sabato 20 novembre 2010

Aung San Suu Kyi libera. Per interesse

da "La Voce del Ribelle":

In Occidente trionfa la retorica dell’eroina dei diritti umani. Ma in Birmania si gioca una partita di carattere economico e strategico, con gli Usa in prima fila

Esulta, la comunità internazionale. Aung San Suu Kyi, dopo quasi vent’anni di arresti domiciliari, è finalmente libera. La giunta militare birmana aveva deciso di scarcerarla subito dopo le elezioni, avvenute il 7 novembre scorso. E così è stato.
L’ex Segretaria della Lega nazionale per la democrazia, il partito da lei fondato per ostacolare i soprusi del regime militare e promuovere i diritti umani, può di nuovo partecipare alla vita pubblica e politica. Anche se non avrà il diritto di ricoprire cariche parlamentari, perché il governo ha approvato una legge per impedirlo a chi è stato in prigione, San Suu Kyi non ha affatto intenzione di abbandonare il suo attivismo. Anzi, ha subito esposto le posizioni che adotterà in futuro. «Voglio lavorare con tutte le forze democratiche», dice, «voglio ascoltare la voce del popolo, e dopo decideremo cosa fare. Lavoreremo per un modello di vita più elevato. Dovete ribellarvi in nome di ciò che è giusto: se vogliamo ottenere quel che desideriamo, dobbiamo farlo in un modo che sia adeguato. Sono a favore della riconciliazione nazionale, a favore del dialogo, e quale che sia la mia autorevolezza intendo utilizzarla a questo fine. Ma spero che ciò che potrò fare non sia basato solo sull'autorità morale, voglio far credere di far parte di un movimento efficace».
Ciò detto, non perde tempo. Dopo aver salutato la folla di sostenitori che si era precipitata per acclamare la sua liberazione, tiene la prima riunione con i dirigenti della Lega Nazionale per la democrazia. Anche se non si ha notizia degli argomenti di discussione, tutto lascia intendere che la giunta militare avrà del filo da torcere. Ma non è detto. Suu Kyi, probabilmente, con l’appoggio dei paesi occidentali, sosterrà la revoca delle sanzioni, uno strumento che in passato aveva sostenuto con tenacia e che ora, invece, ritiene possa nuocere alla popolazione, e non alla giunta a cui erano rivolte.
Eppure, fino ad un anno fa era irremovibile. Quando il senatore Jim Webb, in visita ai leader birmani, dichiarò che Suu Kyi, «pur non volendo correre il rischio di fraintendere le sue opinioni (...), non è contraria a un alleggerimento di alcune sanzioni», il Premio Nobel per la Pace, rettificò immediatamente quanto affermato da Webb. Attraverso il suo avvocato fece sapere di non essere «responsabile delle sanzioni verso il regime militare»e di non poter «decidere in merito a una revoca». Cosa sia cambiato da allora, è un mistero. Il dato di fatto è che l’atteggiamento di Suu Kyi è fin troppo in sintonia con quello americano. Infatti, gli Stati Uniti che da sempre sostengono le sanzioni come metodo per indurre la Birmania al rispetto dei diritti umani, hanno deciso di cambiare rotta e di aprire un canale diplomatico con la giunta.
«Le sanzioni rimangono una parte importante della nostra politica, ma da sole non hanno prodotto i risultati sperati per il popolo birmano», dice il Segretario di Stato americano Hillary Clinton.
Come mai tanta premura? È poco credibile che gli Sati Uniti abbiano a cuore la tutela dei popoli. Un esempio tra i molti che si potrebbero riportare, è il sostegno ad Israele. Nonostante quest’ultimo, come ampiamente dimostrato, violi costantemente i diritti umani dei palestinesi, gli Usa lo proteggono con il veto all’interno del Consiglio di Sicurezza, impedendo così che siano presi provvedimenti a suo carico. Con queste premesse, è legittimo dubitare che l’attenzione degli Stati Uniti per la Birmania sia davvero disinteressata. Soprattutto se si considerano i fatti recenti. La vicenda dell’attivista birmana torna alla ribalta nel 2009. Avendo ospitato un cittadino americano che si era introdotto nell’abitazione dove la donna stava scontando gli arresti domiciliari, Suu Kyi riceve un’ulteriore condanna per aver violato l’isolamento.
I media, di conseguenza, concentrano l’attenzione sulla Birmania e sulla violazione dei diritti umani da parte della giunta. Guarda caso, però, due mesi prima il governo birmano aveva concluso con la Cina un accordo per la costruzione di un gasdotto doppio di petrolio e gas, che parte dal porto oceanico di Kyaukpyu, sulla costa occidentale del Myanmar e, attraverso il paese, arriva nella provincia dello Yunnan, in Cina. In questo modo Pechino eviterà di trasportare il petrolio ed il gas proveniente dal Medio Oriente, attraverso lo stretto di Malacca, una zona molto trafficata, pericolosa, e ben sorvegliata dagli Stati Uniti che, in caso di conflitto, potrebbero facilmente bloccarlo.
Allora, per evitare che la presenza della Repubblica popolare in Birmania, sia un ostacolo alle strategie di dominio Usa nell’area dell’Oceano Indiano, Washington decide di destabilizzare la zona. Facendo leva sulla logica perversa dei diritti umani, di cui Washington e l’Occidente intero sono agguerriti sostenitori, nonché creatori, e giocando con la solita immagine di potenza “salvatrice” che esporta pace, libertà e democrazia, è assai probabile che gli Usa abbiano intenzione di entrare nella politica di  Myanmar con l’obiettivo di sottometterla ai propri interessi. Ma chissà se la Cina starà a guardare.

Pamela Chiodi

venerdì 19 novembre 2010

"Immanuel Kant" di Thomas Bernhard - uno spettacolo di Alessandro Gassman

Se è innegabile la bravura di Alessandro Gassman come attore, da domani non potrete fare a meno di apprezzarlo anche come regista teatrale. Il testo che ha scelto, "Immanuel Kant", la dice lunga sulle sfide artistiche che il neo direttore del Teatro Stabile del Veneto ha deciso di affrontare. Thoman Bernhard, infatti, è innegabilmente un grandissimo autore, ma assolutamente - e altrettanto innegabilmente - di non facile fruizione. Rendere il Kant, una delle opere meno "teatrali" di Bernhard, addirittura divertente è il merito più grande di Alessandro Gassman in questa regia.

Il tema portante dello spettacolo, che si svolge interamente in alto mare, è l'imminente perdita della vista del padre della filosofia moderna. Immanuel Kant, spinto da sua moglie (invenzione teatrale dell'autore), è in viaggio proprio per cercare di recuperarla grazie alla medicina americana. Sulla nave egli stesso riuscirà a vedere dove questo viaggio porta l'umanità intera, in qualche modo illuminata dalla sua filosofia ma più spesso incosciente e ignara.


Lo spettacolo è piacevole ma non superficiale: suggerisce degli spunti di riflessione niente male. 


I personaggi, tutti, vivono una solitudine viscerale che ne altera le caratteristiche spingendole fino al grottesco e rendendone possibile l'elezione a simboli dell'uno o dell'altro modo di vedere e vivere la vita. 


Il cantante jazz che lavora come cuoco a bordo e terrorizza i suoi sottoposti approfittando del suo potere; i due aiuti-cuoco che continuano a prendere porte in faccia - ma a ridere di soppiatto del loro capo, se ne capita l'occasione; il cardinale omosessuale che non sa assolutamente niente della Chiesa cattolica e che insegue un povero pretino, sottoposto sì, ma che si rivela l'unica possibilità del cardinale di non inanellare continue figuracce e dunque di avere un rapporto decente col resto degli ospiti; l'ammiraglio che soffre di mal di mare e che ostenta una cultura che non ha per darsi un contegno; il collezionista d'arte ormai finito per età e debolezza di orecchio che capisce nulla di quello che gli viene detto; lo steward, più attento al cibo e a bere fino a ubriacarsi in attesa di tuffarsi verso il nuovo mondo che lo aspetta che al suo lavoro; il servo di Kant, Ernst Ludwig, un uomo deforme e subalterno che sembra fino alla fine solo una specie di traduttore dei versi del pappagallo domestico del suo padrone; la milionaria pazza, ricca "figlia del capitalismo" sola al mondo con i suoi soldi, il suo egocentrismo e la sua curiosità per la conoscenza che si ferma però al più becero dei gossip; la signora Kant, che lotta tra frivolezza e quella che per lei è una necessità di spessore - tutti i personaggi sono inadeguati nel ruolo che la vita ha dato loro e soprattutto in questo viaggio si parlano addosso senza nessuna possibilità di riscatto o evoluzione. 


È un dialogo tra sordi in cui Kant, il padre della ragione, è il personaggio cardine, al di fuori e al di sopra della realtà degli altri ma, in quanto tale, interprete dello stato reale dell'intera umanità. Eppure anche lui è un disadattato, un uomo che non sa vivere tra gli uomini, il cui sapere è in balia della memoria e della sapienza di Federico, un pappagallo che Kant costringe il suo servo a portarsi sempre dietro. 


In fondo è il pappagallo chiuso nella sua gabbia il vero protagonista di tutto il viaggio perché unico vero mezzo di comunicazione, contenitore di tutta la sapienza che l'essere umano saprà portarsi dietro anche in questo ultimo necessario viaggio, fatto nella sola speranza di non perdere la vista. Attraverso di lui - e con la complicità di tutti i personaggi che saliranno sulla nave - l'arte, la religione, il capitalismo, il denaro, la subordinazione, l'inganno, tutto quello che vive nell'uomo moderno - e, possiamo dire, contemporaneo - viene messo a nudo attraverso la rappresentazione a tratti grottesca del viaggio verso "il nuovo mondo". 
Da vedere.




autore Thomas Bernhard
traduzione Umberto Gandini
scene Gianluca Amodio
costumi Gianluca Falaschi
musiche originali Pivio&Aldo De Scalzi
light design Marco Palmieri
suono Massimiliano Tettoni
regia Alessandro Gassman


con
Manrico Gammarota Immanuel Kant
Mauro Marino Milionaria
Paolo Fosso Signora Kant
Emanuele Maria Basso Ernst Ludwig
Giacomo Rosselli Ammiraglio
Nanni Candelari Collezionista d'Arte
Massimo Lello Cardinale
Giulio Federico Janni Primo Cuoco, Cantante
Marco Barone Lumaga Steward
Davide Dolores Cantante, Musicista, Secondo Cuoco, Cameriere
Matteo Fresch Prete, Venditore
Massimiliano Mastroeni Cantante, Musicista, Terzo Cuoco, Cameriere


Parole sante, Santità. Dopo di che?


Il Papa sollecita l’abbandono di «stili di vita improntati a un consumo insostenibile, dannosi per l’ambiente e per i poveri». Giustissimo. Ma adesso bisogna che anche la Chiesa ne tragga tutte le conseguenze 
Tutto bene, se ci fermiamo alle parole in se stesse. Tutto benissimo. Benedetto XVI pronuncia una serie di frasi perfettamente condivisibili e, proprio perché lo fa in uno stesso discorso, dà l’impressione di volerne sottolineare l’intima e imprescindibile connessione. Non si tratta di indicazioni che si possono recepire solo in parte ma che vanno accettate – o rifiutate – nella loro interezza. Prese nel loro insieme, infatti, identificano un sistema di pensiero, e di comportamento, opposto a quello dominante. E implicano, pertanto, degli aut aut. Delle incompatibilità, per dirlo in italiano.
Afferma il pontefice: «La crisi economica in atto, di cui si è trattato anche in questi giorni nella riunione del cosiddetto G20, va presa in tutta la sua serietà: essa ha numerose cause e manda un forte richiamo a una revisione profonda del modello di sviluppo economico globale. Malgrado la crisi, consta ancora che in Paesi di antica industrializzazione si incentivino stili di vita improntati a un consumo insostenibile, che risultano anche dannosi per l'ambiente e per i poveri». Stando così le cose, prosegue il Papa, «occorre puntare in modo veramente concertato su un nuovo equilibro tra agricoltura, industria e servizi, perché lo sviluppo sia sostenibile, a nessuno manchino il pane e il lavoro, e l'aria, l'acqua e le altre risorse primarie siano preservate come beni universali». 
Si potrebbe continuare, ma il succo è questo. Primo: la crisi è la diretta e inevitabile conseguenza del modello di sviluppo. Secondo: bisogna farla finita con gli stili di vita che spingono al consumismo sfrenato, che non è solo deprecabile sul piano etico ma è insostenibile su quello pratico. 
Eccellente, dal nostro punto di vista. Sono cose di cui siamo convinti da molto tempo – ovverosia da ben prima di cominciare a scriverne sistematicamente sulla Voce del Ribelle – e che sono ormai patrimonio di un versante culturale che, per quanto ancora limitato come numero di sostenitori, può contare su un approfondimento teorico di prim’ordine. Proprio perché questo approfondimento c’è già stato, però, sappiamo benissimo che quelli enunciati da Benedetto XVI sono solo i punti di partenza di un percorso che deve (sottolineato: deve) approdare a ulteriori conclusioni e proseguire nella pratica. Le ulteriori conclusioni vertono sul rifiuto tassativo dell’economia finanziaria, incentrata sullo sfruttamento usurario dei capitali e sulla speculazione di Borsa. La pratica consiste nel dare l’ostracismo a chiunque operi in direzione contraria, ivi incluso il gigantesco apparato mediatico che quei modelli di comportamento li veicola, e li rafforza, in modo più o meno esplicito. Traduzione: ai talk show non si interviene, perché il fatto stesso di intervenire significa legittimare non solo la trasmissione in se stessa ma la linea editoriale di chi li mette in onda. Un minuto prima si riflette ponderosamente sul degrado morale della nostra società, così futile ed egoistica; un minuto dopo parte la raffica degli spot. La ponderosa riflessione fa da traino all’apoteosi di ciò che stava denunciando. E chi pensate che avrà maggior effetto, nella mente degli spettatori?
I talk show sono solo un esempio, naturalmente. Ma servono appunto a dare un’idea di quel che significa passare dalla teoria alla pratica. Rompendo gli indugi una volta per tutte. Prendendo le distanze in via definitiva, non solo sul piano delle enunciazioni astratte ma su quello delle decisioni concrete, e quotidiane. Nella gravissima situazione in cui ci siamo venuti a trovare, e dalla quale non esiste via d’uscita se non l’impoverimento di massa a vantaggio di oligarchie sempre più ristrette, non ci si può permettere più alcuna dilazione e alcun accomodamento. Il tempo dei tatticismi è finito. Quello delle strategie a lunghissimo termine, così tipiche del Vaticano, anche. 
Le parole del Papa, se non vogliono limitarsi a essere chiacchiere, devono tradursi in una sollevazione dell’intero mondo cattolico contro un modo di pensare e di essere che è l’antitesi stessa dei suoi valori. Come tutte le prese di posizione drastiche costringerà le persone a schierarsi, privandole del comodo alibi della distinzione “ad assetto variabile” tra ciò in cui si crede nel chiuso della propria coscienza e ciò che si finisce col fare sull’onda dei condizionamenti sociali. In una prima fase, probabilmente, le chiese si svuoteranno. Ma non sarà un gran male. Al contrario: sarà come sgomberare la propria casa di tutto il ciarpame che l’ha riempita a poco a poco, per fare posto a qualcosa di migliore. Qualcosa che forse sarà in grado di influenzare davvero la società e forse no. Ma che certamente, almeno, sarà più limpido e coerente.

Federico Zamboni