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giovedì 11 febbraio 2016

LA MISERIA, TUTTA INTORNO A TE

La miseria del lavoro e la crescita (che non ci sarà)



Tutti a correre dietro le cifre dell’occupazione e della disoccupazione, anno per anno, trimestre per trimestre, mese per mese. Se analizzarle è utile per capire se c’è influenza (momentanea) delle politiche nazionali e europee sul lavoro, la verità è che un osservatore attento sa già che il massimo che ci si può aspettare dal prossimo futuro è una stagnazione pesante, costante e prolungata, che al di là di qualche fluttuazione percentuale dovuta agli sgravi contributivi per le aziende o a qualche altra trovata simile, ci accompagnerà almeno per i prossimi due anni. Le politiche sul lavoro, il famigerato Jobs Act, non hanno fatto che schiacciare verso il basso i diritti dei lavoratori, a uso e consumo della grandi aziende, preparandoci a quello che verrà: un futuro di disoccupazione e miseria in cui la domanda non aumenterà a meno che gli Stati non se ne facciano carico, distribuendo reddito.

Intanto, il denaro viene sottratto alle casse pubbliche per risanare le Banche e per foraggiare imprese spesso destinate al fallimento o ancora per finanziare provvedimenti che tanto bene al lavoro in realtà non fanno (tipo il Jobs Act)


La crisi ha fatto crollare la domanda a tutti i livelli - da quella di energia a quella di carne - e, a volte nel bene e a volte nel male, i consumatori si sono abituati ad avere di meno. La decrescita si impone al mondo intero e le masse, volenti o nolenti, devono farci i conti.

martedì 24 febbraio 2015

JOBS ACT, COME RENDERE (ANCORA PIU') INSTABILE UN PAESE

da La Voce del Ribelle:

Fare cassa. Tutto sommato è questa forse l’unica reale conseguenza del Jobs Act, una legge che si districa in milioni di diverse interpretazioni e paradigmi. Una politica che non vede però al di là del proprio naso e che proprio per questo rischia di essere controproducente per l’intero sistema.
Nelle aziende fino a 5 dipendenti si possono tenere sempre dipendenti a tempo determinato, per gli altri il 20% dei subordinati potrà rimanere a termine: parliamo di 3 persone nelle aziende da 15 dipendenti. L’impresa che dovesse tenerne di più, e che non abbia pensato di derogare la legge con una contrattazione anche semplicemente aziendale, incorrerà in una semplice multa (primo modo di far cassa), senza incorrere in alcun obbligo di trasformare i contratti a tempo in indeterminati.
Se poi il contratto dovesse a un certo punto trasformarsi in indeterminato, sarebbe comunque “a tutele crescenti” per tutti, al di là di quanto tempo si siede alla stessa scrivania. Il tutto dovrebbe durare 3 anni con un massimo di 5 rinnovi all’interno dei 36 mesi previsti dopo i quali si può reiterare il contratto una sola volta alla direzione territoriale del lavoro, senza che il sindacato ci metta bocca. Intanto gli ultimi dati disponibili (il rapporto del terzo trimestre del 2014 sulle dinamiche del mercato) mostrano un’Italia in cui il 70% delle assunzioni sono a tempo determinato.
Tutto si gioca in ogni caso su cosa sia più o meno conveniente per le imprese. I 500mila co.co.pro. in essere spariranno dal 2016 – con le opportune eccezioni di call center e similari - mentre secondo le dichiarazioni del premier i tre anni di sgravi contributivi e la certezza sui costi di una eventuale rottura del rapporto renderanno il contratto a tutele crescenti il più applicato in tutto il bel Paese. La verità è che, aspettando che i primi dati su come siano veramente andate le cose arrivino, nessuna azienda assumerà se non crede di averne bisogno. Non si parla però di reale necessità legata alla produzione, bensì di obbligo: un imprenditore che si è abituato a sottopagare i lavoratori a qualsiasi livello non ha alcun motivo di spendere di più per avere lo stesso risultato, tanto più se è riuscito a far passare in azienda il concetto di crisi economica come motivo di solidarietà con l’azienda e pluslavoro gratuito. Così può darsi che alcuni contratti a tempo determinato diventino a tutele crescenti anche grazie alla sicurezza che per “motivi economici” si può licenziare senza problemi, ma altri svaniranno nel nulla e altri ancora si trasformeranno in partite iva. A questo proposito, c’è da scommettere che il governo preveda un ulteriore aumento di queste forme capestro di collaborazione proprio per effetto della scomparsa dei contratti a tempo determinato: si tratta di uno dei modi più semplici e meno costosi per tenere tra le proprie fila i lavoratori, e continuerà ad esserlo anche con l’entrata in vigore del Jobs Act in assenza di una norma che ne vieti l’utilizzo che se ne fa ormai abitualmente. L’aumento delle tasse previste per tali forme di “lavoro autonomo” e la quasi sparizione del regime dei minimi, che entreranno in vigore nel 2016 proprio assieme alla scomparsa dei contratti a termine, la dice lunga su quest’altro nuovo modo di far cassa.
Nel frattempo bisognerebbe interrogarsi, piuttosto che sugli interessi privati di imprese o lavoratori, su quelli del Paese che le politiche le pensa e le attua. Il posto “fisso” crea stabilità sociale, consumo – con buona pace delle lobby economiche, e anche, perché no, una sorta di incoscienza sociale: difficile insomma che con la pancia piena e in assenza di una formazione all’altezza di questo nome ci si interroghi sulla giustizia del sistema in cui si è inseriti. Non a caso il “panem” era nell’antica Roma al primo posto tra le preoccupazioni di chi voleva assicurarsi il ben volere del popolo. Oggi la macchina dell’ipnosi generale sopperisce un po’ a questa mancanza ma non sia mai che nel lungo periodo, come da questa parte della barricata non possiamo che augurarci, tutto questo buttar all’aria le sicurezze economiche della gente comune non gli si ritorca contro.
Sara Santolin

mercoledì 18 febbraio 2015

IL CONDOTTO NERO CHE PORTA ALLA LIBIA

da ilribelle.com:

Ci sono delle regole che non ammettono eccezioni. “Segui il denaro” per capire le ragioni di certe politiche, che fa da corollario a un più specifico “segui il petrolio”, nel caso specifico odierno.
Senza voler essere esaustivi sulle problematiche della Libia, a proposito di “guerre utili”, seguire il filo nero dell’idrocarburo porta a leggere quello che è stato definito da più parti il “caos” libico come la creazione di una pagina bianca sulla quale poter scrivere un nuovo capitolo dell’imperialismo occidentale. Dopo i titoli d’effetto, i nomi in inglese dati ai decreti, l’uso di twitter e l’ostentazione di una cultura del web che si stenta a credere abbia davvero, Matteo Renzi cerca di imitare l’arte dell’occupazione “che non si vede” dagli Stati Uniti d’America. Tragedie in mare e barconi di immigrati clandestini, per quanto possano dare fastidio o al contrario provocare moti di solidarietà, non sono una ragione sufficiente a mobilitare mezzi e uomini (e soldi) verso la scatola di sabbia di Tripoli. Ma il petrolio, quello sì.
«State tutti sottovalutando la crisi di uno Stato che è ai confini della Ue e che non è solo un problema di migrazione clandestina, ma anche un terreno di conquista per la minaccia del terrorismo dell’Isis» – ha detto il nostro premier al Consiglio Europeo. «Non è una questione di sicurezza nazionale italiana, ma dell’intera Unione Europea». La soluzione? L’invio di forze di peace keeping italiane (si scrive "peace keeping" ma si legge "invasione di uomini e mezzi armati" certo non inviati al fine di distribuire caramelle ai bambini). D’altra parte già all’indomani dell’attentato di Parigi si era cominciato a preparare il terreno all’avvio di una guerra. E Hollande ha fatto in qualche modo eco a Renzi quando ha fatto uscire un comunicato nel quale dichiara – in solidarietà con al-Sisi, il Presidente egiziano che ha messo in atto una serie di ritorsioni belliche contro la Libia per l’uccisione spettacolo di 21 egiziani sulle spiagge libiche – quanto sia importante che “la comunità internazionale decida nuove misure”. Tutto dice: “guerra”.
E cosa c’entra l’Egitto? Rinsaldare il fronte interno, arrivare per primi sul territorio libico diviso e instabile forti dell'appoggio dell'alleato russo, proteggere e magari controllare il filo nero libico, appoggiare il governo "legittimo" contro i ribelli sono solo i motivi più evidenti. Fare la guerra in Libia per l'Egitto era solo questione di tempo, come dovrebbe esserlo per l'Italia che ha interessi molto simili a quelli egiziani e che ha ritirato la propria ambasciata forse proprio in vista dell'avvio di forze militari. L'Italia comunque non si muoverà da sola, presumibilmente per motivi soprattutto politici e per non irritare Obama: non l'ha fatto a Natale quando, incendiati dai ribelli i depositi petroliferi a Sidra, Tripoli ne invocò l'aiuto - e alla fine si rivolse a una società statunitense che ne guadagnò un contratto da sei milioni di dollari - tanto meno lo farà adesso.
L’Unione Europea tutta dipende in larga misura dal petrolio libico: l’85% del petrolio proveniente dalla Libia è venduto a Stati europei, prima fra tutti l'Italia, seguita da Francia e Germania. Certo ingaggiare una "guerra" è dispendioso, ma chissà che la Nato (leggi: gli USA) non voglia darci una mano: dal punto di vista statunitense la Libia è in posizione strategica per il controllo dell’Africa che il Pentagono esercita con AFRICOM, il commando nato nel 2008 a questo scopo  (l'unico Paese africano a non essere sotto la sua influenza è proprio l'Egitto). Terrorismo e petrolio sono i suoi pensieri fissi, filtrati per l'opinione pubblica con l'esportazione della democrazia, la creazione di forze di sicurezza da mantenere in loco e l'aiuto umanitario. Fin qui, tutto in regola. Se qualcosa c'è di "strano" è l'ufficiale silenzio della Cina - almeno per ora e supponiamo comunque non a lungo - che pure succhia petrolio dal deserto libico.
Sara Santolini

sabato 12 luglio 2014

L'INCOSCIENZA “PERICOLANTE”

Ci sono volte in cui nemmeno “sbattere la notizia in prima pagina” può bastare. Quante volte chi non si ferma alla prima pagina dei quotidiani più quotati si sente un pesce fuor d'acqua anche solo a parlare "del più e del meno" al bar sotto casa? Peggio ancora, quante persone si allontanano scrollando la testa dagli incontri in cui a parlare non è la propaganda politica ma una voce fuori dal coro, dell'Informazione con la “I” miuscola? E la tendenza non si esaurisce nel nostro giardino.
Sono anni che Alain de Benoist definisce l'Europa come incapace di definire la sua identità, pronta a uscire dalla storia per diventare un pezzo di storia altrui – quella statunitense. Il vecchio continente sarebbe "nell’utopismo e nell’incoscienza di sé" e la sua colpa in primo luogo quella di essersi dimenticato di essere potenza sovrana prima di un mercato a modello e guida degli Stati Uniti d'America. E non è ancora la cosa più grave. Era il 2010 quando Marco Della Luna scriveva “Oligarchia per popoli superflui” e teorizzava la nascita di una massa inutile per il sistema economico perchè non integrabile, disoccupata e, soprattutto, fuori dal meccanismo del consumo – vero agnello d'oro per le masse idolatre create a immagine e somiglianza del sistema di sviluppo nel quale siamo costretti a vivere. Si tratterebbe a conti fatti di tutti quelli che non hanno un reddito e la cui esistenza non è che un fastidio per la politica e l'economia. I più audaci teorizzano guerre o epidemie provocate ad hoc per far calare il volume di questa massa, i più smaliziati l’erogazione pubblica di sussidi minimi di sostentamento a livello necessario e sufficiente a perpetuare il sistema di consumo. In entrambi i casi una massa così impoverita avrebbe tutte le ragioni economiche per ribellarsi all'ordine costituito. La Storia insegna però che sono motivazioni culturali e sociali quelle che permettono di ribellarsi e prima ancora di riconoscere l'ingiustizia: ecco che la dittatura del mercato e dell'economia abbandona queste stesse masse, che ha privato di tutto il resto, alla loro incapacità di reagire. In pochi riconoscono le responsabilità del sistema economico e politico in vita in questo momento per la situazione che si sta palesando: anche la disoccupazione e l'indigenza vengono considerati semplici incidenti di percorso. Si dà la colpa al governo che è stato al potere il giorno prima, alle politiche Europee e anche a una crisi economica di cui non si comprendono a fondo le cause, convincendosi che presto o tardi "tutto si sistemerà", e soprattutto senza rendersi conto che fa tutto parte dello stesso puzzle: le leggi statali, l'Europa, le banche e lo Spread.
L'individualismo proprio del sistema capitalistico fa il resto: ognuno, dimenticandosi che di fronte a un mostro del genere si può sopravvivere solo in comunità, anela di partecipare alla cuccagna, spera in una “ripresa” che però al massimo permetterà di trovare un lavoro – per lo più salariato – al limite della sopravvivenza, sicuro che il sistema sia in qualche modo “giusto” e che il lavoro rimanga l'unico valore. La difficoltà di vedere è diventata cecità: non si riconosce alcuna alternativa al sistema attuale e, in mancanza di prospettive, non solo "l'utopia" che dà speranza, non solo la ribellione ma anche la stessa consapevolezza di vivere in un'ingiustizia sono impossibili. Non finisce qui: questa incoscienza è così diffusa che schiaccia, ridicolizza e avvilisce qualsiasi tentativo di riscatto – così come il sistema si difende da qualsiasi tipo di cambio politico che possa mettere a rischio le sue basi economiche, inserendolo nel mercato.
Intanto protagonista di una brutta pagina di cronaca è un ragazzino di soli 14 anni. Passeggiava in galleria, a Napoli, quando un cornicione è caduto sulla sua testa. Di certo non poteva sapere sarebbe accaduto. Qualcun'altro però si era sicuramente accorto – o comunque avrebbe dovuto – che si trattava di un grosso pezzo di marmo che sarebbe venuto giù, un giorno o l'altro. Forse ha pensato che la sorte avrebbe fatto in modo restasse lì, al suo posto. L'incoscienza generale, questa incredulità sullo stato delle cose, sulla nostra anche personale deriva culturale e sociale prima ancora che economica, questa abdicazione totale e incondizionata alle ragioni dell'economia lascerà che la “crisi” e la sua “politica” produca indisturbata i suoi effetti. E' quel cornicione lasciato lì, pericolante.

Sara Santolini

venerdì 22 febbraio 2013

MONTI HA FALLITO Lo spread è calato "grazie" alla BCE. Che ci ha guadagnato.

(da www.ilribelle.com

Le misure di austerità non sono servite a nulla.

Non è proprio così, nel senso che a qualcosa, quelle misure, sono servite: come sappiamo, a fare i favori dei banksters e delle industrie, che ora, nel nostro Paese, possono licenziare come meglio credono. Altra cosa: visto che lo Stato non dovrà più pagare le pensioni - praticamente soppresse dalla riforma Fornero, soprattutto per i più giovani - adesso tutto il denaro drenato ai cittadini potrà confluire nel pagare gli interessi sul debito, illegittimo e inesigibile, della speculazione internazionale.
Per quanto attiene invece allo spread, "miracolosamente" calato sotto 300 punti (valore che tutto è fuorché sostenibile, beninteso) ebbene tutto quanto fatto da Mario Monti non ha contato assolutamente nulla. Il motivo del suo calo, dagli oltre 500 punti alla data delle dimissioni di Berlusconi, è tutto da ascrivere alla Banca Centrale Europea.
È Mario Draghi stesso di fatto a confermarlo. Fra il 2011 e il 2012, quando la BCE intervenne sui mercati per acquistare i titoli di Stato dei Paesi in difficoltà, la quota maggiore di quelle operazioni fu esattamente per l'Italia. 
La BCE, attraverso l'operazione Omt, acquistò titoli di Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda, ma soprattutto, più di tutti, quelli dell'Italia. Il nostro Paese ha "beneficiato" di ben 102,8 miliardi di euro di bond acquistati dalla BCE (dei circa 470 messi in vendita nel 2012) mentre gli altri Paesi, nell'ordine poc'anzi citato, hanno impegnato Francoforte per soli 44,3, 33,9, 22,8 e 14,2 miliardi.
Dunque Draghi aiutò formalmente l'Italia ma direttamente proprio Mario Monti, che all'epoca poteva (e tuttora fa lo stesso) andare in giro tronfio dei risultati ottenuti sullo spread dal suo governo che oggi, invece, sappiamo da chi e cosa provengono.
Ma c'è dell'altro. E forse ancora più "interessante": la BCE ha comunicato la chiusura del bilancio del 2012. Ebbene, il suo utile netto è stato di 998 milioni di Euro. Addirittura in rialzo rispetto al 2011. Insomma, per la Banca Centrale Europea non c'è stata crisi, anzi.
Il surplus è stato di 2,164 miliardi (1,894 nel 2011), di cui 1,166 miliardi messi a riserva a copertura dei rischi. Lo ha annunciato proprio la Bce dopo che il consiglio direttivo ha approvato i conti 2012. I margini netti realizzati dalla Banca Centrale sugli interessi raggiungono i 2,289 miliardi (1,999 miliardi nel 2011), di cui 1,108 miliardi dai titoli di Grecia, Spagna, Irlanda, Portogallo e Italia acquistati attraverso il programma 'Omt'.
E ora la beffa - che peraltro conferma il carattere criminoso di questa organizzazione speculativa: dell'utile 2012 sono stati già girati 575 milioni alle Banche dell'eurozona, mentre i restanti 423 milioni saranno distribuiti il 25 febbraio.
Ecco il circolo diabolico: la BCE compra i titoli di Stato dei Paesi in crisi e ci guadagna gli interessi (succhiati ai cittadini che devono subire le misure di austerità per ripagarli) quindi presta gli utili alle Banche in crisi che a loro volta li investono ancora nei titoli di Stato dei vari Paesi lucrandoci sopra l'interesse. Sempre sulle spalle dei cittadini. E infine, quando le Banche periferiche vanno all'incasso dei titoli a scadenza, riconsegnano denaro maggiorato di interesse alla BCE.
Quante volte ci guadagna la BCE? Facile: in ognuno di questi passaggi. Ad iniziare dal principio, ovvero dalla creazione di moneta che alla Banca Centrale non costa assolutamente nulla, e poi via via in ognuno dei passaggi citati, per via diretta (acquisto in proprio dei titoli) o per via indiretta, attraverso le altre Banche periferiche, che sono peraltro anche sue stesse azioniste.

martedì 5 febbraio 2013

Mille imprese in meno al giorno

Di poco tempo fa la "notizia" della chiusura della imprese in tutta Italia. "Mille al giorno", come si è sentito tuonare dalle colonne dai giornali, sottolineando però che il saldo sarebbe positivo. Magra, magrissima consolazione che, a ben vedere, una consolazione non è.

Innanzitutto perchè il famoso saldo sarebbe ridicolo: un +0,31% che non fa contento nessuno. In secondo luogo perchè insieme all'edilizia, che è un settore morto quanto quello dell'auto e come questo in ogni caso destinato a un fortissimo - inevitabile e anche auspicabile - ridimensionamento in pole position tra le imprese più colpite ci sono l'artigianato e l'agricoltura. Il primo per anni ha rappresentato una delle eccellenze italiane, il secondo è fondamentale per la sicurezza alimentare. Sembra un discorso fuori dal tempo, ma in buona parte il ritorno alla terra che interessa il nostro Paese (nel 2012 i giovani agricoltori sono aumentati del 4,2%), per il Bel Paese significa, assieme al rifiuto dei mestieri tipici del nostro tempo come il lavoro operaio o impiegatizio, proprio questo.

Chi si è messo alla guida delle aziende, tanto da far registrare un trend positivo? Giovani under 35, immigrati e donne: le frange più deboli della società, che di solito sono costrette ad arrabattarsi per poter lavorare, figuriamoci in tempo di crisi. Diventano imprenditori di se stessi e si riscattano? Può darsi, e magari in qualche caso è proprio così.

Altre due cose che stonano sono la ormai palese crisi delle professioni e la teoria della voglia di fare impresa che secondo alcuni sarebbe sempre più forte tra i ragazzi. Architetti, Ingegneri, ma anche commercialisti e avvocati sono sempre meno. O meglio, sono sempre meno i giovani che riescono ad affacciarsi a queste professioni e a restarci dentro. Aprono partita iva, cominciano a lavorare e in breve rimangono inevitabilmente schiacciati dal reddito troppo basso e le tasse da pagare. Tutto questo a fronte di quello che sembrava un vero e proprio exploit delle imprese giovanili, iscritte col regime de minimi al 5% che sulla carta doveva servire a sostenere l'imprenditorialità giovanile mentre nei fatti è una scorciatoia per far lavorare nelle aziende i ragazzi, sottocosto e senza alcuna tutela. Accanto a loro, anche chi non fa parte di alcuna professione ma lavora comunque nelle stesse condizioni - legge Fornero o meno: proprio giovani under 35 e donne, in qualche caso anche immigrati.

Sono queste buona parte delle "imprese" che hanno aperto nel 2012: specchietti per le allodole.

domenica 13 gennaio 2013

Roaming - Calendario del 2013

In tanti si sono occupati di ricordare quello che è accaduto nel 2012, dalla rielezione di Obama al conflitto in Siria.
Sicuri che del 2012 ne abbiamo tutti le tasche piene, passiamo a una veloce carrellata degli appuntamenti principali del 2013, commentandone qualcuno di volata.

Innanzitutto quello che per decisione del Parlamento Europeo sarà l'"Anno Europeo dei Cittadini" - tanto per aggiungere al danno la beffa - sarà costellato di elezioni e incontri al vertice senza dare alcuna possibilità alla popolazione di riprendersi dalle difficoltà economiche, tranne in caso di grossi sconvolgimenti di cui al momento non si vede traccia.

Gennaio: elezioni in Israele, inaugurazione secondo mandato di Barack Obama
Elezioni il 22 gennaio per Israele. L'alleanza tra il partito Likud del primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro degli esteri Avigdor Lieberman, il partito "Biberman", sembra destinata a ottenere largo consenso tra la popolazione e a vincere largamente le elezioni. Questo nonostante ci siano già tensioni interne, e alcuni personaggi importanti personaggi dei partiti in questione non entreranno a far parte della coalizione perchè favorevoli a quegli scambi territoriali con i palestinesi che poco concordano con la volontà di costruire nuovi quartieri ebraici su suolo medio orientale mostrata dal governo in carica.
In ogni caso, visto che gli elettori israeliani hanno mostrato di premiare le politiche di aggressione, è molto probabile che Netanyahu resti al suo posto. Ed è altrettanto possibile che i rapporti con la Palestina, i palestinesi - e anche l'Iran che gioca un ruolo fondamentale nello scacchiere mediorientale - non siano destinati a distendersi.

Febbraio: elezioni in Italia, primo Consiglio Europeo dei Capi di Stato e di Governo dell'anno
Il 24 e 25 febbraio gli italiani verranno chiamati alle urne. Difficile dire come andrà, anche perchè le liste in corsa aumentano e diminuiscono di ora in ora. In questo momento è palesamente scontata la candidatura di Mario Monti, e ancora sembra che si potrà scegliere anche tra Bersani col Pd, il "Rivoluzione Civile" di Ingroia, il "Movimento 5 Stelle" e Silvio Berlusconi che correrà per un non meglio precisato centrodestra.
Rimandando le analisi specifiche ad altra sede, la cosa più "divertente" sarà vedere come si sposteranno le alleanze, tra un centro che non esiste e un centrosinistra in bilico tra l'appoggio a Monti e quello alle sue politiche, un centrodestra che vive nell'ombra di Berlusconi e un elettorato sempre più stanco. Come in Germania l'unica previsione possibile a livello di seggi è la crescita esponenziale dei partiti estremisti, come risposta dell'elettorato alla sostanziale infermità mentale della politica nazionale di fronte agli interessi dell'Europa e delle lobby finanziarie - che ci sono scarsissime possibilità muti.

Aprile: elezioni in Islanda, G8 a Londra dei ministri degli Esteri
Non sarebbe interessante parlare dell'Islanda, che ha meno di 320mila abitanti, se non fosse che si è resa protagonista di una rivoluzione finanziaria senza precedenti. Dopo aver deciso di non aiutare le Banche che ne avevano provocato la crisi, il popolo Islandese ha nominato una "Consulta Costituzionale" composta da docenti universitari, avvocati, giornalisti - ma anche un sindacalista, un contadino, un pastore e un regista. Sulla bozza stilata dalla Consulta è stata aperta una discussione durata più di un anno attraverso internet per raccogliere le opinioni degli islandesi. La Costituzione che ne è nata è ora al vaglio del parlamento che dovrà approvarla entro le elezioni di primavera.
Chiunque vinca le elezioni del 27 aprile in Islanda, la cosa davvero interessante è vedere cosa ne uscirà subito prima in termini Costituzionali (e democratici): l'Islanda sarà l'unico Paese ad averne una nata in modo collaborativo tramite i Social Network. In più avrà dato un'ulteriore grossa lezione al mondo intero: non solo resistere agli avvoltoi dell'economia internazionale si può, come si può mantenere la coesione sociale evitando la triste "guerra tra poveri" per un posto di lavoro; si possono imporre regole alla speculazione finanziaria e riuscire a non gravare le casse pubbliche di debiti non contratti dai cittadini ma dalle Banche. Chiaramente, a patto di esercitare la propria sovranità.

Giugno: elezioni in Iran, G8 in Irlanda del Nord
Si torna alle urne in Iran, tra le pressioni internazionali per il programma nucleare e un'economia che si regge soprattutto sulle esportazioni, soprattutto di gas e petrolio.
A tali elezioni, e all'atmosfera da campagna elettorale che ne consegue, sarebbero legati gli ultimi provvedimenti del governo di Teheran, capeggiato da Ahmadinejad. Da una parte è stato approvato un nuovo codice di abbigliamento grazie al quale le donne non saranno più obbligate a portare lo chador, dall'altra si è inasprito il rapporto con, in sostanza, gli USA e l'UE. La "minaccia" è presto detta: se verranno applicate sanzioni economiche all'Iran per bloccarne il programma nucleare, civile o militare che sia, Teheran chiuderà il passaggio attraverso lo stretto di Hormuz. E, si badi bene, quello stretto è interessato praticamente da sempre da un enorme transito commerciale.
Insomma, al momento le navi iraniane si esercitano nello stretto, Teheran mostra di aver imparato anche a fare la guerra informatica diffondendo notizie sulle proprie esercitazioni in merito, e le donne possono mettere qualcosa di meno costrittivo di uno chador. Si tratta di tutto quello di cui sembra abbia bisogno la classe media iraniana: distenzione interna e inasprimento con un esterno che, a conti fatti, nel bene e nel male, cerca in tutti i modi di controllare la politica di Teheran. In ogni caso, chiunque vinca le elezioni, sarà difficile che tale politica subisca un brusco cambiamento, a patto di non deporre la Guida Suprema dell'Iran, l'ayatollah Ali Khamenei, in carica dall''89 e principale sostenitore delle dimostrazioni di forza del Paese. Staremo a vedere.

Luglio: la Croazia entra nell'UE (forse)
Il 1° luglio è la data designata per l'ingresso della Croazia nell'Unione Europea.
Il "forse" è d'obbligo, viste le critiche della Germania e della Francia su tale accesso - e anche quelle che pian piano i cittadini croati stessi cominciano a sollevare.
Chiaramente la Croazia è un Paese con difficoltà economiche simili a quelle dei Piigs: la disoccupazione è quasi pari al 18% e il debito pubblico è pari al 102% del Pil. Ma all'Europa non sembra importare troppo: quello che le preme è che Zagabria proceda alle "urgenti riforme strutturali" che, a parole, le possano dare una maggiore stabilità economico-finanziaria. Resta da chiarire, a questo punto e alla luce di quello che sta accadendo proprio all'interno dell'Ue, quali siano i motivi per cui la Croazia ci tenga così tanto a farsi accettare e questo anche se prima del 2015 di Euro non se ne parla nemmeno.

Settembre: elezioni in Germania e in Norvegia
Cominciamo col dire che molto probabilmente, e purtroppo, (anche) in Europa non cambierà un bel niente. Le elezioni, che comunque per decenni non hanno significato nulla per i popoli che le hanno celebrate, stavolta sono palesemente superflue. Almeno nella misura in cui l'Unione Europea continuerà a dettar legge su tutti i Paesi membri, ormai ridotti a semplici organi periferici. E ancor di più se si riuscirà, come si è fatto finora, a convincere le popolazioni che il tipo di politica economica che le sta rovinando è "necessaria", "improrogabile" e "inevitabile".
Detto questo, la Merkel, che pure è tra le prime fautrici della politica europea (e statunitense) non ha molto da festeggiare. Finchè mostrava i muscoli ai Paesi meno "virtuosi", come noi, e la Germania sembrava un'isola felice inattaccata dalla crisi, era osannata nonostante i tagli alle pensioni e al welfare. Poi cominciarono le manifestazioni contro il governo, visto che la popolazione soffriva anche se i conti reggevano. Ma anche per quest'ultima voce era solo questione di tempo. Ora, alle porte del 2013, l'economia tedesca rallenta. Il 40% del pil della Germania, aveva già avvertito quel "brav'uomo" di Draghi, dipende dalle esportazioni dall'Eurozona, così come il 65% dei suoi investimenti esteri. E chiaramente, con il resto dell'Europa in crisi quando non in recessione, anche la Germania doveva risentire della congiuntura economica, prima o poi.
Grossi problemi in arrivo dunque anche nell'area tedesca, che però Roubini - tra gli economisti che previdero l'avvento della crisi già nel 2006 - valuta in maniera poisitiva per la ricerca di una politica comune agli Stati Europei, a questo punto tutti nelle stesse condizioni, per la sua soluzione.
La realtà? A sfidarsi saranno Angela Merkel e Peer Steinbrück, che fu suo ministro delle Finanze nelle fila del Spd. Sostanzialmente due proposte simili: la linea politica di Steinbrück è in sintonia con la destra e con la stessa Merkel. Quelli che potranno portare un minimo di innovazione in Parlamento sono i partiti e i movimenti estremi che, non a caso, sono gli unici cui si prevede una crescita: verdi, comunisti e piraten. Partiti che, se avranno i numeri e la volontà di farlo, porteranno il Paese a una ingovernabilità totale, opponendosi alla politica tedesco-europeista.

Ottobre: G20 dei ministri delle Finanze a San Pietroburgo

giovedì 20 dicembre 2012

Debito pubblico: come gli Stati sono diventati schiavi delle banche - di Alain de Benoist


Nell’autunno del 2008 si scatenava una crisi finanziaria mondiale, il cui epicentro si trovava negli Stati Uniti. Un anno dopo, alcuni intelligentoni dichiaravano che il peggio era passato e che la crisi era virtualmente finita. Non era così. Essa, infatti, prosegue ancora ed è ben lungi dall’essere terminata. Il difficile non è dietro di noi, ma davanti a noi; ci saranno conseguenze peggiori che nel 1929. La prima fase era nata da un eccesso di sovraindebitamento delle famiglie americane. L’economia reale fu fatta fallire per effetto dell’esplosione del debito privato, essendo le imprese colpite in pieno dal crollo della domanda, e questo provocò una vasta recessione planetaria. Attualmente, sono gli Stati a essere sovraindebitati. Al problema del debito privato è subentrato quello del debito pubblico, che colpisce oggi i Paesi occidentali. Come si è arrivati a questo punto?
Misuriamo anzitutto l’ampiezza del problema. Globalmente, il debito pubblico nella zona euro è aumentato del 26,7%, dal 2007. Oggi rappresenta l’80% del prodotto interno lordo (PIL) globale della zona, avendo i deficit pubblici superato la soglia del 7% di detto PIL. Questa però è solo una media. All’inizio del 2011, otto Paesi evidenziavano un coefficiente di debito superiore all’80% del loro PIL: l’Ungheria e l’Inghilterra (80,1%), la Germania (83%), la Francia (85%), il Portogallo (92%), il Belgio (97%), l’Italia (120%) e la Grecia (160%). Questi livelli di indebitamento sono per lo più superiori a quelli che la maggioranza dei Paesi sviluppati ha conosciuto alla fine della prima guerra mondiale o all’epoca della recessione degli anni Trenta. I prestiti sono contratti presso delle banche, e soprattutto dei mercati finanziari, grazie a emissioni di obbligazioni.
In Francia, Paese in cui il deficit dello Stato previsto per il 2011 doveva attestarsi sui 98,5 miliardi di euro (3.200 euro al secondo!), il debito pubblico è aumentato del 30% circa, dal 2007. Mentre nel 1979 era di soli 239 miliardi di euro, ossia il 21% del PIL, nel 2008 è passato a 1,327 miliardi di euro, nel 2009 a 1.489 miliardi, nel 2010 a 1.591 miliardi, fino a raggiungere, nel primo semestre del 2011, la vertiginosa cifra di 1.681,2 miliardi di euro, cioè l’84,5% del PIL, con un deficit annuale del 7%. Queste cifre non tengono conto degli impegni che lo Stato ha assunto e che dovrà onorare, ma che non ha approvvigionato, come ad esempio le pensioni dei funzionari (impegni valutati, nel 2005, per almeno 430 miliardi di euro). Nel 2011, il rimborso dei soli interessi del debito (46,9 miliardi di euro) avrà rappresentato la seconda posta del bilancio dello Stato, dopo l’insegnamento scolastico, di gran lunga davanti alla difesa e alla sicurezza; da soli, gli interessi avranno assorbito la totalità dell’imposta sulle società. Nel 2012, gli interessi da pagare ammonteranno a 48,8 miliardi di euro. L’emissione di debiti a lungo termine rappresenta anche un costo diretto imposto alle generazioni future: nel 2011 sono stati contratti debiti per circa 45 miliardi di euro, che saranno da rimborsare tra il 2040 e il 2060. Detta emissione equivale, in definitiva, a una privazione di sovranità: nel dicembre del 2010, il 67,7% del debito negoziabile dello Stato era detenuto da non residenti.
Al debito nazionale si aggiunge poi il debito locale. Da alcuni anni, le banche si sono infatti avventate sulle collettività locali per indebitarle con tutta una serie di “prestiti tossici”. Il 13 luglio 2011, un rapporto della Corte dei Conti confessava che, semplicemente, non esistono statistiche pubbliche concernenti la struttura del debito locale in Francia. Questo rapporto, di oltre 200 pagine, indica, nondimeno, che l’indebitamento delle collettività locali (eccetto le case di cura) è passato da 116,1 miliardi di euro a 163,3 miliardi, nel 2010, con un aumento medio, cioè, del 41% (il 30% per i Comuni, il 63% per i Dipartimenti, l’80% per le Regioni).
Il debito pubblico, tuttavia, rappresenta solo un aspetto del debito totale, dato che quest’ultimo comprende anche il debito delle imprese e quello delle famiglie. Se consideriamo l’insieme di questi elementi, si arriva, per quanto riguarda il 2010, a un indebitamento globale del 199,5% per la Francia, del 202,7% per la Germania, del 221,1% per l’Italia, del 255% per il regno Unito, del 269% per la Spagna e del 240% per gli Stati Uniti!
L’idea comunemente diffusa è che la crisi del debito pubblico derivi da un eccesso di spese legato all’imprudenza degli Stati. Che gli Stati non abbiano sempre agito correttamente è evidente, ma le cause profonde sono da ricercarsi altrove.
La causa immediata dell’aggravamento dei debiti pubblici è individuabile nei piani di salvataggio delle banche private, decisi dagli Stati nel 2008 e nel 2009. La banche hanno costretto i poteri pubblici a soccorrerle, facendo valere la posizione nevralgica che occupano nella struttura generale del sistema capitalistico. Per salvare le banche e le compagnie di assicurazione minacciate, gli Stati, presi in ostaggio, hanno dovuto a loro volta chiedere in prestito sui mercati, cosa che ha fatto salire il loro debito a livelli insopportabili. Sono state spese somme astronomiche (800 miliardi di dollari negli Stati Uniti, 117 milioni di sterline in Gran Bretagna) per impedire alle banche di sprofondare, il che ha gravato in proporzione le finanze pubbliche. In totale, tra il 2008 e il 2010, le quattro principali banche centrali mondiali (Riserva Federale, Banca Centrale Europea, Banca del Giappone e Banca d’Inghilterra) hanno iniettato 5.000 miliardi di dollari nell’economia mondiale. È stato il più grande trasferimento di ricchezza della storia, dal settore pubblico al settore privato! Le banche, quando hanno rimborsato, non lo hanno fatto alle quotazioni della Borsa. Gli Stati, indebitandosi massicciamente per salvare le banche, hanno permesso alle banche di rilanciarsi immediatamente nelle stesse attività, che in precedenza avevano finito col metterle in pericolo e si sono esposti da soli alla minaccia dei mercati e delle agenzie di rating.
Un’altra causa è evidentemente la recessione economica indotta dalla crisi, che ha diminuito le entrate degli Stati e li ha obbligati a moltiplicare ulteriormente il ricorso al prestito. La causa più lontana, però, risiede nelle politiche di deregolamentazione e nelle riforme fiscali (riduzione delle imposte sugli utili pagati dalle società private, in particolare dalle imprese più grosse; regali fiscali fatti ai più ricchi) adottate molto prima del 2008, dall’epoca di Reagan e della Thatcher.
L’aumento dell’influenza delle lobbies finanziarie sul personale politico ha causato la progressiva deregolamentazione dei mercati finanziari, la quale, a sua volta, ha provocato l’esplosione dei profitti speculativi, drenando il capitale fuori dalla sfera produttiva. Il liberoscambismo ha, dal canto suo, favorito la concorrenza sleale dei Paesi che associano salari minimi e produttività elevata. La deregolamentazione, obbedendo alla logica del mercato mondializzato, come pure alle esigenze dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), è sfociata, sin dal 1999, nella soppressione di ogni significativa barriera doganale e nell’abolizione di fatto della preferenza comunitaria in Europa. La velocità con cui il capitale finanziario e i capitali speculativi possono ormai entrare o uscire dalle economie particolari ha ulteriormente aumentato la volatilità dei prezzi degli attivi e la gravità delle conseguenze della crisi.
Le conseguenze sono note: moltiplicazione delle delocalizzazioni, disindustrializzazione, riduzione dei salari, precarietà del lavoro e aumento della disoccupazione, cui si aggiunge la fuga dei capitali: in Francia, tra il 2000 e il 2008, hanno preso la strada dell’estero 388 miliardi di euro, con una media di 48,5 miliardi di euro all’anno (il che corrispondeva, nel 2008, al 2,5% del PIL). L’unico effetto dell’ondata di deregolamentazione, instauratasi a partire dall’inizio degli anni Ottanta, è stato, in realtà, quello di arricchire maggiormente i più ricchi, mentre le classi medie e popolari vedevano ogni anno i loro redditi ristagnare o abbassarsi. Le disuguaglianze dei redditi crescono ovunque, la disoccupazione aumenta, i guadagni della produttività e i salari medi divergono. La disoccupazione raggiunge oggi il 12% in Portogallo, il 14% in Irlanda, il 16% in Grecia, il 21% in Spagna. Globalmente, la parte dei profitti finanziari, tra cui l’accumulazione del valore aggiunto, è passata dal 10% degli anni Cinquanta al 40% e oltre di oggi.
Il dominio della nuova oligarchia finanziaria sull’economia mondiale ha dunque continuato a rafforzarsi malgrado la crisi, come testimoniano i profitti di quelle stesse banche, che nel 2008 avevano assillato gli Stati chiedendo di essere aiutate a evitare il fallimento. Nel 2009, ossia dopo il collasso finanziario dell’anno precedente, la totalità degli attivi delle sei principali banche americane (Bank of America, JP Morgan, Citygroup, Wells Fargo, Goldman Sachs e Morgan Stanley) ha rappresentato il 60% e passa del PNL nazionale, mentre nel 1995 ne rappresentava solo il 20%1. Sempre negli Stati Uniti, un recente rapporto della Northeastern University dimostra che nel 2010 l’88% della crescita del reddito nazionale reale è servita a fare aumentare i profitti delle imprese, mentre i salari ne hanno beneficiato – se così si può dire – solo nella misura di poco più dell’1%. Nella storia americana, i lavoratori non avevano mai ricevuto una parte tanto minuscola dell’aumento del valore aggiunto. Si potrebbe qui parlare di “riproletarizzazione” del capitale produttivo a opera del capitale finanziario.
Gli effetti della concentrazione del capitale nelle mani di un piccolo numero di finanzieri sono stati studiati da Paul Jorion, il quale illustra bene come la moltiplicazione dei prodotti speculativi abbia facilitato l’insediamento di un’economia da casinò, che ha sistematicamente favorito i redditi degli speculatori a discapito dei consumatori e talvolta persino dei produttori2. Parallelamente, la collusione tra i mercati finanziari e l’industria del crimine si accentua tutti i giorni. «Il mondo della finanza è eroso da potenti e discrete forze criminali, ma lo nega fortemente e anzi spende fortune per impedire che ciò emerga», scrive il criminologo Xavier Raufer, che aggiunge: «A causa della deregolamentazione mondiale, e poi della crisi, l’economia illecita (grigia o nera), che verso il 1980 costituiva circa il 7% del prodotto lordo mondiale, nel 2009 ne rappresentava forse il 15% (ossia l’equivalente del PNL dell’Australia)»3.
Un’altra conseguenza particolarmente inquietante: la disindustrializzazione provocata dalla sconnessione dell’economia reale e dell’economia finanziaria, con l’esplosione dei profitti speculativi che ne deriva. Nell’insieme dei Paesi membri dell’OCSE, nello spazio di soli due anni sono stati distrutti circa 17 milioni di posti di lavoro industriali, di cui 10 milioni nei settori manifatturieri. Se vi aggiungiamo i 13-14 milioni di posti di lavoro soppressi nelle imprese di servizio cui il settore industriale faceva ricorso, si misura la gravità del fenomeno. La recessione industriale, talvolta ribattezzata pudicamente “terziarizzazione”, colpisce anche gli Stati Uniti, che oggi contano solo 11,6 milioni di posti di lavoro industriali contro i 19,5 milioni del 1979: ossia un calo del 40%, sebbene la popolazione abbia continuato ad aumentare. Resistono soltanto alcuni Paesi industrializzati – la Germania in prima fila – e certi settori, come quello delle industrie per la difesa.
Gli Stati Uniti, prima potenza economica mondiale, sono colpiti in pieno. Durante l’intero decennio scorso, avevano potuto fungere da motore del consumo mondiale solo spendendo molto più di quanto il loro reddito nazionale li autorizzasse a fare, e questa fu una delle cause dei deficit che registrarono nella loro bilancia dei pagamenti correnti. In altri termini, avevano consumato molto più di quanto producessero (la quota di consumo nel loro PIL, molto più elevata della maggior parte dei paesi europei, si situa intorno al 70%). Risultati: dei deficit storici e un colossale indebitamento. Attualmente, ogni spesa pubblica fatta negli Stati Uniti è finanziata dal prestito nella misura del 42%! Il 16 maggio, il debito americano ha sfondato il tetto dei 14.294 miliardi di dollari, il che ha portato gli Stati Uniti sull’orlo dell’insolvenza. L’accordo politico, intervenuto in extremis l’1 agosto 2011 tra i repubblicani e i democratici, ha permesso di ricostruire questo tetto, ma la scadenza è soltanto differita. D’altronde, l’accordo verte solo sul debito dello Stato federale e sulla capacità del Tesoro di rimborsare coloro che prendono a prestito stampando carta moneta, mentre anche le finanze locali sono minacciate. Il presidente Obama ha dovuto impegnarsi in un piano di drastica riduzione della spesa pubblica, che dovrebbe tradursi in tagli operati non nel bilancio militare – più gigantesco che mai, con dei soldati impegnati su tre fronti (Iraq, Afghanistan e Libia) – ma nei servizi pubblici e nei programmi sociali. Queste decisioni non hanno impedito alle agenzie di rating di abbassare, per la prima volta nella storia, il “voto” degli Stati Uniti, il che ha provocato un nuovo minicrac borsistico.
Gli Stati Uniti, cui Vladimir Putin ha pubblicamente rimproverato, il 4 agosto 2011, non soltanto di vivere al di sopra dei loro mezzi, ma di vivere come «parassiti dell’economia mondiale», si ritrovano, in effetti, in una situazione catastrofica, a livello tanto dello Stato federale quanto degli Stati federati, 46 dei quali (tra cui l’opulenta California) sono ufficialmente in pieno fallimento o si trovano in grandi difficoltà. Da tre anni, il loro deficit di bilancio si situa tra il 9 e l’11% del PIL. Il deficit della loro bilancia dei pagamenti correnti ha raggiunto il livello record di 400 miliardi di dollari all’anno e la disoccupazione è intorno al 10%, cifra raramente vista oltre Atlantico. Essi inoltre, con gli oltre 300 miliardi di debiti verso il resto del mondo (a cominciare dalla Cina), sono diventati i principali debitori del globo. E poiché i loro creditori sono sempre più contrari all’idea di detenere del debito a lungo termine, debbono prendere a prestito a scadenza più breve, per finanziare i loro deficit, il che li rende più vulnerabili alla crisi. Di conseguenza, la fiducia nei confronti del dollaro si sta sciogliendo come neve al sole. Dalla fine del 2010 la Cina si sbarazza discretamente dei suoi titoli americani, i Buoni del Tesoro americani trovano sempre meno acquirenti ed è la stessa Riserva Federale ad acquistare la quasi totalità delle obbligazioni emesse oltre Atlantico. In altri termini, il valore del dollaro si mantiene solo grazie agli acquisti effettuali dai suoi stessi emittenti! In caso di improvvisa caduta del dollaro, però, la Cina e gli altri loro creditori certamente non accetterebbero di vedere crollare i loro attivi in dollari. Il problema è sapere che cosa esigeranno in cambio, economicamente e politicamente. Perché non l’abbandono della difesa di Taiwan da parte degli Stati Uniti?
Da due anni, la guerra finanziaria condotta dagli speculatori e dagli investitori istituzionali contro gli Stati è al culmine. Gli attacchi sui mercati finanziari assumono la forma di un aumento diretto o indiretto dei tassi di interesse, che i Paesi debbono pagare per prendere a prestito. Le indicazioni fornite dalle agenzie di rating determinano i bersagli e la strategia da adottare.
Le tre principali agenzie di rating – che rappresentano, da sole, il 95% del settore – sono Standard & Poors, Ficht Ratings e Moody’s. È interessante notare che solo recentemente sono state abilitate a valutare non soltanto la salute finanziaria delle banche e delle società private, ma anche quella degli Stati. E si sono subito date da fare, per svalutare la solvibilità dei prestiti statali. Il brutale calo delle principali piazze finanziarie, che nell’agosto del 2011 ha fatto seguito alla loro decisione di abbassare il voto degli Stati Uniti, è sufficiente a dimostrare l’influenza che esse esercitano. Il problema che si pone è quello della loro indipendenza, dato che sono finanziate dagli stessi istituti di cui valutano la solvibilità: sono le banche a pagarle per valutare i loro prodotti.
La maggior parte dei debiti pubblici si trova oggi nei conti delle banche che hanno continuato ad acquistarne dal 2008, senza preoccuparsi oltremisura della fragilità delle finanze pubbliche, aggravata dalla recessione e dalla crisi. Questi acquisti di debito pubblico sono stati finanziati dal denaro, che le banche potevano procurarsi presso la Banca Centrale Europea (BCE) pressoché a costo zero. In altri termini, le banche hanno prestato agli Stati, a un tasso di interesse variabile, delle somme che hanno preso in prestito per quasi niente. Ma perché gli Stati non possono essi stessi procurarsi le somme in questione presso la Banca centrale? Semplicemente perché è loro proibito!
Nel gennaio del 1973, il governo francese, su proposta di Valéry Giscard d’Estaing, al tempo Ministro delle Finanze, fece adottare una legge di riforma degli statuti della Banca di Francia, in base alla quale «l’Erario non può presentare propri effetti allo sconto della Banca di Francia» (art. 25), il che significa che è ormai vietato alla Banca di Francia accordare prestiti – per definizione non gravati di interesse – allo Stato e che, di conseguenza, quest’ultimo è obbligato a prendere a prestito sui mercati finanziari al loro tasso di interesse. Le banche private, invece, possono continuare a prendere in prestito dalla Banca Centrale Europea (BCE) a un tasso irrisorio (meno dell’1%) per prestare agli Stati a un tasso variante tra il 3,5% e il 7%. Con il trattato di Maastricht (art. 104) e il trattato di Lisbona (art. 123), questa misura è stata generalizzata in tutta l’Europa. Gli Stati europei, dunque, non possono più prendere a prestito presso le loro banche centrali. È una svolta capitale, di cui misuriamo oggi le conseguenze. Come ha scritto Léon Camus, la decisione presa nel 1973 equivaleva a dire che «lo Stato abbandona il diritto di “battere moneta” e trasferisce questa facoltà sovrana al settore privato, di cui diventa volontariamente debitore».
Meglio ancora: nell’autunno del 2010, l’Unione europea ha anche accettato il fatto che le obbligazioni sottoscritte dal nuovo Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (FESF) non fossero più considerate dei crediti privilegiati, il che significava che gli Stati europei rinunciavano a esigere di essere rimborsati prima dei creditori privati. Ormai, il salvataggio delle banche prevale legalmente sul denaro dei contribuenti!
I Paesi più indebitati (Grecia, Irlanda, Portogallo ecc.) possono prendere a prestito solo sui mercati finanziari a breve termine (tre mesi o sei mesi). Se volessero prendere a prestito sui mercati finanziari o dalle banche a cinque o dieci anni, dovrebbero accettare un tasso di interesse del 14-17%, per essi insostenibile. Gli unici organismi disponibili a fare loro prestiti a lungo termine sono il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Commissione Europea e la Banca Centrale Europea (BCE), che accettano di prestare al 3,5-4%, ma esigendo come contropartita drastiche misure di austerità, le cui principali vittime sono le classi popolari. Orbene, queste misure diminuiscono l’attività economica, e questo riduce ulteriormente la capacità di rimborso degli Stati.
I mercati finanziari assicurano comunque che l’austerità riporterà la fiducia e che la fiducia genererà la crescita. In realtà, è vero il contrario, perché l’austerità ha come conseguenza immediata una diminuzione dei redditi, la quale esercita meccanicamente una pressione deflazionistica sul potere d’acquisto, e dunque sulla domanda, il che non può che frenare la crescita e fare diminuire ulteriormente la solvibilità degli Stati. I piani di austerità rientrano, in realtà, nell’ambito di quella “strategia dello shock” che è stata descritta da Naomi Klein. In Francia, per esempio, non riuscendo a “ritrovare la crescita”, il governo francese non avrà altra scelta che aumentare le imposte e/o l’IVA, senza che questi prelevamenti si traducano in un miglioramento dei servizi pubblici, dato che saranno destinati al debito. I servizi pubblici subiranno, al contrario, dei contraccolpi negativi, perché, dopo il prolungamento dell’età pensionistica, si parla ora di effettuare dei tagli nei servizi sociali e sanitari.
In tutti i Paesi si ritrova lo stesso schema. In definitiva, si tratta sempre di salvare gli Stati solo per evitare un nuovo crollo della finanza mondiale; per questo motivo, le esigenze dei creditori hanno sistematicamente il sopravvento su quelle dei cittadini. Ne consegue che ci sono solo due possibilità: o le misure di austerità diventano talmente pesanti da provocare una rivolta generalizzata, o il debito aumenta in proporzioni tali da diventare definitivamente inesigibile e le situazioni di cessazione di pagamento si moltiplicano. L’esigenza di misure di austerità si è già rivelata inoperante in America Latina e in Asia. Le cose non andranno meglio in Europa.
L’opinione pubblica ne è consapevole. Sin d’ora, «gli indici di fiducia delle famiglie sono inferiori alla media storica in tutti i grandi Paesi occidentali, senza eccezioni»4. Un sondaggio IFOP, reso pubblico nel giugno del 2011 dagli economisti riuniti sotto la bandiera del «Manifesto per un dibattito sul libero scambio», ha rivelato che un’ampia maggioranza di francesi è ormai favorevole al protezionismo e perfettamente cosciente dei «danni della mondializzazione»: oltre il 70% di essi ritiene che l’apertura delle frontiere abbia avuto solo conseguenze negative sull’occupazione (84%), sul livello dei salari (78%) e sui deficit pubblici (73%); il 65% si dichiara apertamente favorevole a un aumento delle tasse doganali, e questo a prescindere dal colore politico (69% a sinistra, 72% a destra, 69% al Front National, 75% all’UMP!).
L’affaire greco è un esempio evidente di ciò che attende gli Europei.
Inizialmente, l’euro sembrava offrire ai Greci la cuccagna di una moneta stabile e di un credito quasi illimitato, il che risparmiava loro il compito di dovere correggere i gravi difetti della propria economia. Essi furono ipnotizzati da una crescita ingannevole, stimolata unicamente dal ricorso al prestito; l’euro, però, si è rivelato molto presto una trappola: fabbricando pochi prodotti dal forte valore aggiunto, i Greci non sono stati in grado di esportare e, non avendo essi più una moneta nazionale da svalutare, il prestito e l’occupazione sono naturalmente diventati le principali variabili di aggiustamento.
Oggi, l’ammontare del debito pubblico greco è di almeno 350 miliardi di euro, corrispondenti a oltre il 160% del suo PIL, con un deficit della bilancia delle transazioni correnti vicino al 10%, cui si devono aggiungere, evidentemente, il debito delle imprese, finanziarie o no, e quello delle famiglie. Senza dimenticare la fuga dei capitali, che la perdita di fiducia nei confronti delle banche greche ha largamente favorito: Dimitri Kousselas, Segretario di Stato al Ministero greco delle Finanze, valuta in 280 miliardi di euro, ossia il 120% del PIL, il solo ammontare dei fondi ellenici trasferiti in Svizzera!
Non potendo più, a causa della loro situazione, finanziarsi a lungo termine sui mercati finanziari, i Greci si sono rivolti al FMI e al’Unione Europea. Una prima richiesta di soccorso è sfociata, nell’aprile del 2010, nello sblocco di un aiuto di 110 miliardi di euro in tre anni: 80 miliardi stanziati direttamente dagli Stati della zona euro o attraverso meccanismi europei, essendo il contributo di ogni Paese calcolato sulla base della sua partecipazione al capitale della BCE – ossia, per la Francia, 16,8 miliardi di euro (il 21%), l’equivalente di un terzo dell’imposta sul reddito – e 30 miliardi stanziati dal FMI. Molto presto, però, è apparso chiaro che questa somma non sarebbe bastata. Nel luglio del 2011, al vertice di Bruxelles, un nuovo piano di salvataggio ha previsto la concessione alla Grecia di 109 miliardi di euro supplementari, di cui 79 miliardi provenienti dal FMI e dal Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (FESF), creato alcuni mesi prima, e 30 miliardi da un piano di privatizzazioni.
In questo affaire, le banche tedesche e francesi sono le più esposte. Alla fine del 2010, gli istituti francesi possedevano già nei loro bilanci 15 miliardi di debito pubblico greco (4,5 miliardi per BNP-Paribas, 2,5 miliardi per la Société générale, 2 miliardi per Groupama ecc.). L’esplosione del Crédit Agricole passa attraverso la sua filiale greca Emporiki, sesta banca del Paese, che possiede da sola 21,1 miliardi di euro di investimenti. Salvare il debito greco equivale allora a salvare le banche francesi (il che spiega il fatto che l’agenzia Moody’s abbia già posto tre di esse sotto “sorveglianza negativa” a causa della loro esposizione al rischio greco). La Francia prende dunque in prestito dalle banche del denaro, che sarà poi dato alla Grecia per rimborsare le banche! È una situazione quasi surreale, ma che ci consente di valutare, nello stesso tempo, quali sarebbero, per gli istituti finanziari francesi, le conseguenze di un fallimento definitivo della Grecia. Se il mancato pagamento si propagasse ad altri Paesi, l’insieme del sistema bancario europeo potrebbe ritrovarsi insolvente.
Al vertice di Bruxelles, mentre la Germania aveva proposto una “condivisione del dolore” (haircut) tra creditori pubblici e privati della Grecia, affinché i contribuenti europei non fossero gli unici ad assumere il fardello del debito greco, il salvataggio dell’economia greca è stato concepito in modo da risparmiare il più possibile le grandi banche. Subito esonerate dalla tassa bancaria che avrebbe potuto colpirle, queste ultime si sono viste accordare tre opzioni: vendere le loro obbligazioni al prezzo di mercato al FESF, scambiarle contro obbligazioni a 30 anni a condizioni non precisate, o semplicemente procrastinare il loro debito quando arriverà a scadenza (in questi ultimi due casi, il debito non sarà ridotto, ma soltanto scaglionato nel tempo). Ci si è anche ben guardati dal toccare le prerogative della Banca Centrale Europea, che avrebbero potuto essere estese al riscatto parziale del debito5. In definitiva, saranno i contribuenti a pagare per i Greci. Le banche, sostenute dalle banche centrali, dai mercati finanziari e dalle agenzie di rating, si ritrovano più che mai in posizione di forza, e dunque in una situazione privilegiata per alzare la posta in gioco. Ciò ha loro permesso di esigere a Bruxelles, mentre cercavano di smantellare le regole prudenziali adottate nel quadro di Basilea III, di ottenere il massimo di garanzie e di interessi come prezzo delle loro partecipazioni future. Nel 2008, gli Stati si erano indebitati per salvare le banche. Nel 2011, inventando nuove istituzioni ritenute in grado di aiutare gli Stati, le hanno salvate una seconda volta.
Come contropartita dell’aiuto portato alla Grecia, le istituzioni europee e il FMI hanno preteso da questo Paese drastici piani di austerità e di economie: ondate di privatizzazioni senza precedenti dei servizi pubblici negli aeroporti e nei porti (quello del Pireo è già sotto controllo cinese) passando per le industrie della difesa, deregolamentazione generalizzata, riduzione del numero dei funzionari, diminuzioni dei salari, riforme fiscali di cui faranno le spese le classi medie e popolari e tagli severi nei programmi sociali, nelle pensioni e nei bilanci della sanità ecc.; tutte misure che dovrebbero tradursi in un calo del potere d’acquisto di quasi il 40%, un costo sociale che nessun popolo ha mai dovuto subire in tempo di pace. In queste condizioni sarà facile, per dei gruppi stranieri, ricomprare il Paese a basso prezzo e reinvestire altrove i propri utili. Si sa già che i “piani di salvataggio” applicati alla Grecia dovrebbero fare passare la quota del debito ellenico nelle mani dei contribuenti stranieri al 64% nel 2014, contro il 26% del 2010. Nell’immediato, ci si orienta verso la vendita all’incanto dei beni del Paese. Proprio come hanno dichiarato, con cinismo, i deputati tedeschi Josef Schlarmann (CDU) e Frank Schäffler (FDP): «Per rimborsarci, i Greci debbono solo vendere le loro isole e i loro monumenti!».
In realtà, non si fa altro che rinviare le scadenze, dato che nessuna delle misure prese è in grado di eliminare le cause prime del fallimento greco. Poiché ogni nuovo prestito alla Grecia sfocia in un’ulteriore contrazione dell’attività economica, il problema si aggrava, invece di risolversi. L’aiuto finanziario accordato alla Grecia somiglia all’aiuto militare accordato all’Afghanistan, nel senso che permette solo di guadagnare tempo. Aggiunti ai differenziali d’inflazione del passato, la sopravvalutazione cronica dell’euro, l’aggravamento dei deficit e l’appesantimento dei debiti esteri che ne derivano non possono che finire per riproporre a breve il problema, dato che le stesse cause generano meccanicamente gli stessi effetti. Ci sono tutte le possibilità perché la Grecia debba, tra non molto, scegliere tra l’uscita dall’euro o l’impoverimento generalizzato della sua popolazione.
Le conseguenze della crisi greca sono tanto più degne di nota in quanto la Grecia rappresenta solo il 2,5% del PIL della zona euro. La sua economia è sei volte meno importante di quella di un Paese come l’Italia. Che cosa accadrà, quando si tratterà di salvare dei Paesi di dimensioni molto più grandi? La situazione può evolvere molto rapidamente. Non dimentichiamo che Paesi come l’Irlanda e la Spagna, oggi in prima linea, erano ancora poco tempo fa considerati debitori particolarmente sicuri in ragione dei loro eccedenti di bilancio: nel 2007, il bilancio irlandese era in equilibrio, il deficit del Portogallo non superava il 2,6% e la Spagna registrava un eccedente di bilancio del 2%. Da qui la paura di un contagio della crisi. A essere oggi in gioco, non è più la situazione della Grecia o del Portogallo, ma il prossimo ingresso della Spagna e dell’Italia, se non addirittura della Francia e della Gran Bretagna, nella zona delle tempeste. Philippe Dessertine, direttore dell’Istituto dell’alta finanza e professore a Paris-X, ritiene che la Francia sia «il prossimo Paese sulla lista»: «Il problema non è tanto sapere se saremo toccati», dice, «ma quando».
Secondo l’OCSE, affinché il debito pubblico della Francia ritorni al livello del 60% del PIL, le amministrazioni pubbliche dovrebbero realizzare un eccedente di bilancio per almeno dieci anni. Ora, l’ultimo bilancio eccedentario risale al 1974! Per migliorare la situazione, esistono, in linea di massima, solo due possibilità: aumentare le risorse dello Stato o diminuire le spese pubbliche. L’aumento dei prelevamenti obbligatori è difficilmente ipotizzabile, in un Paese che è già il più tassato al mondo tra i Paesi sviluppati. Quanto alle spese pubbliche, che rappresentano in Francia il 56,2% del PIL e quindi sono di gran lunga maggiori rispetto a quelle della Germania (46,6%) o anche della Spagna (45%), nessuno sa molto bene come ridurle per farle tornare alle giuste proporzioni.
Quando il debito pubblico diventa insostenibile – ossia quando il tasso di indebitamento supera il 35% del PNL – gli Stati possono scegliere solo tra il ricorso all’inflazione (ed è ciò che è accaduto in Germania sotto la Repubblica di Weimar) o l’insolvenza. L’instaurazione dell’euro ha reso impossibile il ricorso alla stampa di moneta cartacea. In effetti, la storia moderna dimostra che, al di là di una certa soglia, un debito troppo elevato conduce quasi ineluttabilmente al fallimento. Tenuto conto dei danni provocati dal solo affaire greco, non si vede come le istituzioni europee potrebbero fronteggiare una serie di insolvenze sovrane, successive o simultanee, di ampiezza molto più grande. «Nella presente realtà europea», scrive Frédéric Lordon, «al moltiplicarsi del numero di coloro che vengono soccorsi corrisponde una diminuzione dei soccorritori, anche perché questi ultimi vanno a raggiungere i precedenti nella loro categoria», il che equivale a dire che «gli splendidi meccanismi dei mercati di capitali concorrono con rara eleganza all’organizzazione del peggio, rendendo insolubile la crisi dei debiti da essi stessi partorita»6.
Una cosa è sicura: in Europa ci dirigiamo verso la messa in opera di una generale politica di austerità, le cui principali vittime saranno le classi popolari e medie, con tutti i rischi inerenti a una simile situazione. Quando nuovi Paesi si ritroveranno in stato di insolvenza, i cittadini dell’intera Unione Europea saranno ancora invitati a pagare il conto. Orbene, diciamolo chiaramente: nessun Paese ha oggi i mezzi per bloccare l’aumento del suo debito nella percentuale del suo PIL, nessuno ha i mezzi per rimborsare il capitale del suo debito. Malgrado tutte le manovre ritardanti, sembra ineluttabile un’esplosione generalizzata nel giro di due anni. Come molti altri, Jean-Luc Gréau ritiene impossibile un ripristino spontaneo del sistema7. L’economista Philippe Dessertine arriva fino a prevedere una «profonda crisi geopolitica, che potrebbe sfociare in una guerra mondiale»8: parole che possono sembrare allarmistiche, ma il sistema capitalistico non ha mai indietreggiato davanti all’eventualità di una guerra, quando questa era l’unica maniera che gli restava per proteggere i suoi interessi. Che cosa accadrebbe, se la prima potenza mondiale, gli Stati Uniti, si ritrovasse insolvente? In Europa, lo status quo attuale porta diritto, con i suoi effetti cumulati, a una depressione di ampiezza mai vista finora. Il 2012 sarà terribile!
I politici hanno ceduto il dominio della finanza ai mercati. I mercati, dal canto loro, sostenevano che gli affari finanziari erano troppo seri per essere lasciati in balia degli umori mutevoli dei politici. Si è visto il risultato: fallimenti a catena, crisi finanziaria mondiale, inflazione di debiti privati e pubblici. La finanza privata appare fin d’ora come responsabile della più enorme crisi della storia del capitale. Come se ne può uscire?
Le soluzioni, purtroppo, sono teoriche. Sul piano tecnico, sarebbe perfettamente possibile costringere le banche a fare passare per perdite e profitti una serie di elementi dei loro bilanci che corrispondono ad altrettanti crediti dubbi o illegittimi. Si potrebbe anche imporre una nuova disciplina bancaria, che vietasse alle banche d’affari di fondersi con le banche di deposito. All’epoca del New Deal, Roosevelt aveva già fatto adottare il Glass-Steagall Act, che imponeva al settore bancario di scindersi in banche d’affari e di investimento, da un lato, e banche di risparmio e di deposito dall’altro (questa disposizione è stata soppressa dall’amministrazione Clinton). Si potrebbe immaginare una politica fiscale, che permettesse di controllare meglio i movimenti di capitali a breve termine e di obbligare la BCE a finanziare il riacquisto a opera degli Stati di una parte del loro debito, o addirittura di sdoppiare il sistema dei tassi di interesse, in modo da distinguere bene il tasso di interesse “produttivo” e quello “speculativo”. La legge del 1973, che vietava alla Banca di Francia di acquistare buoni del Tesoro dovrebbe, evidentemente, essere abolita. Una misura più radicale sarebbe la nazionalizzazione pura e semplice, senza indennizzo, del settore bancario e di altri settori chiave dell’economia. Frédéric Lordon, che ha preso posizione per la nazionalizzazione del sistema bancario e la “comunalizzazione” del credito, fa di questi provvedimenti altrettanti preliminari all’ulteriore mutazione del credito in un sistema davvero socializzato. Il giorno in cui vedremo queste cose è però ancora lontano, dato che nessun Stato ha la minima intenzione di entrare in guerra aperta contro la finanza, anche (e soprattutto) quando quest’ultima l’ha dissanguato.
Sottomettere “dall’alto” i mercati internazionali a una nuova regolamentazione globale di tipo keynesiano è ormai quasi impossibile: nelle condizioni attuali, essa implicherebbe la creazione di tribunali in grado di esporre i mercati a vere sanzioni penali – ad esempio, in caso di speculazione su un bene collettivo come una moneta nazionale o di strumentalizzazione di un debito pubblico per organizzare il saccheggio di un paese – ma con ciò si resta nell’ambito del pio desiderio. La soluzione consiste piuttosto nel ricentrare l’Europa su se stessa, con una rafforzata cooperazione intorno a un “nocciolo duro”» di alcuni suoi membri.
Come scrive ancora Frédéric Lordon, «il ritorno a una regolazione “seria” è ipotizzabile solo su scala regionale», ossia su spazi geograficamente limitati, ma anche politicamente chiusi da un principio di sovranità, qualunque sia la scala di quest’ultimo. Delle misure restrittive possono essere esecutive soltanto in tali limiti. In questo quadro, la soluzione non passa soltanto attraverso misure tendenti all’imposizione politica degli eccessi del capitale, ma anche attraverso la rilocalizzazione delle imprese, con il sostegno di incentivi fiscali, il ricentraggio della produzione e del consumo economico, il localismo, la regolamentazione regionale ecc.: tutte misure equivalenti a una certa forma di “deglobalizzazione”9.
Tornare sulle liberalizzazioni generalizzate, a cominciare da quelle dei capitali e dei mercati di beni e servizi, permetterebbe di andare oltre; ma ciò esigerebbe, insieme a una volontà politica che oggi manca10, l’abbandono definitivo del paradigma ideologico attualmente dominante. «Nel cuore stesso dell’ideologia capitalistica», ricorda opportunamente Raoul Weiss, «si trova il rifiuto viscerale dell’unificazione politica degli spazi unificati de facto dall’economia»11. Dall’epoca di Adam Smith, di David Hume e di Bernard de Mandeville, e poi di Ricardo, la teoria dei “mercati liberi” si fonda sull’abbandono, da parte degli Stati, della loro sovranità nazionale; farla finita con questa situazione equivarrebbe a rompere con tutti i presupposti liberali sulla “mano invisibile”, sulla “libertà dei mercati”, sulle “anticipazioni razionali”, sul ruolo “fondatore” della concorrenza “spontanea”, sui benefici della “flessibilità” e del libero scambio, sulla teoria “dell’equilibrio automatico” del commercio internazionale eccetera. Equivarrebbe a mostrare che tutte queste teorie si fondano non su “leggi naturali”, ma su ipotesi irrealistiche (informazione perfetta e immediata degli attori economici, aggiustamento spontaneo dell’offerta e della domanda ecc.), che ne distruggono la presunta scientificità.
Nell’immediato, la contestazione dell’“alta finanza” o dei mercati finanziari internazionali non ha alcun interesse, se viene fatta, come si vede spesso a destra, per favorire al contempo i piccoli capitalismi nazionali, industriali e “non finanziari”, che smetterebbero di costituire dei sistemi di sfruttamento del lavoro vivo, una volta che le loro attività fossero inserite nel quadro nazionale. E non ha alcun interesse anche se viene fatta, come si vede spesso a sinistra, per opporre ai maneggi del capitalismo liberale una semplice retorica “cittadina”, il più delle volte separata dal popolo, fondata sull’“indignazione” moralistica, sul riformismo compassionevole e sulla solidarietà con gli “esclusi” (termine preso a prestito dal lessico “umanitario”, per non dovere più parlare dei lavoratori o del proletariato).
Non sarà certamente limitandosi a “indignarsi”, come è considerato di buon gusto fare oggi, che si cambieranno le cose. L’indignazione che non sfocia nell’azione concreta è soltanto un modo comodo di sentirsi a posto con la coscienza. Solo l’intervento risoluto delle classi popolari e delle classi medie nella battaglia può dare all’“indignazione” suscitata dalle pratiche della Forma-Capitale, o semplicemente al malcontento antibancario, la base sociale che fa loro ancora difetto; questo, comunque l’azione da condurre si situi, al di qua o al di là dei limiti della legalità borghese.

Alain de Benoist

Note
[1]) Cfr. PBS+Global Research, 16 aprile 2010. Nel primo trimestre del 2010, l’80% dei 10 miliardi di euro di redditi, transazioni e investimento, guadagnati dalla celebre banca Goldman Sachs, sono il risultato di operazioni effettuate a suo nome e non a nome dei clienti; questo, d’altronde, non le ha impedito di subire un tasso di imposizione irrisorio, che ha portato il settimanale Newsweeck a parlare di «fallimento morale di Goldman Sachs». Cfr. anche “La fallite morale de Goldman Sachs”, in Courrier international, 6 maggio 2010. All’inizio del giugno 2011, la Goldman Sachs è stata oggetto di una richiesta di informazioni da parte del procuratore di Manhattan, al fine di valutare il suo coinvolgimento nella crisi immobiliare del 2007. La banca aveva allora scommesso sul crollo del mercato immobiliare, continuando al contempo a vendere dei subprimes adulterati. Henry Paulson, nel 2006 nominato Segretario al Tesoro da George W. Bush, è un ex presidente della Goldman Sachs. L’ex Commissario europeo Mario Monti ne è uno dei consiglieri dal 2005, ruolo rivestito anche dall’ex Presidente della Commissione europea Romano Prodi. La banca è molto generosa, con coloro che la servono: i suoi cinque principali dirigenti nel 2010 hanno ricevuto circa 70 milioni di dollari di salari e bonus; il suo direttore esecutivo, Loyd Blankfein, ha ricevuto 14,6 milioni di dollari.
2) Paul Jorion, Le capitalisme à l’agonie (Fayard, Parigi 2011). L’autore descrive in particolare la pratica del day-trading, cioè l’azione cumulata di coloro che intervengono sui mercati finanziari per spiare i movimenti dei grossi speculatori e mettersi sulla loro scia, trasformando così certe transazioni in un’immensa onda anomala, che falsa completamente la valorizzazione dei titoli.
3) Sécurité globale, estate 2011, p. 59.
4) Jean-Luc Gréau, « Le rétablissement ou la rechute? », in Le Débat, settembre-ottobre 2010, p. 41.
5) L’indipendenza della BCE, che si era opposta in anticipo a ogni riassetto del debito greco suscettibile di somigliare a qualcosa di simile a un credito, costituisce d’altronde un problema. Si sa che il suo nuovo direttore, Mario Draghi, subentrato nel giugno del 2011 a Jean-Claude Trichet, aveva occupato fino a quel momento il posto di governatore della Banca d’Italia. Ora, il personaggio è molto controverso. A capo del Tesoro italiano, ha svolto un ruolo importante nelle grandi privatizzazioni decise in Italia al momento del passaggio all’euro; ma soprattutto, dal 2002 al 2005, è stato vicepresidente internazionale preposto all’Europa della banca americana Goldman Sachs, istituto direttamente coinvolto nella crisi greca, avendo, nel 2001, aiutato la Grecia a dissimulare l’ampiezza del suo debito (in cambio di una commissione di 300 milioni di dollari!). Si fatica a credere che domani saprà opporsi a ciò di cui ieri è stato il promotore.
6) « La pompe à phynance », blog di Le Monde diplomatique, 2 dicembre 2010.
7) Art. cit.
8) Le Point, 13 luglio 2011.

mercoledì 19 dicembre 2012

Natale, è tempo di (non) comprare

È tempo di feste e Federconsumatori, Codacons, Confesercenti (eccetera eccetera) sono profondamente preoccupati per il calo delle spese natalizie, a -12%. Come se il problema delle famiglie italiane fosse poter mangiare panettone il 25 dicembre.

Niente ristorante, niente vestiti nuovi, niente viaggi e nemmeno giocattoli (-20%), una voce che a Natale aveva sempre retto vista la naturale predisposizione italiana a non far mancare nulla ai figli, fosse anche l'ultima riproduzione del marziano visto in TV.
L'allarme è chiaramente legato al conseguente calo di fatturato che le imprese dovranno affrontare in quello che è sempre stato invece un periodo dell'anno da vacche grasse: se anche nella "ricca" Trento i negozi sono costretti a "saldi" prenatalizi la situazione, anche per loro, non deve essere delle più rosee. E questo anche se, ed è dovere ricordarlo, la categoria commercianti non è propriamente quella più facilmente attaccabile dalla crisi, in termini assoluti: hanno ricarichi considerevoli sulla merce, e per anni si sono arricchiti non avendo nulla a che vedere con il mancato aumento degli stipendi ma invece traendo vantaggio dall'aumento dei prezzi. Certo è che il calo dei consumi, continuo e inesorabile, ha creato dal 2008 ad oggi un vero e proprio "buco" nel mercato ma se pandori e panettoni rimangono sugli scaffali, anche se venduti a metà prezzo, non c'è altra soluzione: impastarne di meno.

Le famiglie medie italiane invece, in cui di solito il reddito è uno solo e - quando va bene - da reddito dipendente, fanno davvero i conti con la crisi. Ieri sera a Ballarò, tanto per citare gli ultimi dati, è stato fatto un bel quadro della situazione: nell'ultimo anno 2,5 milioni di famiglie sono state costrette a vendere oro e gioielli, mentre in 300mila hanno dovuto vendere mobilia e opere d’arte per poter arrivare a fine mese. Ma non finisce qui: addirittura il 3% dei nuclei familiari in Italia ha venduto una casa di proprietà, senza potersi permettere di acquistarne un'altra, per poter mettere qualcosa in tavola.

venerdì 24 agosto 2012

Spreco di cibo: non siamo solo "quello che mangiamo"

Nonostante la crisi economica lo spreco di cibo non si arresta.

A fare da maestri gli Stati Uniti. I cittadini USA (e getta) buttano via il 40% del cibo che comprano. E questo nonostante siano colpiti da una siccità senza precedenti.
Ogni anno una famiglia di quattro persone getta in media una spesa di circa 1.800 euro, non solo fregandosene del vicino che muore di fame, ma anche della propria salute, oltre che culturale, economica: i prezzi dei generi alimentari sono destinati ad aumentare rapidamente.

Negli Stati Uniti si butta via il 52% della frutta e verdura che si ha in casa, il 50% del pesce, il 38% della pasta, il 22% della carne, il 20% del latte. Una montagna di cibo del valore di 131 miliardi di dollari: quasi 30 volte il prodotto interno lordo del Niger, uno dei Paesi più poveri e affamati della Terra.

I dati vengono all'indomani del messaggio di Obama all'atterraggio della sonda Curiosity, che esulta: «Supremazia americana nello spazio e sulla Terra».

mercoledì 23 maggio 2012

La mafia e i mafiosi

Vent'anni. Tanto è passato dal giorno in cui persero la vita Giovanni Falcone, sua moglie il magistrato Lucia Francesca Morvillo e tre agenti in scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Piena la cronaca di ricordi di quel giorno. In onda il discorso di Giorgio Napolitano, con tanto di lacrime, il richiamo alla lotta alla mafia e alla necesità di non dimenticare.

Eppure, lontani dalla retorica di questi giorni, che vedono ancora più imbellettati i leader di partito all'indomani dell'attentato di Brindisi e del calo di affluenza alle amministrative, abbiamo ben dimenticato cosa significhi fare la lotta alla mafia. Meglio ancora, abbiamo cominciato a considerarla confinata in una certa organizzazione a delinquere, e in un certo territorio, senza considerare che la piovra estende i suoi tentacoli fino ai vertici dello Stato, per crescere e sopravvivere, senza pensare che se non di "Mafia" di "mafioso" si può parlare in tutta una serie di comportamenti politici, economici, personali con i quali dobbiamo fare i conti tutti i giorni.

La Bce, gli USA e l'Ue si muovono insieme, in connivenza con le banche, tiranneggiando su interi Stati e popolazioni, in accordo con parlamenti senza spina dorsale. L'informazione è ammutolita e stupida di fronte agli avvenimenti. Molti "giornalisti" lo sono inconsapevolmente: non danno le notizie non perchè non vogliano farlo, ma perchè non le capiscono nemmeno loro. Sono anche loro figli di questa società, che nasconde e raggira, donando solo l'illusione della giustizia e della legalità in cambio dell'eterna ignoranza.
La politica, quella con la p minuscola, si nutre delle illusioni dell'elettorato, passando da uno scandalo all'altro, chiamando così ciò che scandalo non è: è ormai normalità. Figli inseriti in amministrazioni pubbliche senza merito, soldi sottratti alla pubblica utilità, stipendi da capogiro, assunzioni inutili a scapito delle casse statali.

Leopoldo Franchetti, politico e studioso classe 1847, disse una volta: «La Mafia è un sentimento medioevale; mafioso è colui che crede di poter provvedere alla tutela e alla incolumità della sua persona e dei suoi averi mercé il suo valore e la sua influenza personale indipendentemente dall'azione dell'autorità e delle leggi».

E in questo senso in Italia e non solo, intendendo per "autorità" e "leggi" anche qualcosa che va al di là di quelle contingenti, siamo tutti "mafiosi".

Sara Santolini

lunedì 6 febbraio 2012

Default Grecia. È quasi countdown


Siamo al punto di non ritorno, nei rapporti tra Grecia e Ue? Forse ancora no, ma di sicuro ci si trova più che mai in piena impasse. Dopo che i principali partiti ellenici hanno rigettato le draconiane misure suggerite, o per meglio dire intimate, dalla Trojka, ai vertici comunitari non è rimasto che prendere atto della situazione.
«La Grecia – ha dichiarato il portavoce della Commissione, Amadeu Altafaj Tardio – ha già superato la data limite che la Ue le aveva dato. Speravamo di arrivare a un accordo in questi giorni ma purtroppo non è stato così. Tutti i ministri dell’Eurogruppo sono pronti a riunirsi quando ci saranno gli elementi, ma per ora è inutile convocarli. La palla è nel campo delle autorità greche».
La questione, però, si potrebbe ribaltare. Nel momento in cui le richieste internazionali sono eccessivamente onerose, come in questo caso, resta ben poco da fare se non rigettarle. Se la palla non è utilizzabile, perché è sgonfia o perché è troppo pesante, la responsabilità dell’interruzione del gioco non ricade necessariamente sulla squadra che si ferma, ma su quella che di fatto le impedisce di proseguire. Il terzetto Ue-Bce-Fmi ha richiesto che si abbassino, o piuttosto che si abbattano, i salari minimi, che si cancellino le tredicesime anche in ambito privato, e che si proceda a ulteriori tagli per un ammontare intono all’uno per cento del Pil. Di fronte a questi nuovi, e spaventosi, interventi, sia la politica che il sindacato non se la sono sentita di avallarli.
Antonis Samaras, presidente del partito conservatore greco Nea Demokratia, ha denunciato che «ci stanno chiedendo una grande recessione che il paese non può permettersi», promettendo che combatterà «per evitare un simile scenario». George Karatzaferis, a capo della formazione di estrema destra Laos, ha puntualizzato di non voler «contribuire all'esplosione di una rivoluzione». E anche Papandreou, leader dei socialisti e premier fino all’avvento di Papademos nel novembre scorso, ha negato il suo assenso.
I tempi sono molto stretti. In marzo andranno in scadenza titoli di Stato per 14,5 miliardi e senza l’afflusso di nuovi fondi, nell’ambito di una linea di credito che si aggira sui 130 miliardi, sarà impossibile saldarli. La Trojka, convinta di avere il coltello dalla parte del manico, continua ad agitare lo spauracchio del default. Ma in Grecia sembrano crescere i dubbi, legittimi,sul fatto che sia proprio questo, il peggio che può capitare al Paese in vista di una profonda ristrutturazione economica e sociale.
(red)

giovedì 19 gennaio 2012

GEAB N. 61 - Crisi sistemica globale - 2012: La grande oscillazione geopolitica mondiale

Avevamo definito il 2011 come "l'anno impietoso", poiché stavano per essere frantumate le illusioni di quanti pensavano che la crisi fosse sotto controllo, e che sarebbero potuti tornare ai loro "accordi privati", come in passato. Ed il 2011 è stato in effetti un anno spietato per molti leaders politici, per il settore finanziario, per gli investitori, per i debiti occidentali, per la crescita mondiale, per l'economia americana e per l'assenza di governance in Eurolandia. Coloro che si credevano intoccabili od inamovibili hanno improvvisamente scoperto che la crisi ha salvato niente e nessuno. Questa tendenza proseguirà naturalmente nel 2012, poiché la crisi non rispetta certo le cadenze del calendario gregoriano. Gli ultimi "intoccabili" ne faranno esperienza: gli Stati Uniti, il Regno Unito, il Dollaro, i T-Bonds, i leaders russi e cinesi, ...  Ma nel 2012, soprattutto nella sua seconda metà, ci sarà l’affermazione di quelle forze e di quei soggetti che permetterà l’inizio della ricostruzione, nel 2013 e negli anni seguenti, di un nuovo sistema mondiale corrispondente alle aspettative ed alle lotte di potere del XXI secolo, e non più a quelle della metà del secolo precedente. Ed allora il 2012 sarà anche l'anno della grande oscillazione tra il mondo di ieri e quello di domani. Un anno di transizione, che mescolerà il peggio con il meglio. Ma così facendo, tuttavia, esso costituirà per il nostro team il primo anno costruttivo a partire dal 2006. (leggi tutto su Ilporticodipinto)

martedì 23 agosto 2011

Voilà, l'offensiva liberista


Da un lato è un paradosso: proprio nel momento in cui il sistema economico globale mostra tutti i suoi limiti, conseguenza di difetti intrinseci che in quanto tali non si possono correggere e di vizi operativi talmente radicati e diffusi da essere ormai pressoché ingovernabili, l’establishment liberista lancia un’offensiva teorica e pratica che mira ad accentuare ancora di più i caratteri tipici di quel modello, sacrificando il welfare sull’altare del debito pubblico e del Pil. 
Il messaggio che viene lanciato, speculando cinicamente sulla situazione di estrema difficoltà che accomuna gli Usa e la Ue e agitando lo spauracchio del default, è che la responsabilità di quanto sta accadendo è degli Stati, ovverosia delle rispettive popolazioni. Governi inefficienti, se non proprio corrotti, hanno male amministrato le finanze nazionali e accumulato un indebitamento non più sostenibile, che va ridotto al più presto e senza andare per il sottile; pertanto, nel capzioso presupposto che di quegli abusi abbia beneficiato la generalità dei cittadini, è necessario che il lassismo precedente venga controbilanciato da misure durissime, che vengono adottate in nome dell’emergenza ma che sono destinate a essere definitive. 
Dall’altro lato, invece, si tratta di una strategia largamente prevedibile. E infatti prevista, e anticipata con dovizia di particolari, da chi come noi aveva compreso fin dall’inizio che la crisi esplosa nel 2008 non era affatto un fenomeno passeggero, cui sarebbe seguita una “inevitabile” ripresa, ma lo spartiacque permanente tra un prima e un dopo. Un prima all’insegna delle illusioni (ovverosia della manipolazione e dell’inganno) riguardo alla possibilità di accrescere indefinitamente i livelli di benessere materiale, sul doppio binario dei redditi personali e delle previdenze collettive: illusioni alimentate creando enormi flussi di capitali fittizi, attraverso una serie di bolle speculative, e facendo aumentare a dismisura il disavanzo pubblico, allo scopo di diffondere una visione consumistica dell’esistenza e di assicurare alle classi dirigenti un sostegno vastissimo e, col tempo, assimilabile a un riflesso condizionato che non c’è più verso di rimuovere. Un dopo, che è quello in cui siamo sprofondati adesso, in cui si scopre che quelle mirabolanti promesse vanno drasticamente ridimensionate, dal momento che “qualcosa” non ha funzionato come avrebbe dovuto e che i guasti sopravvenuti hanno reso impossibile proseguire nella medesima direzione. O piuttosto: proseguire nella medesima direzione per tutti, dal momento che invece, ed eccoci al cuore del paradosso, le oligarchie che detengono il potere si guardano bene dal mettere in discussione i presupposti su cui poggia l’intero edificio economico e politico.
Quello cui stiamo assistendo, perciò, è un immane tentativo di rovesciamento della realtà. Invece di risalire alle effettive cause di quanto accade, ossia alle tare genetiche del liberismo imperniato sullo sviluppo illimitato, sul massimo profitto e sulla speculazione finanziaria, ci si ferma ai dati contabili dei singoli Stati, trattandoli alla stregua di aziende in dissesto che si sono indebitate per loro colpa esclusiva e che ora, innanzitutto a doverosa tutela dei creditori e in subordine al fine di evitare la catastrofe del proprio fallimento, devono accettare qualunque imposizione e soggiacere a qualsiasi diktat. 
La pretesa, insomma, è di addebitare il disastro alla mancanza di una piena libertà economica, anziché ai suoi deliranti obiettivi e alle sue pratiche spietate. Le parole d’ordine, a loro volta, riecheggiano quelle lanciate trent’anni fa da Ronald Reagan e da Margaret Thatcher e condensate nella famigerata “deregulation” che lasciava mano libera agli imprenditori e alle banche: ridimensionare al massimo il sistema di welfare e i diritti dei lavoratori, privatizzare i servizi pubblici, (s)vendere i beni collettivi. Linee guida che si traducono in una miriade di provvedimenti concreti, e fatali, su cui ci soffermeremo ampiamente nei prossimi giorni.
Detto in sintesi, l’obiettivo è ridurre lo Stato al garante dello statu quo. Con interi popoli che chinano la testa e avallano l’iniquità generale come un dato di fatto necessario e a suo modo utile, lieti di poter ottenere, in cambio del proprio assenso, i cascami del consumismo e una vaga, indeterminata, seducente possibilità di uscire dalla miseria e di ascendere più o meno rapidamente lungo la scala sociale. 
La ricompensa di pochi. La schiavitù di tutti. 

Federico Zamboni