle banche che hanno continuato ad acquistarne dal 2008, senza preoccuparsi oltremisura della fragilità delle finanze pubbliche, aggravata dalla recessione e dalla crisi. Questi acquisti di debito pubblico sono stati finanziati dal denaro, che le banche potevano procurarsi presso la Banca Centrale Europea (BCE) pressoché a costo zero. In altri termini, le banche hanno prestato agli Stati, a un tasso di interesse variabile, delle somme che hanno preso in prestito per quasi niente. Ma perché gli Stati non possono essi stessi procurarsi le somme in questione presso la Banca centrale? Semplicemente perché è loro proibito!
Nel gennaio del 1973, il governo francese, su proposta di Valéry Giscard d’Estaing, al tempo Ministro delle Finanze, fece adottare una legge di riforma degli statuti della Banca di Francia, in base alla quale «l’Erario non può presentare propri effetti allo sconto della Banca di Francia» (art. 25), il che significa che è ormai vietato alla Banca di Francia accordare prestiti – per definizione non gravati di interesse – allo Stato e che, di conseguenza, quest’ultimo è obbligato a prendere a prestito sui mercati finanziari al loro tasso di interesse. Le banche private, invece, possono continuare a prendere in prestito dalla Banca Centrale Europea (BCE) a un tasso irrisorio (meno dell’1%) per prestare agli Stati a un tasso variante tra il 3,5% e il 7%. Con il trattato di Maastricht (art. 104) e il trattato di Lisbona (art. 123), questa misura è stata generalizzata in tutta l’Europa. Gli Stati europei, dunque, non possono più prendere a prestito presso le loro banche centrali. È una svolta capitale, di cui misuriamo oggi le conseguenze. Come ha scritto Léon Camus, la decisione presa nel 1973 equivaleva a dire che «lo Stato abbandona il diritto di “battere moneta” e trasferisce questa facoltà sovrana al settore privato, di cui diventa volontariamente debitore».
Meglio ancora: nell’autunno del 2010, l’Unione europea ha anche accettato il fatto che le obbligazioni sottoscritte dal nuovo Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (FESF) non fossero più considerate dei crediti privilegiati, il che significava che gli Stati europei rinunciavano a esigere di essere rimborsati prima dei creditori privati. Ormai, il salvataggio delle banche prevale legalmente sul denaro dei contribuenti!
I Paesi più indebitati (Grecia, Irlanda, Portogallo ecc.) possono prendere a prestito solo sui mercati finanziari a breve termine (tre mesi o sei mesi). Se volessero prendere a prestito sui mercati finanziari o dalle banche a cinque o dieci anni, dovrebbero accettare un tasso di interesse del 14-17%, per essi insostenibile. Gli unici organismi disponibili a fare loro prestiti a lungo termine sono il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Commissione Europea e la Banca Centrale Europea (BCE), che accettano di prestare al 3,5-4%, ma esigendo come contropartita drastiche misure di austerità, le cui principali vittime sono le classi popolari. Orbene, queste misure diminuiscono l’attività economica, e questo riduce ulteriormente la capacità di rimborso degli Stati.
I mercati finanziari assicurano comunque che l’austerità riporterà la fiducia e che la fiducia genererà la crescita. In realtà, è vero il contrario, perché l’austerità ha come conseguenza immediata una diminuzione dei redditi, la quale esercita meccanicamente una pressione deflazionistica sul potere d’acquisto, e dunque sulla domanda, il che non può che frenare la crescita e fare diminuire ulteriormente la solvibilità degli Stati. I piani di austerità rientrano, in realtà, nell’ambito di quella “strategia dello shock” che è stata descritta da Naomi Klein. In Francia, per esempio, non riuscendo a “ritrovare la crescita”, il governo francese non avrà altra scelta che aumentare le imposte e/o l’IVA, senza che questi prelevamenti si traducano in un miglioramento dei servizi pubblici, dato che saranno destinati al debito. I servizi pubblici subiranno, al contrario, dei contraccolpi negativi, perché, dopo il prolungamento dell’età pensionistica, si parla ora di effettuare dei tagli nei servizi sociali e sanitari.
In tutti i Paesi si ritrova lo stesso schema. In definitiva, si tratta sempre di salvare gli Stati solo per evitare un nuovo crollo della finanza mondiale; per questo motivo, le esigenze dei creditori hanno sistematicamente il sopravvento su quelle dei cittadini. Ne consegue che ci sono solo due possibilità: o le misure di austerità diventano talmente pesanti da provocare una rivolta generalizzata, o il debito aumenta in proporzioni tali da diventare definitivamente inesigibile e le situazioni di cessazione di pagamento si moltiplicano. L’esigenza di misure di austerità si è già rivelata inoperante in America Latina e in Asia. Le cose non andranno meglio in Europa.
L’opinione pubblica ne è consapevole. Sin d’ora, «gli indici di fiducia delle famiglie sono inferiori alla media storica in tutti i grandi Paesi occidentali, senza eccezioni»4. Un sondaggio IFOP, reso pubblico nel giugno del 2011 dagli economisti riuniti sotto la bandiera del «Manifesto per un dibattito sul libero scambio», ha rivelato che un’ampia maggioranza di francesi è ormai favorevole al protezionismo e perfettamente cosciente dei «danni della mondializzazione»: oltre il 70% di essi ritiene che l’apertura delle frontiere abbia avuto solo conseguenze negative sull’occupazione (84%), sul livello dei salari (78%) e sui deficit pubblici (73%); il 65% si dichiara apertamente favorevole a un aumento delle tasse doganali, e questo a prescindere dal colore politico (69% a sinistra, 72% a destra, 69% al Front National, 75% all’UMP!).
L’affaire greco è un esempio evidente di ciò che attende gli Europei.
Inizialmente, l’euro sembrava offrire ai Greci la cuccagna di una moneta stabile e di un credito quasi illimitato, il che risparmiava loro il compito di dovere correggere i gravi difetti della propria economia. Essi furono ipnotizzati da una crescita ingannevole, stimolata unicamente dal ricorso al prestito; l’euro, però, si è rivelato molto presto una trappola: fabbricando pochi prodotti dal forte valore aggiunto, i Greci non sono stati in grado di esportare e, non avendo essi più una moneta nazionale da svalutare, il prestito e l’occupazione sono naturalmente diventati le principali variabili di aggiustamento.
Oggi, l’ammontare del debito pubblico greco è di almeno 350 miliardi di euro, corrispondenti a oltre il 160% del suo PIL, con un deficit della bilancia delle transazioni correnti vicino al 10%, cui si devono aggiungere, evidentemente, il debito delle imprese, finanziarie o no, e quello delle famiglie. Senza dimenticare la fuga dei capitali, che la perdita di fiducia nei confronti delle banche greche ha largamente favorito: Dimitri Kousselas, Segretario di Stato al Ministero greco delle Finanze, valuta in 280 miliardi di euro, ossia il 120% del PIL, il solo ammontare dei fondi ellenici trasferiti in Svizzera!
Non potendo più, a causa della loro situazione, finanziarsi a lungo termine sui mercati finanziari, i Greci si sono rivolti al FMI e al’Unione Europea. Una prima richiesta di soccorso è sfociata, nell’aprile del 2010, nello sblocco di un aiuto di 110 miliardi di euro in tre anni: 80 miliardi stanziati direttamente dagli Stati della zona euro o attraverso meccanismi europei, essendo il contributo di ogni Paese calcolato sulla base della sua partecipazione al capitale della BCE – ossia, per la Francia, 16,8 miliardi di euro (il 21%), l’equivalente di un terzo dell’imposta sul reddito – e 30 miliardi stanziati dal FMI. Molto presto, però, è apparso chiaro che questa somma non sarebbe bastata. Nel luglio del 2011, al vertice di Bruxelles, un nuovo piano di salvataggio ha previsto la concessione alla Grecia di 109 miliardi di euro supplementari, di cui 79 miliardi provenienti dal FMI e dal Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (FESF), creato alcuni mesi prima, e 30 miliardi da un piano di privatizzazioni.
In questo affaire, le banche tedesche e francesi sono le più esposte. Alla fine del 2010, gli istituti francesi possedevano già nei loro bilanci 15 miliardi di debito pubblico greco (4,5 miliardi per BNP-Paribas, 2,5 miliardi per la Société générale, 2 miliardi per Groupama ecc.). L’esplosione del Crédit Agricole passa attraverso la sua filiale greca Emporiki, sesta banca del Paese, che possiede da sola 21,1 miliardi di euro di investimenti. Salvare il debito greco equivale allora a salvare le banche francesi (il che spiega il fatto che l’agenzia Moody’s abbia già posto tre di esse sotto “sorveglianza negativa” a causa della loro esposizione al rischio greco). La Francia prende dunque in prestito dalle banche del denaro, che sarà poi dato alla Grecia per rimborsare le banche! È una situazione quasi surreale, ma che ci consente di valutare, nello stesso tempo, quali sarebbero, per gli istituti finanziari francesi, le conseguenze di un fallimento definitivo della Grecia. Se il mancato pagamento si propagasse ad altri Paesi, l’insieme del sistema bancario europeo potrebbe ritrovarsi insolvente.
Al vertice di Bruxelles, mentre la Germania aveva proposto una “condivisione del dolore” (haircut) tra creditori pubblici e privati della Grecia, affinché i contribuenti europei non fossero gli unici ad assumere il fardello del debito greco, il salvataggio dell’economia greca è stato concepito in modo da risparmiare il più possibile le grandi banche. Subito esonerate dalla tassa bancaria che avrebbe potuto colpirle, queste ultime si sono viste accordare tre opzioni: vendere le loro obbligazioni al prezzo di mercato al FESF, scambiarle contro obbligazioni a 30 anni a condizioni non precisate, o semplicemente procrastinare il loro debito quando arriverà a scadenza (in questi ultimi due casi, il debito non sarà ridotto, ma soltanto scaglionato nel tempo). Ci si è anche ben guardati dal toccare le prerogative della Banca Centrale Europea, che avrebbero potuto essere estese al riscatto parziale del debito5. In definitiva, saranno i contribuenti a pagare per i Greci. Le banche, sostenute dalle banche centrali, dai mercati finanziari e dalle agenzie di rating, si ritrovano più che mai in posizione di forza, e dunque in una situazione privilegiata per alzare la posta in gioco. Ciò ha loro permesso di esigere a Bruxelles, mentre cercavano di smantellare le regole prudenziali adottate nel quadro di Basilea III, di ottenere il massimo di garanzie e di interessi come prezzo delle loro partecipazioni future. Nel 2008, gli Stati si erano indebitati per salvare le banche. Nel 2011, inventando nuove istituzioni ritenute in grado di aiutare gli Stati, le hanno salvate una seconda volta.
Come contropartita dell’aiuto portato alla Grecia, le istituzioni europee e il FMI hanno preteso da questo Paese drastici piani di austerità e di economie: ondate di privatizzazioni senza precedenti dei servizi pubblici negli aeroporti e nei porti (quello del Pireo è già sotto controllo cinese) passando per le industrie della difesa, deregolamentazione generalizzata, riduzione del numero dei funzionari, diminuzioni dei salari, riforme fiscali di cui faranno le spese le classi medie e popolari e tagli severi nei programmi sociali, nelle pensioni e nei bilanci della sanità ecc.; tutte misure che dovrebbero tradursi in un calo del potere d’acquisto di quasi il 40%, un costo sociale che nessun popolo ha mai dovuto subire in tempo di pace. In queste condizioni sarà facile, per dei gruppi stranieri, ricomprare il Paese a basso prezzo e reinvestire altrove i propri utili. Si sa già che i “piani di salvataggio” applicati alla Grecia dovrebbero fare passare la quota del debito ellenico nelle mani dei contribuenti stranieri al 64% nel 2014, contro il 26% del 2010. Nell’immediato, ci si orienta verso la vendita all’incanto dei beni del Paese. Proprio come hanno dichiarato, con cinismo, i deputati tedeschi Josef Schlarmann (CDU) e Frank Schäffler (FDP): «Per rimborsarci, i Greci debbono solo vendere le loro isole e i loro monumenti!».
In realtà, non si fa altro che rinviare le scadenze, dato che nessuna delle misure prese è in grado di eliminare le cause prime del fallimento greco. Poiché ogni nuovo prestito alla Grecia sfocia in un’ulteriore contrazione dell’attività economica, il problema si aggrava, invece di risolversi. L’aiuto finanziario accordato alla Grecia somiglia all’aiuto militare accordato all’Afghanistan, nel senso che permette solo di guadagnare tempo. Aggiunti ai differenziali d’inflazione del passato, la sopravvalutazione cronica dell’euro, l’aggravamento dei deficit e l’appesantimento dei debiti esteri che ne derivano non possono che finire per riproporre a breve il problema, dato che le stesse cause generano meccanicamente gli stessi effetti. Ci sono tutte le possibilità perché la Grecia debba, tra non molto, scegliere tra l’uscita dall’euro o l’impoverimento generalizzato della sua popolazione.
Le conseguenze della crisi greca sono tanto più degne di nota in quanto la Grecia rappresenta solo il 2,5% del PIL della zona euro. La sua economia è sei volte meno importante di quella di un Paese come l’Italia. Che cosa accadrà, quando si tratterà di salvare dei Paesi di dimensioni molto più grandi? La situazione può evolvere molto rapidamente. Non dimentichiamo che Paesi come l’Irlanda e la Spagna, oggi in prima linea, erano ancora poco tempo fa considerati debitori particolarmente sicuri in ragione dei loro eccedenti di bilancio: nel 2007, il bilancio irlandese era in equilibrio, il deficit del Portogallo non superava il 2,6% e la Spagna registrava un eccedente di bilancio del 2%. Da qui la paura di un contagio della crisi. A essere oggi in gioco, non è più la situazione della Grecia o del Portogallo, ma il prossimo ingresso della Spagna e dell’Italia, se non addirittura della Francia e della Gran Bretagna, nella zona delle tempeste. Philippe Dessertine, direttore dell’Istituto dell’alta finanza e professore a Paris-X, ritiene che la Francia sia «il prossimo Paese sulla lista»: «Il problema non è tanto sapere se saremo toccati», dice, «ma quando».
Secondo l’OCSE, affinché il debito pubblico della Francia ritorni al livello del 60% del PIL, le amministrazioni pubbliche dovrebbero realizzare un eccedente di bilancio per almeno dieci anni. Ora, l’ultimo bilancio eccedentario risale al 1974! Per migliorare la situazione, esistono, in linea di massima, solo due possibilità: aumentare le risorse dello Stato o diminuire le spese pubbliche. L’aumento dei prelevamenti obbligatori è difficilmente ipotizzabile, in un Paese che è già il più tassato al mondo tra i Paesi sviluppati. Quanto alle spese pubbliche, che rappresentano in Francia il 56,2% del PIL e quindi sono di gran lunga maggiori rispetto a quelle della Germania (46,6%) o anche della Spagna (45%), nessuno sa molto bene come ridurle per farle tornare alle giuste proporzioni.
Quando il debito pubblico diventa insostenibile – ossia quando il tasso di indebitamento supera il 35% del PNL – gli Stati possono scegliere solo tra il ricorso all’inflazione (ed è ciò che è accaduto in Germania sotto la Repubblica di Weimar) o l’insolvenza. L’instaurazione dell’euro ha reso impossibile il ricorso alla stampa di moneta cartacea. In effetti, la storia moderna dimostra che, al di là di una certa soglia, un debito troppo elevato conduce quasi ineluttabilmente al fallimento. Tenuto conto dei danni provocati dal solo affaire greco, non si vede come le istituzioni europee potrebbero fronteggiare una serie di insolvenze sovrane, successive o simultanee, di ampiezza molto più grande. «Nella presente realtà europea», scrive Frédéric Lordon, «al moltiplicarsi del numero di coloro che vengono soccorsi corrisponde una diminuzione dei soccorritori, anche perché questi ultimi vanno a raggiungere i precedenti nella loro categoria», il che equivale a dire che «gli splendidi meccanismi dei mercati di capitali concorrono con rara eleganza all’organizzazione del peggio, rendendo insolubile la crisi dei debiti da essi stessi partorita»6.
Una cosa è sicura: in Europa ci dirigiamo verso la messa in opera di una generale politica di austerità, le cui principali vittime saranno le classi popolari e medie, con tutti i rischi inerenti a una simile situazione. Quando nuovi Paesi si ritroveranno in stato di insolvenza, i cittadini dell’intera Unione Europea saranno ancora invitati a pagare il conto. Orbene, diciamolo chiaramente: nessun Paese ha oggi i mezzi per bloccare l’aumento del suo debito nella percentuale del suo PIL, nessuno ha i mezzi per rimborsare il capitale del suo debito. Malgrado tutte le manovre ritardanti, sembra ineluttabile un’esplosione generalizzata nel giro di due anni. Come molti altri, Jean-Luc Gréau ritiene impossibile un ripristino spontaneo del sistema7. L’economista Philippe Dessertine arriva fino a prevedere una «profonda crisi geopolitica, che potrebbe sfociare in una guerra mondiale»8: parole che possono sembrare allarmistiche, ma il sistema capitalistico non ha mai indietreggiato davanti all’eventualità di una guerra, quando questa era l’unica maniera che gli restava per proteggere i suoi interessi. Che cosa accadrebbe, se la prima potenza mondiale, gli Stati Uniti, si ritrovasse insolvente? In Europa, lo status quo attuale porta diritto, con i suoi effetti cumulati, a una depressione di ampiezza mai vista finora. Il 2012 sarà terribile!
I politici hanno ceduto il dominio della finanza ai mercati. I mercati, dal canto loro, sostenevano che gli affari finanziari erano troppo seri per essere lasciati in balia degli umori mutevoli dei politici. Si è visto il risultato: fallimenti a catena, crisi finanziaria mondiale, inflazione di debiti privati e pubblici. La finanza privata appare fin d’ora come responsabile della più enorme crisi della storia del capitale. Come se ne può uscire?
Le soluzioni, purtroppo, sono teoriche. Sul piano tecnico, sarebbe perfettamente possibile costringere le banche a fare passare per perdite e profitti una serie di elementi dei loro bilanci che corrispondono ad altrettanti crediti dubbi o illegittimi. Si potrebbe anche imporre una nuova disciplina bancaria, che vietasse alle banche d’affari di fondersi con le banche di deposito. All’epoca del New Deal, Roosevelt aveva già fatto adottare il Glass-Steagall Act, che imponeva al settore bancario di scindersi in banche d’affari e di investimento, da un lato, e banche di risparmio e di deposito dall’altro (questa disposizione è stata soppressa dall’amministrazione Clinton). Si potrebbe immaginare una politica fiscale, che permettesse di controllare meglio i movimenti di capitali a breve termine e di obbligare la BCE a finanziare il riacquisto a opera degli Stati di una parte del loro debito, o addirittura di sdoppiare il sistema dei tassi di interesse, in modo da distinguere bene il tasso di interesse “produttivo” e quello “speculativo”. La legge del 1973, che vietava alla Banca di Francia di acquistare buoni del Tesoro dovrebbe, evidentemente, essere abolita. Una misura più radicale sarebbe la nazionalizzazione pura e semplice, senza indennizzo, del settore bancario e di altri settori chiave dell’economia. Frédéric Lordon, che ha preso posizione per la nazionalizzazione del sistema bancario e la “comunalizzazione” del credito, fa di questi provvedimenti altrettanti preliminari all’ulteriore mutazione del credito in un sistema davvero socializzato. Il giorno in cui vedremo queste cose è però ancora lontano, dato che nessun Stato ha la minima intenzione di entrare in guerra aperta contro la finanza, anche (e soprattutto) quando quest’ultima l’ha dissanguato.
Sottomettere “dall’alto” i mercati internazionali a una nuova regolamentazione globale di tipo keynesiano è ormai quasi impossibile: nelle condizioni attuali, essa implicherebbe la creazione di tribunali in grado di esporre i mercati a vere sanzioni penali – ad esempio, in caso di speculazione su un bene collettivo come una moneta nazionale o di strumentalizzazione di un debito pubblico per organizzare il saccheggio di un paese – ma con ciò si resta nell’ambito del pio desiderio. La soluzione consiste piuttosto nel ricentrare l’Europa su se stessa, con una rafforzata cooperazione intorno a un “nocciolo duro”» di alcuni suoi membri.
Come scrive ancora Frédéric Lordon, «il ritorno a una regolazione “seria” è ipotizzabile solo su scala regionale», ossia su spazi geograficamente limitati, ma anche politicamente chiusi da un principio di sovranità, qualunque sia la scala di quest’ultimo. Delle misure restrittive possono essere esecutive soltanto in tali limiti. In questo quadro, la soluzione non passa soltanto attraverso misure tendenti all’imposizione politica degli eccessi del capitale, ma anche attraverso la rilocalizzazione delle imprese, con il sostegno di incentivi fiscali, il ricentraggio della produzione e del consumo economico, il localismo, la regolamentazione regionale ecc.: tutte misure equivalenti a una certa forma di “deglobalizzazione”9.
Tornare sulle liberalizzazioni generalizzate, a cominciare da quelle dei capitali e dei mercati di beni e servizi, permetterebbe di andare oltre; ma ciò esigerebbe, insieme a una volontà politica che oggi manca10, l’abbandono definitivo del paradigma ideologico attualmente dominante. «Nel cuore stesso dell’ideologia capitalistica», ricorda opportunamente Raoul Weiss, «si trova il rifiuto viscerale dell’unificazione politica degli spazi unificati de facto dall’economia»11. Dall’epoca di Adam Smith, di David Hume e di Bernard de Mandeville, e poi di Ricardo, la teoria dei “mercati liberi” si fonda sull’abbandono, da parte degli Stati, della loro sovranità nazionale; farla finita con questa situazione equivarrebbe a rompere con tutti i presupposti liberali sulla “mano invisibile”, sulla “libertà dei mercati”, sulle “anticipazioni razionali”, sul ruolo “fondatore” della concorrenza “spontanea”, sui benefici della “flessibilità” e del libero scambio, sulla teoria “dell’equilibrio automatico” del commercio internazionale eccetera. Equivarrebbe a mostrare che tutte queste teorie si fondano non su “leggi naturali”, ma su ipotesi irrealistiche (informazione perfetta e immediata degli attori economici, aggiustamento spontaneo dell’offerta e della domanda ecc.), che ne distruggono la presunta scientificità.
Nell’immediato, la contestazione dell’“alta finanza” o dei mercati finanziari internazionali non ha alcun interesse, se viene fatta, come si vede spesso a destra, per favorire al contempo i piccoli capitalismi nazionali, industriali e “non finanziari”, che smetterebbero di costituire dei sistemi di sfruttamento del lavoro vivo, una volta che le loro attività fossero inserite nel quadro nazionale. E non ha alcun interesse anche se viene fatta, come si vede spesso a sinistra, per opporre ai maneggi del capitalismo liberale una semplice retorica “cittadina”, il più delle volte separata dal popolo, fondata sull’“indignazione” moralistica, sul riformismo compassionevole e sulla solidarietà con gli “esclusi” (termine preso a prestito dal lessico “umanitario”, per non dovere più parlare dei lavoratori o del proletariato).
Non sarà certamente limitandosi a “indignarsi”, come è considerato di buon gusto fare oggi, che si cambieranno le cose. L’indignazione che non sfocia nell’azione concreta è soltanto un modo comodo di sentirsi a posto con la coscienza. Solo l’intervento risoluto delle classi popolari e delle classi medie nella battaglia può dare all’“indignazione” suscitata dalle pratiche della Forma-Capitale, o semplicemente al malcontento antibancario, la base sociale che fa loro ancora difetto; questo, comunque l’azione da condurre si situi, al di qua o al di là dei limiti della legalità borghese.

Alain de Benoist

Note
[1]) Cfr. PBS+Global Research, 16 aprile 2010. Nel primo trimestre del 2010, l’80% dei 10 miliardi di euro di redditi, transazioni e investimento, guadagnati dalla celebre banca Goldman Sachs, sono il risultato di operazioni effettuate a suo nome e non a nome dei clienti; questo, d’altronde, non le ha impedito di subire un tasso di imposizione irrisorio, che ha portato il settimanale Newsweeck a parlare di «fallimento morale di Goldman Sachs». Cfr. anche “La fallite morale de Goldman Sachs”, in Courrier international, 6 maggio 2010. All’inizio del giugno 2011, la Goldman Sachs è stata oggetto di una richiesta di informazioni da parte del procuratore di Manhattan, al fine di valutare il suo coinvolgimento nella crisi immobiliare del 2007. La banca aveva allora scommesso sul crollo del mercato immobiliare, continuando al contempo a vendere dei subprimes adulterati. Henry Paulson, nel 2006 nominato Segretario al Tesoro da George W. Bush, è un ex presidente della Goldman Sachs. L’ex Commissario europeo Mario Monti ne è uno dei consiglieri dal 2005, ruolo rivestito anche dall’ex Presidente della Commissione europea Romano Prodi. La banca è molto generosa, con coloro che la servono: i suoi cinque principali dirigenti nel 2010 hanno ricevuto circa 70 milioni di dollari di salari e bonus; il suo direttore esecutivo, Loyd Blankfein, ha ricevuto 14,6 milioni di dollari.
2) Paul Jorion, Le capitalisme à l’agonie (Fayard, Parigi 2011). L’autore descrive in particolare la pratica del day-trading, cioè l’azione cumulata di coloro che intervengono sui mercati finanziari per spiare i movimenti dei grossi speculatori e mettersi sulla loro scia, trasformando così certe transazioni in un’immensa onda anomala, che falsa completamente la valorizzazione dei titoli.
3) Sécurité globale, estate 2011, p. 59.
4) Jean-Luc Gréau, « Le rétablissement ou la rechute? », in Le Débat, settembre-ottobre 2010, p. 41.
5) L’indipendenza della BCE, che si era opposta in anticipo a ogni riassetto del debito greco suscettibile di somigliare a qualcosa di simile a un credito, costituisce d’altronde un problema. Si sa che il suo nuovo direttore, Mario Draghi, subentrato nel giugno del 2011 a Jean-Claude Trichet, aveva occupato fino a quel momento il posto di governatore della Banca d’Italia. Ora, il personaggio è molto controverso. A capo del Tesoro italiano, ha svolto un ruolo importante nelle grandi privatizzazioni decise in Italia al momento del passaggio all’euro; ma soprattutto, dal 2002 al 2005, è stato vicepresidente internazionale preposto all’Europa della banca americana Goldman Sachs, istituto direttamente coinvolto nella crisi greca, avendo, nel 2001, aiutato la Grecia a dissimulare l’ampiezza del suo debito (in cambio di una commissione di 300 milioni di dollari!). Si fatica a credere che domani saprà opporsi a ciò di cui ieri è stato il promotore.
6) « La pompe à phynance », blog di Le Monde diplomatique, 2 dicembre 2010.
7) Art. cit.
8) Le Point, 13 luglio 2011.

mercoledì 19 dicembre 2012

Natale, è tempo di (non) comprare

È tempo di feste e Federconsumatori, Codacons, Confesercenti (eccetera eccetera) sono profondamente preoccupati per il calo delle spese natalizie, a -12%. Come se il problema delle famiglie italiane fosse poter mangiare panettone il 25 dicembre.

Niente ristorante, niente vestiti nuovi, niente viaggi e nemmeno giocattoli (-20%), una voce che a Natale aveva sempre retto vista la naturale predisposizione italiana a non far mancare nulla ai figli, fosse anche l'ultima riproduzione del marziano visto in TV.
L'allarme è chiaramente legato al conseguente calo di fatturato che le imprese dovranno affrontare in quello che è sempre stato invece un periodo dell'anno da vacche grasse: se anche nella "ricca" Trento i negozi sono costretti a "saldi" prenatalizi la situazione, anche per loro, non deve essere delle più rosee. E questo anche se, ed è dovere ricordarlo, la categoria commercianti non è propriamente quella più facilmente attaccabile dalla crisi, in termini assoluti: hanno ricarichi considerevoli sulla merce, e per anni si sono arricchiti non avendo nulla a che vedere con il mancato aumento degli stipendi ma invece traendo vantaggio dall'aumento dei prezzi. Certo è che il calo dei consumi, continuo e inesorabile, ha creato dal 2008 ad oggi un vero e proprio "buco" nel mercato ma se pandori e panettoni rimangono sugli scaffali, anche se venduti a metà prezzo, non c'è altra soluzione: impastarne di meno.

Le famiglie medie italiane invece, in cui di solito il reddito è uno solo e - quando va bene - da reddito dipendente, fanno davvero i conti con la crisi. Ieri sera a Ballarò, tanto per citare gli ultimi dati, è stato fatto un bel quadro della situazione: nell'ultimo anno 2,5 milioni di famiglie sono state costrette a vendere oro e gioielli, mentre in 300mila hanno dovuto vendere mobilia e opere d’arte per poter arrivare a fine mese. Ma non finisce qui: addirittura il 3% dei nuclei familiari in Italia ha venduto una casa di proprietà, senza potersi permettere di acquistarne un'altra, per poter mettere qualcosa in tavola.

venerdì 24 agosto 2012

Spreco di cibo: non siamo solo "quello che mangiamo"

Nonostante la crisi economica lo spreco di cibo non si arresta.

A fare da maestri gli Stati Uniti. I cittadini USA (e getta) buttano via il 40% del cibo che comprano. E questo nonostante siano colpiti da una siccità senza precedenti.
Ogni anno una famiglia di quattro persone getta in media una spesa di circa 1.800 euro, non solo fregandosene del vicino che muore di fame, ma anche della propria salute, oltre che culturale, economica: i prezzi dei generi alimentari sono destinati ad aumentare rapidamente.

Negli Stati Uniti si butta via il 52% della frutta e verdura che si ha in casa, il 50% del pesce, il 38% della pasta, il 22% della carne, il 20% del latte. Una montagna di cibo del valore di 131 miliardi di dollari: quasi 30 volte il prodotto interno lordo del Niger, uno dei Paesi più poveri e affamati della Terra.

I dati vengono all'indomani del messaggio di Obama all'atterraggio della sonda Curiosity, che esulta: «Supremazia americana nello spazio e sulla Terra».

mercoledì 23 maggio 2012

La mafia e i mafiosi

Vent'anni. Tanto è passato dal giorno in cui persero la vita Giovanni Falcone, sua moglie il magistrato Lucia Francesca Morvillo e tre agenti in scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Piena la cronaca di ricordi di quel giorno. In onda il discorso di Giorgio Napolitano, con tanto di lacrime, il richiamo alla lotta alla mafia e alla necesità di non dimenticare.

Eppure, lontani dalla retorica di questi giorni, che vedono ancora più imbellettati i leader di partito all'indomani dell'attentato di Brindisi e del calo di affluenza alle amministrative, abbiamo ben dimenticato cosa significhi fare la lotta alla mafia. Meglio ancora, abbiamo cominciato a considerarla confinata in una certa organizzazione a delinquere, e in un certo territorio, senza considerare che la piovra estende i suoi tentacoli fino ai vertici dello Stato, per crescere e sopravvivere, senza pensare che se non di "Mafia" di "mafioso" si può parlare in tutta una serie di comportamenti politici, economici, personali con i quali dobbiamo fare i conti tutti i giorni.

La Bce, gli USA e l'Ue si muovono insieme, in connivenza con le banche, tiranneggiando su interi Stati e popolazioni, in accordo con parlamenti senza spina dorsale. L'informazione è ammutolita e stupida di fronte agli avvenimenti. Molti "giornalisti" lo sono inconsapevolmente: non danno le notizie non perchè non vogliano farlo, ma perchè non le capiscono nemmeno loro. Sono anche loro figli di questa società, che nasconde e raggira, donando solo l'illusione della giustizia e della legalità in cambio dell'eterna ignoranza.
La politica, quella con la p minuscola, si nutre delle illusioni dell'elettorato, passando da uno scandalo all'altro, chiamando così ciò che scandalo non è: è ormai normalità. Figli inseriti in amministrazioni pubbliche senza merito, soldi sottratti alla pubblica utilità, stipendi da capogiro, assunzioni inutili a scapito delle casse statali.

Leopoldo Franchetti, politico e studioso classe 1847, disse una volta: «La Mafia è un sentimento medioevale; mafioso è colui che crede di poter provvedere alla tutela e alla incolumità della sua persona e dei suoi averi mercé il suo valore e la sua influenza personale indipendentemente dall'azione dell'autorità e delle leggi».

E in questo senso in Italia e non solo, intendendo per "autorità" e "leggi" anche qualcosa che va al di là di quelle contingenti, siamo tutti "mafiosi".

Sara Santolini

giovedì 10 maggio 2012

Monti e il 'vizio' del debito che cresce a ritmi record

Sembra che il premier chiamato a risolvere il problema del debito stia fallendo miseramente nel suo intento: una ricerca condotta da Adusbef e Federconsumatori mostra infatti che il debito pubblico italiano sta crescendo a ritmi record. Ma questa, per Mario Monti non è una novità. Basta andare un po' indietro negli anni per scoprire il vizio del debito, il premier l'ha sempre avuto. (da ilcambiamento.it)

di Andrea Degl'Innocenti

Monti e il debito. C'è qualcosa che lega indissolubilmente il nostro premier al debito sovrano del nostro paese. Nonostante questi si lanci in critiche, accuse, moniti; nonostante dipinga il debito come una divinità malvagia da sconfiggere a tutti i costi, al cui altare è necessario sacrificare diritti sociali e di cittadinanza, salute, istruzione e in qualche caso persino la vita, ogniqualvolta egli si trovi in posizioni di potere il mostro prolifera come non mai.
Sono dati di qualche giorno fa quelli raccolti da Adusbef e Federconsumatori, che certificano che il governo Monti detiene record dell’esecutivo che, negli ultimi 15 anni, ha registrato la crescita mensile del debito pubblico maggiore: 15,4 miliardi. Roba da far impallidire persino Berlusconi. Da febbraio 2011 a gennaio 2012 il debito è passato da 1.875,917 euro a 1.935,829, con un aumento di 59,912 miliardi. E continua a crescere. Sotto l'attuale governo, ogni minuto che passa il nostro debito aumenta di 360mila euro. E non è la prima volta che Monti combina scherzi di questo tipo.
Più volte il premier Mario Monti si è mostrato piuttosto duro con i suoi predecessori. Proprio oggi li ha accusati, nientemeno, di avere sulla coscienza l'ondata di suicidi e la carneficina sociale attuali. “Le conseguenze umane” della crisi, ha affermato, “dovrebbero far riflettere chi ha portato l'economia in questo stato e non chi da quello stato sta cercando di farla uscire. Lo stato negativo e per certi versi drammatico dell'economia italiana è figlio di una insufficiente attenzione prestata in passato alle scelte di lungo periodo per le riforme strutturali”.
Giusto. Eppure, se torniamo un po' indietro nel tempo a vedere quali sono stati i governi, prima dell'attuale, a causare una maggiore crescita del debito, vediamo che un altro record spetta a Giulio Andreotti, nel doppio mandato dal 1989 1992. In quel periodo il debito passò da 553 miliardi circa di euro (attualizzati ad oggi) a 799 miliardi. Un incremento di 246 miliardi, il 44,53% in tre anni, fra i record assoluti della storia della Repubblica italiana. Anche volendo confrontare il dato con la relativa crescita del pil, l'aumento resta comunque impressionante, di circa il 13 per cento nel rapporto debito/pil. Ai tempi il ministro del bilancio era Cirino Pomicino, detto 'o ministro. E indovinate chi fu il suo maggiore consulente in ambito economico? Già, proprio il nostro Mario Monti.


Ma non è ancora finita. Torniamo più indietro negli anni, e andiamo al 1981. È l'anno dello storico divorzio fra Tesoro e banca d'Italia. Fino ad allora la banca centrale era obbligata a comprare i buoni emessi dal tesoro, e lo faceva a tassi agevolati. In seguito lo stato fu costretto a mettere le proprie obbligazioni sui mercati finanziari, con interessi che dipendevano dalle leggi del mercato di domanda e di offerta.
Ad ogni modo, proprio in quell'anno ci si trovava a dover decidere le nuove strategie di finanziamento dello stato. Ed ecco rispuntare il nome di Mario Monti, allora giovane e rampante economista. Ecco, di seguito, come ricostruisce la vicenda il Generale Piero Laporta in un articolo per Italia Oggi.
“Nel giugno 1981, una commissione di studio, presieduta da Paolo Baffi, direttore generale di Bankitalia, deliberò di seguire lo schema d'un giovanotto, molto stimato dai Rothschild, tale Mario Monti, il quale propose l'emissione di titoli a lungo termine, con aste mensili e quindicinali, in modo che il rendimento cedolare fosse fissato dal mercato, con scadenze tra i 5 e i 7 anni. Il che, a detta del professorino, garantiva il potere d'acquisto e, secondo gli esiti delle aste, un piccolo rendimento dell'1-2%. Il Tesoro, zufolò Monti, avrebbe avuto da 5 a 7 anni per programmare e finanziare meglio la spesa pubblica.


Non andò così. Gli interessi sul credito che veniva concesso furono fin da subito enormi, e il deficit italiano balzò immediatamente alle stelle, tanto che si resero necessarie nuove tasse. “Aumentarono tasse e benzina – continua Laporta -, le spese sanitarie sfondarono di mille miliardi di lirette il finanziamento statale”. Un altro disastro insomma.
Eppure, a dispetto del suo curriculum (a dire il vero piuttosto difficile da rintracciare), Monti è chiamato oggi a risanare il debito. E, a dispetto dei risultati passati e presenti (e - è lecito temere – futuri) gode di una stabile maggioranza parlamentare e in molti sono ancora convinti che stia lavorando bene, che i sacrifici da lui richiesti siano necessari e così via.

lunedì 7 maggio 2012

Disoccupazione ai massimi storici

Se avete pensato che la crisi di questi anni è stata durissima, aspettate di vedere cosa succederà in quelli a  venire.


La notizia peggiore in assoluto è quella relativa alla disoccupazione, che è ormai ai massimi storici nel nostro Paese. Soprattutto è una cattiva notizia l'incidenza sui giovani, la cui disoccupazione sfiora il 36%. Questo dato significa che non ci saranno a breve nuovi nuclei familiari, e i giovani d'oggi non avranno un futuro da costruire, con tutto quello che ne deriva in termini di stabilità sociale. Inoltre il dato negativo è nella realtà ancora peggiore: nel novero dei disoccupati non ci sono le persone che cercano un'occupazione senza rivolgersi alle Agenzie del lavoro. E c'è da credere che in parecchi abbiano perso la speranza di venir chiamati e si muovano spulciando gli annunci sui giornali o su internet.

La situazione è grave soprattutto se confrontata con l'aumento di suicidi per "motivi economici", che vanno di pari passo con i licenziamenti con la stessa causa. E questo soprattutto in attesa della reazione - - della popolazione ai tagli ai servizi, alle pensioni, al reddito, ai posti di lavoro.

Ecco la notizia ANSA:

Il tasso di disoccupazione a marzo è al 9,8%, in rialzo di 0,2 punti percentuali su febbraio e di 1,7 punti su base annua. E' il tasso più alto da gennaio 2004 (inizio serie storiche mensili). Lo rileva l'Istat (dati destagionalizzati e provvisori). Guardando le serie trimestrali é il più alto dal terzo trimestre 2000.

Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) a marzo è al 35,9%, in aumento di due punti percentuali su febbraio. E' il tasso più alto dal gennaio 2004 (inizio delle serie storiche mensili). Lo rileva l'Istat (dati destagionalizzati e provvisori). Guardando le serie trimestrali é il più alto dal quarto trimestre 1992.

Quindi, risulta disoccupato oltre un giovane su tre tra i 15-24enni attivi, ossia coloro che hanno un lavoro o lo cercano (forza lavoro).

Il numero dei disoccupati a marzo è di 2 milioni e 506 mila, in rialzo del 2,7% su febbraio. Lo rileva l'Istat (dati destagionalizzati e provvisori). Su base annua il rialzo è del 23,4%. E' il livello più alto da gennaio 2004 (inizio serie storiche mensili). Con riferimento alle serie storiche trimestrali è record da IV trimestre 1999.

Il numero dei disoccupati a marzo è aumentato su base annua di 476 mila unità (+23,4%) e su base mensile di 66 mila. Il dato annuale risente dell'aumento delle persone sul mercato del lavoro, gli inattivi tra i 15 e i 64 anni, infatti, sono diminuiti di 427.000 unità.

A marzo gli occupati sono 22 milioni e 947 mila, in diminuzione dello 0,2% su febbraio, ovvero 35 mila unità in meno, e dello 0,4% rispetto a marzo 2011, pari ad un calo di 88 mila unità. Il risultato è determinato dal calo dell'occupazione maschile.

A marzo il tasso di occupazione è pari al 57%, in lieve calo, di 0,1 punti percentuali, in termini congiunturali e in flessione di 0,2 punti su base annua. Lo rileva l'Istat (dati destagionalizzati e provvisori). Risultano anche in diminuzione gli inattivi (15-64 anni), ovvero le persone che non sono né occupate né in cerca di lavoro: il calo è dello 0,3% (-40 mila unità) su febbraio, con il tasso di inattività che si posiziona così al 36,7%, con una flessione di 0,1 punti percentuali in termini congiunturali e di 1,1 punti su base annua. Da questi dati emerge come l'aumento del numero di disoccupati e del relativo tasso deriva principalmente dal fatto che coloro che prima erano inattivi ora si sono in cerca di un lavoro. Mentre il calo dell'occupazione è meno accentuato, anche, perché, probabilmente, facendo riferimento agli ultimi dati trimestrali, gli occupati adulti restano più a lungo a lavoro, sia per l'allungamento della vita media che per gli interventi sul sistema pensionistico.

Il tasso di disoccupazione maschile cresce di 0,3 punti percentuali su febbraio, portandosi al 9,0%; quello femminile segna un aumento di 0,1 punti e si attesta all'11,0%. Rispetto all'anno precedente, quindi, il tasso di disoccupazione maschile sale di 1,6 punti percentuali e quello femminile di 1,9 punti. La crescita della disoccupazione interessa così sia gli uomini sia le donne. In particolare, gli uomini disoccupati salgono del 3,9% rispetto al mese precedente e del 23,4% su base annua; il numero di donne disoccupate aumenta dell'1,3% rispetto a febbraio e del 23,4% in termini tendenziali.

venerdì 9 marzo 2012

Visco ci vuole tutti schiavi. A vita


"Lavorare di più e più a lungo"
Per fare cosa è chiaro.
1) Pagare contributi tutta la vita e morire sul posto di lavoro prima di arrivare a percepire la pensione
2) Cinesizzarsi per riuscire appena ad arrivare alla fine del mese. E spesso neanche quello 
3) Continuare a stare alla macina, come animali, per pagare gli interessi sugli interessi imposti dalla speculazione internazionale (di cui Visco fa parte) 
4) Abbrutirsi di fatica. E vivere unicamente per lavorare, peraltro guadagnando sempre meno 
A questo punto, la vera ribellione è cercare di lavorare meno. Sempre meno. Sempre meno. E passare il resto del tempo in altre attività.
Senza salario. Per se stessi. È il discorso che Maurizio Pallante porta avanti da anni, e spiega con precisione scientifica, per chi si prenda la briga di leggere (tra gli altri) i suoi libri. Il concetto chiave è quello che vuole indicare come "occupate" unicamente le persone che percepiscono un salario, mentre le altre - tutte le altre: dalla madre che cresce i figli, a chi ripara da sé la propria casa, a chi produce da sé ciò che gli serve per mangiare, a chi dona se stesso per accudire altre persone e via dicendo - sono semplicemente "disoccupate".
Sia chiaro, è evidente che nel nostro mondo (per ora) si debba necessariamente fare qualche lavoro che comporti il ricevere denaro in cambio, perché, molto semplicemente, ci sono merci (soprattutto merci, ma anche pochi altri veri beni) che necessitano di essere acquistati. Ma il punto, volenti o meno, è esattamente questo: meno si necessita di cose che è indispensabile acquistare, più si è liberi. Più, finalmente, si può lavorare di meno.
È essenziale che tutti quelli che sentono disagio in questo mondo, tutti quelli animati da seri moti di ribellione, evitino di cadere in una trappola terribile: pensare che semplicemente cambiando alcune regole del gioco, di questo gioco, si possa tornare a vivere una vita più degna di essere vissuta. Così come quelli che credono che prima o poi, pur rimanendo in questo modello, qualcosa possa cambiare. Grossomodo attendono un miracolo con un atto di fede. 
Ora, impostare tutta la propria vita su un atto di fede - fede peraltro in questo sistema di sviluppo - equivale alla donnina che gioca al gratta e vinci. Ecco, si deve spazzare via questo concetto. È indispensabile capire che per cambiare davvero le proprie condizioni si deve decidere proprio di sottrarsi a questo gioco. Si deve uscire, per quanto più è possibile, da questo casinò. Perché è proprio nella sua natura intrinseca obbligarci a vivere per lavorare e per consumare. La cosa comporta delle rinunce, è inevitabile. Si tratta di capire se sono più insopportabili queste rinunce oppure è più insopportabile pensare di vivere tutta la vita come schiavi. Non ci sono mezze misure: il sistema ci ha portato, di fatto, a una situazione di guerra. Come è possibile non considerare come una dichiarazione di guerra le parole di Visco? Come è possibile soprassedere alle imposizioni che questo modello, soprattutto oggi, con le conseguenze della crisi economica attuale dalla quale - è evidente -non usciremo, ci infligge?
Ci hanno già tolto buona parte di quello che avevamo: le pensioni, il welfare, la dignità di fare un lavoro che almeno ci permettesse di arrivare alla fine del mese senza affanni. E ora ci intimano di dover rimanere in questa situazione per tutta la vita.
Insomma delle due l'una: o si accetta tutto, o camusianamente si "dice no". E si cercano altre strade. I più, a un discorso di questo tipo, generalmente rispondono con sufficienza e sdegno, evitano di entrare nel cuore del problema semplicemente rispondendo che una strada differente non esiste, e che siamo condannati a vivere in questo modo. Sono persone asfissiate dalla catena che hanno al collo. In buona parte sono persone già pronte, consciamente o meno, a vivere una vita di questo tipo. Il che equivale a dichiararsi già morti. 
Ma la ribellione è dei vivi. Costi quel che costi. Anche dover percorrere altre strade che non si conoscono. O anche doverne costruire di nuove passando per il bosco con un machete. Perché il resto, la vita che ci prospettano i visco attuali, è peggio.
Valerio Lo Monaco

mercoledì 15 febbraio 2012

20 anni di sacrifici: parola di Monti

No alle Olimpiadi. Troppo costose, e fuori luogo. Ok, giusto.
Ma il punto è un altro: voi quanti anni avrete, tra 20? 

Abbiamo davanti 20 anni - "come sapete" - di sacrifici. Il governo Monti dice no alla candidatura di Roma per le Olimpiadi 2020. Il che, francamente, non fa una piega: sono ancora aperte le ferite per le spese folli e inutili degli ultimi Mondiali di nuoto e a dire il vero sono ancora aperte quelle dei Mondiali di calcio di Italia 90. Ridicolo spendere per un baraccone come quello di Roma 2020. Ma la cosa da mettere a fuoco è un'altra. Abbiamo davanti un periodo lunghissimo di ristrettezze e sacrifici.

Queste le parole di Monti. Naturalmente non ce ne importa nulla di commentare il no alle Olimpiadi di Roma quanto di capire il vero punto del giorno. E del futuro.

Dunque 20 anni di sacrifici.

Intanto, non lo sapevamo affatto, come invece sembra voler far percepire il premier. O meglio, ancora la cosa non era stata esplicitata, anche se almeno su questo giornale ce lo siamo detti spesso. Invece adesso è ufficiale, se anche il "professore" ha parlato così chiaro.

Ma il punto è che le parole di Monti, sebbene a nostro avviso vadano considerate per "difetto" sulla durata del purgatorio, sono una vera e propria bomba. Perché comunque esplicitano una data, una ipotesi di "fine pena". Sulla quale, come tutti i condannati dopo aver ascoltato la sentenza, vale la pena di ragionare.

Voi quanti anni avrete, tra vent'anni? Siete disposti a vivere vent'anni d'inferno e a ritrovarvi tanto avanti negli anni (già anziani?) il giorno in cui - e sono solo previsioni - si potrà tornare, secondo Monti, semplicemente ai livelli ante-crisi in cui peraltro non è che si stava poi così bene?

Insomma questo è quanto. Ce ne è abbastanza per una rivoluzione, se solo gli italiani capissero cosa significa. Se solo avessero ancora sangue nelle vene.

Ma senza andare troppo in là, ce ne è abbastanza per fermare ogni tipo di investimento, personale o aziendale, per bloccare immediatamente ogni spesa, ogni rata, ogni cosa: per vent'anni, nisba, niente da fare. Nessuna ripresa, nessun miglioramento rispetto ad adesso. Anzi, semmai andrà peggio, proprio per il processo dell'effetto domino innescato dalle misure appena prese e da quelle che presumibilmente saranno prese a breve. Altro che sciopero della Fiom, altro che Camusso e compagnia cianciando. 

vlm