da
La Voce del Ribelle:
Nel pomeriggio di ieri si è svolta la maxi manifestazione che ha
riempito le vie di Parigi e alla quale ha partecipato oltre un milione
di persone, che secondo alcune stime sarebbero state addirittura il
triplo. Tra loro anche Benjamin Netanyahu, quel campione della libertà
che di Palestinesi sulla coscienza ne ha ben oltre la manciata di uomini
morti in Francia nel massacro dell'8 gennaio e che si affianca oggi ai
Capi di Stato occidentali, anche loro non proprio innocenti verginelle.
Tanto per mettere in chiaro "da che parte sta", il primo ministro
israeliano.
Sulle strade si è radunata tanta, tanta gente comune. Già sabato i
francesi erano scesi in piazza. A Tolosa in 80.000, a Nantes in 30.000, a
Orleans in 22.000, a Nizza in 23.000. Numeri da far quasi impallidire
quella della Rivoluzione Francese di fine '700, una folla che si muove
in nome di quei valori che crede di proteggere e che invece non le
appartengono più. Quando venivano venduti i giornali agli imprenditori e
ai banchieri, si riduceva l'informazione a uno show, e poi, quando si
tagliavano le risorse per la scuola e la sanità, si riducevano gli
stipendi, si creava disoccupazione e contratti capestro, venivano (e
vengono) ammazzati i figli e i loro padri con gli scarti del nostro
modello di sviluppo, quando è stata venduta la nostra sovranità al
migliore offerente, privandoci di quella libertà che solo
l'informazione, la cultura, la salute, il pane e i diritti politici
possono garantire, tutta questa massa di persone dov'era?
La risposta più semplice è che fosse schierata, sì, ma davanti alla
tv - intendendo con questa tutto quel sistema di mezzi di comunicazione
mainstream che hanno privato l'Occidente di una coscienza. Perché, se ce
ne fosse, non passerebbe sotto silenzio in questi cortei, tanto per
fare l'esempio più attuale, la storia della bimba kamikaze, due parole
che solo a metterle insieme dovrebbero venire i brividi. Tanto meno
l'opera di manipolazione delle emozioni, umane e comprensibili, dovute
alle immagini del commando - sparate ovunque dal web alle tv, al fatto
che si trattava di civili, per quanto antipatici potessero essere per
l'Islam, gente che di per sé non aveva torto un capello a nessuno e che,
parafrasando Massimo Fini, aveva dunque anche il diritto di "odiare chi
gli pare".
I motivi e i mandanti dell'attentato a Charlie Hebdo, per quanto
vogliano farci credere non sia così, devono ancora essere palesati. Un
commando che sbaglia indirizzo e di cui un membro "perde" una carta
d'identità è una roba che a inventarsela caccerebbero a calci qualsiasi
sceneggiatore. Molti dunque rimangono i dubbi anche sugli esecutori
materiali: chi sono, da dove vengono, se si tratti di semplici pedine,
convinte di lavorare per un fine "più alto", e invece manipolate e usate
per provocare l'opinione pubblica di un Occidente che non è in grado di
ragionare con la propria testa.
In quel caso, la tragedia sarebbe ancora maggiore: saremmo tutti i
deceduti di "Charlie Hebdo", musulmani e cristiani, civili e militari,
uccisi e carnefici, vittime inconsapevoli della nostra stessa
incomprensione del mondo. Dopo la grande crisi del 1930 e la depressione
che ne seguì fu l'ingresso nella Seconda Guerra Mondiale a portare
fuori dal pantano gli USA. A dirlo, o a ribadirlo, è stato il premio
Nobel per l'economia Douglass North, secondo cui l'aumento del PIL è
direttamente proporzionale all'aumento della spesa bellica. Per non
parlare di quanto ha fruttato agli interessi produttivi statunitensi la
ricostruzione della vecchia Europa. A quel conflitto ne seguirono altri:
Corea, Vietnam, Panama, Kosovo, Afghanistan, Iraq, Libia.
Ora l'opinione pubblica è stanca ma «
la guerra – come sottoscritto dall’economista statunitense Tyler Cowen -
porta con sé un’urgenza a cui i governi altrimenti non riescono ad appellarsi». Nel 2013 la spesa è calata, a causa di austerity e ritiro degli USA dall'Afghanistan. Però, come si legge sul
sito del Sipri,
un istituto internazionale impegnato in ricerche su conflitto,
armamenti, loro controllo e disarmo, «la spesa militare mondiale del
2013 è stata di 1.747 miliardi di dollari, equivalenti al 2,4% del
prodotto interno lordo mondiale o a 248 dollari per ogni persona al
mondo oggi». E, ancora, «
il volume dei trasferimenti internazionali
di armamenti convenzionali maggiori è aumentato del 14% nei quinquenni
2004-2008 e 2009-2013; nel 2009 Stati Uniti, Russia, Germania, Cina e
Francia sono stati responsabili per il 74% del volume delle esportazioni
e, con poche eccezioni, Stati Uniti ed Europa hanno dominato la
classifica dei venditori negli ultimi vent’anni, anche se tra il 2009 e
il 2013 la Cina si è collocata tra i principali fornitori occupando il
quarto posto».
Una guerra, diciamoci la verità, potrebbe forse essere una risposta
possibile alla crisi economica, anche in Europa. Di sicuro sposterebbe
l'attenzione dei cittadini: di quelli greci che vogliono uscire
dall'Euro e di tutti gli altri sull'orlo della rivolta civile. In Siria
si combatte dal 2011 e i morti già 200mila. Gli americani già ci sono.
Gli europei potrebbero approdare tra poco, quando la ragionevolezza
lascerà definitivamente spazio alla paura.
Eppure, la risposta a tutto questo sarebbe semplice. Era scritta sul
Partenone, simbolo della civiltà greca antica, quella che ha creato le
basi culturali e politiche della vecchia Europa, già a giugno del 2011, e
adesso assume un significato tutto "nuovo": People of Europe, rise up.
Sara Santolini