martedì 23 agosto 2011

Voilà, l'offensiva liberista


Da un lato è un paradosso: proprio nel momento in cui il sistema economico globale mostra tutti i suoi limiti, conseguenza di difetti intrinseci che in quanto tali non si possono correggere e di vizi operativi talmente radicati e diffusi da essere ormai pressoché ingovernabili, l’establishment liberista lancia un’offensiva teorica e pratica che mira ad accentuare ancora di più i caratteri tipici di quel modello, sacrificando il welfare sull’altare del debito pubblico e del Pil. 
Il messaggio che viene lanciato, speculando cinicamente sulla situazione di estrema difficoltà che accomuna gli Usa e la Ue e agitando lo spauracchio del default, è che la responsabilità di quanto sta accadendo è degli Stati, ovverosia delle rispettive popolazioni. Governi inefficienti, se non proprio corrotti, hanno male amministrato le finanze nazionali e accumulato un indebitamento non più sostenibile, che va ridotto al più presto e senza andare per il sottile; pertanto, nel capzioso presupposto che di quegli abusi abbia beneficiato la generalità dei cittadini, è necessario che il lassismo precedente venga controbilanciato da misure durissime, che vengono adottate in nome dell’emergenza ma che sono destinate a essere definitive. 
Dall’altro lato, invece, si tratta di una strategia largamente prevedibile. E infatti prevista, e anticipata con dovizia di particolari, da chi come noi aveva compreso fin dall’inizio che la crisi esplosa nel 2008 non era affatto un fenomeno passeggero, cui sarebbe seguita una “inevitabile” ripresa, ma lo spartiacque permanente tra un prima e un dopo. Un prima all’insegna delle illusioni (ovverosia della manipolazione e dell’inganno) riguardo alla possibilità di accrescere indefinitamente i livelli di benessere materiale, sul doppio binario dei redditi personali e delle previdenze collettive: illusioni alimentate creando enormi flussi di capitali fittizi, attraverso una serie di bolle speculative, e facendo aumentare a dismisura il disavanzo pubblico, allo scopo di diffondere una visione consumistica dell’esistenza e di assicurare alle classi dirigenti un sostegno vastissimo e, col tempo, assimilabile a un riflesso condizionato che non c’è più verso di rimuovere. Un dopo, che è quello in cui siamo sprofondati adesso, in cui si scopre che quelle mirabolanti promesse vanno drasticamente ridimensionate, dal momento che “qualcosa” non ha funzionato come avrebbe dovuto e che i guasti sopravvenuti hanno reso impossibile proseguire nella medesima direzione. O piuttosto: proseguire nella medesima direzione per tutti, dal momento che invece, ed eccoci al cuore del paradosso, le oligarchie che detengono il potere si guardano bene dal mettere in discussione i presupposti su cui poggia l’intero edificio economico e politico.
Quello cui stiamo assistendo, perciò, è un immane tentativo di rovesciamento della realtà. Invece di risalire alle effettive cause di quanto accade, ossia alle tare genetiche del liberismo imperniato sullo sviluppo illimitato, sul massimo profitto e sulla speculazione finanziaria, ci si ferma ai dati contabili dei singoli Stati, trattandoli alla stregua di aziende in dissesto che si sono indebitate per loro colpa esclusiva e che ora, innanzitutto a doverosa tutela dei creditori e in subordine al fine di evitare la catastrofe del proprio fallimento, devono accettare qualunque imposizione e soggiacere a qualsiasi diktat. 
La pretesa, insomma, è di addebitare il disastro alla mancanza di una piena libertà economica, anziché ai suoi deliranti obiettivi e alle sue pratiche spietate. Le parole d’ordine, a loro volta, riecheggiano quelle lanciate trent’anni fa da Ronald Reagan e da Margaret Thatcher e condensate nella famigerata “deregulation” che lasciava mano libera agli imprenditori e alle banche: ridimensionare al massimo il sistema di welfare e i diritti dei lavoratori, privatizzare i servizi pubblici, (s)vendere i beni collettivi. Linee guida che si traducono in una miriade di provvedimenti concreti, e fatali, su cui ci soffermeremo ampiamente nei prossimi giorni.
Detto in sintesi, l’obiettivo è ridurre lo Stato al garante dello statu quo. Con interi popoli che chinano la testa e avallano l’iniquità generale come un dato di fatto necessario e a suo modo utile, lieti di poter ottenere, in cambio del proprio assenso, i cascami del consumismo e una vaga, indeterminata, seducente possibilità di uscire dalla miseria e di ascendere più o meno rapidamente lungo la scala sociale. 
La ricompensa di pochi. La schiavitù di tutti. 

Federico Zamboni

venerdì 19 agosto 2011

martedì 16 agosto 2011

Baghdad

foto di Lynsey Addario
Baghdad. Chiamata anche Sede della Pace, molti secoli fà. Una città che conta quasi cinque milioni e mezzo di abitanti e che era luogo di incontro commerciale tra Persia, Europa e Asia. La foto è stata scattata pochi giorni fà.

domenica 14 agosto 2011

La crisi im-prevedibile come i semi del cocomero

E così, mentre gli italiani si preparano alla grande festa del cocomero di Ferragosto, in Parlamento il caldo crea dei problemi alla memoria dei suoi illustri frequentatori. L'ultimo gavettone di quest'anno si gioca sulla prevedibilità o meno della crisi economica, a tre anni dal suo palesarsi. È come aprire un cocomero a Ferragosto per tre anni di seguito e stupirsi ogni volta della presenza dei semi al suo interno. 


”La legge finanziaria per il triennio è basata sul presupposto di una crisi in arrivo e in intensificazione”. 
Sono parole di Giulio Tremonti, pronunciate nel novembre del 2008, quando si ergeva a paladino dell'economica italiana, prometteva di sostenere quei consumi che invece avrebbe depresso, di non aiutare quelle Banche che invece avrebbe aiutato, di non effettuare i tagli che  continua a fare e non toccato quei redditi medio-bassi che invece avrebbe intaccato pesantemente. Era l'anno in cui il governo fingeva un sicuro ottimismo, in cui, sempre per citare Tremonti, l’Italia avrebbe dovuto mantenere "nei prossimi tre anni un rapporto tra deficit e Pil al di sotto del 3 per cento”. 
La crisi, in ogni caso, il Ministro dell'Economia dichiarava di averla largamente prevista, da grande economista qual'è, pavoneggiandosi nonostante alla sua presunta previsione non era stata comunque seguita da alcuna reale misura di contenimento della crisi. 
Strano dunque, ma comprensibile umanamente, come oggi dichiari a favore di telecamera che il tracollo finanziario della Borsa "non era prevedibile" e che scriverà un libro sull'argomento. Nel quale, c'è da scommetterci, non troveranno spazio le sue stesse parole di solo qualche anno fa.

venerdì 12 agosto 2011

Mille ipotesi contro la crisi, ma nessuna risoluzione in vista

Nel teatrino italiano della politica c'è una cosa che manca da sempre: la ricerca delle soluzioni. Perché se, come bisognava aspettarsi, ora la Borsa vola (incontro al prossimo tracollo), la politica, che avrebbe il dovere di avere uno sguardo più lungimirante e meno fantasioso di quello che sembra invece avere, non fa il suo sporco lavoro.


Non che possa cambiare davvero qualcosa a breve, o che il Tremonti di turno possa davvero risolvere in un batter d'occhio le problematiche incancrenite e perverse di un Paese come il nostro. Non che la Bce e i Paesi forti dell'Unione Europea non abbiano anche loro un forte ascendente sulle politiche e le economie dei Paesi membri. 
In molti credono che l'unico modo per cercare di uscire dalla crisi sarebbe il default programmato (ne ho parlato qui) ma in molti resteranno, almeno per ora, inascoltati.
Stasera ci sarà l'ennesimo Consiglio dei Ministri che o deciderà nulla oppure, come le proposte di Tremonti lasciano presagire, metteranno definitivamente in ginocchio la classe medio-bassa italiana. Il resto, quello che verrà dopo, conseguentemente e inevitabilmente, sarà Storia.

giovedì 11 agosto 2011

Londra, guerriglia contro la polizia dopo l'uccisione di un giovane nero

Su e giù dalla Borsa



La Borsa sale, la Borsa cala.
Dal 2008 le abbiamo viste proprio tutte. Boom eclatanti e crack devastanti, leggere riprese che durano il tempo di qualche compiaciuto editoriale sulle colonne dei quotidiani nazionali seguite da nuovi tracolli, e poi numeri, numeri, numeri: +2, -1, +3, -6 (-6!). E poi, ci sono gli speculatori, gli attacchi alle Borse e alle economie nazionali, il debito pubblico alle stelle per non parlare degli interessi, le politiche nazionali impotenti e incapaci. 


Quello che ci serve è un bel default programmato che penalizzi chiaramente i nostri debiti con l'estero. La manovra, la contro manovra, la correttiva e tutto il resto non avranno nessun'altro effetto che portare alle sue estreme conseguenze le tensioni sociali e renderci tutti più poveri di quello che non siamo già. Ma non renderanno più ricca l'Italia, dove lo status quo è eterno e i soldi si moltiplicano solo nelle tasche delle lobby di potere a tutti i livelli, e non solo perché tutti quei soldi riusciranno sì e no a coprire gli interessi correnti sul debito pubblico. Soprattutto, non ci salveranno dalle mani degli speculatori, sempre attenti a non far varcare il limite del baratro ai titoli, ma solo giocandoci un po' al ribasso, "guadagnando" altri miliardi di euro creati dal nulla che andranno a far crescere - e presumibilmente poi far scoppiare - la prossima bolla. Che tutti a favore di telecamera fingeranno di trovare "inspiegabile" e "imprevedibile" come invece non è.

giovedì 4 agosto 2011

La farfalla - simbolo del cambiamento

Fotografia di Tim Laman
Una farfalla Morpho Blu riposa su una foglia con le sue belle ali da circa 14 cm dal colore intenso e metallico. L'intero ciclo vitale di questa specie dura appena 115 giorni, durante i quali vola nel fitto della foresta e si nutre del succo di frutti fermentati.


La farfalla è un animale simbolico per eccellenza. Nell’ "Enciclopedia dei simboli" c’é scritto: "La meraviglia per questo fenomeno che si origina e si sviluppa senza interventi esterni, conducendo l’animale dalla condizione di bruco a quella di larva e infine di farfalla, colpisce profondamente gli uomini, che sono così spinti a riflettere sulla propria trasformazione spirituale. Si convincono in tal modo di essere in grado di abbandonare la loro natura corporea e ascendere al cielo della luce eterna".

E’ sostanzialmente un segno di trasformazione e di rinascita, emblema sia dell'effimero, sia di ciò che dura in eterno, dell'anima: la farfalla non vive per cibarsi, crescere e invecchiare, vive solamente per concepire, per dare vita a qualcosa di nuovo.

Al pari della Fenice, la Farfalla è simbolo di trasformazione e cambiamento. In molte culture rappresenta l'anima che, uscita dal corpo, raggiunge un grado superiore di perfezione. In questo caso la crisalide rappresenta il corpo umano che contiene le potenzialità dell'essere e la farfalla che esce è un simbolo di rinascita.

La farfalla rappresenta la trasformazione, il cambiamento, la realizzazione e la capacità di accettare i cambiamenti. Ma è anche simbolo di libertà.


mercoledì 3 agosto 2011

Italia: cronaca di un disastro annunciato. Speculazione in borsa e debito

La versione di Barney - un film di Richard J. Lewis

Un film delicato, amaro e profondamente reale. Interamente tratto dal romanzo di Mordecai Richler.




Niente narratore, ma solo un lungo racconto fatto di ricordi che lentamente spariscono, dalla giovinezza fino al presente, di Barney Panofsky, un produttore televisivo ebreo. Vive gli anni Settanta in una Roma licenziosa e solare, e poi la sua vita a Montreal contornato da amici che sostiene in ogni modo e la cui presenza o meno ne condizionerà in qualche modo l'esistenza, un padre poliziotto in pensione affettuoso e sempre fuori luogo, una prima moglie disperante, una seconda sciocca e superficiale e un grande amore. Panofsky è un uomo capace di grandi atti di "eroismo" moderno ma mai di tagli netti, di passione e di amicizia profonda, ma anche di errori eclatanti e fatali per tutto quello che era riuscito a costruire faticosamente nella sua vita: tutte caratteristiche che lasciano che lo spettatore empatizzi facilmente con lui, con le sue debolezze e i suoi atti di forza, che rispondano o meno ai soliti canoni di giustizia e moralità.


Da segnalare nel film l'uso promiscuo della battuta, della frase a effetto, della "perla di saggezza" mai scontata, di volta in volta fatta pronunciare dall'uno o dall'altro personaggio a seconda del suo valore. E poi, un cast degno di nota. Sopra tutti un nome: Paul Giamatti. Delicato, sostenuto, intenso, bravissimo. E poi un grandissimo Dustin Hoffman, Minnie Driver, Rosamund Pike, Rachelle Lefevre. Da vedere.


Il film:                    Il libro:



p.s. non sono affatto d'accordo con quelle recensioni che trovano Giamatti un attore "ordinario" - la sua bravura è già nota a partire da film come "The Illusionist" di cui parlerò presto. Segnalo che, considerando il solito "riassuntino" della trama a capo di quelle che ho letto, viene da pensare con una certa sicurezza che siano state scritte da sedicenti critici che in realtà non hanno affatto visto il film.

martedì 2 agosto 2011

Economia al collasso - odio dire "l'avevo detto"

È improbabile che la Borsa reagisca a una qualsiasi intervento berlusconiano. Esattamente come era improbabile lo facesse con la manovra correttiva di Tremonti che il governo ha venduto al Paese come l'unica via percorribile, ma risolutiva, per il "superamento" della crisi. Non fosse altro perché la tenaglia della speculazione rende vano qualsiasi sforzo di pagamento del debito pubblico o, peggio ancora, degli interessi su di esso.


Tutto il resto, è politica. Qualsiasi schieramento contro o a favore di un governo tecnico o dell'intervento del Premier annunciato come (falsamente) risolutivo. La Borsa continuerà in ogni caso a scendere, e lo spread a salire. A fasi alterne magari, lasciando lo spazio per qualche sciocco editoriale improvvisamente ottimista, ma la tendenza non cambierà. Almeno, non finché nessuno avrà il coraggio di opporre resistenza al meccanismo di aumento esponenziale del debito pubblico e, conseguentemente, dei suoi interessi, soprattutto considerando il fatto che l'Italia, è inutile negarlo, è a rischio default. Cosa che rischia di innescare a breve una nuova ondata di speculazione, peggiore di quella che stiamo subendo al momento. 


Non mi piace essere considerata un uccello del malaugurio. Ma tant'è...

Viale dei Tremonti - Marco Travaglio

Clair de Lune - di Gabriel Fauré

Gabriel Fauré non è un musicista: è un poeta.
Me ne sono convinta in questi giorni, ascoltando Clair de Lune, una tra le sue Mélodies per pianoforte e voce. 
Il brano evoca una serie di immagini suggestive, un paesaggio-simbolo dell'anima umana popolato da maschere, danze, fontane che singhiozzano alla luce della luna.
Non è solo il senso delle parole di Paul Verlaine, grande simbolista francese, ad essere particolarmente poetico, ma il senso della musica stessa, il suo tema che varia in maniera netta pur mantenendo la stessa atmosfera, melanconica. Un "claire de lune" sostenuto da una melodia molto moderna, senza fronzoli. 





Votre âme est un paysage choisi

Que vont charmant masques et bergamasques

Jouant du luth et dansant et quasi
 Tristes 
sous leurs déguisements fantasques.


Tout en chantant sur le mode mineur

L’amour vainqueur et la vie opportune

Ils n’ont pas l’air de croire à leur bonheur

Et leur chanson se mêle au clair de lune


Au calme clair de lune triste et beau
Qui fait rêver les oiseaux dans les arbres

Et sangloter d’extase les jets d’eau,
Les grands jets d’eau sveltes 
parmi les marbres.


Per questo Fauré è più un poeta che un musicista: la sua musica è intimistica, sensuale o quasi ascetica. Non c'è mai la ricerca dell'effetto sensazionale ma piuttosto di una musicalità avvolgente. E pensare che Fauré è vissuto tra il 1845 e il 1924, in tempo per essere contemporaneo sia di Wagner che di Stravinskij. E, da non dimenticare, per influenzare e ispirare Debussy.

lunedì 1 agosto 2011

Source Code - un film di Duncan Jones


L'ultimo film del visionario regista di "Moon", un thriller fantascientifico e psicologico che tiene col fiato sospeso fino all'ultimo frame. 


Quali sono i limiti della mente? 
...
Domanda retorica, visto che la risposta più intuitiva a questa domanda è "non ci sono". Con questo presupposto Duncan Jones ha potuto giocare sul possibile e l'impossibile, insinuando dubbi sulla stabilità del tessuto temporale, oltre che sulle capacità della mente umana. 

Il capitano Colter Stevens, pilota di elicotteri e veterano della guerra in Afghanistan, si risveglia su un treno di pendolari senza avere la minima idea di dove si trovi. Di fronte a lui Christina, una ragazza che lo conosce ma che lui non riconosce affatto. In tasca e nello specchio l'identità di un giovane insegnante di nome Sean Fentress. Dopo otto minuti un'esplosione, che squarcia il convoglio. A questo punto Colter si ritrova in una sorta di capsula, dalla quale comunica con un ufficiale tramite un monitor. Da lì dovrà tornare sul treno, nel passato, fino a identificare l'attentatore e prevenire un successivo attacco.

A livello formale il film è davvero ben fatto, che si concentra soprattutto sulle implicazioni psicologiche piuttosto che sulla ricerca del responsabile dell'esplosione: si tratta di un aspetto puramente strumentale alla necessità di raccontare la complessità del reale.

Stavolta, al contrario di "Moon", c'è una seconda possibilità di vita e riscatto per il soldato al quale, a sua insaputa, è stata data la possibilità di conoscere il passato e riceverne informazioni importanti per poter cambiare il futuro. Una possibilità che avrà imprevedibili conseguenze.