mercoledì 23 marzo 2016

#UNIONICIVILI E IL MONDO ETICO E SOCIALE

L’ambito giuridico delle Unioni Civili è in corso di modifica sensibile anche nel nostro Paese. Non è affare di poco conto, o che riguarda unicamente lo status di chi è toccato direttamente da questa normativa. Perché si tratta, con tutte le implicazioni che porta (o porterà) con sé, di un ambito che è in grado di cambiare significativamente il quadro della nostra società civile. 
In questo testo cerchiamo di fare chiarezza sul processo attualmente in corso in Italia, ma soprattutto su quello che avviene negli altri Paesi, e allargheremo l’orizzonte, fatalmente, agli altri temi collegati alle vicende, ai desideri e alle rivendicazioni delle coppie omosessuali in merito agli aspetti dell’adozione e a quello, niente affatto trascurabile dal punto di vista etico e sociale, del marketing dell’utero in affitto.
Si tratta di un tema ostico, naturalmente, e lasciamo al lettore la piena discrezione di prendere la posizione che reputa più giusta. La sola esposizione dei fatti, comunque, è in grado di offrire una ampia panoramica di spunti sui quali riflettere. Sui quali si deve riflettere, perché l’oggetto di questa azione giuridica nel nostro Paese è in grado, lo ribadiamo ancora una volta, di cambiare sensibilmente molti aspetti delle regole che ci vogliamo dare. Del mondo nel quale vogliamo vivere.
Sono Unioni Civili quelle forme di convivenza fra due persone cui viene riconosciuto uno status giuridico dal Paese di residenza. Sono rivolte alle coppie eterosessuali ma anche, e soprattutto, ai partner omosessuali che così assumono diritti e doveri di convivenza, l’uno nei confronti dell’altro. La faccenda, che riguarda i diritti di LGBTI (persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender), si complica quando si comincia a parlare di adozioni e relative pratiche di fecondazione assistita e maternità surrogata. Con grandi implicazioni etiche, economiche e legali.

venerdì 18 marzo 2016

#JobsAct: meno #lavoro per tutti

Il Bluff del JobsAct è palese a chiunque non sia in mala fede. A gennaio 2016 i contratti a tempo indeterminato sono calati. Si tratta di 12378 posti in meno. Sono aumentati moltissimo invece i voucher, la forma più temporanea e precaria di lavoro che possa esistere, a quota + 9.227.589 - e una percentuale del +131% rispetto al gennaio 2014. A gennaio inoltre sono stati più i licenziati che gli assunti. Inoltre c'è un brusco calo delle trasformazioni dei contratti a termine in a tempo indeterminato: parliamo del -71% rispetto a dicembre 2015, un dato che mostra quanto drogato fosse il mercato del lavoro a fine anno, quando i dipendenti sono stati assunti dalle aziende giusto per accaparrarsi gli sgravi contributivi.
Per saperne di più: "Il Bluff del Jobs Act", eBook pdf e pub e formato kindle

mercoledì 2 marzo 2016

IL BLUFF DEL #JOBSACT

«È una giornata storica, un giorno atteso per molti anni da un’intera generazione che ha visto la politica fare la guerra ai precari ma non al precariato: superiamo l’articolo 18 e i co.co.co., nessuno sarà più lasciato solo, ci saranno più tutele per chi perde il posto e parole come mutuo, ferie, diritti e buonuscita entrano nel vocabolario di una generazione che ne era stata esclusa»
Le parole pronunciate da Matteo Renzi, presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana dal 22 febbraio 2014, al via libera dei primi due degli otto decreti attuativi del Jobs Act, suonano come autentica propaganda. Risultavano tali già durante la conferenza stampa nella quale sono state pronunciate, e lo risultano ancora più chiaramente oggi, mentre la nuova legge sul lavoro dispiega i suoi effetti. Lo diciamo subito: il precariato è la regola, i contratti capestro sono ancora facilmente applicabili grazie alle mille deroghe inserite nei decreti, la cassa integrazione non è più per tutti gli ex dipendenti, la concessione di un mutuo è quasi del tutto esclusa con un contratto a tutele crescenti - che in quanto tale non garantisce la continuità del reddito - i diritti sono stati calpestati alla luce del sole e sacrificati sull’altare della convenienza delle aziende. 
«Abbiamo tolto ogni alibi a chi dice che in Italia non ci sono le condizioni per assumere» ha concluso quel giorno il Premier, presupponendo che farsi carico a livello pubblico di sgravi fiscali che non garantiscono il mantenimento del posto di lavoro sia una buona idea. In questa farsa al rilancio economico della Penisola, a fare le spese della situazione sono i lavoratori. Al dipendente viene lasciata la facoltà di rivolgersi al giudice per poter accedere, in caso di licenziamento “ingiustificato”, a un risarcimento in denaro - con tutto quello che comporta in termini di tempi, opportunità e rischi. Una cifra comunque prefissata, e in ogni caso ben inferiore al valore degli sgravi fiscali di cui le aziende godono al momento dell’assunzione. I conti tornano insomma, per le aziende. Per i lavoratori e per lo Stato stesso, invece, non tornano affatto.
Sommario:
Introduzione



La genesi del furto




La mannaia di Fornero




Le modifiche e le (finte) lotte parlamentari




Cos’è cambiato sul serio




I co.co.co. ci sono ancora, eccome




E ora un po’ di conti




Prime assunzioni (e primi licenziamenti)




Non si tratta di nuova occupazione




How-To lavoratori: come difendersi




Note




Bibliografia




LINK PER L'ACQUISTO:








giovedì 11 febbraio 2016

LA MISERIA, TUTTA INTORNO A TE

La miseria del lavoro e la crescita (che non ci sarà)



Tutti a correre dietro le cifre dell’occupazione e della disoccupazione, anno per anno, trimestre per trimestre, mese per mese. Se analizzarle è utile per capire se c’è influenza (momentanea) delle politiche nazionali e europee sul lavoro, la verità è che un osservatore attento sa già che il massimo che ci si può aspettare dal prossimo futuro è una stagnazione pesante, costante e prolungata, che al di là di qualche fluttuazione percentuale dovuta agli sgravi contributivi per le aziende o a qualche altra trovata simile, ci accompagnerà almeno per i prossimi due anni. Le politiche sul lavoro, il famigerato Jobs Act, non hanno fatto che schiacciare verso il basso i diritti dei lavoratori, a uso e consumo della grandi aziende, preparandoci a quello che verrà: un futuro di disoccupazione e miseria in cui la domanda non aumenterà a meno che gli Stati non se ne facciano carico, distribuendo reddito.

Intanto, il denaro viene sottratto alle casse pubbliche per risanare le Banche e per foraggiare imprese spesso destinate al fallimento o ancora per finanziare provvedimenti che tanto bene al lavoro in realtà non fanno (tipo il Jobs Act)


La crisi ha fatto crollare la domanda a tutti i livelli - da quella di energia a quella di carne - e, a volte nel bene e a volte nel male, i consumatori si sono abituati ad avere di meno. La decrescita si impone al mondo intero e le masse, volenti o nolenti, devono farci i conti.

giovedì 30 aprile 2015

VERSO LA DITTATURA MADE BY RENZI

Di certo il voto non ha praticamente nessun valore nel mondo "Occidentale", legittimando di fatto una classe politica che da sola si è nominata tale e la dittatura dei partiti sulla cosa pubblica.

Eppure, i partiti politici si sentono attaccati da quello stesso voto che finora non ha fatto che confermarli al potere, potendo scegliere gli elettori solo tra una o l'altra compagine, facce della stessa medaglia. Forse la paura viene dal fatto che in Parlamento oggi siedono, pure tra contraddizioni e inadeguatezza, forze sostanzialmente fuori dal loro controllo.

Si parla del M5S, non tanto per la sua azione di governo quanto per il suo peso: nonostante il dissenso che esprimono si trasformi, dato il numero esiguo di seggi che gli sono stati assegnati, spesso in una sostanziale inutilità a livello parlamentare, la loro stessa presenza rappresenta per i partiti politici un rischio. Al di là dei problemi insiti nell'elaborazione di una azione politica e nella scelta degli onorevoli, il M5S rappresenta un pericoloso precedente. Da evitare a colpi di maggioranza. E, visto che ci siamo, perchè non occuparsi anche del Presidente della Repubblica, del Consiglio Superiore della Magistratura e della Consulta?

Così ci si avvia - incostituzionalità permettendo - verso una dittatura tutta renziana che, con buona pace di chi pensa che la "governabilità" sia più importante della "rappresentanza" e dunque che nessuna minoranza debba mettere i bastoni tra le ruote del governo - (il)legittimamente al potere (per motivi legati soprattutto alla legge elettorale che già ci ritrovavamo), dovrebbe essere trattata come tale.

martedì 24 febbraio 2015

JOBS ACT, COME RENDERE (ANCORA PIU') INSTABILE UN PAESE

da La Voce del Ribelle:

Fare cassa. Tutto sommato è questa forse l’unica reale conseguenza del Jobs Act, una legge che si districa in milioni di diverse interpretazioni e paradigmi. Una politica che non vede però al di là del proprio naso e che proprio per questo rischia di essere controproducente per l’intero sistema.
Nelle aziende fino a 5 dipendenti si possono tenere sempre dipendenti a tempo determinato, per gli altri il 20% dei subordinati potrà rimanere a termine: parliamo di 3 persone nelle aziende da 15 dipendenti. L’impresa che dovesse tenerne di più, e che non abbia pensato di derogare la legge con una contrattazione anche semplicemente aziendale, incorrerà in una semplice multa (primo modo di far cassa), senza incorrere in alcun obbligo di trasformare i contratti a tempo in indeterminati.
Se poi il contratto dovesse a un certo punto trasformarsi in indeterminato, sarebbe comunque “a tutele crescenti” per tutti, al di là di quanto tempo si siede alla stessa scrivania. Il tutto dovrebbe durare 3 anni con un massimo di 5 rinnovi all’interno dei 36 mesi previsti dopo i quali si può reiterare il contratto una sola volta alla direzione territoriale del lavoro, senza che il sindacato ci metta bocca. Intanto gli ultimi dati disponibili (il rapporto del terzo trimestre del 2014 sulle dinamiche del mercato) mostrano un’Italia in cui il 70% delle assunzioni sono a tempo determinato.
Tutto si gioca in ogni caso su cosa sia più o meno conveniente per le imprese. I 500mila co.co.pro. in essere spariranno dal 2016 – con le opportune eccezioni di call center e similari - mentre secondo le dichiarazioni del premier i tre anni di sgravi contributivi e la certezza sui costi di una eventuale rottura del rapporto renderanno il contratto a tutele crescenti il più applicato in tutto il bel Paese. La verità è che, aspettando che i primi dati su come siano veramente andate le cose arrivino, nessuna azienda assumerà se non crede di averne bisogno. Non si parla però di reale necessità legata alla produzione, bensì di obbligo: un imprenditore che si è abituato a sottopagare i lavoratori a qualsiasi livello non ha alcun motivo di spendere di più per avere lo stesso risultato, tanto più se è riuscito a far passare in azienda il concetto di crisi economica come motivo di solidarietà con l’azienda e pluslavoro gratuito. Così può darsi che alcuni contratti a tempo determinato diventino a tutele crescenti anche grazie alla sicurezza che per “motivi economici” si può licenziare senza problemi, ma altri svaniranno nel nulla e altri ancora si trasformeranno in partite iva. A questo proposito, c’è da scommettere che il governo preveda un ulteriore aumento di queste forme capestro di collaborazione proprio per effetto della scomparsa dei contratti a tempo determinato: si tratta di uno dei modi più semplici e meno costosi per tenere tra le proprie fila i lavoratori, e continuerà ad esserlo anche con l’entrata in vigore del Jobs Act in assenza di una norma che ne vieti l’utilizzo che se ne fa ormai abitualmente. L’aumento delle tasse previste per tali forme di “lavoro autonomo” e la quasi sparizione del regime dei minimi, che entreranno in vigore nel 2016 proprio assieme alla scomparsa dei contratti a termine, la dice lunga su quest’altro nuovo modo di far cassa.
Nel frattempo bisognerebbe interrogarsi, piuttosto che sugli interessi privati di imprese o lavoratori, su quelli del Paese che le politiche le pensa e le attua. Il posto “fisso” crea stabilità sociale, consumo – con buona pace delle lobby economiche, e anche, perché no, una sorta di incoscienza sociale: difficile insomma che con la pancia piena e in assenza di una formazione all’altezza di questo nome ci si interroghi sulla giustizia del sistema in cui si è inseriti. Non a caso il “panem” era nell’antica Roma al primo posto tra le preoccupazioni di chi voleva assicurarsi il ben volere del popolo. Oggi la macchina dell’ipnosi generale sopperisce un po’ a questa mancanza ma non sia mai che nel lungo periodo, come da questa parte della barricata non possiamo che augurarci, tutto questo buttar all’aria le sicurezze economiche della gente comune non gli si ritorca contro.
Sara Santolin

mercoledì 18 febbraio 2015

IL CONDOTTO NERO CHE PORTA ALLA LIBIA

da ilribelle.com:

Ci sono delle regole che non ammettono eccezioni. “Segui il denaro” per capire le ragioni di certe politiche, che fa da corollario a un più specifico “segui il petrolio”, nel caso specifico odierno.
Senza voler essere esaustivi sulle problematiche della Libia, a proposito di “guerre utili”, seguire il filo nero dell’idrocarburo porta a leggere quello che è stato definito da più parti il “caos” libico come la creazione di una pagina bianca sulla quale poter scrivere un nuovo capitolo dell’imperialismo occidentale. Dopo i titoli d’effetto, i nomi in inglese dati ai decreti, l’uso di twitter e l’ostentazione di una cultura del web che si stenta a credere abbia davvero, Matteo Renzi cerca di imitare l’arte dell’occupazione “che non si vede” dagli Stati Uniti d’America. Tragedie in mare e barconi di immigrati clandestini, per quanto possano dare fastidio o al contrario provocare moti di solidarietà, non sono una ragione sufficiente a mobilitare mezzi e uomini (e soldi) verso la scatola di sabbia di Tripoli. Ma il petrolio, quello sì.
«State tutti sottovalutando la crisi di uno Stato che è ai confini della Ue e che non è solo un problema di migrazione clandestina, ma anche un terreno di conquista per la minaccia del terrorismo dell’Isis» – ha detto il nostro premier al Consiglio Europeo. «Non è una questione di sicurezza nazionale italiana, ma dell’intera Unione Europea». La soluzione? L’invio di forze di peace keeping italiane (si scrive "peace keeping" ma si legge "invasione di uomini e mezzi armati" certo non inviati al fine di distribuire caramelle ai bambini). D’altra parte già all’indomani dell’attentato di Parigi si era cominciato a preparare il terreno all’avvio di una guerra. E Hollande ha fatto in qualche modo eco a Renzi quando ha fatto uscire un comunicato nel quale dichiara – in solidarietà con al-Sisi, il Presidente egiziano che ha messo in atto una serie di ritorsioni belliche contro la Libia per l’uccisione spettacolo di 21 egiziani sulle spiagge libiche – quanto sia importante che “la comunità internazionale decida nuove misure”. Tutto dice: “guerra”.
E cosa c’entra l’Egitto? Rinsaldare il fronte interno, arrivare per primi sul territorio libico diviso e instabile forti dell'appoggio dell'alleato russo, proteggere e magari controllare il filo nero libico, appoggiare il governo "legittimo" contro i ribelli sono solo i motivi più evidenti. Fare la guerra in Libia per l'Egitto era solo questione di tempo, come dovrebbe esserlo per l'Italia che ha interessi molto simili a quelli egiziani e che ha ritirato la propria ambasciata forse proprio in vista dell'avvio di forze militari. L'Italia comunque non si muoverà da sola, presumibilmente per motivi soprattutto politici e per non irritare Obama: non l'ha fatto a Natale quando, incendiati dai ribelli i depositi petroliferi a Sidra, Tripoli ne invocò l'aiuto - e alla fine si rivolse a una società statunitense che ne guadagnò un contratto da sei milioni di dollari - tanto meno lo farà adesso.
L’Unione Europea tutta dipende in larga misura dal petrolio libico: l’85% del petrolio proveniente dalla Libia è venduto a Stati europei, prima fra tutti l'Italia, seguita da Francia e Germania. Certo ingaggiare una "guerra" è dispendioso, ma chissà che la Nato (leggi: gli USA) non voglia darci una mano: dal punto di vista statunitense la Libia è in posizione strategica per il controllo dell’Africa che il Pentagono esercita con AFRICOM, il commando nato nel 2008 a questo scopo  (l'unico Paese africano a non essere sotto la sua influenza è proprio l'Egitto). Terrorismo e petrolio sono i suoi pensieri fissi, filtrati per l'opinione pubblica con l'esportazione della democrazia, la creazione di forze di sicurezza da mantenere in loco e l'aiuto umanitario. Fin qui, tutto in regola. Se qualcosa c'è di "strano" è l'ufficiale silenzio della Cina - almeno per ora e supponiamo comunque non a lungo - che pure succhia petrolio dal deserto libico.
Sara Santolini

mercoledì 11 febbraio 2015

OGM, LA SCHIAVITU' DEL SEME

da La Voce del Ribelle:

Il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso di Fidenato, un imprenditore agricolo del Friuli, famoso per la sua guerra a favore degli ogm. Egli si rivolgerà alla Corte Europea, nel frattempo però, visto che, come si legge sulla sentenza, i Ministeri della Salute, dell’Agricoltura e dell’Ambiente hanno «correttamente ritenuto che il mantenimento della coltura del mais Mon 810 senza adeguate misure di gestione non tutelasse a sufficienza l’ambiente e la biodiversità, così da imporre l’adozione della misura di emergenza», non potrà proseguire nel suo business. Intanto la Monsanto vede calare la vendita di sementi ogm e si dà alla tecnologia rilasciando una app gratuita per la condivisione di dati climatici tra agricoltori – dati che, gratuitamente, la Monsanto sfrutta per elaborare ogm appetibili sul mercato contadino. Brutta storia.
Non entriamo qui nella polemica sulla salubrità o meno degli ogm (da segnarsi i nomi di Monsanto, Novartis, Dupont), dei quali ancora non si conoscono gli effetti a lungo termine del consumo umano. Dubbi già li sollevano alcuni studi per verificare il possibile nesso fra modificazioni genetiche del frumento e celiachia, derivante dalla differenza della composizione degli amminoacidi della gliadina del frumento geneticamente modificato rispetto a quello naturale. La questione è stata anche oggetto di interrogazioni al Consiglio d’Europa mentre negli Stati Uniti l’anno scorso la U.S. Environmental Protection Agency ha aumentato il limite massimo di glifosato residuo negli alimenti, il diserbante più venduto al mondo, perché le colture ogm, in barba a tutte le previsioni di un minor utilizzo di pesticida per questo tipo di organismi venduti come più forti contro malattie e parassiti, ne hanno un gran bisogno. Lasciamo anche stare gli studi che collegano l’uso di pesticidi e malattie più o meno gravi, dall’acidità di stomaco al tumore. A livello ambientale quello che è certo oltre ogni dubbio è che l’immissione di sementi modificate mina la biodiversità – la cosa più semplice e importante che madre natura ci ha donato contro la carestia. Inoltre la proprietà intellettuale degli ogm è in mano a grandi multinazionali cui non interessa sconfiggere la fame nel mondo – dove c’è ancora abbastanza cibo da sfamare tutti – o migliorare le condizioni dei terreni o ancora proteggerli da malattie o mancati raccolti. Stiamo parlando di grandi imprese che legittimamente perseguono il loro tornaconto economico.
Non c’è nessuna questione etica – e dunque “facoltativa” – il problema deve essere legale. In Italia non si può vietare la coltivazione di ogm approvati dalla normativa europea. Va detto che sul territorio nazionale la cosa è molto limitata, viste le normative regionali a salvaguardia della biodiversità e della coesistenza tra coltivazioni ogm e tradizionali che rende molto difficile per un agricoltore scegliere questa via - ma attenzione: parliamo di coltivazione, non di utilizzo di ogm, come ad esempio mais e soia modificata per la produzione di mangimi per l’alimentazione degli animali di allevamento, anche in Italia.
Uno dei cavalli di battaglia di chi è a favore degli ogm è che questi aumenterebbero la produttività dei terreni, rendendo l’agricoltura più sicura a livello economico per gli agricoltori. Eppure gli ogm vengono usati soprattutto in USA, Argentina e Brasile dalle multinazionali, che controllano la maggioranza assoluta del terreno coltivabile, e che muovono così 18mld di dollari l’anno grazie alla vendita di mais e soia modificata - per lo più destinata agli allevamenti. Perché i piccoli allevatori non dovrebbero partecipare alla cuccagna? Perché diventerebbero schiavi delle multinazionali, semplici mezzadri in casa loro.
I contadini, imprenditori agricoli, allevatori italiani sono davanti a un bivio, e con loro la legislazione di questo Paese. Se l’approvvigionamento di cibo è uno dei problemi del futuro – con la Russia che pensa alla colonizzazione agraria dell’estremo Oriente siberiano e la Cina che punta agli ogm per l’alimentazione umana – lo è anche la sicurezza e la specificità alimentare. E, anche al di là di questo, non si tratta di romanticismo nostalgico rispetto alle tavole del passato – che pure fanno parte della nostra cultura - ma di semplice pragmatismo: il “Made in Italy” che si vende in tutto il mondo è fatto anche, per esempio, di cereali antichi. Quando tutto il grano, tutto il mais, tutta la soia, tutte le sementi del mondo saranno ogm, chi ci ridarà la nostra specificità agricola? Cosa fermerà l’aumento del prezzo delle sementi? Che fine farà la biodiversità e la sicurezza alimentare che ne deriva? Bisogna che anche l’imprenditore agricolo che vuole massimizzare il proprio profitto si interroghi sull’opportunità di darsi alla coltivazione di ogm, perché indietro non si torna.
Il contadino che voglia usare sementi ogm firma un contratto che lo priva di fatto della “sovranità” sul proprio terreno: non può utilizzare le proprie sementi ma deve comprarle, corredate da diserbanti e pesticidi, alla multinazionale di turno e, in caso di violazione del contratto, pagare una penale. Non solo: negli Stati Uniti già esistono ispettori che in base a segnalazioni di dubbia provenienza si aggirano nei campi per scovare quei contadini che utilizzerebbero sementi modificate senza autorizzazione. Non importa se il vento, gli uccelli o la mano umana – e di chi - abbiano messo ogm in mezzo a piante che non lo erano. In quel caso si è legati alla multinazionale di turno, da allora in poi, se si vuole continuare a produrre. Finché morte non ci separi.
Sara Santolini

mercoledì 28 gennaio 2015

"SE MI GIRA MI FACCIO ANCHE VESCOVO"

da La Voce del Ribelle:

Libby Lane, 48 anni, femmina, è vescovo. La notizia è arrivata anche da noi dove “non si ha altra Chiesa all’infuori di quella cattolica” ma comunque alla stampa italiana sembra interessante che quella Anglicana abbia inserito la possibilità per le donne, già reverende, di diventare vescovo. 
E insomma, il fatto è questo: c’è una donna vescovo a capo di Stockport, nel Regno Unito. Una di quelle cose che a guardarle così, superficialmente, sembrano una grande trovata, una pietra miliare nell’emancipazione femminile, una di quelle novità capaci di far parlare per ore gli opinionisti di turno nei talk show, a blaterare di parità di genere e di quanto inserire donne “al potere” sia giusto, sacrosanto e positivo.
Lasciando a altra sede ma tenendo a mente la questione del maschilismo insito in tutte le religioni più diffuse, che elaborate da uomini in società patriarcali non potevano essere altrimenti, una donna vescovo non è forse un passo avanti nell’affermazione del “femminile” in un mondo governato da uomini, è al contrario una conferma di quanto questo mondo sia sempre stato e sia tutt’ora “maschile”. Interessante è una filosofia, una religione, una teoria, una politica elaborata da una “mente” femminile che trovi spazio, non l’ennesima mascolina personalità che gli uomini inseriscano tra loro. Il concetto è portato alle sue estreme conseguenze, ma rende chiaro come non basti mettere a fare il vescovo, il segretario di partito o il Presidente qualcuno con scritto F sulla riga del “genere” sulla carta d’identità per poter parlare di parità. Che impronta lascia una donna che per emergere si cala in abiti maschili, abbraccia un modo di fare, uno stile e un taglio che non gli è proprio, forza se stessa per uscire dagli stereotipi o al contrario vi si cala per inerzia? E siamo scuri che questa stessa domanda non possa essere posta anche a un uomo? Non c’è alcun progresso in quelle società che non lasciano libertà di scelta, che forzano le menti incanalandole in comportamenti, parole e costumi, rendendole schiave. La questione è di certo più ampia, e comprende fenomeni quali il consumismo, l’information overload, i notiziari show e la manipolazione dell’opinione pubblica, ma per quanto riguarda la parità di genere il problema affonda le sue radici così indietro nel tempo da sembrare un assioma insito nella creazione del mondo. Eppure, così non è. Sono esistite civiltà matriarcali così come patriarcali, dei e dee, padri-padroni e madri-matrigne. L’unica cosa che il genere umano avrebbe dovuto imparare da questa storia è che uomini e donne uguali non sono e che in situazioni diverse sono in grado di assumere il ruolo di sesso forte o debole, spesso a completamento piuttosto che a discapito dell’altro. Tutta questa ricchezza, tutta questa gamma infinita di possibilità, è però schiacciata dalla necessità che ha la società di vivere di tranquilli e prevedibili stereotipi nei quali sguazzare bellamente - e trovare facilmente target pubblicitari. Chiunque voglia uscirne spesso rischia di cadere in altri modelli ugualmente scomodi, malgrado gli sforzi: da “velina” a donna in carriera - ma anche da padre di famiglia a eterno ragazzino e così via. La verità è che si è confuso l’accesso alle opportunità con l’appiattimento delle differenze.
Perché un mondo in cui siamo tutti riportabili a categorie, più o meno particolari e particolareggiate, è estremamente rassicurante - e prevedibile.
Sara Santolini

lunedì 19 gennaio 2015

TUTTO PRONTO PER IL PATRIOT ACT EUROPEO?

da La Voce del Ribelle:

Paura. Una parola che si insinua nella mente come un germe inarrestabile. Soprattutto quando indotta. Come un tumore che si annida nelle parti più nascoste del corpo, viene alimentato da noi stessi, inconsapevolmente, dalla nostra voglia di chiarezza che porta a credere alla spiegazione più semplice. E poi, d'un tratto, dispiega i suoi effetti. Così è accaduto negli Stati Uniti all'indomani del 11 settembre 2001, così ci sono i primi segni possa accadere anche nella vecchia e "saggia" Europa. 
La pagina più nera in tema di libertà negli USA è stata scritta non con il crollo delle torri gemelle, bensì con l'entrata in vigore del Patriot Act. George W. Bush ci mise poco più di un mese a firmarlo, all'inizio facendolo passare come una legge transitoria e d'emergenza - e di "emergenze" senza fine in Italia abbiamo grande esperienza - e poi di volta in volta prorogata fino a oggi. Vennero rafforzati i poteri e le libertà d'azione di FBI, CIA e NSA, rimosse le restrizioni sul controllo delle conversazioni telefoniche, delle chat, delle e-mail, delle cartelle cliniche, delle transazioni bancarie, sulla segretezza dei colloqui tra detenuti e legali. Addirittura si arrivò a dichiarare legittime le perquisizioni effettuate senza avviso e presenza del diretto interessato e consentire arresti di non meglio definiti "combattenti" sulla base di semplici sospetti. Una legge dichiarata, nella parte in cui prevedeva tabulati telefonici e Internet di sospettati senza mandato della magistratura e notifica agli indagati, incostituzionale - e anche in questo in Italia siamo dei veterani. Il tutto utilizzando una definizione di "atti terroristici" un tantino troppo di libera interpretazione: "atti che appaiono tesi ad influenzare la politica di un governo con l'intimidazione o la coercizione".
Adesso, all'indomani dell'attentato al Charlie Hebdo, si invoca anche in Europa una legge che dia poteri tali agli Stati da far sentire al sicuro i cittadini. Una specie di Patriot Act nostrano, che "almeno" cancelli l'accordo di Schengen.
A questo punto bisogna fare un passo indietro. L'accordo, datato 1985, coinvolge a oggi 26 Stati: Grecia, Italia, Malta, Portogallo, Spagna, Francia, Svizzera, Liechtenstein, Lussemburgo, Belgio, Paesi Bassi, Danimarca, Slovenia, Ungheria, Austria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia, Germania, Lituania, Lettonia, Estonia, Finlandia, Svezia, Norvegia e Islanda. L'accordo prevede che i confini siano liberamente attraversabili dai cittadini dei Paesi aderenti. Tale norma, e soprattutto il suo allargamento, ha fatto molto parlare. L'ultima volta che è salito all'onore delle cronache è stato quando con l'entrata di Polonia, Romania e Bulgaria (questi ultimi due al momento aderenti ma non ancora membri a tutti gli effetti) si è temuta una immigrazione in massa di cittadini dell'Est che, attratti dal luccichio dei Paesi più ricchi, sarebbero potuti venire a cercare occupazione "rovinando" il mercato del lavoro europeo - o peggio ancora pretendendo paghe all'altezza del loro nuovo Paese ospitante. Che il timore sia proprio questo lo dimostra il continuo rimandare la data dell'effettivo calo delle frontiere rumene e bulgare soprattutto per l'opposizione tedesca. Forse non è un caso che proprio Romania e Bulgaria abbiano il triste primato del più basso costo del lavoro in tutta Europa: tutto sommato è conveniente che rimangano a casa loro e che siano le aziende a delocalizzare, sfruttando la libertà di movimento di capitali a discapito di quella delle persone, questo il ragionamento.
In quest'ottica, forse non è un caso nemmeno che a invocare un cambio di Schengen - per carità, "solo" per proteggerci dal terrorismo - siano quei Paesi che in questi anni hanno visto una forte immigrazione di lavoratori dalle periferie d'Europa, in testa Inghilterra, Francia, Germania (nonostante le ultime "morbide" dichiarazioni in proposito della Merkel). E allo stesso tempo non è un caso che invece l'Italia si sia subito schierata con la libertà di circolazione, per non ritrovarsi tutti gli immigrati che usano il Bel Paese solo come ponte verso il Nord d'Europa rispediti al confine soprattutto ora che il lavoro scarseggia in Italia anche per loro.
La macchina in ogni caso si è messa in moto. Nelle stanze dei bottoni entro fine mese si incontreranno i ministri degli Esteri e i ministri degli Interni degli Stati membri. Temi caldi saranno le regole di Schengen, la condivisione di informazioni, la circolazione di armi, il controllo di Internet e l'istituzione di una banca dati dei passeggeri aerei.
Chissà che dopo aver sfilato per le vie di Parigi in nome di una libertà di espressione che non gli appartiene più, la folla non sfili a favore dell'annientamento delle libertà civili. Per pura, semplice, inoculata e terroristica paura.
Sara Santolini

lunedì 12 gennaio 2015

AVANTI, MARCH! IL MEGA SELFIE DI PARIGI

da La Voce del Ribelle:

Nel pomeriggio di ieri si è svolta la maxi manifestazione che ha riempito le vie di Parigi e alla quale ha partecipato oltre un milione di persone, che secondo alcune stime sarebbero state addirittura il triplo. Tra loro anche Benjamin Netanyahu, quel campione della libertà che di Palestinesi sulla coscienza ne ha ben oltre la manciata di uomini morti in Francia nel massacro dell'8 gennaio e che si affianca oggi ai Capi di Stato occidentali, anche loro non proprio innocenti verginelle. Tanto per mettere in chiaro "da che parte sta", il primo ministro israeliano.
Sulle strade si è radunata tanta, tanta gente comune. Già sabato i francesi erano scesi in piazza. A Tolosa in 80.000, a Nantes in 30.000, a Orleans in 22.000, a Nizza in 23.000. Numeri da far quasi impallidire quella della Rivoluzione Francese di fine '700, una folla che si muove in nome di quei valori che crede di proteggere e che invece non le appartengono più. Quando venivano venduti i giornali agli imprenditori e ai banchieri, si riduceva l'informazione a uno show, e poi, quando si tagliavano le risorse per la scuola e la sanità, si riducevano gli stipendi, si creava disoccupazione e contratti capestro, venivano (e vengono) ammazzati i figli e i loro padri con gli scarti del nostro modello di sviluppo, quando è stata venduta la nostra sovranità al migliore offerente, privandoci di quella libertà che solo l'informazione, la cultura, la salute, il pane e i diritti politici possono garantire, tutta questa massa di persone dov'era?
La risposta più semplice è che fosse schierata, sì, ma davanti alla tv - intendendo con questa tutto quel sistema di mezzi di comunicazione mainstream che hanno privato l'Occidente di una coscienza. Perché, se ce ne fosse, non passerebbe sotto silenzio in questi cortei, tanto per fare l'esempio più attuale, la storia della bimba kamikaze, due parole che solo a metterle insieme dovrebbero venire i brividi. Tanto meno l'opera di manipolazione delle emozioni, umane e comprensibili, dovute alle immagini del commando - sparate ovunque dal web alle tv, al fatto che si trattava di civili, per quanto antipatici potessero essere per l'Islam, gente che di per sé non aveva torto un capello a nessuno e che, parafrasando Massimo Fini, aveva dunque anche il diritto di "odiare chi gli pare".
I motivi e i mandanti dell'attentato a Charlie Hebdo, per quanto vogliano farci credere non sia così, devono ancora essere palesati. Un commando che sbaglia indirizzo e di cui un membro "perde" una carta d'identità è una roba che a inventarsela caccerebbero a calci qualsiasi sceneggiatore. Molti dunque rimangono i dubbi anche sugli esecutori materiali: chi sono, da dove vengono, se si tratti di semplici pedine, convinte di lavorare per un fine "più alto", e invece manipolate e usate per provocare l'opinione pubblica di un Occidente che non è in grado di ragionare con la propria testa.
In quel caso, la tragedia sarebbe ancora maggiore: saremmo tutti i deceduti di "Charlie Hebdo", musulmani e cristiani, civili e militari, uccisi e carnefici, vittime inconsapevoli della nostra stessa incomprensione del mondo. Dopo la grande crisi del 1930 e la depressione che ne seguì fu l'ingresso nella Seconda Guerra Mondiale a portare fuori dal pantano gli USA. A dirlo, o a ribadirlo, è stato il premio Nobel per l'economia Douglass North, secondo cui l'aumento del PIL è direttamente proporzionale all'aumento della spesa bellica. Per non parlare di quanto ha fruttato agli interessi produttivi statunitensi la ricostruzione della vecchia Europa. A quel conflitto ne seguirono altri: Corea, Vietnam, Panama, Kosovo, Afghanistan, Iraq, Libia.
Ora l'opinione pubblica è stanca ma «la guerra – come sottoscritto dall’economista statunitense Tyler Cowen - porta con sé un’urgenza a cui i governi altrimenti non riescono ad appellarsi». Nel 2013 la spesa è calata, a causa di austerity e ritiro degli USA dall'Afghanistan. Però, come si legge sul sito del Sipri, un istituto internazionale impegnato in ricerche su conflitto, armamenti, loro controllo e disarmo, «la spesa militare mondiale del 2013 è stata di 1.747 miliardi di dollari, equivalenti al 2,4% del prodotto interno lordo mondiale o a 248 dollari per ogni persona al mondo oggi». E, ancora, «il volume dei trasferimenti internazionali di armamenti convenzionali maggiori è aumentato del 14% nei quinquenni 2004-2008 e 2009-2013; nel 2009 Stati Uniti, Russia, Germania, Cina e Francia sono stati responsabili per il 74% del volume delle esportazioni e, con poche eccezioni, Stati Uniti ed Europa hanno dominato la classifica dei venditori negli ultimi vent’anni, anche se tra il 2009 e il 2013 la Cina si è collocata tra i principali fornitori occupando il quarto posto».
Una guerra, diciamoci la verità, potrebbe forse essere una risposta possibile alla crisi economica, anche in Europa. Di sicuro sposterebbe l'attenzione dei cittadini: di quelli greci che vogliono uscire dall'Euro e di tutti gli altri sull'orlo della rivolta civile. In Siria si combatte dal 2011 e i morti già 200mila. Gli americani già ci sono. Gli europei potrebbero approdare tra poco, quando la ragionevolezza lascerà definitivamente spazio alla paura.
Eppure, la risposta a tutto questo sarebbe semplice. Era scritta sul Partenone, simbolo della civiltà greca antica, quella che ha creato le basi culturali e politiche della vecchia Europa, già a giugno del 2011, e adesso assume un significato tutto "nuovo": People of Europe, rise up.
Sara Santolini

giovedì 11 dicembre 2014

ANTIPOLITICA: EVERSIONE AL POTERE

Antipolitica. Una parola che rappresenta tutta la carica emotiva contro i giochi di palazzo venuti alla luce - o meglio balzati all'onore delle cronache - in questi anni. E che, soprattutto, porta in sè un colpevole travisamento di significato.

Quando Napolitano ne parla però non si può pensare lo faccia senza capire la differenza tra ciò che vuole fare intendere e quello che dice veramente. Un discorso, quello all'Accademia dei Lincei, misto di paternalismo e nazionalismo che richiama alla responsabilità il popolo italiano reo di essersi fatto trascinare in un vortice di eversione "antipolitica". E così il Presidente più longevo della storia d'Italia, quando dice che "la crisi in atto ha segnato un grave decadimento della politica, contribuendo in modo decisivo a un più generale degrado dei comportamenti sociali, a una più diffusa perdita dei valori che nell'Italia repubblicana erano stati condivisi e operanti per decenni" dà per assodato che il Parlamento non sia in mano ai partiti politici, istituzioni private a fini prettamente personali che mantengono, distribuiscono, piegano e utilizzano il potere e i relativi benefici in termini privati che ne possano derivare - in buona parte, ma non solo, economici.

"Da troppo tempo - dice ancora Napolitano - si colpisce impunemente il funzionamento degli istituti principali della democrazia rappresentativa, non solo si stracciano in un solo impeto una pluralità di valori tradizionali o comunque vitali, ma si configura la più grave delle patologie con cui siamo chiamati come Paese civile a fare i conti: quella che penso possiamo chiamare la patologia dell'anti-politica". Napolitano invoca dunque "una larga mobilitazione collettiva volta a demistificare e mettere in crisi le posizioni distruttive ed eversive dell'anti-politica". Due concetti con i quali, fuori contesto, si può essere d'accordo, eccome: intendendo con la parola "politica" l'amministrazione della cosa pubblica a favore della collettività e dunque con "antipolitica" tutto quello che la mistifica, senz'altro sarebbe utile un repulisti che possa dare "ragionevoli speranze per il futuro dell'Italia" - frase utilizzata invece dal Presidente additando l'opposizione parlamentare, che pure troppo spesso risponde alle solite logiche di contrattazione tra partiti, come fautrice di "cieche spirali di contrapposizione faziosa" che bloccano il lavoro del Parlamento. Ebbene in questo nuovo sistema di significato proprio di quella mobilitazione contro la vera "antipolitica" bisognerebbe farsi carico.

giovedì 7 agosto 2014

IL VALORE DEL "LAVORO"

Recessione! Recessione! Ormai il coro è unanime, nonostante non sia di oggi la previsione del crollo, inevitabile, del Paese. Un allarme fittizio e ritardato che farà da preludio a una manovra, anche quella più che prevedibile da inizio anno, che anche stavolta venderanno per "necessaria e obbligatoria per far fronte all'emergenza". Emergenza: altra parola un po' troppo usata dalle nostre parti, per le alluvioni, i restauri, i terremoti di decenni prima, la gestione ordinaria dei rifiuti.

A questo punto una riflessione è d'obbligo, anche per quelli che fino a ieri hanno preso per pazze le Cassandre della recessione. Comincerei dal piccolo, e mi fermerei lì, che la vita del singolo, seppure condizionata dalle grandi manovre economiche e politiche, si alimenta di piccole scelte, possibilità e obblighi, tra necessità e libertà.

Qualche giorno fa mi chiama il commercialista e mi chiede di versare all'istituto di previdenza un 50% in più per poter arrivare ai 12 mesi di contribuzione, vista la mia assenza dal lavoro (3 mesi) per la maternità. Non ci ho messo che qualche frazione di secondo a rispondere che non l'avrei fatto: giusto il tempo di capire - non potevo crederci - cosa stava chiedendo. Sostanzialmente soldi in più da un già misero reddito per una pensione che non vedrò mai.

Ecco, se a livello prettamente economico ci sono cose che già non "tornano" più, il rischio - per il sistema sia chiaro non per noi - è che a un certo punto si riesca a trovare una alternativa, quella che si continua a cercare, visto il malessere che impera. Un'opportunità concreta che traduca in fatti e che porti alle sue estreme conseguenze tutta la teoria della decrescita, del distacco dal sistema, della dittatura del lavoro. Perchè, inutile nascondersi, anche se derivata dal mercato, sempre di dittatura si tratta. E ogni dittatura che si rispetti ha dei sudditi più o meno consapevoli: i singoli cittadini. Chi può fare a meno del lavoro alzi la mano. Anzi, scagli la prima pietra su chi del lavoro ha fatto - pur sbagliando clamorosamente - la sua vocazione.

Il primo passo è quello di liberarsi dal concetto del "lavoro", inteso come attività salariata, come valore. Le parole hanno il loro peso: dovremmo smetterla di identificarci con queste attività. Una donna che sa dipingere e che è madre di tre bambini bisogna identificarla con la parola "personale delle pulizie" se è quello che fa per vivere? Uno straniero la cui laurea in medicina dove vive non vale niente perchè non equiparata, che cura gratis la gente del suo quartiere ma che per soldi scarica le cassette di verdura al mercato rionale siamo sicuri sia giusto identificarlo con questa attività? O ancora, un manager affermato e ricco che paghi qualunque cosa a caro prezzo, da chi gli fa favori a chi gli dà consigli, dall'amicizia all'amore, siamo sicuri possa essere definito "di successo"?

La sfida non è sognare un mondo diverso, in cui si possa avere tutta la giornata libera dal "lavoro", è riuscire ad averla senza sbattere la testa al muro perchè non si sa cosa dare da mangiare ai propri figli. Questa è la difficoltà, perchè non lavorare e sbeffeggiare chi lo fa quando, per fare qualche esempio, si può contare su mamma e papà o su una rendita o anche su un buon gruzzoletto messo da parte, insomma quando si ha "il culo parato", non è vera ribellione. E' semplice, invidiabile e condivisibile, opportunismo. E in ogni caso una cosa è avere del tempo liberato, un altro paio di maniche è sapere cosa farne. Insomma, forse chi considera a ragione il lavoro una schiavitù, ma non lavora perchè vive grazie a rendite create dai meccanismi di mercato, e utilizza il tempo che ha liberato dal lavoro per attività proprie di chi nel sistema è ben incastonato - giri al centro commerciale, giochini su facebook e via dicendo - non è più ribelle di chi, tanto per dire, ha potuto approfittare del sistema nel passato, che so andando in pensione a 40 anni, e grazie a questo gira il mondo in barca.

La sfida al sistema, quello che davvero lo farebbe andare in tilt, è riuscire a vivere senza soldi. O almeno con meno soldi possibile, meglio ancora senza alimentare alcuna industria, riutilizzando e aggiustando e soprattutto comprando il meno che si può. L'impresa è a dir poco ardua: qualsiasi cosa è ormai legata alla compra-vendita, non esiste quasi più l'ospitalità, quasi chiunque abbia "una stanza in più" cerca di sfruttarla se può come fonte di guadagno cercando di attirare turisti facoltosi, non "poveracci" in cerca d'avventura. Ancora, è difficile avvalersi dello scambio di beni, peggio ancora se si parla di tempo o servizi, tranne che all'interno di circoli limitati e organizzati che, seppure funzionali, rappresentano solo una goccia nell'oceano. Anzi, nel deserto.

Sara Santolini

sabato 12 luglio 2014

L'INCOSCIENZA “PERICOLANTE”

Ci sono volte in cui nemmeno “sbattere la notizia in prima pagina” può bastare. Quante volte chi non si ferma alla prima pagina dei quotidiani più quotati si sente un pesce fuor d'acqua anche solo a parlare "del più e del meno" al bar sotto casa? Peggio ancora, quante persone si allontanano scrollando la testa dagli incontri in cui a parlare non è la propaganda politica ma una voce fuori dal coro, dell'Informazione con la “I” miuscola? E la tendenza non si esaurisce nel nostro giardino.
Sono anni che Alain de Benoist definisce l'Europa come incapace di definire la sua identità, pronta a uscire dalla storia per diventare un pezzo di storia altrui – quella statunitense. Il vecchio continente sarebbe "nell’utopismo e nell’incoscienza di sé" e la sua colpa in primo luogo quella di essersi dimenticato di essere potenza sovrana prima di un mercato a modello e guida degli Stati Uniti d'America. E non è ancora la cosa più grave. Era il 2010 quando Marco Della Luna scriveva “Oligarchia per popoli superflui” e teorizzava la nascita di una massa inutile per il sistema economico perchè non integrabile, disoccupata e, soprattutto, fuori dal meccanismo del consumo – vero agnello d'oro per le masse idolatre create a immagine e somiglianza del sistema di sviluppo nel quale siamo costretti a vivere. Si tratterebbe a conti fatti di tutti quelli che non hanno un reddito e la cui esistenza non è che un fastidio per la politica e l'economia. I più audaci teorizzano guerre o epidemie provocate ad hoc per far calare il volume di questa massa, i più smaliziati l’erogazione pubblica di sussidi minimi di sostentamento a livello necessario e sufficiente a perpetuare il sistema di consumo. In entrambi i casi una massa così impoverita avrebbe tutte le ragioni economiche per ribellarsi all'ordine costituito. La Storia insegna però che sono motivazioni culturali e sociali quelle che permettono di ribellarsi e prima ancora di riconoscere l'ingiustizia: ecco che la dittatura del mercato e dell'economia abbandona queste stesse masse, che ha privato di tutto il resto, alla loro incapacità di reagire. In pochi riconoscono le responsabilità del sistema economico e politico in vita in questo momento per la situazione che si sta palesando: anche la disoccupazione e l'indigenza vengono considerati semplici incidenti di percorso. Si dà la colpa al governo che è stato al potere il giorno prima, alle politiche Europee e anche a una crisi economica di cui non si comprendono a fondo le cause, convincendosi che presto o tardi "tutto si sistemerà", e soprattutto senza rendersi conto che fa tutto parte dello stesso puzzle: le leggi statali, l'Europa, le banche e lo Spread.
L'individualismo proprio del sistema capitalistico fa il resto: ognuno, dimenticandosi che di fronte a un mostro del genere si può sopravvivere solo in comunità, anela di partecipare alla cuccagna, spera in una “ripresa” che però al massimo permetterà di trovare un lavoro – per lo più salariato – al limite della sopravvivenza, sicuro che il sistema sia in qualche modo “giusto” e che il lavoro rimanga l'unico valore. La difficoltà di vedere è diventata cecità: non si riconosce alcuna alternativa al sistema attuale e, in mancanza di prospettive, non solo "l'utopia" che dà speranza, non solo la ribellione ma anche la stessa consapevolezza di vivere in un'ingiustizia sono impossibili. Non finisce qui: questa incoscienza è così diffusa che schiaccia, ridicolizza e avvilisce qualsiasi tentativo di riscatto – così come il sistema si difende da qualsiasi tipo di cambio politico che possa mettere a rischio le sue basi economiche, inserendolo nel mercato.
Intanto protagonista di una brutta pagina di cronaca è un ragazzino di soli 14 anni. Passeggiava in galleria, a Napoli, quando un cornicione è caduto sulla sua testa. Di certo non poteva sapere sarebbe accaduto. Qualcun'altro però si era sicuramente accorto – o comunque avrebbe dovuto – che si trattava di un grosso pezzo di marmo che sarebbe venuto giù, un giorno o l'altro. Forse ha pensato che la sorte avrebbe fatto in modo restasse lì, al suo posto. L'incoscienza generale, questa incredulità sullo stato delle cose, sulla nostra anche personale deriva culturale e sociale prima ancora che economica, questa abdicazione totale e incondizionata alle ragioni dell'economia lascerà che la “crisi” e la sua “politica” produca indisturbata i suoi effetti. E' quel cornicione lasciato lì, pericolante.

Sara Santolini

martedì 1 aprile 2014

Eppure qualcosa si muove (?)

Qualcosa si muove. Campeggia al centro delle testate giornalistiche e riempie le bocche degli editorialisti: il tasso di disoccupazione è, di nuovo, aumentato. 
E adesso, a febbraio 2014, siamo arrivati, cifra dopo cifra, record dopo record, al 13%. Un numero che nasconde 3,3 milioni di persone che, in soldoni, significano circa il doppio delle famiglie.

E allora perchè "qualcosa si muove"? Chi mi conosce lo sa: non mi darò a ridicole previsioni di ripresa, nè a previsioni del futuro intrise di un ottimismo che, in quando completamente scollato dalla realtà, non ha motivo - nemmeno psicologico - di aver seguito. 
Quel qualcosa che "si muove" è intorno a noi. Lontani da una vera e propria presa di coscenza, gli italiani stanno smettendo di ridere, di dividersi in fazioni belligeranti a favore di quella o l'altra politica. Spesso non sanno ancora come e perchè, ma si guardano intorno e vedono, si accorgono per la prima volta che c'è il deserto. 

Nel 2013 i suicidi per motivi economici - o meglio quelli la cui causa è stato accertato siano tali motivi - sono stati 149: uno ogni due giorni e mezzo. Come dire: giorni dispari, festivi esclusi. Poco prima del baratro, c'è la disperazione. A segnalarla i piccoli furti, quelli "per fame" che sono aumentati negli ultimi tre anni del 65% per 3 miliardi di merci portate via dagli scaffali dei supermercati senza passare dalla cassa. Proprio da quei supermercati che in qualche modo simboleggiano il consumo, il marketing, la produzione dell'inessenziale. La violenza aumenta, nei giovani come risposta alla mancanza di basi dalle quali crescere, negli adulti come sfogo di una rabbia senza padrone.

I politici fanno la loro, promettendo "più lavoro per tutti" ma nel contempo firmano per far avere agli italiani - quelli che non vengono costretti ad aprire partita iva - contratti traballanti nei quali in meno ore devono produrre sempre di più e, nemmeno a dirlo, a una paga più bassa. La ricetta, a vederla con gli occhi della decrescita, potrebbe quasi sembrare buona ma dovrebbe garantire un reddito minimo di sussistenza - cosa che già non accade nel 12% dei casi con i lavori "a tempo pieno", e la dignità e il rispetto dovuto a chi lavora, non il ricatto del mancato rinnovo del contratto a discapito della qualità e a favore di una quantità sempre maggiore di mansioni.

Eppure qualcosa si muove. I sindacati sbraidano contro l'ultimo decreto, Confindustria sorride sotto i baffi, il presidente di turno si prepara alla prossima campagna elettorale. Ma in numero sempre maggiore la gente si ferma a guardarli (ancora) e dentro di sè pensa: "...chiacchiere". 

Sara Santolini 

sabato 11 maggio 2013

La prossima bolla

da www.ilribelle.com

Ormai se ne parla comunemente anche sui giornali finanziari che sino a ora, o almeno in tutti gli anni in cui a scriverlo erano solo quelli di controinformazione, non erano poi tanto propensi a rivelare i veri rischi delle "politiche eterodosse" utilizzate dalle Banche Centrali. Questa è la volta, addirittura, del Sole 24 Ore, che usa proprio questi termini riprendendo alcune analisi del Fondo Monetario Internazionale:
"Il Fondo mette in evidenza che le politiche eterodosse adottate finora dalle banche centrali hanno contribuito alla stabilità finanziaria nel breve termine, soprattutto perché hanno rimesso in sesto i conti di tante banche traballanti, ma ricorda anche che c'è il rovescio della medaglia: le banche centrali hanno accettato di assumersi rischi finanziari nuovi per quantità e qualità e non sappiamo, perché siamo entrati in un territorio inesplorato nella storia della finanza, quali saranno le conseguenze, anche politiche nel lungo termine. Le banche, inoltre, potrebbero essere indotte a rinviare al futuro azioni di ristrutturazione e di risanamento assolutamente indispensabili. E via elencando fra uno scongiuro e l'altro. "
...

giovedì 7 marzo 2013

da Arianna Editrice

 Misteri gaudiosi. Monsignor Ernesto Galli della Loggia scopre che il populismo non è il Male Assoluto. O, quantomeno, che si è fatta molta confusione sul populismo e arriva a legittimarlo anche in certi aspetti del nazismo (Corriere 27/2). I nostri fini dicitori, che dovrebbero essere gli interpreti della realtà, a furia di star chiusi nelle loro stanze di professori, han finito per non capirne nulla, sono stati sorpresi dall'exploit di Grillo e ora cercano disperatamente di riposizionarsi per far dimenticare che per decenni sono stati complici di quella partitocrazia che 5Stelle sta per spazzar via, offrendo i loro servigi al nuovo vincitore. Lo stesso è accaduto agli uomini politici che, saltabeccando da una TV all'altra, parlando in teatrini compiacenti, confabulando in Transatlantico intenti a confezionare sofisticate strategie, non si sono resi conto, fino all'ultimo, che lo 'tsunami' non era una parola ma un'onda che li avrebbe travolti. Eppure non era tanto difficile da capire, bastava scendere in strada, entrare in un bar, prendere un autobus, per capire che aria tirava.
Adesso Bersani, dopo averlo coperto di insulti («indegno», «uno che porta la gente fuori dalla democrazia») implora Grillo di concedergli almeno l' 'appoggio esterno' e gli promette la presidenza della Camera. Ma Grillo ha già risposto con un regolamentare 'vaffa'. Non penso nemmeno, nonostante il leader di 5Stelle si sia espresso in contrario, che Grillo accetterà di votare i singoli provvedimenti che rientrano anche nel suo programma. Perchè non gli conviene contaminarsi, anche solo marginalmente, con una classe dirigente che ha dichiarato di voler spazzar via, tutta. Gli conviene aspettare, come ha fatto finora, che si finisca da sola. L'unica possibilità di formare un governo è una 'Grosse Koalition' fra Pd e Pdl. Ma in tal caso i due ex maggiori partiti si sputtanerebbero definitivamente davanti a quel che resta dei loro elettori e un governo del genere, per le sue insanabili contraddizioni interne, cadrebbe nel giro di pochi mesi. L'altra ipotesi è che si vada alle urne subito, dopo aver cambiato la legge elettorale. In un caso o nell'altro 5Stelle non prenderà più il 25,6% ma il 40 o il 50. Il voto del 26 febbraio è stato solo il primo colpo. Il prossimo sarà quello del ko definitivo.
Il progetto di Grillo va oltre quello di eliminare una classe dirigente degenerata. E' molto più ambizioso. Intende rivedere da cima a fondo un modello di sviluppo, quello occidentale, che ci sta portando al tracollo economico dopo aver realizzato quello sociale, etico, umano. Non so se lo si è davvero capito ma Beppe Grillo è un tradizionalista che utilizza strumenti modernissimi, il web, contro le storture della Modernità. Basta pensare al suo discorso sul lavoro:«Il lavoro è importante, ma non puo' essere tutta la nostra vita, che è fatta di altro». Tradotto significa: meno lavoro, meno guadagni, meno produzione, meno consumi ma più tempo, che è il vero valore della vita, per noi. Una partita difficilissima, che avrà contro tutti gli attuali establishment e che impegnerà le generazioni a venire. Ma almeno il 26 febbraio è stato dato, in Italia, paese storicamente laboratorio, il calcio d'inizio.


Massimo Fini

venerdì 22 febbraio 2013

MONTI HA FALLITO Lo spread è calato "grazie" alla BCE. Che ci ha guadagnato.

(da www.ilribelle.com

Le misure di austerità non sono servite a nulla.

Non è proprio così, nel senso che a qualcosa, quelle misure, sono servite: come sappiamo, a fare i favori dei banksters e delle industrie, che ora, nel nostro Paese, possono licenziare come meglio credono. Altra cosa: visto che lo Stato non dovrà più pagare le pensioni - praticamente soppresse dalla riforma Fornero, soprattutto per i più giovani - adesso tutto il denaro drenato ai cittadini potrà confluire nel pagare gli interessi sul debito, illegittimo e inesigibile, della speculazione internazionale.
Per quanto attiene invece allo spread, "miracolosamente" calato sotto 300 punti (valore che tutto è fuorché sostenibile, beninteso) ebbene tutto quanto fatto da Mario Monti non ha contato assolutamente nulla. Il motivo del suo calo, dagli oltre 500 punti alla data delle dimissioni di Berlusconi, è tutto da ascrivere alla Banca Centrale Europea.
È Mario Draghi stesso di fatto a confermarlo. Fra il 2011 e il 2012, quando la BCE intervenne sui mercati per acquistare i titoli di Stato dei Paesi in difficoltà, la quota maggiore di quelle operazioni fu esattamente per l'Italia. 
La BCE, attraverso l'operazione Omt, acquistò titoli di Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda, ma soprattutto, più di tutti, quelli dell'Italia. Il nostro Paese ha "beneficiato" di ben 102,8 miliardi di euro di bond acquistati dalla BCE (dei circa 470 messi in vendita nel 2012) mentre gli altri Paesi, nell'ordine poc'anzi citato, hanno impegnato Francoforte per soli 44,3, 33,9, 22,8 e 14,2 miliardi.
Dunque Draghi aiutò formalmente l'Italia ma direttamente proprio Mario Monti, che all'epoca poteva (e tuttora fa lo stesso) andare in giro tronfio dei risultati ottenuti sullo spread dal suo governo che oggi, invece, sappiamo da chi e cosa provengono.
Ma c'è dell'altro. E forse ancora più "interessante": la BCE ha comunicato la chiusura del bilancio del 2012. Ebbene, il suo utile netto è stato di 998 milioni di Euro. Addirittura in rialzo rispetto al 2011. Insomma, per la Banca Centrale Europea non c'è stata crisi, anzi.
Il surplus è stato di 2,164 miliardi (1,894 nel 2011), di cui 1,166 miliardi messi a riserva a copertura dei rischi. Lo ha annunciato proprio la Bce dopo che il consiglio direttivo ha approvato i conti 2012. I margini netti realizzati dalla Banca Centrale sugli interessi raggiungono i 2,289 miliardi (1,999 miliardi nel 2011), di cui 1,108 miliardi dai titoli di Grecia, Spagna, Irlanda, Portogallo e Italia acquistati attraverso il programma 'Omt'.
E ora la beffa - che peraltro conferma il carattere criminoso di questa organizzazione speculativa: dell'utile 2012 sono stati già girati 575 milioni alle Banche dell'eurozona, mentre i restanti 423 milioni saranno distribuiti il 25 febbraio.
Ecco il circolo diabolico: la BCE compra i titoli di Stato dei Paesi in crisi e ci guadagna gli interessi (succhiati ai cittadini che devono subire le misure di austerità per ripagarli) quindi presta gli utili alle Banche in crisi che a loro volta li investono ancora nei titoli di Stato dei vari Paesi lucrandoci sopra l'interesse. Sempre sulle spalle dei cittadini. E infine, quando le Banche periferiche vanno all'incasso dei titoli a scadenza, riconsegnano denaro maggiorato di interesse alla BCE.
Quante volte ci guadagna la BCE? Facile: in ognuno di questi passaggi. Ad iniziare dal principio, ovvero dalla creazione di moneta che alla Banca Centrale non costa assolutamente nulla, e poi via via in ognuno dei passaggi citati, per via diretta (acquisto in proprio dei titoli) o per via indiretta, attraverso le altre Banche periferiche, che sono peraltro anche sue stesse azioniste.