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mercoledì 2 febbraio 2011

Processo breve, giustizia a termine



di Sara Santolini

Occhio: deregulation in arrivo


Mentre i media continuano a dare la massima evidenza al Ruby-gate, Berlusconi annuncia la riforma dell’articolo 41 della Costituzione. Detto in breve, via col liberismo sfrenato
di Federico Zamboni 

Un primo attacco, massiccio ma soltanto teorico, lo avevano già sferrato mesi addietro, nel giugno 2010. Ad aprire il fuoco era stato Berlusconi, che intervenendo all’assemblea di Confartigianato aveva detto che «la Costituzione è molto datata, si parla molto di lavoro e quasi mai di impresa, che è citata solo nell’articolo 41. Non è mai citata la parola mercato. Pensiamo a una legge ordinaria, ma serve anche riscrivere l’articolo 41 della Costituzione». Pochissimi giorni dopo si era aggiunto Tremonti, che alla festa nazionale della Cisl aveva anch’egli caldeggiato la riforma dell’articolo 41, lamentando che l’Italia «è un Paese che fa quattro chilometri di Gazzetta Ufficiale l'anno, un chilometro quadrato di regole all'anno. Abbiamo una quantità impressionante e crescente di regole, che hanno l'effetto di un blocco oltre il bisogno: una ragnatela che fa anche paura».
Berlusconi bombardava dall’alto, mirando a distruggere i vincoli concettuali e morali, prima ancora che giuridici, che subordinano la libertà di impresa alle sue ricadute sulla società circostante. Tremonti sparava dal basso, coi “pallettoni” di un buonsenso capzioso che metteva sullo stesso piano ogni tipo di regole: da quelle effettivamente cervellotiche e inutili, anzi dannose, a quelle puntuali e proficue, anzi doverose. Le modalità erano diverse, l’obiettivo identico. Il secondo e il terzo comma dell’articolo 41 della Costituzione, che per quanto largamente disattesi nella pratica fissano pur sempre dei vincoli coi quali il legislatore ordinario è costretto a fare i conti. Saranno anche affermazioni di principio, abbastanza generiche da poter essere ridotte a semplici auspici, ma per gli iperliberisti costituiscono comunque un impaccio del quale si disferebbero volentieri. La prima deregulation, in fondo, è l’eliminazione della Regola per eccellenza: l’economia propone e lo Stato dispone. Siccome ai nipotini di Reagan e della Thatcher fa venire l’orticaria, meglio cancellarla una volta per tutte e riscriverla daccapo. Trasformandola nell’assai più comoda: l’Economia fa quello che le pare e lo stato sta a guardare. Come avrete certamente notato, le maiuscole si sono invertite. 
Ma ricordiamoli per esteso, questi commi che Berlusconi & C. trovano tanto ingombranti. Mentre l’articolo 41 si apre con una premessa che si può piegare a tutti gli usi, asserendo che «L’iniziativa economica privata è libera», il secondo e il terzo stabiliscono che quella libertà non è indiscriminata ma deve rispondere a finalità di carattere generale e che, perciò, deve essere sottoposta a controlli da parte delle pubbliche istituzioni. Comma due: «[essa] Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». Comma tre: «La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali».
Nella sua lettera aperta al Corriere della Sera, Berlusconi sostiene che per uscire dalla crisi ci vuole «la più grande “frustata” al cavallo dell’economia che la storia italiana ricordi» e afferma che «per fare questo occorre un’economia decisamente più libera, poiché questa è la frustata di cui parlo, in un Paese più stabile, meno rissoso, fiducioso e perfino innamorato di sé e del proprio futuro. [La chiave è] una rinuncia statalista, culturalmente reazionaria, ad andare avanti sulla strada liberale». Fissato l’obiettivo, ecco la strategia: « un grande piano bipartisan per la crescita dell’economia italiana; un piano del governo il cui fulcro è la riforma costituzionale dell’articolo 41, annunciata da mesi dal ministro Tremonti, e misure drastiche di allocazione sul mercato del patrimonio pubblico e di vasta defiscalizzazione a vantaggio delle imprese e dei giovani». 
L’ipotesi bipartisan è morta sul nascere, viste le reazioni negative («insolenti», Berlusconi dixit) dei cosiddetti leader della cosiddetta opposizione, da Bersani a Casini; ma il resto rimane in piedi. La parola d’ordine, tanto per cambiare, è far crescere il Pil con ogni mezzo, fino a portarlo «oltre il tre-quattro per cento»: e se la ricchezza che ne deriva è ottenuta sulla pelle dei lavoratori dipendenti, e distribuita con somma iniquità, pazienza. Poi, sai com’è, non c’è nemmeno bisogno che le previsioni trionfalistiche siano davvero rispettate, in tutto o in parte. Intanto la riforma costituzionale l’hai fatta. Il principio che l’elettroshock della deregulation fa bene lo hai affermato. L’Italia assomiglia sempre di più agli Stati Uniti: e l’omologazione diventa sempre più irreversibile. 
Federico Zamboni

lunedì 31 gennaio 2011

Berlusconi è innocentissimo. Parola di Silvio

da "La Voce del Ribelle":


Pressato dall’inchiesta sui festini a luci rosse, il premier punta tutto sui discorsi tv. Confidando che la maggior parte del pubblico, e dell’elettorato, non li analizzi pezzo per pezzo
di Davide Stasi 
I videomessaggi di Berlusconi stanno diventando un appuntamento abituale. Il presidente sta cercando con ossessiva regolarità di comunicare con i cittadini, forse nel tentativo di recuperare quella “luna di miele” con il popolo che sa essere finita da tempo. A dispetto dei sondaggi ad hoc, la gente da tempo è presa più dalla cassa integrazione, dalla scuola smantellata, dalle bollette e dai mutui da pagare, che non dal pietoso spettacolo della politica. Uno spettacolo che ormai viene contemplato distrattamente, come una soap opera di serie B, dove attori viziati e irraggiungibili intrecciano vicende e contrasti autoreferenziali, senza alcun contatto diretto con la realtà. 
Berlusconi dedica tre quarti del suo ultimo intervento a declinare tutti i meriti della sua azione di governo proprio per recuperare quel contatto. Parte dai successi elettorali, e arriva alle presunte riforme e leggi innovative messe in campo. Tutta fuffa. Ben confezionata, ovviamente, ma si tratta per la gran parte di mistificazioni. Una captatio benevolentiae che serve a preparare il terreno per il vero obiettivo: le inchieste giudiziarie.
A quel punto il suo discorso si fa furbesco. Ed eversivo. L’assunto è il solito: la magistratura sta agendo per fini politici, ossia per rovesciare il risultato delle elezioni. Da qui a dire che le indagini giudiziarie nei suoi confronti sono illegittime, che è illiberale perquisire le residenze presidenziali o indiziare chi le frequenta, ma anche non poter parlare al telefono liberamente, il passo è breve. Un modo astuto, e capzioso, per screditare un principio che per il presidente del Consiglio è il più duro da digerire: la legge, oltre che essere uguale per tutti, è superiore a tutto e a tutti. Anche ai risultati elettorali.
Anche i magistrati, qualora agissero per scopi politici, dovrebbero poi fare i conti, durante il processo, con la legge, ossia con tutte le procedure di garanzia riconosciute all’imputato, innocente fino a prova contraria. Dovrebbero cioè dimostrarne la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio. E l’imputato innocente non dovrebbe temere alcunché, se non una qualche congiura alle sue spalle. Ma la tesi del complotto, cioè della falsificazione deliberata delle testimonianze e delle prove, vale per entrambe le parti. La domanda da farsi è se sia più credibile la presunta malafede dei magistrati, che dovrebbero persuadere decine di testimoni a mentire solo per incastrare Berlusconi, o se invece sia proprio quest’ultimo ad avere la spregiudicatezza morale e le risorse economiche necessarie a commettere qualsiasi abuso, pur di organizzare un catenaccio difensivo a copertura delle proprie malefatte. 
Dunque è tutto il presupposto che non regge. È la legge che consente di indagare su chiunque, di perquisirne le residenze, di indagarne e intercettarne i frequentatori. E il tutto viene fatto nel rispetto della legge, allo scopo di accertare e di reprimere eventuali reati. Queste facoltà e queste funzioni sono parte integrante del potere giudiziario, e negarle agitando il totem della sovranità popolare, e dell’investitura ricevuta dal centrodestra attraverso il voto, è semplicemente eversivo. E sta qui il vero problema di Berlusconi: non accetta che esista qualcosa al di sopra di lui. Concettualmente il principio di superiorità della legge gli è estraneo e, nella sua logica, chiunque giunga ad affermarlo compie una sorta di vilipendio, un’offesa irritante e inaccettabile. Anzi, irricevibile.
Per questo il Cavaliere ora grida nel vento mediatico. E indossa i panni della vittima che nonostante tutto tiene duro: «non sono mai fuggito», dice, «in 17 anni la persecuzione giudiziaria non ha partorito nemmeno un topolino». Vero solo in parte: i suoi procedimenti si sono conclusi con assoluzioni e archiviazioni rocambolesche, e a guardare bene il suo curriculum giudiziario ci si trova di fronte a un florilegio di amnistie, reati cancellati da un Parlamento al suo servizio da quindici anni, prescrizioni, assoluzioni con formula dubitativa, oltre a reati gravi precedenti alla sua “discesa in campo” (il che tra l’altro smentisce il paradigma della congiura contro l’eletto dal popolo).
Il messaggio, stavolta, si chiude con la disponibilità a rispondere solo al Tribunale dei Ministri. Che sarà composto da giudici milanesi, ma scelti a sorteggio. In pratica Berlusconi si affida alla fortuna per salvarsi nuovamente da quest’ultima vicenda giudiziaria che, in realtà, non è ancora la tempesta perfetta, ma solo il suo annuncio. Infatti, se l’inchiesta per concussione e prostituzione minorile lo porterà alle dimissioni, ripartiranno immediatamente i processi attualmente sospesi, molti dei quali già destinati alla prescrizione. Tranne uno, quello che più toglie il sonno al presidente, riguardante le stragi di mafia del 1992-1993. Secondo alcuni, la premessa alla fondazione di Forza Italia.
Davide Stasi