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venerdì 9 marzo 2012

Visco ci vuole tutti schiavi. A vita


"Lavorare di più e più a lungo"
Per fare cosa è chiaro.
1) Pagare contributi tutta la vita e morire sul posto di lavoro prima di arrivare a percepire la pensione
2) Cinesizzarsi per riuscire appena ad arrivare alla fine del mese. E spesso neanche quello 
3) Continuare a stare alla macina, come animali, per pagare gli interessi sugli interessi imposti dalla speculazione internazionale (di cui Visco fa parte) 
4) Abbrutirsi di fatica. E vivere unicamente per lavorare, peraltro guadagnando sempre meno 
A questo punto, la vera ribellione è cercare di lavorare meno. Sempre meno. Sempre meno. E passare il resto del tempo in altre attività.
Senza salario. Per se stessi. È il discorso che Maurizio Pallante porta avanti da anni, e spiega con precisione scientifica, per chi si prenda la briga di leggere (tra gli altri) i suoi libri. Il concetto chiave è quello che vuole indicare come "occupate" unicamente le persone che percepiscono un salario, mentre le altre - tutte le altre: dalla madre che cresce i figli, a chi ripara da sé la propria casa, a chi produce da sé ciò che gli serve per mangiare, a chi dona se stesso per accudire altre persone e via dicendo - sono semplicemente "disoccupate".
Sia chiaro, è evidente che nel nostro mondo (per ora) si debba necessariamente fare qualche lavoro che comporti il ricevere denaro in cambio, perché, molto semplicemente, ci sono merci (soprattutto merci, ma anche pochi altri veri beni) che necessitano di essere acquistati. Ma il punto, volenti o meno, è esattamente questo: meno si necessita di cose che è indispensabile acquistare, più si è liberi. Più, finalmente, si può lavorare di meno.
È essenziale che tutti quelli che sentono disagio in questo mondo, tutti quelli animati da seri moti di ribellione, evitino di cadere in una trappola terribile: pensare che semplicemente cambiando alcune regole del gioco, di questo gioco, si possa tornare a vivere una vita più degna di essere vissuta. Così come quelli che credono che prima o poi, pur rimanendo in questo modello, qualcosa possa cambiare. Grossomodo attendono un miracolo con un atto di fede. 
Ora, impostare tutta la propria vita su un atto di fede - fede peraltro in questo sistema di sviluppo - equivale alla donnina che gioca al gratta e vinci. Ecco, si deve spazzare via questo concetto. È indispensabile capire che per cambiare davvero le proprie condizioni si deve decidere proprio di sottrarsi a questo gioco. Si deve uscire, per quanto più è possibile, da questo casinò. Perché è proprio nella sua natura intrinseca obbligarci a vivere per lavorare e per consumare. La cosa comporta delle rinunce, è inevitabile. Si tratta di capire se sono più insopportabili queste rinunce oppure è più insopportabile pensare di vivere tutta la vita come schiavi. Non ci sono mezze misure: il sistema ci ha portato, di fatto, a una situazione di guerra. Come è possibile non considerare come una dichiarazione di guerra le parole di Visco? Come è possibile soprassedere alle imposizioni che questo modello, soprattutto oggi, con le conseguenze della crisi economica attuale dalla quale - è evidente -non usciremo, ci infligge?
Ci hanno già tolto buona parte di quello che avevamo: le pensioni, il welfare, la dignità di fare un lavoro che almeno ci permettesse di arrivare alla fine del mese senza affanni. E ora ci intimano di dover rimanere in questa situazione per tutta la vita.
Insomma delle due l'una: o si accetta tutto, o camusianamente si "dice no". E si cercano altre strade. I più, a un discorso di questo tipo, generalmente rispondono con sufficienza e sdegno, evitano di entrare nel cuore del problema semplicemente rispondendo che una strada differente non esiste, e che siamo condannati a vivere in questo modo. Sono persone asfissiate dalla catena che hanno al collo. In buona parte sono persone già pronte, consciamente o meno, a vivere una vita di questo tipo. Il che equivale a dichiararsi già morti. 
Ma la ribellione è dei vivi. Costi quel che costi. Anche dover percorrere altre strade che non si conoscono. O anche doverne costruire di nuove passando per il bosco con un machete. Perché il resto, la vita che ci prospettano i visco attuali, è peggio.
Valerio Lo Monaco

mercoledì 15 febbraio 2012

20 anni di sacrifici: parola di Monti

No alle Olimpiadi. Troppo costose, e fuori luogo. Ok, giusto.
Ma il punto è un altro: voi quanti anni avrete, tra 20? 

Abbiamo davanti 20 anni - "come sapete" - di sacrifici. Il governo Monti dice no alla candidatura di Roma per le Olimpiadi 2020. Il che, francamente, non fa una piega: sono ancora aperte le ferite per le spese folli e inutili degli ultimi Mondiali di nuoto e a dire il vero sono ancora aperte quelle dei Mondiali di calcio di Italia 90. Ridicolo spendere per un baraccone come quello di Roma 2020. Ma la cosa da mettere a fuoco è un'altra. Abbiamo davanti un periodo lunghissimo di ristrettezze e sacrifici.

Queste le parole di Monti. Naturalmente non ce ne importa nulla di commentare il no alle Olimpiadi di Roma quanto di capire il vero punto del giorno. E del futuro.

Dunque 20 anni di sacrifici.

Intanto, non lo sapevamo affatto, come invece sembra voler far percepire il premier. O meglio, ancora la cosa non era stata esplicitata, anche se almeno su questo giornale ce lo siamo detti spesso. Invece adesso è ufficiale, se anche il "professore" ha parlato così chiaro.

Ma il punto è che le parole di Monti, sebbene a nostro avviso vadano considerate per "difetto" sulla durata del purgatorio, sono una vera e propria bomba. Perché comunque esplicitano una data, una ipotesi di "fine pena". Sulla quale, come tutti i condannati dopo aver ascoltato la sentenza, vale la pena di ragionare.

Voi quanti anni avrete, tra vent'anni? Siete disposti a vivere vent'anni d'inferno e a ritrovarvi tanto avanti negli anni (già anziani?) il giorno in cui - e sono solo previsioni - si potrà tornare, secondo Monti, semplicemente ai livelli ante-crisi in cui peraltro non è che si stava poi così bene?

Insomma questo è quanto. Ce ne è abbastanza per una rivoluzione, se solo gli italiani capissero cosa significa. Se solo avessero ancora sangue nelle vene.

Ma senza andare troppo in là, ce ne è abbastanza per fermare ogni tipo di investimento, personale o aziendale, per bloccare immediatamente ogni spesa, ogni rata, ogni cosa: per vent'anni, nisba, niente da fare. Nessuna ripresa, nessun miglioramento rispetto ad adesso. Anzi, semmai andrà peggio, proprio per il processo dell'effetto domino innescato dalle misure appena prese e da quelle che presumibilmente saranno prese a breve. Altro che sciopero della Fiom, altro che Camusso e compagnia cianciando. 

vlm


lunedì 6 febbraio 2012

Default Grecia. È quasi countdown


Siamo al punto di non ritorno, nei rapporti tra Grecia e Ue? Forse ancora no, ma di sicuro ci si trova più che mai in piena impasse. Dopo che i principali partiti ellenici hanno rigettato le draconiane misure suggerite, o per meglio dire intimate, dalla Trojka, ai vertici comunitari non è rimasto che prendere atto della situazione.
«La Grecia – ha dichiarato il portavoce della Commissione, Amadeu Altafaj Tardio – ha già superato la data limite che la Ue le aveva dato. Speravamo di arrivare a un accordo in questi giorni ma purtroppo non è stato così. Tutti i ministri dell’Eurogruppo sono pronti a riunirsi quando ci saranno gli elementi, ma per ora è inutile convocarli. La palla è nel campo delle autorità greche».
La questione, però, si potrebbe ribaltare. Nel momento in cui le richieste internazionali sono eccessivamente onerose, come in questo caso, resta ben poco da fare se non rigettarle. Se la palla non è utilizzabile, perché è sgonfia o perché è troppo pesante, la responsabilità dell’interruzione del gioco non ricade necessariamente sulla squadra che si ferma, ma su quella che di fatto le impedisce di proseguire. Il terzetto Ue-Bce-Fmi ha richiesto che si abbassino, o piuttosto che si abbattano, i salari minimi, che si cancellino le tredicesime anche in ambito privato, e che si proceda a ulteriori tagli per un ammontare intono all’uno per cento del Pil. Di fronte a questi nuovi, e spaventosi, interventi, sia la politica che il sindacato non se la sono sentita di avallarli.
Antonis Samaras, presidente del partito conservatore greco Nea Demokratia, ha denunciato che «ci stanno chiedendo una grande recessione che il paese non può permettersi», promettendo che combatterà «per evitare un simile scenario». George Karatzaferis, a capo della formazione di estrema destra Laos, ha puntualizzato di non voler «contribuire all'esplosione di una rivoluzione». E anche Papandreou, leader dei socialisti e premier fino all’avvento di Papademos nel novembre scorso, ha negato il suo assenso.
I tempi sono molto stretti. In marzo andranno in scadenza titoli di Stato per 14,5 miliardi e senza l’afflusso di nuovi fondi, nell’ambito di una linea di credito che si aggira sui 130 miliardi, sarà impossibile saldarli. La Trojka, convinta di avere il coltello dalla parte del manico, continua ad agitare lo spauracchio del default. Ma in Grecia sembrano crescere i dubbi, legittimi,sul fatto che sia proprio questo, il peggio che può capitare al Paese in vista di una profonda ristrutturazione economica e sociale.
(red)

giovedì 26 gennaio 2012

No Tav: ordinanze e pugno duro. Ma la lotta continua

da La Voce del Ribelle:


Ventisei ordinanze di custodia cautelare notificate in tutta Italia, da Palermo a Trento. Non grazie alla trasformazione del cantiere di Chiomonte in sito strategico di interesse nazionale, ma per gli avvenimenti del luglio scorso, quando il 1 gennaio, e la relativa militarizzazione del sito, erano ancora lontani. Una vera e propria azione di polizia che ha portato, tra l’altro, alla perquisizione dell’abitazione di Guido Fissore, un consigliere comunale di un paese della Valle di Susa, Villarfocchiardo, reo di essere uno dei sostenitori anche politici del movimento no Tav e di insegnare alle scolaresche come un cantiere può rovinare tutta una Valle, la sua bellezza, il suo ambiente, la sua economia.
Per tutti le ipotesi di reato vanno dalle lesioni alla resistenza a pubblico ufficiale e si riferiscono agli incidenti avvenuti presso il famigerato cantiere a luglio 2011, quando vennero ferite più di 200 persone tra forze dell’ordine e manifestanti. 
Al di là delle responsabilità legali, è innegabile che la gestione della questione sembri una prova di forza. Una vera e propria “retata” per delegittimare un movimento che comincia ad avere più simpatizzanti che contestatori. Tutto sommato a questo serviva la famosa dichiarazione del sito come di interesse strategico nazionale: a trasformare la legittima protesta dei cittadini offesi (nel territorio e nei diritti) da un’opera da almeno 15 miliardi e dannosa per la salute e per l’ambiente, nell’espressione di violenza di un gruppo di facinorosi contrario all’interesse del Paese di “svilupparsi” tramite la creazione di una linea per il trasporto merci con un’area della Francia che oltretutto con noi scambia veramente poco. 
Intanto i No Tav non si arrendono. Annunciano un raduno in Val di Susa mentre armano gli avvocati per liberare gli attivisti arrestati. 


(ss)

giovedì 1 dicembre 2011

I fatti separati dalla morale


Giornali radio di ieri mattina: è successo questo ed è successo quello, e tra le altre cose è successo pure che abbiano arrestato il vice presidente della Regione Lombardia, accusato di corruzione per aver favorito lo smaltimento illegale di rifiuti pericolosi, e un giudice calabrese, indiziato di essere colluso con la ‘ndrangheta. 
Nulla di straordinario, verrebbe da dire. E infatti il tono degli speaker è del tutto neutro, fino alla perfetta indifferenza. Probabilmente glielo avranno insegnato, oppure lo hanno imparato da soli basandosi su quello che facevano gli altri prima di loro. Il cronista deve rimanere sullo sfondo, lasciando la ribalta alle informazioni. Come recita la formuletta classica, che secondo alcuni è la sintesi del miglior giornalismo, “i fatti separati dalle opinioni”. Significa, o dovrebbe significare, che i due piani non vanno confusi, in modo da lasciare libero il pubblico di valutare gli avvenimenti con la massima autonomia, senza essere influenzato dal punto di vista di chi ha dato le notizie e, nel darle, ci ha messo così tanto del suo da imporre la propria chiave di lettura a scapito di tutte le altre. 
La realtà è ben diversa: attenersi in modo rigido a quel principio è semplicemente impossibile, essendo ovvio che dai titoli in poi basta un nonnulla a indirizzare la percezione altrui. Inoltre, checché se ne dica, un’esposizione asettica non piace a nessuno. Gli imbonitori alla Emilio Fede sono certamente insopportabili, a meno di essere fatti della medesima pasta, ma l’alternativa non può essere la mera elencazione della Gazzetta Ufficiale. E la ragione è chiarissima: informarsi attraverso i media non è un’attività puramente razionale, che viene svolta col rigoroso distacco di uno scienziato, e il coinvolgimento è pressoché inevitabile. Si legge, o si ascolta, o si guarda, e ogni singolo impulso produce una risonanza interiore. Che in larga misura, benché i più lo ignorino (o lo rifiutino), attiene all’inconscio.
Teoria a parte, la realtà è che nel mondo della stampa l’orientamento emotivo non è affatto assente. Semmai è intermittente. Enfatizza alcuni aspetti, come per esempio l’andamento delle Borse, e ne attenua altri, come appunto le vicende di “ordinaria corruzione” che riguardano gli esponenti della politica. La disparità di approccio può essere più o meno consapevole, ma il risultato è il medesimo. Una manipolazione che tende a passare inosservata, e che però è assidua. Tanto più efficace quanto più la si ripete. Tanto più insidiosa quanto meno la si nota. 
Così, ieri mattina, le due notizie sono state date quasi distrattamente. Che volete che sia? Il vice presidente della Lombardia accusato di corruzione, mentre il suo collega Penati è già sotto inchiesta da un pezzo, e un giudice legato mani e piedi alla criminalità organizzata. Cose che sono già accadute. Che continuano ad accadere. La politica e le pubbliche istituzioni scivolano nella cronaca, e lì sprofondano. Lì ristagnano. Invece di risaltare in tutta la sua gravità, il tradimento del bene comune, e quindi dell’intero popolo italiano, decade a fatto secondario. Di cronaca, appunto. Com’è noto, del resto, non bisogna generalizzare. E attendere fiduciosamente che l’iter giudiziario si svolga e arrivi fino in fondo, prescrizione permettendo.  
Il primo nemico della consapevolezza non è la semplice ignoranza. È l’abitudine. Anzi, l’assuefazione.

Federico Zamboni 

martedì 25 ottobre 2011

Pugno duro per la Tav, guanti di velluto per gli evasori

da La Voce del Ribelle
di Sara Santolini

Lo avevamo previsto ed è puntualmente successo: la norma per la creazione di «aree di interesse strategico nazionale» inserita nel ddl Sviluppo serviva a bloccare le proteste in Val di Susa e a permettere di terminare i lavori per la Tav, costi quel che costi e che piaccia o meno alla popolazione.
Come si legge negli atti, allo scopo di «assicurare la realizzazione della linea ferroviaria Torino-Lione e garantire (...) il regolare svolgimento dei lavori del cunicolo esplorativo de La Maddalena, le aree ed i siti del comune di Chiomonte, individuati per l'installazione del cantiere della galleria geognostica e per la realizzazione del tunnel di base della linea ferroviaria Torino-Lione» le aree interessate dai lavori sono infatti state dichiarate di interesse strategico nazionale. E pertanto, in forza di questo riconoscimento, le sanzioni arrivano a prevedere il carcere: «fatta salva l'ipotesi di più grave reato, chiunque si introduce abusivamente nelle aree ovvero impedisce o ostacola l'accesso autorizzato alle aree medesime è punito a norma dell'articolo 682 del codice penale: arresto da tre mesi ad un anno o ammenda da euro 51 a euro 309, per l'ingresso arbitrario in luoghi ove l'accesso è vietato nell'interesse militare dello Stato».
Il pugno duro, però, il governo lo mostra solo con chi non vuole fare il suo gioco: nel contempo ci si accinge a regalare l’impunità agli evasori di tutta Italia grazie ai 12 condoni infilati qua e là tra le pieghe del decreto.
Nella bozza, inoltre, è stata inserita l'approvazione unica del progetto preliminare per le opere strategiche che permetterà al Cipe (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) di «valutare il progetto preliminare ai fini dell'approvazione unica dello stesso, assicurando l'integrale copertura finanziaria del progetto». Il che, in soldoni, si traduce nell’obbligo per il Ministero dell’Economia di trovare i fondi per tali opere. Prima di quelli per la scuola, per la sanità, per la cultura, per i trasporti.
Oggi tocca alla Tav. Domani, chissà, potrebbe diventare opera strategica il famoso, inutile e costoso ponte sullo Stretto tanto caro a Matteoli.

Sara Santolini

martedì 4 ottobre 2011

Barletta: minimo sforzo e maggior danno

Ieri è crollata una palazzina in via Roma, a Barletta. Il fatto in sé, senza nulla togliere alla gravità della tragedia delle famiglie delle vittime, sarebbe relegabile alla semplice cronaca se non fornisse l’ennesimo esempio di come vengono condotte le cose in Italia. 
L’indagine in corso dovrà capire di chi sono le responsabilità dell’accaduto, ma in buona sostanza sarà difficile decidere chi è responsabile di disastro e omicidio colposo. Parleranno tutti di casualità, di “stato dell’edificio” - pieno di crepe e a rischio da almeno un anno per l’abbattimento di una palazzina adiacente - non allarmante all’ultima perizia, che pure c’era stata la mattina stessa del crollo. 
Il problema è che non si tratta di un caso: in questo Paese le cose vengono fatte al minimo sforzo e al maggior danno. È stato così a L’Aquila, la città sempre in attesa di ricostruzione dove le macerie hanno messo a nudo metodi di costruzione a risparmio ed è ancora in corso il processo per omicidio, lesioni e disastro colposo. È così a Pompei, dove si perdono beni inestimabili ma non si investe seriamente in prevenzione e risanamento delle strutture da anni. Ed è così anche in tutte quelle scuole dotate di bagni e palestre inagibili e della totale mancanza di scale antincendio e uscite d’emergenza. Per questo quando Bruxelles chiede a ragione all’Italia di adeguarsi (addirittura) alla legislazione sull’efficenza energetica degli edifici - che significherebbe adeguarli a parametri di risparmio energetico, certificarli, controllarli e ispezionarli regolarmente - è come parlasse al vuoto.

giovedì 29 settembre 2011

"Test" Romano superato


La mozione di sfiducia al ministro Romano, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, è stata respinta. Ma, il fatto in sé, non è una notizia.

Non è una notizia che la classe politica, quando è il momento di proteggersi, ritrovi improvvisamente un senso di compattezza e unità d'intenti. Certo il tutto infarcito di polemiche, fazioni additate come responsabili, franchi tiratori e episodi come questi presentati come forti rotture con l'instabilità della maggioranza - ormai superata - o addirittura come "test" di governo dopo il quale ci sarebbero i numeri per "fare le riforme". E sono parole di Silvio Berlusconi, il premier cui tutti consigliano di dimettersi ma che alla fine nessuno costringe al famoso "passo indietro".

Non c'era nessun vero test, nessuna rottura col passato, nessuna campagna elettorale da avviare. È solo la storia che si ripete, inesorabile, a nostro discapito.

martedì 23 agosto 2011

Voilà, l'offensiva liberista


Da un lato è un paradosso: proprio nel momento in cui il sistema economico globale mostra tutti i suoi limiti, conseguenza di difetti intrinseci che in quanto tali non si possono correggere e di vizi operativi talmente radicati e diffusi da essere ormai pressoché ingovernabili, l’establishment liberista lancia un’offensiva teorica e pratica che mira ad accentuare ancora di più i caratteri tipici di quel modello, sacrificando il welfare sull’altare del debito pubblico e del Pil. 
Il messaggio che viene lanciato, speculando cinicamente sulla situazione di estrema difficoltà che accomuna gli Usa e la Ue e agitando lo spauracchio del default, è che la responsabilità di quanto sta accadendo è degli Stati, ovverosia delle rispettive popolazioni. Governi inefficienti, se non proprio corrotti, hanno male amministrato le finanze nazionali e accumulato un indebitamento non più sostenibile, che va ridotto al più presto e senza andare per il sottile; pertanto, nel capzioso presupposto che di quegli abusi abbia beneficiato la generalità dei cittadini, è necessario che il lassismo precedente venga controbilanciato da misure durissime, che vengono adottate in nome dell’emergenza ma che sono destinate a essere definitive. 
Dall’altro lato, invece, si tratta di una strategia largamente prevedibile. E infatti prevista, e anticipata con dovizia di particolari, da chi come noi aveva compreso fin dall’inizio che la crisi esplosa nel 2008 non era affatto un fenomeno passeggero, cui sarebbe seguita una “inevitabile” ripresa, ma lo spartiacque permanente tra un prima e un dopo. Un prima all’insegna delle illusioni (ovverosia della manipolazione e dell’inganno) riguardo alla possibilità di accrescere indefinitamente i livelli di benessere materiale, sul doppio binario dei redditi personali e delle previdenze collettive: illusioni alimentate creando enormi flussi di capitali fittizi, attraverso una serie di bolle speculative, e facendo aumentare a dismisura il disavanzo pubblico, allo scopo di diffondere una visione consumistica dell’esistenza e di assicurare alle classi dirigenti un sostegno vastissimo e, col tempo, assimilabile a un riflesso condizionato che non c’è più verso di rimuovere. Un dopo, che è quello in cui siamo sprofondati adesso, in cui si scopre che quelle mirabolanti promesse vanno drasticamente ridimensionate, dal momento che “qualcosa” non ha funzionato come avrebbe dovuto e che i guasti sopravvenuti hanno reso impossibile proseguire nella medesima direzione. O piuttosto: proseguire nella medesima direzione per tutti, dal momento che invece, ed eccoci al cuore del paradosso, le oligarchie che detengono il potere si guardano bene dal mettere in discussione i presupposti su cui poggia l’intero edificio economico e politico.
Quello cui stiamo assistendo, perciò, è un immane tentativo di rovesciamento della realtà. Invece di risalire alle effettive cause di quanto accade, ossia alle tare genetiche del liberismo imperniato sullo sviluppo illimitato, sul massimo profitto e sulla speculazione finanziaria, ci si ferma ai dati contabili dei singoli Stati, trattandoli alla stregua di aziende in dissesto che si sono indebitate per loro colpa esclusiva e che ora, innanzitutto a doverosa tutela dei creditori e in subordine al fine di evitare la catastrofe del proprio fallimento, devono accettare qualunque imposizione e soggiacere a qualsiasi diktat. 
La pretesa, insomma, è di addebitare il disastro alla mancanza di una piena libertà economica, anziché ai suoi deliranti obiettivi e alle sue pratiche spietate. Le parole d’ordine, a loro volta, riecheggiano quelle lanciate trent’anni fa da Ronald Reagan e da Margaret Thatcher e condensate nella famigerata “deregulation” che lasciava mano libera agli imprenditori e alle banche: ridimensionare al massimo il sistema di welfare e i diritti dei lavoratori, privatizzare i servizi pubblici, (s)vendere i beni collettivi. Linee guida che si traducono in una miriade di provvedimenti concreti, e fatali, su cui ci soffermeremo ampiamente nei prossimi giorni.
Detto in sintesi, l’obiettivo è ridurre lo Stato al garante dello statu quo. Con interi popoli che chinano la testa e avallano l’iniquità generale come un dato di fatto necessario e a suo modo utile, lieti di poter ottenere, in cambio del proprio assenso, i cascami del consumismo e una vaga, indeterminata, seducente possibilità di uscire dalla miseria e di ascendere più o meno rapidamente lungo la scala sociale. 
La ricompensa di pochi. La schiavitù di tutti. 

Federico Zamboni

domenica 14 agosto 2011

La crisi im-prevedibile come i semi del cocomero

E così, mentre gli italiani si preparano alla grande festa del cocomero di Ferragosto, in Parlamento il caldo crea dei problemi alla memoria dei suoi illustri frequentatori. L'ultimo gavettone di quest'anno si gioca sulla prevedibilità o meno della crisi economica, a tre anni dal suo palesarsi. È come aprire un cocomero a Ferragosto per tre anni di seguito e stupirsi ogni volta della presenza dei semi al suo interno. 


”La legge finanziaria per il triennio è basata sul presupposto di una crisi in arrivo e in intensificazione”. 
Sono parole di Giulio Tremonti, pronunciate nel novembre del 2008, quando si ergeva a paladino dell'economica italiana, prometteva di sostenere quei consumi che invece avrebbe depresso, di non aiutare quelle Banche che invece avrebbe aiutato, di non effettuare i tagli che  continua a fare e non toccato quei redditi medio-bassi che invece avrebbe intaccato pesantemente. Era l'anno in cui il governo fingeva un sicuro ottimismo, in cui, sempre per citare Tremonti, l’Italia avrebbe dovuto mantenere "nei prossimi tre anni un rapporto tra deficit e Pil al di sotto del 3 per cento”. 
La crisi, in ogni caso, il Ministro dell'Economia dichiarava di averla largamente prevista, da grande economista qual'è, pavoneggiandosi nonostante alla sua presunta previsione non era stata comunque seguita da alcuna reale misura di contenimento della crisi. 
Strano dunque, ma comprensibile umanamente, come oggi dichiari a favore di telecamera che il tracollo finanziario della Borsa "non era prevedibile" e che scriverà un libro sull'argomento. Nel quale, c'è da scommetterci, non troveranno spazio le sue stesse parole di solo qualche anno fa.

giovedì 11 agosto 2011

Su e giù dalla Borsa



La Borsa sale, la Borsa cala.
Dal 2008 le abbiamo viste proprio tutte. Boom eclatanti e crack devastanti, leggere riprese che durano il tempo di qualche compiaciuto editoriale sulle colonne dei quotidiani nazionali seguite da nuovi tracolli, e poi numeri, numeri, numeri: +2, -1, +3, -6 (-6!). E poi, ci sono gli speculatori, gli attacchi alle Borse e alle economie nazionali, il debito pubblico alle stelle per non parlare degli interessi, le politiche nazionali impotenti e incapaci. 


Quello che ci serve è un bel default programmato che penalizzi chiaramente i nostri debiti con l'estero. La manovra, la contro manovra, la correttiva e tutto il resto non avranno nessun'altro effetto che portare alle sue estreme conseguenze le tensioni sociali e renderci tutti più poveri di quello che non siamo già. Ma non renderanno più ricca l'Italia, dove lo status quo è eterno e i soldi si moltiplicano solo nelle tasche delle lobby di potere a tutti i livelli, e non solo perché tutti quei soldi riusciranno sì e no a coprire gli interessi correnti sul debito pubblico. Soprattutto, non ci salveranno dalle mani degli speculatori, sempre attenti a non far varcare il limite del baratro ai titoli, ma solo giocandoci un po' al ribasso, "guadagnando" altri miliardi di euro creati dal nulla che andranno a far crescere - e presumibilmente poi far scoppiare - la prossima bolla. Che tutti a favore di telecamera fingeranno di trovare "inspiegabile" e "imprevedibile" come invece non è.

martedì 2 agosto 2011

Economia al collasso - odio dire "l'avevo detto"

È improbabile che la Borsa reagisca a una qualsiasi intervento berlusconiano. Esattamente come era improbabile lo facesse con la manovra correttiva di Tremonti che il governo ha venduto al Paese come l'unica via percorribile, ma risolutiva, per il "superamento" della crisi. Non fosse altro perché la tenaglia della speculazione rende vano qualsiasi sforzo di pagamento del debito pubblico o, peggio ancora, degli interessi su di esso.


Tutto il resto, è politica. Qualsiasi schieramento contro o a favore di un governo tecnico o dell'intervento del Premier annunciato come (falsamente) risolutivo. La Borsa continuerà in ogni caso a scendere, e lo spread a salire. A fasi alterne magari, lasciando lo spazio per qualche sciocco editoriale improvvisamente ottimista, ma la tendenza non cambierà. Almeno, non finché nessuno avrà il coraggio di opporre resistenza al meccanismo di aumento esponenziale del debito pubblico e, conseguentemente, dei suoi interessi, soprattutto considerando il fatto che l'Italia, è inutile negarlo, è a rischio default. Cosa che rischia di innescare a breve una nuova ondata di speculazione, peggiore di quella che stiamo subendo al momento. 


Non mi piace essere considerata un uccello del malaugurio. Ma tant'è...

domenica 17 luglio 2011

I segreti della casta di Montecitorio


Premetto che sto seguendo il blog che, anche se privo di analisi, mette insieme una serie di notizie sui privilegi dei parlamentari e una serie di deduzioni interessanti che può fare solo chi a Montecitorio c'è vissuto, che è difficile trovare tutte insieme.
Ma il fenomeno in sè, l'apertura della pagina facebook, l'immediata valanga di iscrizioni e la successiva apertura del blog, è esemplare. E merita una riflessione.


Punto primo: tutto questo significa che la gente non sa quali siano i privilegi dei politici. Non dico solo quelli "illegali" legati a una loro interpretazione estensiva o a una vera e propria applicazione a ambiti e situazioni che ne sarebbero esclusi. Parlo anche di quelli che spettano loro per legge. Una legge troppo spesso al servizio della casta politica ma pur sempre una legge, e dunque di pubblico dominio. 
Più probabilmente non se ne ricorda. Quanti articoli e quanti servizi sono stati fatti sulle spese delle Camere per bar, pranzi, barbieri, voli di Stato più o meno giustificati eccetera eccetera? A migliaia. Ma ogni volta l'italiano legge, quando legge, e si indigna lì per lì per poi tornare come nulla fosse davanti alla tv, a guardare la partita di Champions o a fare shopping nell'ultimo centro commerciale, o convinto che "tanto non si può fare niente" oppure in ogni caso consolato dal proprio misero menage quotidiano. 
Male, malissimo. Si tratta di un atteggiamento che va a favore dello status quo, che tranquillizza le caste politiche ed economiche sicure che qualsiasi notizia trapeli sulle proprie malefatte, più o meno coperte dall'uso truffaldino della legge, sarà dimenticata il giorno dopo dall'elettorato, sempre pronto a mettere quella crocetta che dà loro la possibilità di spartirsi la torta del potere, di anno in anno, e di continuare ad agire senza conseguenze.


Punto secondo: tutto questo mette in luce l'aspetto opportunistico del comportamento dell'italiano in genere. Senza nulla togliere al valore divulgativo delle denunce dell'anonimo autore del blog e della pagina facebook in oggetto, bisogna anche dire che quello che è trapelato della sua identità da una parte dà maggior valore al suo dire, dall'altra lascia riflettere. 
Chi è e perché ha alzato questo vespaio solo adesso? Pare si tratti di un ex precario che ha lavorato a Montecitorio per 15 anni e che adesso è stato licenziato. Chiaramente l'essere stato a contatto per tanti anni con l'ambiente parlamentare gli ha dato la possibilità di osservare i comportamenti e di tirare le somme su come la casta politica sprechi i nostri soldi. D'altra parte però il fatto che parli adesso, dopo il licenziamento e non prima, fatto che, sia ben chiaro, nulla toglie alla sua dignità di testimone, dà adito a una riflessione. Quanta gente lavora a Montecitorio? E perché non solleva mai questioni sulla gestione dei privilegi dei politici e non solo, visto che si parla anche di altri tipi di professioni ben remunerate, dal parrucchiere all'usciere? 
La risposta potrebbe essere tanto semplice quanto dura da digerire. Chi lavora a contatto con questi privilegiati, e magari riesce a chiedere favori, chi guadagna in media molto più di quanto guadagnerebbe fuori di lì con il proprio lavoro, e riesce a non perderlo, non avrebbe alcun interesse a che la popolazione si ribelli alla casta politica ed economica al potere. Potrebbe in tal caso rischiare di perdere la propria piccola soddisfazione di vivere delle briciole del privilegio, e di suscitare l'invidia di tutti quelli che non hanno invece alcun accesso all'ambiente parlamentare. Per questo tacerebbe, nella speranza di poter un giorno fare la stessa cosa, scattare di grado e guadagnare di più, guadagnare qualche favore da qualche uomo di potere, aiutare un parente a trovare un posto di lavoro. Che sia giusto o meno, nell'intima convinzione che chiunque altro, al proprio posto, farebbe lo stesso. 


E allora, con una cittadinanza così, o distratta o omertosa, che speranze abbiamo di uscire dal pantano?


Si tratta di supposizioni, per carità. Ma sfido chiunque a trovare una deduzione sul caso meglio supportata dalla logica di questa.

venerdì 24 giugno 2011

Sottoposti a tutto (o quasi)


di Sara Santolini - dal n°32 de “La Voce del Ribelle” mensile http://www.ilribelle.com/

Radiazioni nocive, in primo luogo. Ma non solo: inquinanti, pubblicità, persuasione, perdite di tempo, disinformazione. 
Iniziamo dal nucleare. E poi il resto.

Il mondo contemporaneo, così come è configurato grazie al nostro modello di sviluppo, fa in modo che gli uomini, a prescindere dalla loro posizione nel mondo e nella società, vengano sottoposti a una serie di trattamenti di varia natura che, quando non gliela nega del tutto, ne rende la qualità della vita molto meno buona di quanto potrebbe e dovrebbe essere.
L’impressione generale è che il nostro modus vivendi, dal mondo della comunicazione a come abbiamo strutturato il lavoro, dai materiali con i quali siamo soliti costruire le nostre case alla quantità - enorme - di energia di cui abbiamo bisogno per perpetrare il nostro stile di vita, piuttosto che offrirci un maggior benessere ci stia esponendo in modo sempre più evidente a malattie, fisiche e non solo. Davanti alle quali siamo sostanzialmente inermi. I veleni, anche psicologici e sociali, che assumiamo ogni giorno inconsapevolmente o, più spesso, in maniera rassegnata, hanno decretato il nostro sostanziale annientamento come uomini di fronte al sovrasviluppo di cui siamo ormai diventati ciechi seguaci.
Di fatto, invece di vivere, subiamo. Una serie infinita di cose, materiali e immateriali, ovvero psicologiche, cognitive. Ma iniziamo questa rassegna, ovviamente, da un tema di stretta attualità.
L’esposizioni alle radiazioni 
Fukushima è solo l'ultimo esempio. L’incidente in proposito non solo ha creato danni irreparabili alla popolazione e all’ambiente circostante la centrale ma ha provocato un aumento dell’indice di radioattività dell’acqua di tutto il pianeta. I rischi di contaminazione radioattiva sono ormai dappertutto.
L’Ue ha abbassato i limiti di tolleranza di radiazione nei cibi, proprio come aveva fatto all’indomani dell’incidente di Chernobyl, alzando la soglia di “tolleranza radioattiva” per alcuni alimenti provenienti dal Giappone. Inoltre ha inserito nuovi parametri di sicurezza anche per lo Iodio 131, normalmente non rilevato. Questo elemento, un isotopo radioattivo, è quello che più di ogni altro
rappresenta un rischio per la salute in caso di esplosioni nucleari o inquinamento atmosferico in caso di incidenti nelle centrali, essendo uno dei prodotti principali della fissione. Questo iodio viene concentrato preferenzialmente nella tiroide dove in alti livelli fa aumentare l’incidenza di cancro alla tiroide, tumefazioni e tiroidite: si tratta delle malattie più diffuse nelle zone vicine a Chernobyl. Il CRIIRAD, una associazione francese di ricerca e informazione sulla radioattività, da parte sua, ha diffuso un documento nel quale sconsiglia di usare l’acqua piovana per l’innaffiaggio e di consumare verdure a foglie larghe, latte e formaggio fresco, che sono più facilmente inquinabili, ai soggetti più deboli, come i bambini e le donne incinte. La problematica coinvolgerebbe, oltre la Francia, anche il Belgio, la Germania, l’Italia e la Svizzera, dove i livelli di contaminazione dell’aria sono pressoché identici: oltre allo Iodio 131 sarebbero presenti quantità di cesio undici volte il limite fissato dall’UE.
La direttiva Euratom (Agenzia per l'energia atomica dell'Unione Europea) del 13 maggio 1996 ha stabilito che l’impatto delle attività nucleari può essere considerato “trascurabile” se le dosi di radiazioni cui è esposta la popolazione non supera 1 mSv (millisievert) all’anno. Il Sv (sievert), l’unità di misura utilizzata, calcola l’effetto delle radiazioni sul corpo umano. Ma raggiungere la soglia di 1 mSv anche in poche settimane mangiando alimenti con livelli di radiazioni superiori al normale è facilissimo, e ancora più facile per i bambini a causa del loro peso. Inoltre il tempo di esposizione è fondamentale per i rischi alla salute: la stessa dose di radiazioni è molto più dannosa se assorbita in una sola ora piuttosto che in un anno. Per questo, nonostante l’esposizione tollerata per chi lavora in una centrale nucleare sia di 50 mSv l’anno, la dose di 3,6 mSv giornaliera che la popolazione entro 50 km da Fukushima ha subito all’indomani dell’incidente è allarmante. Chi ancora afferma che ha fatto più vittime lo tsunami in sé dell’incidente nucleare dimostra di non avere alcuna idea di cosa si stia parlando.
Radiazioni, tutti i giorni 
La questione, oltretutto, va ben al di là dell’incidente nucleare in sé, che rappresenta un’emergenza ma che non esaurisce la problematica. All’indomani di Fukushima Randall Munroe, ex consulente della Nasa, ha diffuso uno schema sulla quantità di radiazioni cui siamo esposti ogni giorno, al di là dell’incidente giapponese. Quello che ne viene fuori è tutt’altro che rassicurante. Dormire con qualcuno espone a 0,05 microsievert, mangiare una banana a 0,1, volare da New York a Los Angeles a circa 40, usare un monitor a tubo catodico per un anno a 1, sottoporsi a un’ortopanoramica a 5 mentre fumare un pacchetto e mezzo di sigarette al giorno espone a ben 36 mSv, che equivalgono a 36000 microsievert. Il limite oltre il quale il rischio di cancro incrementa in maniera evidente è di 100 mSv l’anno. Dunque, se pensiamo che il massimo di radiazioni rilevate a Fukushima è stato di 400 mSv l’ora, mille volte tanto le radiazioni immesse in condizioni normali con l’alimentazione in un anno intero, risulta ancora più chiaro quanto possa essere grave quello che è accaduto in Giappone.
Un’altra fonte comune di radiazioni è la presenza di radon nell’ambiente, un gas inerte risultato del decadimento radioattivo di uranio, torio e attinio, presenti spesso negli ambienti chiusi quali abitazioni e luoghi di lavoro, che, in alte concentrazioni, aumenta il rischio di tumore delle vie polmonari. È vero che il radon è presente in natura, e che viene generato dalla crosta terrestre, ma è anche vero che spesso l’utilizzo di alcuni materiali nelle costruzioni ne può aumentare in maniera significativa la concentrazione: stiamo parlando, tra l’altro, di marmi, tufo, rocce vulcaniche, pozzolane e alcuni graniti. Inoltre il radon può disciogliersi facilmente nell’acqua e inquinarla, con tutto ciò che ne consegue per le coltivazioni e gli allevamenti, esattamente come le fughe radioattive delle centrali nucleari. In Italia, Lazio e Lombardia sarebbero le regioni maggiormente esposte all’inquinamento da radon per la loro conformazione geologica e costruttiva. A questo dato però non sembrano corrispondere politiche di prevenzione, informazione e adeguamento delle costruzioni necessarie a limitare i rischi per la popolazione.
Ancora, le radiazioni possono essere usate per conservare più a lungo i cibi.
Proprio così. La Comunità Europea ha infatti elaborato una Direttiva al fine di regolamentarne l’utilizzo. Erbe aromatiche, frutta secca, fiocchi e germi di cereali, frattaglie di pollo, albume d'uovo, gomma arabica, cosce di rana, gamberi decorticati, frutta fresca e verdure, cereali, tuberi amidacei, pesci, camembert al latte crudo, caseina, farina di riso e prodotti a base di sangue, carni rosse fresche e carni di pollame sono gli alimenti per i quali l’irradiazione è esplicitamente ammessa. Nonostante i prodotti sottoposti a tale trattamento debbano riportarlo ben impresso in etichetta, e che il processo debba essere controllato e dosato a dovere, la Commissione stessa prevede che «uno Stato membro può rivolgersi alla Commissione qualora riesca a provare che l’irradiazione di taluni prodotti alimentari costituisca un pericolo per la salute umana anche se sono rispettate le disposizioni della presente direttiva». In tal caso «consulterà allora il Comitato permanente per la catena alimentare e la salute degli animali prima di adottare le misure necessarie». Nel frattempo, però, avremo ingerito cibo che espone a una quantità radiazioni sopra la norma, anche se entro il limite prefissato, al solo fine di mantenerlo “fresco” più a lungo, e dunque poterlo comprare a migliaia di chilometri di distanza a prezzi convenienti.
I rischi per la salute 
Come si legge in uno studio dell’Ispra le radiazioni pericolose di cui stiamo parlando, le “ionizzanti”, sono «particelle e/o energia di origine naturale o artificiale in grado di modificare la struttura della materia con la quale interagiscono». Tali radiazioni, provenienti in particolar modo da decadimento radioattivo, fissione nucleare, fusione nucleare, sono “agenti cancerogeni di classe 1” , la cui cancerogenicità è cioè comprovata, secondo lo IARC, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro. Non solo. L’esposizione ad esse provoca radiodermite, eritemi cutanei, necrosi della pelle, sterilità, oltre a leucemie, tumori, mutazioni genetiche, aberrazioni cromosomiche e malattie ereditarie.
Gli effetti possono manifestarsi anche dopo decenni dall’esposizione. Ogni singola dose di radiazione, inoltre, aumenta il rischio individuale di sviluppare tumori, che sia protratta nel tempo o meno e da qualsiasi fonte essa provenga.
Nel corso dei prossimi numeri, vedremo gli altri “agenti” ai quali è sottoposto l’uomo “moderno”. ™
Sara Santolini
Note: 
- www.criirad.org/ 
-www.salute.gov.it/ipocm/resources/documenti/Direttiva_96-29.pdf 
- 1000 microsievert= 1 millisievert= 0,001 Siviert 
- Direttiva 1999/2/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 febbraio 1999, relativa al ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri concernenti gli alimenti e i loro ingredienti trattati con radiazioni ionizzanti
-http://europa.eu/legislation_summaries/consumers/product_labelling_and_packaging/l21117_it.htm 
- www.isprambiente.gov.it 
- www.iarc.com 

venerdì 17 giugno 2011

La Finanza sulle nostre teste

da "La Voce del Ribelle":

Per la stragrande maggioranza dei cittadini le modifiche nei CdA delle banche e affini sono notizie che appaiono remote e sostanzialmente incomprensibili. Ma è proprio in quegli ambiti riservati ed esclusivi che si gioca la partita più delicata: quella del controllo dei capitali, dalle cui strategie deriva tutto il resto 
di Alessio Mannino
Ma a te, trentenne precario, casalinga alla terza settimana del mese, piccolo imprenditore strangolato dalle banche, a te cosa importa se Giovanni Galateri di Genola diventerà il nuovo presidente delle Assicurazioni Generali dopo Cesare Geronzi si è dimesso? Niente. Per te che fatichi per sopravvivere non c’è nessuna “svolta epocale”. 
Geronzi è la personificazione di un certo modo, paludato e impastoiato con i partiti, di fare finanza e di un certo mondo, a metà fra Chiesa e Berlusconi, tutto romano e di potere. Rappresenta uno dei volti del cosiddetto salotto buono. Ma l’uomo della strada ne era escluso prima e resterà escluso anche dopo la sua uscita di scena. Perciò le paginate dedicate agli intrighi e ai retroscena delle dimissioni di Geronzi (accusato di falso e bancarotta per il crac Cirio) sono esercizio autoreferenziale offensivo per la gente che a che fare con la vita vera. 
Le beghe fra banchieri, industriali e manager riguardano una dimensione parallela tutta loro. Il guaio è che le manovre che la agitano e la squassano, nel linguaggio incomprensibile e nell’aura semi-occulta in cui è avvolta, rappresentano i movimenti della classe dominante che giù per li rami investono l’esistenza di tutti noi, ignari e incoscienti sudditi. Il quotidiano spettacolo della politica è la facciata visibile, ma dietro le quinte questi signori grigi e azzimati sconosciuti ai più decidono con le loro lotte gli assetti del potere reale, quello finanziario. Sono i finanzieri ad avere le chiavi della cassa, e in una società totalmente regolata in base alla quantità di denaro chi tiene i cordoni della borsa è il padrone. 
Ecco perché, se nulla cambia per il cittadino comune, al cittadino informato serve sapere cosa gli combinano sopra la testa. Semplificando, Geronzi, un passato da banchiere andreottiano, personaggio trasversale perchè “centrista”, già dominus della decisiva Mediobanca, vicino al premier, aveva scontentato un po’ tutti dopo il suo arrivo al vertice delle Generali appena un anno fa. Il suo disegno era fare del Leone di Trieste, prima forza finanziaria del paese, l’indiscussa centrale di comando al fine di gestire il potere secondo metodi tipicamente romani (alla Fazio, per capirci), che non a macinare affari. 
Il suo disegno era funzionale alla conquista berlusconiana della stanza dei bottoni: in Mediobanca, prima azionista di Generali, il capo del governo è presente nel board tramite sua figlia Marina, il sodale Tarek Ben Ammar, l’amico Salvatore Ligresti e il fido Ennio Doris. L’influente ministro dell’economia Giulio Tremonti aveva inizialmente appoggiato la presidenza Geronzi. Ora è stato uno dei suoi affossatori in contrasto con Gianni Letta, ombra di Silvio e diretto rivale di Giulio nel conflitto interno al governo (vedi il braccio di ferro sulle nomine nelle società pubbliche, di cui abbiamo scritto mercoledì scorso). Contro Geronzi la guerra è stata scatenata sulla piazza mediatica dal bulldozer Diego Della Valle, alleato di ferro dell’ambizioso Luca Cordero di Montezemolo. Ma anche il costruttore ed editore Caltagirone (vicino a Casini), per non dire di Palenzona (Unicredit, centrosinistra) hanno dato il via libera al siluramento. 
Politicamente, a perderci è stato dunque Berlusconi, che oltretutto si vede sempre più insidiato in casa dall’infido Tremonti. Ma a perderci è anche, nient’affatto paradossalmente, Gianni Bazoli (Intesa), l’eminenza della finanza cattolica lombarda legata al centrosinistra, che con Geronzi aveva creato un filo rosso per mantenere l’equilibrio generale. Ciò, ad esempio, ha garantito che non venissero toccati i delicatissimi pesi e contrappesi nel patto che governa il Corriere della Sera, preda ambita da chi coltiva sogni di gloria. E il sospetto è che a coltivarne uno di portata storica è il duo Della Valle-Montezemolo: il famigerato Terzo Polo che pare si stia preparando è un progetta che mira a colpire e in prospettiva sostituire il blocco berlusconiano, d’accordo con la sinistra non casualmente chiamata “bancaria” per la sua contiguità con le maggiori banche (Intesa, Unicredit). La partita avrà il suo vero finale a fine anno, quando si dovrà rinnovare l’accordo di controllo di Mediobanca.
Come si vede, una normale storia dell’inaccessibile empireo dei potenti. Una storia di potere che non è in nostro potere. Come non lo è niente, nella pseudo-democrazia dove una ventina di persone a capo di tre o quattro consigli di amministrazione decretano la sorte di un intero paese senza che noi, quaggiù in basso, possiamo dire o fare alcunché. 

Alessio Mannino

lunedì 11 aprile 2011

Precari. E disgregati.


Le manifestazioni di sabato avrebbero dovuto avere una partecipazione enorme, considerate la vastità e la gravità del fenomeno. Invece è scesa in piazza solo una piccola minoranza. Motivo: il disagio è comune ma ognuno cerca di venirne a capo per conto suo. E l’instabilità lavorativa degenera nella passività politica
di Alessio Mannino

Purtroppo ha ragione quel figuro del ministro Sacconi. Le manifestazioni di sabato contro la precarietà indette in tutta Italia al grido di “il nostro tempo è adesso, la vita non aspetta”, di precari ne hanno visti ben pochi: appena 8 mila presenti a Roma, dove si svolgeva l’evento più grande. Segno che le associazioni promotrici (le maggiori erano quelle dei giornalisti freelance, Articolo 21, Rete e Unione Studenti, Arci), i partiti aderenti (Pd, Sel, Rifondazione Comunista, IdV) e persino la potente Cgil non sono stati capaci di portare in piazza i diretti interessati. I quali, limitandosi al campo dei laureati, secondo l’ultimo rapporto AlmaLaurea dovrebbero essere un esercito: solo il 36% dei neo-dottori ha un lavoro stabile (la percentuale scende al 26% per chi ha una laurea “specialistica”, cioè chi è andato fino in fondo nella faticaccia dell’inconcludente “nuovo ordinamento”). 
Un flop che ha una motivazione sociale e politica precisa. Il precariato non costituisce un gruppo omogeneo per interessi. Volendo riesumare una categoria marxiana che nella nostra società individualizzata e parcellizzata ha fatto il suo tempo, non esiste una “classe” di giovani sfruttati contrapposta ad una classe di sfruttatori. La generazione cocopro è fatta da una massa pulviscolare di storie personali irriducibili l’una all’altra, tante quante sono le forme di contratto che ogni azienda stipula col singolo lavoratore. Il comun denominatore è il tempo determinato e la mancanza di garanzie (zero contributi pensionistici, niente ferie pagate ecc) ma la relazione fra padrone e prestatore di manodopera è individuale o comunque sentita come tale, il che fa lo stesso. 
In altre parole l’ingegnere costretto per campare a fare il cameriere non ha la percezione di un’identità d’interessi col giornalista pagato 4 euro lordi a pezzo (per dirla sempre alla Marx, non ha una coscienza di classe). Tutt’al più prova un sentimento di affinità nella sventura, della serie “siamo tutti nella merda, così va il mondo” e amen. A minare alla radice nel singolo precario ogni possibile consapevolezza di non essere un’isola solitaria, una monade chiusa nel suo guscio, contribuisce potentemente l’imperante cultura individualista, che indebolisce legami e appartenenze secondo il mito fasullo del self made man, dell’“imprenditore di se stesso”, della persona libera da tutto che coltiva l’illusione di farcela in splendida solitudine. 
In queste condizioni, il semi-occupato flessibilizzato, mercificato, usa e getta non riesce neppure a mettere a fuoco che il suo problema è un problema collettivo. Quindi non trova la spinta ad attivarsi, a partecipare alle mobilitazioni, a considerarsi parte di un insieme più vasto di lui. Si sente impotente, rassegnato, frustrato. La sua scontentezza si fa scetticismo, e lo scetticismo apatia. Complice una generale debolezza della politica, dal suo orizzonte è scomparso finanche il bisogno di trasfondere il proprio risentimento in azione comune. Si indigna, certo. S’incazza, senza dubbio. Ma siccome, per fortuna per lui e tuttavia, verrebbe da dire, per sfortuna di tutti, non muore di fame grazie al vero welfare italiano, la famiglia, la lotta per la sopravvivenza non lo costringe come un tempo ad alzare le orbite fisse sulle difficoltà quotidiane e a mettersi in gioco per cambiare le cose. 
D’altronde, non avrebbe a chi rivolgersi. I partiti sono i terminali esecutori dell’ingiustizia che patiscono e le loro teatrali contrapposizioni fanno da paravento  al colpevole a monte, che è l’intera architettura industrial-finanziaria che detta legge e condiziona le leggi e non viene sfiorata dalla minima contestazione (se non in settori delimitati, minoritari e fatti astutamente passare come casi-limite ideologici, vedi la battaglia tra la Fiat e la Fiom per i metalmeccanici). Soli, senza un nemico chiaro, portati a credere che impegnarsi in fondo sia un’inutile perdita di tempo, sotto il perenne ricatto di imprese prive di obblighi per cui un curriculum vale l’altro, è giocoforza che la moltitudine dei precari se ne stia alla larga dai cortei, anche quando organizzati apposta per darle voce. 
È proprio vero: la precarietà uccide la vita. La vita, però, si incarica sempre, prima o poi, di riprendersi la rivincita. Non so se è più convinzione o speranza, ma credo che con tutta la sua mostruosità l’economia non sia ancora riuscita a piegare del tutto la natura. Ci vorrà una Fukushima economica per vedere se è vero. 

Alessio Mannino

venerdì 8 aprile 2011

Il "dopo Geronzi". La finanza sulle nostre teste


Per la stragrande maggioranza dei cittadini le modifiche nei CdA delle banche e affini sono notizie che appaiono remote e sostanzialmente incomprensibili. Ma è proprio in quegli ambiti riservati ed esclusivi che si gioca la partita più delicata: quella del controllo dei capitali, dalle cui strategie deriva tutto il resto 
di Alessio Mannino
Ma a te, trentenne precario, casalinga alla terza settimana del mese, piccolo imprenditore strangolato dalle banche, a te cosa importa se Giovanni Galateri di Genola diventerà il nuovo presidente delle Assicurazioni Generali dopo Cesare Geronzi si è dimesso? Niente. Per te che fatichi per sopravvivere non c’è nessuna “svolta epocale”. 
Geronzi è la personificazione di un certo modo, paludato e impastoiato con i partiti, di fare finanza e di un certo mondo, a metà fra Chiesa e Berlusconi, tutto romano e di potere. Rappresenta uno dei volti del cosiddetto salotto buono. Ma l’uomo della strada ne era escluso prima e resterà escluso anche dopo la sua uscita di scena. Perciò le paginate dedicate agli intrighi e ai retroscena delle dimissioni di Geronzi (accusato di falso e bancarotta per il crac Cirio) sono esercizio autoreferenziale offensivo per la gente che a che fare con la vita vera. 
Le beghe fra banchieri, industriali e manager riguardano una dimensione parallela tutta loro. Il guaio è che le manovre che la agitano e la squassano, nel linguaggio incomprensibile e nell’aura semi-occulta in cui è avvolta, rappresentano i movimenti della classe dominante che giù per li rami investono l’esistenza di tutti noi, ignari e incoscienti sudditi. Il quotidiano spettacolo della politica è la facciata visibile, ma dietro le quinte questi signori grigi e azzimati sconosciuti ai più decidono con le loro lotte gli assetti del potere reale, quello finanziario. Sono i finanzieri ad avere le chiavi della cassa, e in una società totalmente regolata in base alla quantità di denaro chi tiene i cordoni della borsa è il padrone. 
Ecco perché, se nulla cambia per il cittadino comune, al cittadino informato serve sapere cosa gli combinano sopra la testa. Semplificando, Geronzi, un passato da banchiere andreottiano, personaggio trasversale perchè “centrista”, già dominus della decisiva Mediobanca, vicino al premier, aveva scontentato un po’ tutti dopo il suo arrivo al vertice delle Generali appena un anno fa. Il suo disegno era fare del Leone di Trieste, prima forza finanziaria del paese, l’indiscussa centrale di comando al fine di gestire il potere secondo metodi tipicamente romani (alla Fazio, per capirci), che non a macinare affari. 
Il suo disegno era funzionale alla conquista berlusconiana della stanza dei bottoni: in Mediobanca, prima azionista di Generali, il capo del governo è presente nel board tramite sua figlia Marina, il sodale Tarek Ben Ammar, l’amico Salvatore Ligresti e il fido Ennio Doris. L’influente ministro dell’economia Giulio Tremonti aveva inizialmente appoggiato la presidenza Geronzi. Ora è stato uno dei suoi affossatori in contrasto con Gianni Letta, ombra di Silvio e diretto rivale di Giulio nel conflitto interno al governo (vedi il braccio di ferro sulle nomine nelle società pubbliche, di cui abbiamo scritto mercoledì scorso). Contro Geronzi la guerra è stata scatenata sulla piazza mediatica dal bulldozer Diego Della Valle, alleato di ferro dell’ambizioso Luca Cordero di Montezemolo. Ma anche il costruttore ed editore Caltagirone (vicino a Casini), per non dire di Palenzona (Unicredit, centrosinistra) hanno dato il via libera al siluramento. 
Politicamente, a perderci è stato dunque Berlusconi, che oltretutto si vede sempre più insidiato in casa dall’infido Tremonti. Ma a perderci è anche, nient’affatto paradossalmente, Gianni Bazoli (Intesa), l’eminenza della finanza cattolica lombarda legata al centrosinistra, che con Geronzi aveva creato un filo rosso per mantenere l’equilibrio generale. Ciò, ad esempio, ha garantito che non venissero toccati i delicatissimi pesi e contrappesi nel patto che governa il Corriere della Sera, preda ambita da chi coltiva sogni di gloria. E il sospetto è che a coltivarne uno di portata storica è il duo Della Valle-Montezemolo: il famigerato Terzo Polo che pare si stia preparando è un progetta che mira a colpire e in prospettiva sostituire il blocco berlusconiano, d’accordo con la sinistra non casualmente chiamata “bancaria” per la sua contiguità con le maggiori banche (Intesa, Unicredit). La partita avrà il suo vero finale a fine anno, quando si dovrà rinnovare l’accordo di controllo di Mediobanca.
Come si vede, una normale storia dell’inaccessibile empireo dei potenti. Una storia di potere che non è in nostro potere. Come non lo è niente, nella pseudo-democrazia dove una ventina di persone a capo di tre o quattro consigli di amministrazione decretano la sorte di un intero paese senza che noi, quaggiù in basso, possiamo dire o fare alcunché. 

Alessio Mannino

mercoledì 6 aprile 2011

Tizio all'Eni, Caio all'Enel...


Succede da sempre e quasi nessuno ci fa caso, ma le nomine ai vertici delle aziende parastatali sono un aspetto cruciale dell’esercizio del potere politico. E delle sue oscure contiguità coi potentati economici. A tessere la tela, non a caso, ci sono innanzitutto Giulio Tremonti e Gianni Letta 
di Alessio Mannino 
Mentre l’Europa ci tiranneggia e ci succhia il sangue e a questo punto, come faceva correttamente notare Bechis su Libero di ieri, potremmo considerare l’idea di andarcene e riprenderci la nostra sovranità. 
Mentre il dibattito politico nazionale, lo scriveva con acume sempre ieri il nostro Stasi, è monopolizzato dalle vicende processuali del premier Berlusconi sulle quali stravolentieri il Pd (una volta tanto rosso sì, ma di vergogna per il caso Tedesco, parlamentare dalemiano che se non fosse per l’autorizzazione a procedere sarebbe già in cella) inzuppa il pane perché ha tutta la convenienza a svicolare dai problemi cruciali posti dai tre referendum di giugno. 
Mentre il ministro-ballerino Frattini compie l’ennesima piroetta libica e passando dalla parte degli insorti sancisce ancora una volta lo sbandamento a cui è stata improntata la politica italiana nei confronti di Gheddafi. 
Mentre la Lega Nord, in calo di consensi per la paura suscitata nei suoi ossessivi elettori dall’invasione di immigrati a Lampedusa, estrae dal cappello una delle sue tante boutades propagandistiche, le improbabili milizie volontarie regionali. 
Mentre sui giornali si fa colore, cioè si ci perde in chiacchiere, sul farsesco tira-e-molla di Montezemolo che non si decide a questa benedetta discesa in campo (si accomodi pure, tanto ormai peggio di così) e sui pruriti da candidatura dello scrittore Pennacchi che scambia i finiani per fasci e i suoi compagni del Pd per comunisti(qualcuno lo avverta che sono tutti quanti diventati da almeno una quindicina d’anni dei liberaloidi demoplutoeccetera). 
Mentre l’Italia si trastulla e s’imbroda, c’è un signore che quatto quatto tesse la sua tela e si fa garante dei poteri forti: Giulio Tremonti. 
Non ci vengano a raccontare la storia dell’orso, i sapientoni che scambiano il ministro dell’economia per un no-global di destra. Sui libri e in tv può propinarci le dissertazioni che vuole, il tributarista di Sondrio, menandocela che è uno strenuo critico della finanza predona. Ma i fatti dicono che la finanza lui la riverisce e la vezzeggia. La notizia è lì, bella grossa e in evidenza: la lista dei premiati ai vertici delle società partecipate dallo Stato. Tremonti l’ha stilata con la cura dovuta ad una partita delicata come la spartizione delle cariche nei grandi centri di spesa e di influenza economica che fanno capo al Tesoro. Lo ha fatto venendo a compromesso con il suo rivale nella compagine governativa per ciò che riguarda gli equilibri di potere nella macchina statale, l’eminenza azzurrina Gianni Letta, legato ai salotti buoni del business. 
Lui e Tremonti, affiancato da una Lega a caccia di posti, si sono così divisi il bottino. Tremontiano è il nuovo presidente dell’Enel Paolo Andrea Colombo, la cui trasversalità è da manuale: consigliere Mediaset, Eni e sindaco di numerose altre società, ex Rc Quotidiani ed ex Banca Intesa. Quest’ultima qualifica lo rende certamente gradito al padrone del primo istituto creditizio italiano, Giovanni Bazoli, cattolico di centrosinistra. Se ne deve dedurre che Tremonti cerca di gettare ponti anche “di là”. Riconducibile a Letta, invece, è il più internazionale Giuseppe Recchi, assiso alla presidenza Eni. Attualmente è presidente e amministratore delegato di General Electric Sud Europa, vicepresidente di GE Capital Interbanca, ed è consigliere di Exor, la finanziaria della famiglia Agnelli. A tenere il bastone del comando sono in realtà gli amministratori delegati (Fulvio Conti per Enel, Paolo Scaroni per Eni), i presidenti sono privi di funzioni operative. Tuttavia è certo che per un gruppo di potere poter contare su un proprio uomo alla presidenza vuol dire esserci, mantenersi al corrente, far sentire che si ha peso. 
I leghisti non sono riusciti a imporre il viceministro Roberto Castelli, che evidentemente non si contenta di una sola poltrona, come presidente di Terna. L’attuale titolare, Luigi Roth, è un lettiano che dovrà vedersela con un papabile successore altrettanto lettiano, l’ex ambasciatore a Washington Gianni Castellaneta (fatto uscire dal consiglio Finmeccanica). Una pratica tutta per il gran visir Letta, dunque. Né i padani hanno ottenuto di veder innalzato a capo di Enel l’ex sindaco di Busto Arsizio, Gianfranco Tosi. In compenso il Carroccio porta a casa la nomina ad amministratore delegato di Finmeccanica del suo Giuseppe Orsi, che è già in azienda in qualità di responsabile di AgustaWestland, la controllata che produce i famosi elicotteri. A completare il taglia e cuci della lottizzazione ci sono le Poste. È saltato fuori un posticino d’oro nel consiglio d’amministrazione sia per Maria Grazia Siliquini, che ha il solito merito di essere passata da Fli ai “Responsabili” berlusconiani, sia per Antonio Mondardo della Lega (dentro anche una misconosciuta pidiellina, Maria Claudia Ioannucci). 
Passano le repubbliche ma la Seconda non si differenzia dalla Prima nell’usare a piacimento le caselle delle partecipazioni statali come greppie con cui soddisfare gli appetiti delle lobby partitiche e industriali. E Tremonti, che a differenza del “consigliori” Letta non è solo un tecnocrate ma anche un politico, sfrutta l’occasione per intrecciare alleanze e rendere favori che al momento buono gli torneranno utili. Pressappoco quando Berlusconi uscirà di scena. 

Alessio Mannino