domenica 31 ottobre 2010

Roaming - 31 ottobre 2010

Ecco i link della settimana. Ho usato solo agenzie, accostando le notizie:


Crisi: Enel, imprese, Portogallo, Francia, Irlanda, Ungheria, Svezia
Resto del mondo: Brasile, Turchia, Israele
Accordi Iran: Nucleare, Iran, armi, sanzioni UE, Venezuela, Afghanistan, attentati


Casa nostra:
Politica: Lodo Alfano, Marcegaglia
Rifiuti: proteste, Pomigliano
Media: Rai, cronaca nera e privacy, Report


A presto

Dog Sweat - un film di Hossein Keshavarz

Le vite di sei giovani ragazzi nell'Iran di oggi, narrate con l'urgenza sovversiva del cinéma vérité. Incompresi dalle famiglie e oppressi dalla società tradizionalista islamica, cercano segretamente sfogo ai loro desideri. Una femminista si ritrova coinvolta in una relazione con un uomo sposato; due giovani innamorati cercano un posto dove fare l'amore; un gay deve accettare un matrimonio arrangiato; una cantante insiste nel suo sogno pop-rock nonostante i rischi; un ragazzo sfoga la sua rabbia contro un raduno di fondamentalisti. Girato clandestinamente a Teheran prima delle elezioni del 2009, il provocatorio film di Hossein Keshavarz sfida lo status quo dando voce alla voglia di ribellione delle nuove generazioni iraniane. (dal sito del festival)


"Dog Sweat" nelle parole di Hossein Keshavarz:





Davvero non male. Si tratta di un'etichetta indipendente, il lavoro è di buona fattura e mostra uno spaccato davvero molto interessante dell'Iran di oggi. Gli attori sono bravi e il ritmo è giusto. Le atmosfere sono familiari, non patinate ma pulite (proprio quello che mancava a "The freebie"). Film senza finale, ma che lascia aperte molteplici possibilità di interpretazione delle scelte di vita che si trovano a fare - o a dover fare - le nuove generazioni dell'Iran, a cavallo  tra tradizione e futuro, religione e trasgressione, fuga e compromesso. Sapere poi che si tratta di riprese clandestine aggiunge un non so che di accattivante alla pellicola.


p.s. da buona fotografa avrei apprezzato qualche bella immagine di Teheran - location del film - ma devo ammettere che ai fini della storia non serviva. 

venerdì 29 ottobre 2010

The Freebie - un film di Katie Aselton

Una riflessione onesta e tagliente su amore e tradimento, verità e menzogna all’interno di una coppia di trentenni che per risvegliare la passione sopita gioca una carta non del tutto convenzionale. (dal sito del festival)


Ecco il trailer:


È un bel film per le tematiche che affronta, ma veramente un po' lento (troppo, troppo parlato) e realizzato un po' a risparmio. Nonostante sia contraria ai super budget, credo che si possa risparmiare sugli effetti speciali (che comunque non servivano), sulle location, sulle attrezzature ma non sulle professionalità. La fotografia non è che non sia curata, non esiste proprio.  In alcune inquadrature c'è il riflesso del sole e altre risultano addirittura fuori fuoco. Potrebbe essere una scelta quella di far sembrare tutto più "familiare", non patinato, ma qui si cade quasi nell'amatoriale. Insomma se, come credo e spero, la fotografia piatta e gli "errori" sono voluti, il risultato non è stato di dare una sensazione di "reale" bensì di sciatto. 


Davvero un peccato perché per il resto non si tratta della solita storiella di tradimento ma di una analisi giusta e chiara dei rapporti di coppia di oggi, che sembrano - e pretendono di essere - più "avanzati", alternativi e emancipati di quello che sono in realtà.

No all'inceneritore

Matching Jack - un film di Nadia Tass


Matching Jack è un film australiano di Nadia Thess, una regista greca che quando non fa cinema fa teatro.

Ecco il trailer:

La vita di Marisa (Jacinda Barrett) e di suo figlio Jack (Tom Russell) scorre tranquilla fino al giorno in cui, al termine di una partita di calcio giocata male, Jack finisce in ospedale. Marisa tenta di rintracciare il marito David (Richard Roxburgh) ma lui, con il telefono spento e senza alcuna preoccupazione, sta progettando di lasciarla per un'altra donna. A Jack viene diagnosticata una leucemia. L'unica possibilità di cura sarebbe l'esistenza di un eventuale altro figlio di David, avuto da una delle sue tante amanti, che potrebbe risultare compatibile come donatore di midollo osseo. Marisa cerca in tutti i diari di David i nomi delle donne con cui ha avuto una relazione e inizia a bussare alle loro porte. Donne ignare che si trovano di fronte una madre disperata. Nel frattempo Jack fa amicizia con Finn (Kodi Smit-McPhee), un giovane ragazzo irlandese ricoverato nel letto accanto al suo, che ha girato il mondo con suo padre Connor (James Nesbitt). (dal sito del festival)


Il film, che è in concorso per la sezione Alice, ossia tra i film per ragazzi, è davvero commovente. Forse troppo per un pubblico di ragazzi che frequentano le scuole primarie - più o meno era quella l'età delle scolaresche presenti alla proiezione di ieri.

La pellicola si sviluppa sostanzialmente su tre diversi rapporti:
quello di Jack con Finn, il suo amico già malato,
quello tra Finn e suo padre,
quello tra David, suo padre, e le donne,
quello tra Marisa e Connor, il padre di Finn.

Jack e Finn sono due bambini che hanno la leucemia. Il primo, più piccolo, si rende conto del male che ha solo attraverso le parole di Finn, più maturo.

David, padre di Jack, è l'unico personaggio che non trova soluzione all'interno del film. Le donne che ha attorno alla fine dimostrano tutte di avere un gran cuore e riuscire a superare il male che lui ha fatto loro. Ma lui scompare dalla scena senza risolvere se stesso.

Marisa e Connor, i due genitori più presenti dei ragazzi, sono lo specchio di come si può affrontare la malattia. Connor, soprattutto, è quello che strappa lacrime alla platea più facilmente, con le sue attenzioni volte a far sorridere un bambino impaurito (perché è questo che sono i ragazzi malati: impauriti).

In ogni caso, che vi piacciano o meno i film commoventi, questo è girato molto bene e anche i bambini sono diretti in modo esemplare. Ma farei davvero un sondaggio per sapere quanti spettatori resistono alle lacrime.

Insegnanti gratis



Finalmente si vedono all'orizzonte i posti di lavoro promessi dall'amministrazione Berlusconi. Sono in arrivo contratti a progetto per professori universitari. C'è un solo, piccolo e insignificante problema: le risorse non ci sono. Così gli stipendi saranno solo simbolici e ammonteranno a 1 euro - lordo - al mese. Le promesse, d'altra parte, vanno mantenute a tutti i costi. (...)

martedì 26 ottobre 2010

Terzigno - ottobre 2010

Media e credibilità: altro che (solo) Tg1 e Tg5

Il fatto che Tg1 e Tg5 stiano perdendo credibilità non è una notizia: tutti i media tradizionali (o quasi) stanno avendo la stessa sorte. Dalla televisione generalista alla carta stampata e sino a tanti siti internet che sono estensione web di grandi gruppi editoriali (e politici, ed economici). Inutile tornare sull'argomento: ne abbiamo parlato nel numero doppio del mensile dedicato all'informazione, tempo addietro (qui si può scaricare gratuitamente: un nostro omaggio - e di tutti i nostri abbonati che ci permettono di farlo - all'informazione).
Il motivo è semplice: ciò che raccontano i media di massa non è ciò che il cittadino - la massa, appunto - vive sulla propria pelle. Il giochino riesce, e talvolta riesce anche per molto, moltissimo tempo. Ma poi i nodi vengono al pettine e la credibilità sparisce. Si nasconde una cosa, se ne travisa un'altra, si dà enfasi a ciò che non lo merita e la storia va avanti, ma a un certo punto il senso di impotenza e disagio si fa strada. Si confronta ciò che si vede in Tv (e si legge) con la realtà, e a un certo punto, almeno in parte, si prende coscienza.
Giusto che i giornali che ci troviamo perdano copie. Giusto che i telegiornali abbiano la stessa sorte, perdendo telespettatori e pubblicità. Ciò che importa è invece un aspetto più delicato, e dirimente. Ovvero il fatto che il 70% dell'opinione pubblica, anzi popolare, si forma proprio attraverso la televisione e questi telegiornali che dal punto di vista professionale, etico, morale e anche di semplice utilità, non servono assolutamente a nulla, se non mantenere in uno stato di coma vegetativo le coscienze e le conoscenze delle persone che tali telegiornali guardano.
Nel nostro Paese, dentro alle urne, i politici vengono scelti per come sono raccontati in televisione. La massa non sceglie informandosi a fondo, leggendo i programmi, conoscendo la materia, ma semplicemente in seguito a una esigenza emotiva innescata da televisione del genere. Inutile stupirsi, poi, se i risultati sono quelli che sono. Decade la cultura, la conoscenza, la capacità di capire e di farsi una opinione, e decade immancabilmente la qualità della nostra democrazia (che infatti tutto è fuorché democrazia). Decade, in sostanza, la storia.
Inutile insistere anche sulle (giuste) battaglie contro la televisione, proprio come mezzo, che favorisce la superficialità e disinnesca tutte le possibilità di comprensione di ogni materia. La televisione esiste ed è, ancora oggi, il mezzo più potente di propaganda.
Una distinzione già sufficiente, tra gli uomini, si può fare semplicemente verificando se chi abbiamo di fronte è un uomo che guarda (la tv) o un uomo che legge (libri). Non è solo il mezzo di informazione a cambiare, è proprio la capacità di discernimento che ne discende a fare la differenza. Basta entrare in una abitazione e vedere che posto, anche fisico, e che ruolo ha il televisore. Oppure quanti - e quali - libri ci sono. Soprattutto, se si tratta di libri effettivamente letti oppure messi lì per reggere gli scaffali...
Ma fuori da casistiche anche troppo semplici, e semplicistiche, basta verificare i dati, nel nostro Paese, di quanti siano i "lettori" e di quanti, invece, i "telespettatori". E poi rapportarli, semplicemente guardandosi attorno, allo stato culturale, sociale ed etico, oltre che morale, dei circa 60 milioni di italiani. Si può contestare il ragionamento. Ma i dati - implacabili - sono questi. E anche i risultati.

Valerio Lo Monaco

Rifiuti e arresti: la storia si ripete


lunedì 25 ottobre 2010

GEAB 47

Consiglio la lettura di questo articolo, andando in "roaming". Segnalerò anche le altre puntate che Felice Capretta pubblicherà.


A presto

Terzigno: e voi vi fidereste del governo?

da "La Voce del Ribelle" quotidiano:



domenica 24 ottobre 2010

Bce vs Ecofin, fratelli-coltelli


I ministri economici Ue si accordano per dilazionare il risanamento dei conti pubblici, il governatore della Banca Centrale controfirma “con riserva”

Trichet storce il naso, di fronte all’accordo Ecofin sul nuovo patto di stabilità, ed esige che il suo dissenso venga registrato con una nota a margine: nella quale si attesti chiaramente, a futura memoria, che la Bce è«preoccupata» e che, perciò, non sottoscrive tutti gli elementi del documento. Formalizzazioni a parte, si tratta di un distinguo che non sorprende nessuno. Come ha ricordato lo stesso Trichet poche settimane fa, «È da tempo che chiediamo a tutti i governi della Ue, con grande insistenza, misure appropriate di consolidamento dei conti». 
La domanda successiva è ovvia: perché mai, allora, i governi Ue non accolgono le raccomandazioni ripetute, e persino pressanti, del capo della Banca centrale europea? La risposta sarebbe altrettanto ovvia, solo che di regola si evita di esprimerla a chiare lettere. La risposta è che in questo momento le esigenze dei governi e quelle della Bce, pur essendo inscritte nella medesima visione generale dell’economia e della società, sono contrapposte. La Bce fa analisi di tipo meramente finanziario, allarmata dalla possibilità che gli Stati sprofondino nella voragine dei propri debiti, innescando una reazione a catena che si espanderebbe rapidamente e che non risparmierebbe nessuno, ivi incluse le banche che su quei debiti hanno costruito buona parte dei loro profitti. I governi nazionali sono invece costretti, quand’anche a malincuore, a porsi il problema della sostenibilità sociale, e quindi politica, di interventi ancora più drastici sulla spesa pubblica, sul duplice versante del welfare e degli incentivi alla ripresa. 
Il fattore decisivo, rispetto a queste divergenze, è quello del tempo. I governi avvertono con maggiore urgenza il rischio di turbolenze interne, vedi ad esempio le persistenti proteste di massa che si stanno svolgendo in Francia contro la riforma delle pensioni voluta da Sarkozy, e pensano di trarsi d’impaccio dilazionando l’aggiustamento dei conti erariali. La strategia è elementare e a suo modo rassicurante, anche se non è detto che funzioni: ricondurre i problemi dei singoli, per quanto gravi, nel quadro di una gestione complessiva di tutte le economie continentali, in modo che il mosaico risulti talmente vasto da rendere pressoché impossibile la sua distruzione. Si potrebbe dire, per sintetizzare, che è il ribaltamento concettuale dell’idea di contagio paventata dal sistema bancario e, in primis, dal Gran Guardiano Trichet. Una volta che la si sia estesa a tutti, l’instabilità si cristallizza perché diventa inconcepibile far crollare l’intera costruzione. Analogamente a ciò che avviene per gli Usa, che a rigor di termini dovrebbero essere in pieno default, più la mole del debito aumenta e più diventa impossibile esigerne la riscossione. Per cui si rinvia ulteriormente la resa dei conti e si spera, o si finge di sperare, che in seguito le cose miglioreranno e che tutto andrà a posto.
In buona sostanza, è un problema di credito. Che l’Occidente non esiterebbe ad affrontare come ha fatto finora, dilatando a dismisura la ricchezza reale a colpi di finanziamenti pubblici e privati, ma che oggi va a cozzare contro due limitazioni strutturali: la prima è che per quanto il denaro sia un’entità convenzionale, non lo si può comunque moltiplicare all’infinito senza mettere in crisi i bilanci e senza finire per svelarne l’assoluta vacuità; la seconda è che l’Occidente non è più l’unico artefice della finanza mondiale e, pertanto, non può più ignorare che i propri conti pubblici sono allo sfascio e che il proprio assetto economico, dalla produzione al consumo e al welfare, non è più sostenibile. 
Infatti: il denaro di cui avremmo bisogno per tenere in piedi l’attuale baraccone non c’è. Anzi, non c’è mai stato. E l’unica vera via d’uscita, impensabile tanto per Trichet che per i suoi fratelli-coltelli dei governi nazionali europei, è l’abbandono di questo modello di sviluppo e l’avvio di una totale redistribuzione delle proprietà e dei redditi. 

Federico Zamboni

Roaming riprenderà dalla prossima settimana

Causa grave influenza Roaming ricomincerà la prossima settimana.

sabato 16 ottobre 2010

Io sto con le bestie di Genova


Condannare quanto accaduto non basta. Bisogna capire. E poi, semmai, dare un giudizio 
Massimo Fini mi ha detto che per capire i fatti di Genova c'è bisogno di una lezione di storia. Non calcistica, naturalmente. 
L'indignazione per quanto accaduto sugli spalti e il silenzio assordante dei media nel cercare di capire i perché di quella - condannabile - azione degli ultras della Serbia impongono dunque almeno a noi qualche riflessione.
Con una premessa, per sgomberare il campo da dubbi di vario tipo: dispiace aver visto quello che è successo. Non doveva accadere (deplorevole il nostro sedicente "servizio d'ordine" eccetera eccetera). Dispiace per la giornata di sport rovinata, per le famiglie allo stadio, per le immagini poco edificanti mostrate in televisione, per il - ancora peggio, se possibile - commento in diretta di quei cialtroni davanti al microfono, capaci (forse) di discettare su un 4-4-2 ma (sicuramente) non di capire quanto stava realmente accadendo. E perché, soprattutto.
I giornali hanno bollato il tutto con titoli a pagina intera - Bestie! - e hanno risolto la pratica. Così hanno fatto politici e giornalisti di vario tipo. Gruppi ultra nazionalisti, fascisti, eccetera eccetera e il gioco - emotivo - era già bello e pronto, cucinato e servito in tavola a un popolo non meno cialtrone dei giornalisti e politici che si ritrova. Invece sarebbe stato utile domandarsi il perché di quanto accaduto.
E iniziare a chiedersi chi erano quei ragazzi che manifestavano in curva. E allora chiariamoci: quei ragazzi erano i bambini e gli adolescenti sui quali undici anni fa piovevano bombe sulla testa, ad opera della Nato - con l'appoggio dell'Italia voluto da Massimo D'Alema - nell'operazione che massacrando la Serbia rapinava il Kosovo alla madre patria. Si dirà: quell'operazione serviva a destituire il boia Milosevic che stava facendo una carneficina. Vero. Ciò non toglie che, come al solito, noi siamo andati lì a decidere come doveva andare la storia di quel paese, bombardando Belgrado e silenziando, da allora a oggi, tutti quanti pensavano (e pensano) che la storia del proprio paese debba essere fatta dai cittadini del paese stesso, e senza pelose supervisioni internazionali. Hillary Clinton pochi giorni addietro è stata accolta trionfalmente, portando le condizioni (ricatto) per l'adesione alla Ue di quei luoghi. Il lavoro lo aveva cominciato suo marito anni prima. E noi gli eravamo andati dietro.
All'epoca nelle curve degli stadi italiani apparivano striscioni - e si commuovevano manifestazioni in strada - additando le bombe Nato. Ma D'Alema fu entusiasta di partecipare.
Oggi, nella stessa curva, ci siamo trovati i ragazzi serbi - comprensibilmente esaltati, arrabbiati e intransigenti - a cercare una ribalta per esprimersi che gli è negata da allora in ogni luogo. Nessuno, tra i nostri commentatori (né storici!) che racconti che oggi i democratici di Tadic al governo non si interessino minimamente dell'alto tasso di disoccupazione, dell'insicurezza, del debito pubblico alle stelle e della spinta all'emigrazione di quel paese dichiarato "indipendente e sovrano" da noi occidentali. Che come l'occidente, appunto, ha imparato a essere. E democratico, naturalmente.
Di quella stessa democrazia alla occidentale, esportata con il medesimo metodo, che come al solito non riconosce ad alcuno la possibilità di dissentire dalla versione ufficiale.
All'epoca noi stavamo dalla parte di quei ragazzi sui quali piovevano le nostre bombe. Oggi ci è difficile, pur riconoscendo la parte deprecabile di quanto accaduto a Genova martedì, tentare anche solo minimamente di cambiare idea. Perché quelli sono i ragazzi cresciuti ingoiando oppressione e isolamento. Perché in quelle teste oltre che rabbia e metodi e convinzioni non del tutto condivisibili, e che sfociano immancabilmente in azioni anche condannabili, c'è però voglia di ribellarsi a un destino imposto da altri. Scorre sangue - anche se avvelenato - in quelle vene. Noi invece siamo vuoti, spenti, anemici e invertebrati mentre ci portano al macello ogni giorno di più. 
Valerio Lo Monaco

PS le "scuse" al nostro Paese di Bogdanov, l'"incappucciato", arrivate ieri, sono irrilevanti e ininfluenti sul giudizio complessivo.

venerdì 15 ottobre 2010

Ecco la "fuffa" più seguita d'Italia (11-15 ottobre)


Potrebbe essere inserita tra la "fuffa" - con tutto il rispetto per le vittime, per le riflessioni sui nostri tempi, le cause e le responsabilità che scaturiscono da una storia del genere - le chiacchiere su Sabrina, la cugina di Sarah Scazzi, suo padre e tutta la sua famiglia. Certa stampa farebbe meglio a lasciare che chi di dovere faccia le proprie indagini, invece di cercare di aumentare i click al proprio sito, e dunque la sua potenzialità pubblicitaria, sfruttando la sciocca curiosità della gente per una vicenda come questa. Oltre agli sproloqui in materia dei vari "opinionisti" resuscitati per l'occasione, questa settimana non ci si poteva perdere assolutamente le riflessioni di Fiorello, reduce dal film "Passione", nel quale canta un brano di Carosone. Lo show man siciliano si lamenta della tv di oggi, del Sanremo di oggi, delle produzioni di oggi. 
Oltreoceano invece le notizie sono più modaiole. La parola d'ordine in America da oggi sarà: "Mi manda Michelle". Le scelte stilistiche della first lady - e il suo stilista, giovane e orientale -  riempono i pensieri - e le pagine - di mezzo mondo.
Come mezzo mondo è ormai informato sulla virilità di 13 partner di Karen, una studentessa americana della Duke University che avrebbe, per scherzo, scritto una intera tesina sulle loro prestazioni sessuali valutandone attraenza fisica, misure del pene, talento a letto, aggressività, capacità di intrattenimento e atleticità. Sarebbe bastato che inoltrasse la tesina a tre amici perché facesse il giro del web. Uno scherzo che è costato a Karen pubbliche scuse e i 13 malcapitati un marchio - buono o cattivo a seconda del giudizio - che a fatica si scrolleranno di dosso.

Infine tra tutta la fuffa di questa settimana esilarante è il racconto della rapina a mano armata a Milano che sembra uscito dalla penna di uno sceneggiatore di serie tv. In due sono entrati vestiti da donna, con tanto di parrucche bionde e maschere in lattice, per minacciare gli impiegati alle casse. Improvvisamente a uno di loro squilla il cellulare. Dall'altra parte del ricevitore c'è un maresciallo dei carabinieri che intima ai due di uscire con le mani alzate: sono stati seguiti e la banca è circondata dalle forze dell'ordine. Inizia la fuga, con tanto di inseguimento sui tetti come nella migliore tradizione dei film di azione, ma alla fine i rapinatori e i loro complici vengono tutti arrestati. Meglio della fiction.

Ma in Abruzzo non era tutto (o quasi) ok?

giovedì 14 ottobre 2010

Denaro finito (da un pezzo). Inutile stracciarsi le vesti

Altro che summit, comunicati, e ire nella Maggioranza. Casse vuote, spesa in ascesa. Il resto è fuffa e comunicati ridicoli 
Il discorso è di una chiarezza disarmante: non ci sono soldi. Inutile che la Gelmini faccia la stizzita (slitta la sua sedicente riforma) che ci si straccino le vesti all'interno del governo, che vengano fatti ridicoli summit estemporanei tra Berlusconi e Tremonti. Al massimo, in un incontro del genere, si può abbozzare una strategia non tanto per trovare denaro, quanto per trovare il modo di nascondere all'opinione pubblica - anzi, all'opinione popolare - la realtà. Cosa comune, del resto, ultimamente.
Realtà che è la seguente: il debito pubblico italiano cresce e le entrate sono in calo. Sembra di leggere i dati e i trend della Grecia, eppure siamo da noi. Ma la dinamica è quasi la stessa. Inutile sperare nei sacrifici degli italiani per ripianare un debito pubblico in forte, costante e sistemica ascesa nel momento in cui nel nostro paese lavoro e salari scarseggiano e dunque anche gli ingressi delle entrate tributarie. Non solo "la festa è finita", ma è il metodo proprio a non poter funzionare.
Dunque tagli, of course. Che già ci sono, pesanti, nell'istruzione, nella sanità e in tutti gli altri servizi. E che ci saranno sempre di più. Per un motivo semplice - che i lettori del Ribelle hanno messo a fuoco da tempo: questa non è una crisi interna al sistema, ma una crisi del sistema stesso. La cura non può essere variando alcune regole interne - con il classico, e comunque mai messo in pratica, riformismo - quanto quello di cambiare proprio paradigma. Di vita ancora prima che economico.
Se dobbiamo andare a Milano e abbiamo il serbatoio mezzo vuoto, non si può partire comunque e sperare di arrivarci in qualche modo, magari consumando meno. Si deve proprio cambiare mezzo e sistema di propulsione, altrimenti non arriveremo mai. Elementare, Watson.
Tanto elementare da non essere preso in considerazione, perché farlo imporrebbe di ripensare il tutto. Troppo, per una classe politica italiana che in primo luogo è ininfluente riguardo quanto accade a livello sistemico, in secondo luogo è inadeguata a pensare qualsivoglia visione del mondo. Figuariamoci a metterla in atto.
L'aggravante, oltre la situazione attuale, è che se passeranno le regole Ue che vogliono rigidi limiti al rapporto deficit/pil (3%) e alla riduzione del debito pubblico (non oltre il 60%) la cifra annuale - ogni anno fino a obiettivo raggiunto - che il governo italiano dovrà rastrellare per rispettare i parametri è nulla rispetto a quanto fatto da ogni singola Finanziaria. Se così sarà - e sarà: le agenzie di rating e gli speculatori sono già pronti con la bava alla bocca - le misure prese sino a qui in Italia, le una tantum più varie & avariate, sono nulla in confronto a ciò che ci aspetta. Con tutto quello che ne consegue.
E beninteso, nessun governo, nessun politico tra quelli attuali appare in grado di poter offrire una soluzione. Altro che elezioni anticipate: il cerino, in altre parole, brucia. 
Una delle cose che ogni cittadino può - e deve - fare tanto per iniziare, è prendere coscienza reale della situazione. Ed evitare nella maniera più assoluta di credere a chi continua imperterrito, malgrado l'evidenza, a sostenere improbabili uscite dalla crisi...

Valerio Lo Monaco

Fine dell'illusione: Obama revoca il blocco

Obama ha revocato il blocco delle trivellazioni in acque profonde: alla fine un solo interesse, come al solito, ha prevalso. Quello economico a breve termine.

Ricordiamo tutti lo sguardo corrucciato di Obama e i proclami di tolleranza zero all'indomani dell'esplosione della Deepwater Horizon, la piattaforma semisommergibile di perforazione tristemente nota per aver realizzato, assieme al pozzo di gas e petrolio più profondo in alto mare, uno dei più gravi disastri ambientali della storia. Anzi, probabilmente il più grave in assoluto, almeno per il continente americano. Il Golfo del Messico con Louisiana, Mississippi, Alabama e Florida ha visto i propri fondali irrimediabilmente rovinati. A causa dell'esplosione sono morte 11 persone e molte altre, esposte alle polveri e le cui risorse alimentari sono inquinate dal petrolio fuoriuscito dalla piattaforma, si ammaleranno e moriranno negli anni avvenire. 

Davanti a tutto questo Obama non poteva non reagire. All'inizio le sue dichiarazioni contro la British Petroleum, per la quale lavorava la piattaforma, fino alla moratoria totale alle trivellazioni offshore in acque profonde, avevano fatto ben sperare sul futuro delle relazioni tra Stato e imprese private nel settore. Nonostante ciò quasi nessuno aveva creduto che potesse essere l'interesse pubblico ad avere la meglio su quello privato nel settore. Ovviamente a ragione.

La moratoria di Obama doveva scadere il prossimo 30 novembre. Dunque questo atto, seppur forte, dell'amministrazione americana, era comunque destinato ad avere un termine. Ma l'ok al riavvio delle trivellazioni è arrivato con ben 45 giorni di anticipo, anche se le imprese saranno obbligate a rispettare nuove e maggiori norme di sicurezza. 

Le motivazioni sono "insensate", se paragonate alla catastrofe causata dalla fuoriuscita dell'olio nero nelle acque del Golfo del Messico. Innanzitutto, ovviamente, ci sarebbero le pressioni dei petrolieri che continuano ad arricchirsi senza preoccuparsi delle conseguenze dell'estrazione sulla politica dei Paesi coinvolti, figuriamoci di quelle sull'ambiente e la salute. Inoltre non estrarre più petrolio sulle coste americane significa nell'immediato dover importare maggiormente dal Golfo Persico, facendone aumentare il prezzo e dunque inimicandosi aziende e cittadini.
Inoltre le pressioni sono arrivate non solo dai "padroni" ma anche da coloro che per i petrolieri lavorano da sempre come salariati. L'esempio eclatante di questa comunione di intenti è quello della Louisiana. A breve ci saranno le elezioni in quello Stato e la manodopera locale, penalizzata dal blocco delle estrazioni in un periodo già di dura depressione e crisi economica, non sente nessun'altra ragione che quella della propria necessità del momento - lavorare, magari poco, magari a poco, ma in ogni caso. Ben sapendo questo i Democratici hanno temuto per i voti a loro favore, se la moratoria non fosse stata sbloccata. 
Ma la realtà è che tutto questo, per la popolazione, significa barattare il proprio futuro a fronte di un - misero - presente.


martedì 12 ottobre 2010

A La Russa piace vincere facile

Altri quattro morti italiani, in Afganistan, e qui da noi va in scena il solito copione del dolore e persino dello sgomento, come se la morte dei soldati in un teatro di guerra non fosse la conseguenza naturale, e pressoché inevitabile, del loro dispiegamento in un territorio ostile. Tutti commossi e palesemente, soffertamente, pensosi. Dal Capo dello Stato all’ultimo degli annunciatori televisivi. Tutti affranti, all’apparenza. Tutti imperturbabili, nella sostanza. Gran bei discorsi: nonostante queste tragedie terremo fede agli impegni. Ovvio: la fermezza non costa nulla, quando la si pratica sulla pelle degli altri. Partono gli Alpini, mica i ministri o i sottosegretari. Crepano i paracadutisti, mica i parlamentari della maggioranza o della (finta) opposizione.
Questa volta, però, il copione ha una scenetta aggiuntiva. Dalla massa dei dolenti emerge il ministro della Difesa, il risoluto Ignazio La Russa, e sfodera la sua proposta: dotare i nostri cacciabombardieri di... bombe. Chi non è addentro alle vicende militari afgane potrebbe sorprendersi. Che i cacciabombardieri siano dotati di bombe sembrerebbe lapalissiano. Invece non lo è. «Per mia decisione – ricorda La Russa – si è stabilito che i caccia venissero utilizzati soltanto con il cannoncino di bordo, quindi l’Italia ha gli aerei senza le bombe. Ho ritenuto che potessimo farne a meno perché vi è comunque rischio di mettere a repentaglio vite civili: per questo ho pensato finora di dire no». Risoluto, ma sensibile. In effetti sarebbe un peccato che anche noi cominciassimo a sterminare i civili, come gli statunitensi vanno facendo da un pezzo. Sensibile, ma risoluto. Pronto ad accantonare il suo buon cuore e a imporsi le scelte più dure, laddove le circostanze lo esigano: «Visto il dolore enorme che provoca ogni morte, non me la sento più di assumere questa decisione da solo, di fronte a quello che sta avvenendo: chiedo alle Camere di decidere»
In altre parole: fate i bravi e ditemi di sì, che non vedo l’ora di caricare gli aerei di bombe e di scaricarle – nel sereno e costruttivo spirito di cooperazione che, come tutti sanno, anima le missioni di pace occidentali – sulla testa degli afgani, i quali sapranno apprezzare certamente questa ulteriore forma di aiuto sotto l’egida della Nato. Lunga è la via che conduce dalla barbarie tribale alla civiltà democratica, e una spintarella in più fa sempre comodo. Ci saranno anche delle vittime innocenti, ahinoi, ma il loro sacrificio non sarà stato vano, se il Paese si riempirà di fast-food e di outlet, di autostrade e di tivù commerciali, di ipermercati e di multisale. 
Proprio per accelerare i tempi, quindi, La Russa ipotizza il ritorno ai bombardamenti. Che, bisogna riconoscerlo, hanno diversi vantaggi: a cominciare dal fatto che assai difficilmente chi sta a terra ha modo di colpire chi sta in aria. Finalmente, perciò, i nostri soldati (anzi: “costruttori di pace”, come li chiamano i commentatori più attenti e come titolava, un paio di giorni fa, il quotidiano della Cei L’Avvenire) correranno meno rischi. Il numero dei caduti diminuirà, o si annullerà del tutto, e l’Italia intera potrà godersi il proprio ruolo di benefattrice internazionale con la serenità che le compete. 
Perché diciamo la verità: noi i nostri militari li mandiamo volentieri, ma se poi ce li ammazzano ci restiamo male. Bisognerà che chiediamo al Pentagono a che punto sono, con i robot che sostituiscono i soldati in carne e ossa. La guerra come un videogame. E c’è da scommettere che La Russa sarebbe il primo, con in mano il joystick.

Federico Zamboni

L'Ici della Chiesa? Un terzo della manovra economica

Oggi (forse) il via libera all'inchiesta di Bruxelles sugli aiuti di Stato in violazione delle regole Ue
2,2 miliardi l'anno. A tanto ammonta l'Ici che dovrebbero pagare gli istituti religiosi allo Stato italiano se, per legge, non fossero esentati da pagare l'imposta comunale sugli immobili. Dall’Ici sono esentate le entità non commerciali e i club sportivi amatoriali. Ma la Chiesa Cattolica è esentata sempre: il Vaticano l'ICI non lo paga da sempre, e non la pagano gli istituti religiosi, nemmeno quelli che vendono merci - anche se santini o cioccolata trappista - che offrono servizi di foresteria o sanitari e tantomeno quelli che sono diventati praticamente delle scuole private. Insomma gli istituti religiosi eserciterebbero concorrenza sleale su tutte le attività private, potendo beneficiare di un - indebito - aiuto di Stato e, anche per questo, potendo offrire merci e servizi a prezzi più bassi di quello di mercato. (...)

sabato 9 ottobre 2010

Nobel alla fecondazione in vitro.

Al di là di motivi di ordine etico, o bio-etico, come in questo caso, l'assegnazione del Nobel per la medicina allo scienziato britannico Edwards, inventore, di fatto, della fecondazione in vitro, rimanda necessariamente a una riflessione di carattere generale. Riflessione i cui risultati naturalmente lasciamo al lettore. Ma il tema, sintetizzando, è il seguente: posto che la scienza va sempre avanti - e verso dove? - è sempre giusto applicare ciò che essa riesce a scoprire?
Beninteso, sull'assegnazione dei premi Nobel stessi è in corso, praticamente da sempre, una discussione tutt'altro che superflua. Uno degli ultimi casi in ordine di tempo, come si ricorderà, è rappresentato da quello per la pace assegnato a Obama, ovvero il Presidente di uno degli stati più guerrafondai del mondo (con armi e senza) dall'inizio, con la loro istituzione mediante genocidio degli indiani sino ai giorni nostri e, a quanto pare, anche quelli futuri. 
Ma quello odierno impone ulteriori riflessioni non solo nel merito ma, appunto, anche nel metodo di scelta. E questo ben al di là dell'intervento del Vaticano sulla questione. È chiaro che il Vaticano possa dire ciò che vuole, così come chiunque altro, ed è chiaro che alle sue parole vada dato il peso che merita una esternazione proveniente da una istituzione che rappresenta una buona percentuale di persone, nel mondo. Ma non di più. Ma è chiaro altresì che tutto il resto del discorso vada necessariamente spostato sul piano laico con il quale si debbono affrontare gli argomenti.
Nel caso specifico, tuttavia, il Nobel è stato assegnato a chi è andato a toccare uno dei due limiti umani della nostra esistenza: la nascita (l'altro è la morte). Anche in modo del tutto scevro da condizionamenti religiosi di ogni tipo, è su un piano prettamente spirituale (ripetiamo a-religioso) che ognuno dovrebbe interrogarsi. Tra la nascita e la morte possiamo restare nell'ambito del tangibile, nell'ambito di ciò che possiamo anche considerare alla mercé delle nostre possibilità. E possiamo scegliere se applicare tutto ciò che la scienza e la tecnica consentono o meno. Oltre questi limiti, ovvero prima e dopo, il campo non è più tecnico e scientifico, fisico. È letteralmente, oltre noi, metafisico.
Alla modificazione anche di ciò che è oltre noi tende la scienza attuale, con una ipertrofia dell'ego che non ha eguali nella storia. È il rischio supremo di andare a sondare e intervenire in un terreno veramente altro. 
Tutte le interminabili discussioni (non solo in Italia) attorno al tema della fecondazione assistita e in vitro, affrontate dal punto di vista economico (se non la permettiamo da noi il business sarà raggiunto comunque altrove) ed etico (è giusto o meno intervenire in tale ambito) ruotano di fatto attorno a una semplice domanda: vogliamo, anche riuscendo, ovvero potendolo tecnicamente fare, andare a intervenire anche oltre i limiti di nascita e morte che sono propri alla nostra specie?
È in sostanza il tema dei limiti. Di volerli oltrepassare, o di volerli rispettare.
Ognuno dia la sua risposta. Inutile aspettarla dalla scienza: essa va avanti in modo cieco per fare luce. Superfluo riferirsi alla religione: nel caso, a quale? Sbagliato domandarla alla politica attuale: legge il fenomeno solo dal punto di vista economico. 
L'unico criterio da utilizzare è dunque quello personale e spirituale. Ammesso che qualcosa di spirituale sia ancora rimasto nelle persone che vivono la nostra modernità nichilista. Perché le leggi di uno Stato, se sono espressione della sua visione del mondo, ovvero di quella dei suoi cittadini, non sono poca cosa. E un Nobel, a livello mondiale, ha comunque un valore simbolico e mediatico elevato.
A Massimo Fini andare oltre quei limiti fa orrore, e fa orrore ancora prima il fatto che l'uomo voglia tentare di andarci. Chi scrive, più modestamente, pensa che quei limiti non vadano superati, figuriamoci tentare di andare ben oltre. Si resta, come si vede, nel campo delle opinioni, come è giusto che sia. Ognuno le proprie. Ma è decisivo averne, in merito. Qualunque esse siano. Altrimenti si è spettatori inutili di tutto. 
Valerio Lo Monaco

venerdì 8 ottobre 2010

Action-Cisl: la violenza vera è altrove

Ridicoli i commenti della politica all'azione dimostrativa, e innocua, oltre che sacrosanta, di Action
Tre ragazzi entrano nella sede Cisl di Roma, lanciano dei volantini con la scritta “Liberiamo la città da chi la ricatta” mentre fuori un’altra decina tira sui muri uova e una lattina di vernice rossa gridando slogan al megafono contro il sindacato fiancheggiatore della strategia d’aggressione al contratto nazionale del lavoro da parte della lobby industriale. Dall’establishment parte il coro unanime : “Squadrismo! Squadrismo!”. Un po’ di fogli di carta, qualche schizzo d’uova e una macchia di vernice sarebbero un “attacco squadristico”? Noi ricordavamo manganellate e olio di ricino…
A parte le battute sull’oggettiva innocuità di un atto puramente dimostrativo come questo, la criminalizzazione si basa sul fatto che i giovani filmati dalla Digos (che non ha mosso un dito: forse perché appunto non c’era alcun indizio di violenza, tutt’al più un danneggiamento a edificio privato?) sono attivisti di Action – Diritti in movimento, un’associazione romana che si batte per il diritto all’abitazione e fa parte del mondo antagonista della sinistra extraparlamentare. Ergo, secondo la vulgata al potere, un nemico della «cultura della coesione», come la chiama il prossimo debuttante in politica Luca Cordero di Montezemolo. Dall’individuazione della matrice ideologica il passo è breve per incolpare la responsabilità a monte, che per i corifei del pensiero unico è naturalmente la Fiom che resiste alla logica ricattatoria propugnata dalla Fiat di Marchionne. Action, infatti, nell’inscenare la protesta sostiene il sindacato metalmeccanici della Cgil contro Cisl e Uil che «stanno accettando il ricatto dell’azienda, favorendo un arretramento sul terreno dei diritti». Bonanni, segretario Cisl, contrattacca ripetendo il solito mantra: «Questo lo dice la Fiom, con la tolleranza della Cgil. Spero cambi linea. L’accordo su Pomigliano è stato firmato da noi e dalla Uil per salvare posti di lavoro». Gli dà manforte il ministro del Welfare Maurizio Sacconi: «È stato un atto di terrorismo. Compiuto da nullafacenti vili e indisturbati. Spesso si comincia così. Poi si passa agli attacchi alle persone: è già successo a Bonanni e a Belpietro. E poi c’è chi viene ucciso», denunciando il rischio che, «come per Al Quaeda, la rete alimenti questo terrorismo». Il socialista della mutua, per una normalissima contestazione, arriva a evocare lo spettro del terrorismo, gli anni di piombo, finendo con l’insinuare l’idea che sia necessaria una bella opera di censura su internet, ultimo terreno rimasto ancora parzialmente libero dalla cappa di regime. Capito dove vogliono andare a parare? Dopo il neo-schiavismo in fabbrica, il bavaglio per tutti.
Com’è comprensibile per non offrire alibi a chi l’addita come “mandante” politico, la Fiom si unisce al coro e per bocca del suo segretario Maurizio Landini esprime «netta contrarietà agli atti inaccettabili e contro la democrazia». E il punto è qui. Siamo ancora in una democrazia? Prendiamo proprio il settore del lavoro. Da un punto di vista dei diritti sociali (che con quelli civili e politici forma il trittico basilare di un regime pienamente democratico), l’attacco sferrato dai padroni del vapore e dai loro lacchè nei partiti in questi ultimi vent’anni, con l’ondata di precarietà alias flessibilità imposta come necessità divina e da ultimo la messa in discussione dei contratti nazionali in nome del supremo bene dell’azienda (con tanti saluti a quello generale, collettivo) non è forse il sintomo di un’erosione inesorabile della dignità e della stessa umanità di chi lavora? Sull’altare della compressione dei costi, dell’aumento della produttività, dell’ossessiva rincorsa alla competitività, non si sta già violando l’articolo 36 della Costituzione (“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”)? Abbassare i toni? Chi recita queste vuote formule di rito dimostra di non aver capito nulla della situazione: c’è assoluto bisogno che i toni, al contrario, si alzino. A partire dal sindacato – s’intende: quello vero, se è rimasto – che deve far sentire la sua  voce come mai prima d’ora ha fatto. Se necessario urlando, altro che mettere la bocca a culo di gallina e biascicare il rosario del “dialogo”. Dall’altra parte, infatti, non abbiamo gente che vuole dialogare per migliorare la vita di tutti, ma solo squali intenti a mettere le mani su un’altra fetta della poca torta che ancora si riesce a produrre, e un’altra ancora, e poi un’altra, tutto e sempre a spese di chi si suda la sopravvivenza. 
Ma dove sta scritto che questo sistema politico e sociale debba essere per forza difeso? Non garantisce più i presupposti su cui si fonda: non è più democratico né costituzionale, perché l’uguaglianza dei cittadini di fronte alle legge è calpestata (c’è una giustizia per potenti e una per comuni mortali), esiste una deroga per tutto (dalla malefatte giudiziarie del premier fino, per restare a Pomigliano, al contratto nazionale dei metalmeccanici) e il lavoro non è un diritto garantito ma una graziosa concessione sotto ricatto. Il civile dibattito e la compostezza democratica, se lorsignori permettono, diventano a questo punto mistificazioni manipolatorie. Il problema che nessuno vuole affrontare è la dittatura – sì, dittatura – del profitto: prima di una vita dignitosa per tutti, prima di una democrazia che sia realmente tale e non invece un’oligarchia di partiti servi di finanza e grande industria, prima di ogni altra considerazione c’è questa sorda e umiliante sottomissione all’imperativo degli affari a tutti i costi e del Pil. Licenziamenti, stipendi da fame, precarietà, devastazioni ambientali, nevrosi di massa? Non importa, purchè le imprese siano competitive e si rincorra, come scimmie ammaestrate, la crescita economica. Verrà il momento in cui questa follia, come tutte le costruzioni umane, finirà. Le parole di condanna resteranno parole, e si ritroveranno il popolo imbufalito davanti ai cancelli di Versailles. 
La vera violenza, brutta e malvagia, è quella in cravatta e doppiopetto, rispettabile e attenta alle forme, di chi lascia che intere esistenze vadano in malora affinchè il sistema-Paese sia salvo. Non quella, di pancia, di puro sfogo, controproducente perché non meditata ma comprensibile proprio per questo, di chi inscena dimostrazioni ad effetto pur di farsi ascoltare, pur di far sapere che la sua vita vale qualcosa di più di tutte le stramaledette strategie di Marchionne. Insomma, ce n’è di che per imbestialirsi. E se protestare, oggi, significa essere squadristi, allora ben venga lo squadrismo.

Alessio Mannino