da
La Voce del Ribelle:
Fare
cassa. Tutto sommato è questa forse l’unica reale conseguenza del Jobs
Act, una legge che si districa in milioni di diverse interpretazioni e
paradigmi. Una politica che non vede però al di là del proprio naso e
che proprio per questo rischia di essere controproducente per l’intero
sistema.
Nelle aziende fino a 5 dipendenti si possono tenere sempre dipendenti
a tempo determinato, per gli altri il 20% dei subordinati potrà
rimanere a termine: parliamo di 3 persone nelle aziende da 15
dipendenti. L’impresa che dovesse tenerne di più, e che non abbia
pensato di derogare la legge con una contrattazione anche semplicemente
aziendale, incorrerà in una semplice multa (primo modo di far cassa),
senza incorrere in alcun obbligo di trasformare i contratti a tempo in
indeterminati.
Se poi il contratto dovesse a un certo punto trasformarsi in
indeterminato, sarebbe comunque “a tutele crescenti” per tutti, al di là
di quanto tempo si siede alla stessa scrivania. Il tutto dovrebbe
durare 3 anni con un massimo di 5 rinnovi all’interno dei 36 mesi
previsti dopo i quali si può reiterare il contratto una sola volta alla
direzione territoriale del lavoro, senza che il sindacato ci metta
bocca. Intanto gli ultimi dati disponibili (il rapporto del terzo
trimestre del 2014 sulle dinamiche del mercato) mostrano un’Italia in
cui il 70% delle assunzioni sono a tempo determinato.
Tutto si gioca in ogni caso su cosa sia più o meno conveniente per le
imprese. I 500mila co.co.pro. in essere spariranno dal 2016 – con le
opportune eccezioni di call center e similari - mentre secondo le
dichiarazioni del premier i tre anni di sgravi contributivi e la
certezza sui costi di una eventuale rottura del rapporto renderanno il
contratto a tutele crescenti il più applicato in tutto il bel Paese. La
verità è che, aspettando che i primi dati su come siano veramente andate
le cose arrivino, nessuna azienda assumerà se non crede di averne
bisogno. Non si parla però di reale necessità legata alla produzione,
bensì di obbligo: un imprenditore che si è abituato a sottopagare i
lavoratori a qualsiasi livello non ha alcun motivo di spendere di più
per avere lo stesso risultato, tanto più se è riuscito a far passare in
azienda il concetto di crisi economica come motivo di solidarietà con
l’azienda e pluslavoro gratuito. Così può darsi che alcuni contratti a
tempo determinato diventino a tutele crescenti anche grazie alla
sicurezza che per “motivi economici” si può licenziare senza problemi,
ma altri svaniranno nel nulla e altri ancora si trasformeranno in
partite iva. A questo proposito, c’è da scommettere che il governo
preveda un ulteriore aumento di queste forme capestro di collaborazione
proprio per effetto della scomparsa dei contratti a tempo determinato:
si tratta di uno dei modi più semplici e meno costosi per tenere tra le
proprie fila i lavoratori, e continuerà ad esserlo anche con l’entrata
in vigore del Jobs Act in assenza di una norma che ne vieti l’utilizzo
che se ne fa ormai abitualmente. L’aumento delle tasse previste per tali
forme di “lavoro autonomo” e la quasi sparizione del regime dei minimi,
che entreranno in vigore nel 2016 proprio assieme alla scomparsa dei
contratti a termine, la dice lunga su quest’altro nuovo modo di far
cassa.
Nel frattempo bisognerebbe interrogarsi, piuttosto che sugli
interessi privati di imprese o lavoratori, su quelli del Paese che le
politiche le pensa e le attua. Il posto “fisso” crea stabilità sociale,
consumo – con buona pace delle lobby economiche, e anche, perché no, una
sorta di incoscienza sociale: difficile insomma che con la pancia piena
e in assenza di una formazione all’altezza di questo nome ci si
interroghi sulla giustizia del sistema in cui si è inseriti. Non a caso
il “panem” era nell’antica Roma al primo posto tra le preoccupazioni di
chi voleva assicurarsi il ben volere del popolo. Oggi la macchina
dell’ipnosi generale sopperisce un po’ a questa mancanza ma non sia mai
che nel lungo periodo, come da questa parte della barricata non possiamo
che augurarci, tutto questo buttar all’aria le sicurezze economiche
della gente comune non gli si ritorca contro.
Sara Santolin