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domenica 7 novembre 2010

L' Homme qui voulait vivre sa vie - un film di Eric Lartigau

Adattamento del romanzo di Douglas Kennedy, il film è la storia di un uomo, Paul Exben (Romain Duris), dall'esistenza perfetta: benestante, associato ad uno degli studi d'avvocato più affermati di Parigi, bella casa, bella famiglia, bellissima moglie. Ma qualcosa non quadra, le abitudini vacillano e scopre così che la consorte (Marina Foïs, compagna del regista nella vita) lo tradisce con il vicino di casa, un affascinante fotoreporter dalla vita disordinata e avventurosa. Il mondo gli crolla addosso e la sua vita prende una strada tanto disperata quanto insolita, trascinandolo verso un cambio di indentità capace di rivelargli la sua vera natura e concretizzare i sogni rimasti sepolti nel suo inconscio. (dal sito del festival)


Il trailer:





Una sorta di "fu Mattia Pascal" contemporaneo, con motivazioni e reazioni molto differenti, ma stesse problematiche. Spiazzante nel mostrare il talento sopito, l'inganno e le motivazioni dell'inganno - del protagonista, della moglie, dell'amante.


La sala è rimasta agghiacciata al termine del film, e ha atteso seduta in silenzio i primi 2-3 minuti di titoli di coda. La motivazione, dal mio punto di vista, è che la storia scoperchia il vaso di Pandora delle speranze, delle ansie e dell'insoddisfazione personale sempre più diffusa. Molto interessante.

BOARDWALK EMPIRE - un film di Martin Scorsese

Siamo a Boardwalk, il lungomare di Atlantic City, la città del gioco, dei bordelli e della corruzione, nella notte del 1919 in cui scattò il Volstead Act. Dunque la nuova era del proibizionismo, che sembra inventato apposta perché Martin Scorsese ci ambientasse un film. Ha fatto di più, ha prodotto una serie intera, Boardwalk Empire, accettando di girarne la puntata pilota - durata 70 minuti - che il Festival di Roma presenta, in una serata di gala, Fuori Concorso. Il film, sontuoso e affascinante, racconta la corruzione di quegli anni, sotto la patina molto glamour della fotografia d’epoca, con un cast di quelli che gli appassionati non dimenticano: da Steve Buscemi a Michael Pitt, da Michael Shannon a Kelly MacDonald. (dal sito del festival)


Il trailer:



Fotografia impeccabile, colori e atmosfere da fumettone. Divertente e affascinante.

sabato 6 novembre 2010

I colori della Montagna - un film di Carlos César Arbeláez

Ogni giorno, dopo la scuola, Manuel (Hernan Ocampo) e i suoi amici Julian (Nolberto Sanchez) e l'albino Poca Luz (Genaro Aristizabal) si danno appuntamento con gli altri ragazzi sul campo di calcio costruito in un pezzo di terreno pianeggiante strappato alla campagna colombiana de La Pradera. Il padre di Manuel, impegnato ad accudire il bestiame, fugge all'arrivo dei guerriglieri, nella speranza di poter allontanare dalla sua famiglia la minaccia dei militari. L'arrivo di una nuova insegnante sembra portare nuova luce nella scuola ma la paura ed il sospetto rendono la vita impossibile nella comunità. Manuel è consapevole dei pericoli che lo circondano, ma il suo unico vero obiettivo è recuperare il suo prezioso pallone finito in un campo minato e continuare a disegnare i colori accesi della sua montagna. (dal sito del festival)


Il trailer:



Film per "Alice nella città" (la sezione per ragazzi del cinema) dal ritmo lento e i colori caldi che mostra, attraverso gli occhi inconsapevoli di un bambino, tutta la disperazione delle famiglie colombiane.

I Fiori di Kirkuk - un film di Fariborz Kamkari


Iraq, anni Ottanta, in pieno regime Saddam Hussein: Najla (Morjana Alaoui) è una dottoressa costretta a scegliere tra i suoi sogni e il rispetto delle tradizioni cui è legata la sua famiglia. Dall'Italia, dove ha studiato, Najla decide di tornare a Kirkuk alla ricerca del fidanzato coinvolto nella resistenza. L'amore, il tradimento e il destino dei due uomini intenzionati a sposarla, Sherko (Ertem Eser) e Mokhtar (Mohamed Zouaoui), s'intrecciano nel racconto della sua vita, sullo sfondo di uno dei capitoli più brutali e inesplorati della storia dell'Iraq, mescolando tratto sentimetale e accuratezza documentaria. Secondo film del regista iraniano residente in Italia Fariborz Kamkari, tratto dal suo romanzo omonimo edito da Cooper. Il film è la prima coproduzione internazionale girata in Iraq dall'inizio della guerra nel 2003. Colonna sonora del collettivo multietnico romano Orchestra di Piazza Vittorio. (dal sito del festival)


Il trailer:





Visione romanzata di una storia d'amore ai tempi di Saddam. La storia d'amore coinvolge lo spettatore e aggiunge pathos alla pellicola, anche se in qualche modo mette in secondo piano la vera tragedia, che pure è molto presente nel film, del genocidio curdo.

venerdì 5 novembre 2010

Kill me please - un film di Olias Barco

Medico all'avanguardia, il Dr Kruger (Aurelien Recoing) vuole dare un senso al suicidio. Il suo sogno è creare una struttura terapeutica dove darsi la morte non sia più considerata una disgrazia, ma un atto consapevole svolto con assistenza medica. La sua clinica esclusiva richiama l'attenzione di un gruppo di strani personaggi, accomunati dal desiderio di morire: un famoso comico con un cancro incurabile, un commesso viaggiatore che cela sordidi segreti, un ricco erede lussemburghese, una bella ragazza con manie autolesioniste, un vecchio cabarettista berlinese dalla voce rovinata e un uomo che ha perso tutto nel gioco d'azzardo, moglie compresa. Dopo essersi consultati con Kruger sulle motivazioni che li spingono a farla finita, ciascuno di loro ha diritto a esprimere un'ultima richiesta. Ma nelle isolate montagne dove il dottore ha inteso realizzare il suo sogno del suicidio perfetto, è ancora la Morte a decidere quando colpire. (dal sito del festival)


Ecco il trailer della pellicola che ha vinto il Premio Marc’Aurelio della Giuria al miglior film:





Grottesco fino alla morte - è proprio il caso di dirlo. Risate strozzate e riflessioni che rischiano di non farvi dormire. Olias Barco mostra desideri di suicidio che hanno la stessa rabbia che porta all'omicidio, persone che cercano semplicemente un attimo d'attenzione e gloria nella loro vita con una morte fuori dal comune, psicologie complesse. Rischiosa la scelta del bianco e nero, che però si rivela azzeccatissima per l'atmosfera tetra, soffocante e grottesca che permea tutto il film. Da vedere.

Five Day Shelter - un film di Ger Leonard


"Five day shelter" è la scritta che il regista ci mostra all'interno di un canile. Significa "rifugio per cinque giorni", ossia che i cani che resteranno oltre il 5° giorno nel canile verranno abbattuti. Il film, appunto, si svolge nell'arco di cinque giorni. La vita di diverse persone, apparentemente molto lontane e diverse, viene in contatto. Il risultato è di morte, di abbandono, di autodistruzione. Straziante.

p.s. in questo caso non ho messo il "riassuntino" del festival perché mi pare nemmeno loro abbiano capito molto della trama.

giovedì 4 novembre 2010

Crime d'amour - un film di Alain Corneau

Due donne a confronto negli asettici uffici di una potente multinazionale: Isabelle Guérin (Ludivine Sagnier) è una giovane dirigente in carriera che lavora agli ordini della potente manager Christine (Kristin Scott Thomas) verso la quale nutre una totale e sincera venerazione. Sicura del suo controllo su Isabelle, Christine la trascina però in uno sconvolgente e perverso gioco di seduzione e dominio, che presto finirà per spingersi troppo oltre, fino a un punto di non ritorno. Crudele rompicapo e feroce sfida al femminile con un grande cast (fra gli altri Julien Rochefort, figlio di Jean) e colonna sonora di un'icona del jazz come Pharoah Sanders per l'ultima opera del grande regista di Tutte le mattine del mondo Alain Corneau, scomparso il 30 agosto 2010 a 67 anni. (dal sito del festival)


Il trailer:



Davvero non c'era bisogno di un altro film del genere. Sembra un grossolano tentativo di imitazione di ben più riusciti thriller. Il rompicapo si indovina subito e allo spettatore non resta che aspettare la parola fine. L'unica cosa davvero interessante è l'analisi dei rapporti di potere e sudditanza all'interno di una grande azienda. 

mercoledì 3 novembre 2010

The Pool diary - un film di Chris Kraus

Alla vigilia della prima guerra mondiale la quattordicenne Oda von Siering (Paula Beer) fa ritorno a casa, a Poll sulla costa del Baltico, regione dove faticosamente convivono tedeschi, russi ed estoni, ai confini tra Germania e Impero Russo durante l'oscuro declino di un'epoca. Il padre di Oda, Ebbo (Edgar Selge), è uno scienziato morboso e inquietante che predilige oscuri esperimenti sulla razza e controlla la famiglia in modo crudele, in particolare la zia Milla, aristocratica perduta tra musica e tradimenti. Curiosa e ribelle, Oda finisce per prendersi cura di un anarchico estone ferito (Tambet Tuisk), nascondendolo agli occhi di tutti. Ma quel che sembrava un romantico gioco infantile si trasforma presto in atto di sfida capace di innescare un'incontrollabile reazione a catena, l'alba di una rivoluzione che verrà. (dal sito del festival)


Il trailer:



Bellissimo. Delicato e intenso. Una ragazza in fuga da una situazione impostagli, e un uomo dal quale rifuggono tutti. Una realtà costruita che cederà sotto i colpi della guerra. Ambientazioni stranissime e psicologie minuziosamente curate. Da vedere.

Gangor - un film di Italo Spinelli

Upin (Hadil Hussain), affermato fotoreporter indiano, nel corso di un reportage sulle donne tribali della Purulia, resta incantato dalla bellezza del seno di Gangor (Priyanka Bose) che allatta il figlio all'aperto e immortala quel nudo in uno scatto che finisce sulle prime pagine dei giornali. La foto scatena un grande scandalo e Gangor resta sola, indifesa contro le violenze perpetrate dagli uomini del villaggio. Upin, impazzito per il senso di colpa, sacrifica tutto per aiutare Gangor, ma alla fine sarà lei a portare avanti con coraggio la denuncia contro gli stupratori. Al processo la mobilitazione delle donne diventerà la sua forza. Da un racconto breve (contenuto in "La trilogia del seno") firmato dalla grande scrittrice Mahasweta Devi, da sempre in prima linea nelle cause sociali e femminili. Prima coproduzione Italo-indiana. (dal sito del festival)


Il trailer:



"Gangor" è un film interessante non solo per lo spaccato dell'india che propone, ma anche perché apre una serie di riflessioni sulla condizione della donna - tratta di stupro e maltrattamenti. La pellicola, però, ha qualche problema di troppo. La maggioranza del tempo si passa a vedere il protagonista che, in preda ai sensi di colpa, continua a cercare la donna tribale indiana che ha messo, senza rendersene conto, nei guai. Se è interessante, senz'altro, vedere la reazione della comunità, forse sarebbe stato utile anche vedere come Gangor, da disperata e cacciata dal villaggio sia riuscita ad avere la forza per denunciare non solo uno stupro di gruppo, ma anche un poliziotto tra i suoi aguzzini. Insomma, la trama ha qualche problema: c'è qualcosa di troppo e qualcosa di troppo poco. Irreali poi i dialoghi tra la moglie del giornalista e il suo fotografo che si danno alla ricerca dell'uomo come anche una telefonata fatta da un telefono pubblico da Upin mentre scappa presumibilmente dalla polizia indiana - in cui gli dice di raggiungerlo. 
La fotografia è buona, e mostra un'India ferita ma fiera. Il film merita di uscire, anche in India dove la censura gli sta dando battaglia, per la denuncia della violenza perpetrata senza vergogna e con un senso di impunità dato dalla posizione di potere che i poliziotti hanno.


In Italia consiglio comunque di andarlo a vedere. Non fosse altro per la bellezza e la bravura di Priyanka Bose, che nel film è Gangor.

martedì 2 novembre 2010

Lilian Roxon, la madre del rock - documentario

Chi è stato il primo ad aver capito il rock? Una donna: la cui vita e intelligenza, indipendenti e fuori di ogni schema, sono già un mito. È Lillian Roxon (1932-1973), giornalista e scrittrice australiana, celebre per la sua Rock Encyclopedia, e lo sguardo ipermetrope che scannerizzò la New York degli anni Sessanta e dei primi Settanta, con personaggi del calibro di Jim Morrison, Mick Jagger, Keith Richards, Iggy Pop, Andy Warhol, Bob Dylan, John Lennon, Lou Reed, tra tanti. Con una falcata allegra e repertorio da strabuzzare gli occhi, Clarke racconta la donna che ha strappato il rock all’etichetta di moda passeggera e lo ha consegnato al suo status di rivoluzione dei costumi, di epica generazionale, di spirito di un’epoca. (dal sito del festival)


Il trailer:




Il documentario è un po' nebuloso. Al di là del fascino innegabile della figura, tra le persone intervistate nel doc una solo è una rockstar. Non viene approfondita seriamente né la persona, e dunque i suoi rapporti personali, né il ruolo effettivo che la Roxon aveva nella promozione delle star, tanto meno i suoi rapporti reali con questi. Forse il problema è che ci sono poche riprese originali, anche se tante fotografie. Alla fine della sua morte parla una amica, l'ultima ad averla sentita, e c'è un accenno alla possibilità che sia stata uccisa - senza spiegare se il sospetto sia fondato o no. Tutto troppo generico. Nonostante ciò il carisma della Roxon rimane immutato.

We Want Sex - un film di Nigel Cole

Dagenham, 1968. La fabbrica della Ford è il cuore industriale dell'Essex (Inghilterra) e da' lavoro a 55mila operai. Mentre gli uomini lavorano alle automobili nel nuovo dipartimento, 187 donne cuciono i sedili in pelle nell'ala della fabbrica costruita nel 1920, che cade a pezzi corrosa dalla pioggia. Lavorando in condizioni insostenibili, le operaie finiscono per perdere la pazienza quando vengono classificate come "operaie non qualificate". Con ironia, buon senso e coraggio riescono a farsi ascoltare dai sindacati, dalla comunità locale e dal governo. Rita O'Grady, loquace e battagliera leader del gruppo, diventerà un vero e proprio ostacolo, duro e insuperabile, per il management maschile e troverà sostegno nella deputata Barbara Castle che le consentirà di sfidare anche il Parlamento. Insieme alle colleghe Sandra, Eileen, Brenda, Monica e Connie, Rita guiderà lo sciopero delle 187 operaie addette alle macchine per cucire, ponendo le basi per la legge sulla parità di diritti e di salario tra uomo e donna. (dal sito del festival)


Il trailer:



Commedia sulla parità contributiva tra uomini e donne. Basato su una storia vera, è molto colorato e in stile, ma un pochino celebrativo della -presunta- bontà della politica inglese, che trova voce nella deputata laburista Castle. Offre uno spaccato della vita operaia di quegli anni, anche se un pochino edulcorata. Tra gli attori da segnalare la protagonista, Sally Hawkins, e Miranda Richardson, nei panni di Barbara Castle. Divertente, ma niente di più.

lunedì 1 novembre 2010

Hævnen - un film di Susanne Bier

Il dottor Anton (Mikael Persbrandt), che opera in un campo profughi in Sudan, torna a casa nella monotona tranquillità di una cittadina della provincia danese. Qui si incrociano le vite di due famiglie e sboccia una straordinaria e rischiosa amicizia tra i giovani Elias (Markus Rygaard) e Christian (William Jøhnk Nielsen). La solitudine, la fragilità e il dolore, però, sono in agguato e presto quella stessa amicizia si trasformerà in una pericolosa alleanza e in un inseguimento mozzafiato in cui sarà in gioco la vita stessa dei due adolescenti. (dal sito del festival)

Il trailer: 



Un film delicato e complesso. La denuncia della situazione in Darfur diventa spunto di riflessione sul predominio della violenza e sulla forza, invece, della non violenza - anche nella vita ben meno estrema della Danimarca . Cast strepitoso e regia impeccabile. Da vedere.

La dinastia Bhutto - documentario sul Pakistan

Bhutto è un documentario classico e potente che traccia la storia del moderno Pakistan ricostruendo in poco meno di due ore l’intricata vicenda della dinastia Bhutto. Il film di Duane Baughman e Johnny O'Hara riassume la nascita del nuovo stato dopo l’indipendenza dall’India nel 1947 fino all’elezione a Primo Ministro nel 1971 di Zulfikar Ali Bhutto. L’attenzione si sposta quindi sulla figlia maggiore di Ali, Benazir, educata ad Harvard e Oxford senza alcun intento di carriera politica. Quando però il padre, nel 1977, viene imprigionato dopo il colpo di stato del generale Muhammad Zia ul-Haq, la guida del Pakistani Peoples Party (Partito del Popolo Pakistano) finisce nelle mani di Benazir che lo guiderà dall’esilio e lancerà una campagna per la liberazione di Ali senza riuscire ad impedire la sua condanna a morte. Sull’onda emotiva scatenata dall’esecuzione dell’anziano presidente, Benazir Bhutto vincerà la campagna elettorale nel 1988 diventando la prima donna Presidente di una nazione islamica, ma solo per essere deposta quasi subito da un colpo di stato militare. Dopo la rielezione nel 1996, verrà ancora costretta all’esilio dopo l’arresto del marito per corruzione. Una Dinasty destinata a continui colpi di scena, fino all’inevitabile finale: il trionfale ritorno in
Pakistan nel 2007 come nuovo leader del PPP si conclude con il brutale assassinio di Benazir, ordito, secondo le previsioni della donna, dall’allora presidente Pervez Musharraf o preparato da terroristi fondamentalisti secondo la difesa di Musharraf. Il documentario acquista interesse grazie ai rarissimi materiali di repertorio, alle registrazioni audio mai ascoltate prima e soprattutto alle interviste con il vedovo Asif Ali Zardari (attuale presidente del Pakistan) e i figli. (dal sito del festival)



Il trailer:




Il suo nome, Benazir (da "ben" e "azir"), significa "senza paragoni". È la prima cosa che ci dice il documentario parlando di uno dei Primi Ministri più importanti della storia del Pakistan.  Scopriamo a fine proiezione dalla voce del regista che l'idea di girare questo documentario, per niente celebrativo ma fortemente critico, gli è venuta a poche ore dalla morte di Benazir, il ministro che, durante due soli mandati, ha migliorato l'assistenza sanitaria, l'istruzione e la situazione delle donne (ad esempio per l'accesso al lavoro in tribunale e nello sport) e che ha ispirato milioni di donne musulmane - che non accettano più supinamente di vedere martorizzato il proprio futuro - prima di essere ucciso.


Il documentario è affatto noioso e coniuga bene le riprese originali con le interviste attuali e le ricostruzioni storiche.



domenica 31 ottobre 2010

Dog Sweat - un film di Hossein Keshavarz

Le vite di sei giovani ragazzi nell'Iran di oggi, narrate con l'urgenza sovversiva del cinéma vérité. Incompresi dalle famiglie e oppressi dalla società tradizionalista islamica, cercano segretamente sfogo ai loro desideri. Una femminista si ritrova coinvolta in una relazione con un uomo sposato; due giovani innamorati cercano un posto dove fare l'amore; un gay deve accettare un matrimonio arrangiato; una cantante insiste nel suo sogno pop-rock nonostante i rischi; un ragazzo sfoga la sua rabbia contro un raduno di fondamentalisti. Girato clandestinamente a Teheran prima delle elezioni del 2009, il provocatorio film di Hossein Keshavarz sfida lo status quo dando voce alla voglia di ribellione delle nuove generazioni iraniane. (dal sito del festival)


"Dog Sweat" nelle parole di Hossein Keshavarz:





Davvero non male. Si tratta di un'etichetta indipendente, il lavoro è di buona fattura e mostra uno spaccato davvero molto interessante dell'Iran di oggi. Gli attori sono bravi e il ritmo è giusto. Le atmosfere sono familiari, non patinate ma pulite (proprio quello che mancava a "The freebie"). Film senza finale, ma che lascia aperte molteplici possibilità di interpretazione delle scelte di vita che si trovano a fare - o a dover fare - le nuove generazioni dell'Iran, a cavallo  tra tradizione e futuro, religione e trasgressione, fuga e compromesso. Sapere poi che si tratta di riprese clandestine aggiunge un non so che di accattivante alla pellicola.


p.s. da buona fotografa avrei apprezzato qualche bella immagine di Teheran - location del film - ma devo ammettere che ai fini della storia non serviva. 

venerdì 29 ottobre 2010

The Freebie - un film di Katie Aselton

Una riflessione onesta e tagliente su amore e tradimento, verità e menzogna all’interno di una coppia di trentenni che per risvegliare la passione sopita gioca una carta non del tutto convenzionale. (dal sito del festival)


Ecco il trailer:


È un bel film per le tematiche che affronta, ma veramente un po' lento (troppo, troppo parlato) e realizzato un po' a risparmio. Nonostante sia contraria ai super budget, credo che si possa risparmiare sugli effetti speciali (che comunque non servivano), sulle location, sulle attrezzature ma non sulle professionalità. La fotografia non è che non sia curata, non esiste proprio.  In alcune inquadrature c'è il riflesso del sole e altre risultano addirittura fuori fuoco. Potrebbe essere una scelta quella di far sembrare tutto più "familiare", non patinato, ma qui si cade quasi nell'amatoriale. Insomma se, come credo e spero, la fotografia piatta e gli "errori" sono voluti, il risultato non è stato di dare una sensazione di "reale" bensì di sciatto. 


Davvero un peccato perché per il resto non si tratta della solita storiella di tradimento ma di una analisi giusta e chiara dei rapporti di coppia di oggi, che sembrano - e pretendono di essere - più "avanzati", alternativi e emancipati di quello che sono in realtà.

Matching Jack - un film di Nadia Tass


Matching Jack è un film australiano di Nadia Thess, una regista greca che quando non fa cinema fa teatro.

Ecco il trailer:

La vita di Marisa (Jacinda Barrett) e di suo figlio Jack (Tom Russell) scorre tranquilla fino al giorno in cui, al termine di una partita di calcio giocata male, Jack finisce in ospedale. Marisa tenta di rintracciare il marito David (Richard Roxburgh) ma lui, con il telefono spento e senza alcuna preoccupazione, sta progettando di lasciarla per un'altra donna. A Jack viene diagnosticata una leucemia. L'unica possibilità di cura sarebbe l'esistenza di un eventuale altro figlio di David, avuto da una delle sue tante amanti, che potrebbe risultare compatibile come donatore di midollo osseo. Marisa cerca in tutti i diari di David i nomi delle donne con cui ha avuto una relazione e inizia a bussare alle loro porte. Donne ignare che si trovano di fronte una madre disperata. Nel frattempo Jack fa amicizia con Finn (Kodi Smit-McPhee), un giovane ragazzo irlandese ricoverato nel letto accanto al suo, che ha girato il mondo con suo padre Connor (James Nesbitt). (dal sito del festival)


Il film, che è in concorso per la sezione Alice, ossia tra i film per ragazzi, è davvero commovente. Forse troppo per un pubblico di ragazzi che frequentano le scuole primarie - più o meno era quella l'età delle scolaresche presenti alla proiezione di ieri.

La pellicola si sviluppa sostanzialmente su tre diversi rapporti:
quello di Jack con Finn, il suo amico già malato,
quello tra Finn e suo padre,
quello tra David, suo padre, e le donne,
quello tra Marisa e Connor, il padre di Finn.

Jack e Finn sono due bambini che hanno la leucemia. Il primo, più piccolo, si rende conto del male che ha solo attraverso le parole di Finn, più maturo.

David, padre di Jack, è l'unico personaggio che non trova soluzione all'interno del film. Le donne che ha attorno alla fine dimostrano tutte di avere un gran cuore e riuscire a superare il male che lui ha fatto loro. Ma lui scompare dalla scena senza risolvere se stesso.

Marisa e Connor, i due genitori più presenti dei ragazzi, sono lo specchio di come si può affrontare la malattia. Connor, soprattutto, è quello che strappa lacrime alla platea più facilmente, con le sue attenzioni volte a far sorridere un bambino impaurito (perché è questo che sono i ragazzi malati: impauriti).

In ogni caso, che vi piacciano o meno i film commoventi, questo è girato molto bene e anche i bambini sono diretti in modo esemplare. Ma farei davvero un sondaggio per sapere quanti spettatori resistono alle lacrime.