sabato 31 dicembre 2011

Capodanno 2011


Fratelli d'Italia,


la nostra moneta è in mano a una banda degli onesti 
che rilascia ordini ridendo di quello cui ancora crediamo


Il nostro Parlamento pullula di schiavi di servi
padroni del nostro inutile destino


Le nostre scuole sono senza porte 
ma piene di finestre ben chiuse


Il nostro lavoro è usurato, sfruttato, malpagato o pagato affatto



I nostri eroi sono eterni adolescenti 
che corrono su un prato finto e scappano dalla finestra all'arrivo della polizia.


Le nostre piazze
le Nostre Piazze sono vuote.


Dov'è la coorte, dov'è l'elmo?


Sara Santolini

giovedì 22 dicembre 2011

Iraq: la visione di Obama

da La Voce del Ribelle:


Obama sull’Iraq ha mostrato di avere una visione che non può essere definita altro che lisergica. Salutando le truppe che rientravano in USA, ha dichiarato che la missione è stata un “successo straordinario”.
Solo l’assunzione di sostanze psicotrope, meglio se allucinogene, può spiegare un giudizio di questo tipo sulla fallimentare gestione del dopoguerra in Iraq e impedire di vedere la situazione disastrosa in cui versa il Paese, scosso da un conflitto religioso che semina vittime, di autobomba in autobomba che distruggono le poche cose rimaste in piedi, dopo un intervento “umanitario” che ha fatto raccogliere agli statunitensi ancor più odio.
Temiamo però che Mr. Nobel per la Pace non faccia uso di simili sostanze, ma ciò non va a suo merito: queste sarebbero l’unica scusa accettabile per una simile dichiarazione, altrimenti inqualificabile.


(fm)

martedì 20 dicembre 2011

La Fabbrica di cioccolato - un film di Tim Burton



La Fabbrica di cioccolato è un film del 2005 di tim Burton ispirato all'omonimo romanzo di di Roald Dahl, al quale si era ispirato anche Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato
un film del 1971 di Mel Stuart.


La pellicola di Burton è una favola. Meno facile è dire che si tratti di una favola per bambini. 
La morale che se ne trae è semplice, ma è rappresentata grottescamente e con una soddisfazione quasi crudele nel considerare le punizioni che merita chi pecca di ingordigia o superbia. 


Una favola nera a buon fine ben supportata da Johnny Deep, che impersona lo strano ed eccentrico proprietario della fabbrica abbandonato dalla famiglia e dall'insuperato conflitto paterno. Bravo anche Freddie Highmore, il ragazzino che interpreta Charlie Bucket e lo fa con la semplicità infantile che serve. Bello il mondo incantato, sia dentro che fuori la fabbrica, che rende verosimile volare con un ascensore di vetro, assaggiare il prato o i fiori come dolci, bere cioccolata da un fiume.
Brutti, invece, i piccoli operai provenienti da una landa lontana e sconosciuta, che dovrebbero accompagnare grottescamente la chiusura di ogni morale, ma che finiscono invece per sembrare scontati e noiosi. 
Nel complesso una bella storia da guardare a Natale con i bambini. Non troppo piccoli però.

Noi Nel Mezzo del 19/12/2011

giovedì 1 dicembre 2011

I fatti separati dalla morale


Giornali radio di ieri mattina: è successo questo ed è successo quello, e tra le altre cose è successo pure che abbiano arrestato il vice presidente della Regione Lombardia, accusato di corruzione per aver favorito lo smaltimento illegale di rifiuti pericolosi, e un giudice calabrese, indiziato di essere colluso con la ‘ndrangheta. 
Nulla di straordinario, verrebbe da dire. E infatti il tono degli speaker è del tutto neutro, fino alla perfetta indifferenza. Probabilmente glielo avranno insegnato, oppure lo hanno imparato da soli basandosi su quello che facevano gli altri prima di loro. Il cronista deve rimanere sullo sfondo, lasciando la ribalta alle informazioni. Come recita la formuletta classica, che secondo alcuni è la sintesi del miglior giornalismo, “i fatti separati dalle opinioni”. Significa, o dovrebbe significare, che i due piani non vanno confusi, in modo da lasciare libero il pubblico di valutare gli avvenimenti con la massima autonomia, senza essere influenzato dal punto di vista di chi ha dato le notizie e, nel darle, ci ha messo così tanto del suo da imporre la propria chiave di lettura a scapito di tutte le altre. 
La realtà è ben diversa: attenersi in modo rigido a quel principio è semplicemente impossibile, essendo ovvio che dai titoli in poi basta un nonnulla a indirizzare la percezione altrui. Inoltre, checché se ne dica, un’esposizione asettica non piace a nessuno. Gli imbonitori alla Emilio Fede sono certamente insopportabili, a meno di essere fatti della medesima pasta, ma l’alternativa non può essere la mera elencazione della Gazzetta Ufficiale. E la ragione è chiarissima: informarsi attraverso i media non è un’attività puramente razionale, che viene svolta col rigoroso distacco di uno scienziato, e il coinvolgimento è pressoché inevitabile. Si legge, o si ascolta, o si guarda, e ogni singolo impulso produce una risonanza interiore. Che in larga misura, benché i più lo ignorino (o lo rifiutino), attiene all’inconscio.
Teoria a parte, la realtà è che nel mondo della stampa l’orientamento emotivo non è affatto assente. Semmai è intermittente. Enfatizza alcuni aspetti, come per esempio l’andamento delle Borse, e ne attenua altri, come appunto le vicende di “ordinaria corruzione” che riguardano gli esponenti della politica. La disparità di approccio può essere più o meno consapevole, ma il risultato è il medesimo. Una manipolazione che tende a passare inosservata, e che però è assidua. Tanto più efficace quanto più la si ripete. Tanto più insidiosa quanto meno la si nota. 
Così, ieri mattina, le due notizie sono state date quasi distrattamente. Che volete che sia? Il vice presidente della Lombardia accusato di corruzione, mentre il suo collega Penati è già sotto inchiesta da un pezzo, e un giudice legato mani e piedi alla criminalità organizzata. Cose che sono già accadute. Che continuano ad accadere. La politica e le pubbliche istituzioni scivolano nella cronaca, e lì sprofondano. Lì ristagnano. Invece di risaltare in tutta la sua gravità, il tradimento del bene comune, e quindi dell’intero popolo italiano, decade a fatto secondario. Di cronaca, appunto. Com’è noto, del resto, non bisogna generalizzare. E attendere fiduciosamente che l’iter giudiziario si svolga e arrivi fino in fondo, prescrizione permettendo.  
Il primo nemico della consapevolezza non è la semplice ignoranza. È l’abitudine. Anzi, l’assuefazione.

Federico Zamboni 

lunedì 21 novembre 2011

Piazza Tahir, militari contro manifestanti

La sensazione che le elezioni saranno una farsa e che il potere rimarrà in mano all’esercito per gli egiziani è ormai diventata una terribile certezza. Come lo sono i continui attentati all’indipendenza e l’autodeterminazione dell’Egitto da parte di forze esterne, che si tratti di aiuti militari o economici. La minaccia esterna stavolta sembra provenire dai finanziamenti ai partiti. In Egitto il loro finanziamento estero è esplicitamente vietato. A fronte di ciò scoprire che le organizzazioni salafiste, islamiche e estremiste, avrebbero ricevuto fondi dal Qatar e dal Kuwait ha avvelenato il clima. E questo è accaduto nonostante le accuse di intervento illecito e manipolazioni esterne dei moti rivoluzionari al momento siano cadute. Anche perché milioni di dollari continuano ad arrivare dagli Stati Uniti - e non solo - passando per organizzazioni “umanitarie” come la United States Agency for International Development (USAID).

domenica 6 novembre 2011

Roma: la sfida al divieto

Venerdì mattina Roma è stata svegliata da un corteo non autorizzato di giovani liceali e universitari.

Tutto è partito dal liceo Virgilio di via Giulia, sul lungotevere, che per primo ha violato il divieto imposto dal sindaco di sfilare nel centro della città. Nella protesta sono coinvolti 20 diversi licei della città e molti studenti universitari. I ragazzi, in molti casi identificati fuori la scuola, hanno dato vita al corteo nonostante la presenza delle forze dell’ordine e per nulla intimiditi dall’avvertimento della Questura che ha ricordato loro che sfilare senza preavviso espone i manifestanti a responsabilità civili e penali.
I responsabili della manifestazione studentesca erano stati autorizzati a guidare un corteo che doveva svolgersi non oltre le porte dell'Università La Sapienza, lontano dalla zona rossa interdetta. Il punto di ritrovo era la stazione Tiburtina - dove si sono verificati successivamente gli scontri con la polizia - ma le intenzioni del corteo erano chiare: «L'ordinanza di Alemanno non ci fermerà» avevano infatti dichiarato i manifestanti, «Noi arriveremo in centro». E avevano spiegato: «Violeremo l'ordinanza perché non si possono strumentalizzare gli episodi del 15 ottobre per negare il diritto a manifestare in Centro, né per proporre nuove leggi speciali o addirittura invocare un ritorno alla legge Reale». I ragazzi sono riusciti ad entrare nel cantiere di Roma Tiburtina, forzando lo sbarramento della polizia che però li ha caricati per impedire loro il passo. Lì hanno improvvisato un’assemblea all’aperto, dove sono stati costretti  a rimaner confinati a meno di non venire tutti identificati dalla polizia.

In proposito il Presidente della Provincia Zingaretti per primo ha dichiarato che «le cariche contro gli studenti sono un errore figlio di un altro gravissimo errore» riferendosi all’ordinanza emessa per impedire i cortei nella città. «Una scelta che si conferma dannosa perché inchioda le forze dell'ordine ad una gestione dell'ordine pubblico rigida e muscolare, come del resto dimostrano anche le cariche affrettate di questa mattina. Ma anche una deriva sbagliata e insidiosa per l'Italia perché, in un momento drammatico della vita del Paese, accentua la percezione di sordità e afasia delle istituzioni nei confronti dei giovani e la debolezza totale di una politica incapace di trovare strumenti e idee per interloquire con le istanze e le inquietudine poste dai movimenti. Non ci siamo mai sottratti alle esigenze di garantire l'ordine e al bisogno di colpire i violenti: ma tutto questo non c'entra nulla con quanto avvenuto oggi».


Non si può dimenticare che questa manifestazione nulla ha a che vedere con quella del 15 ottobre. In piazza ci sono solo minorenni o quasi: ai ragazzi delle scuole superiori si affiancano giovani universitari. Tutti a volto scoperto. Voler reprimere una manifestazione di questo genere la dice lunga su come vivano la protesta del Paese i vertici e quanto faccia loro paura dell’accentuarsi dei toni.

La violazione dell’ordinanza di Alemanno è diventata una questione di principio, non un pretesto. Aver posto tale limitazione ha avuto l’effetto di estremizzare lo scontro e alzare la polemica anche sulle reazioni più o meno giustificate e giustificabili della polizia, ben sovradimensionate rispetto a un corteo pacifico di ragazzi e ragazzini che usano libri come scudi. Inoltre un’ordinanza del genere nessuno ha mai creduto faccia paura ai Black Bloc. Tanto più che chi l’ha violata effettivamente l’ha fatto sottolineando di non cercare alcuno scontro ma di voler affermare con forza «il diritto a manifestare liberamente per le vie della città». La sfida al divieto è solo iniziata.

martedì 1 novembre 2011

lunedì 31 ottobre 2011

Indignati: la rivolta degli hashtags arriva in strada


La rivoluzione del peer to peer parte da una semplice tastiera. O meglio, da un singolo pulsante: il simbolo del cancelletto, quello che, sulla piattaforma network, precede una parola chiave interna ai messaggi postati su Twitter, che diventa così un hashtag, e che permette di accomunare i post che riguardano uno stesso argomento o di creare gruppi in funzione di un evento - quello che nel caso dell’enorme diffusione delle proteste che hanno avuto il loro culmine nel 15 ottobre Jeff Jarvis, professore di giornalismo dell’Università di New York, ha già chiamato Hashtag revolt ricordando che «no one owns a hashtag, it has no leadership, it has no organization, it has no creed»*.


Il movimento di protesta, ormai mondiale, degli Indignati ha in internet il suo mezzo di comunicazione ma prescinde da esso: sfruttandone le potenzialità di formazione e allargamento del gruppo tramite la condivisione di interessi o problematiche ne esporta al di fuori della comunità digitale i principi di libertà e eguaglianza.


Uomini, donne, disoccupati, studenti, lavoratori precari e pubblici: il 15 ottobre in piazza c’erano, infatti, proprio tutti. I grandi assenti erano partiti e sindacati. Da questo punto di vista è qui la vera novità: i manifestanti sono singole persone che, sfuggendo alla logica dei media di massa, decidono quale argomento trattare, per cosa indignarsi, quando e come protestare senza che ci sia un leader di partito, un sindacalista o un giornalista a decidere per loro cosa valga la prima pagina o per quale motivo e in quali termini sia conveniente scendere in piazza. Ed è questo, più di qualunque altra cosa, a far tremare i palazzi del potere, fino alle fondamenta.


Sara Santolini


* nessuno possiede un hashtag, esso non ha guida, non ha organizzazione, non ha credo




mercoledì 26 ottobre 2011

Sigle: Ghost Whisperer




Ghost Whisperer - Presenze è una serie televisiva statunitense di genere thriller e fantasy, ideata dal regista John Gray. Le vicende sono incentrate su una giovane donna, Melinda Gordon, che può comunicare con gli spiriti delle persone morte.


La sigla: simbolismo egizio
Le immagini mostrano Melinda in piedi davanti a un campo pieno di buche, dalle quali escono delle teste, riferimento alle anime che si staccano dalla vita terrena. 
Un'ape, simbolo egizio legato alla vita, si stacca da un fiore. L'immagine sfuma in Melinda che con le mani "apre in due" la sua immagine, come fosse una sagoma di cartone: riferimento chiarissimo alla dualità dell'anima per gli Egizi, che la vedevano divisa nel Ba e nel Ka. 
Due manichini vestiti di bianco avorio, rappresentanti un uomo e una donna in abito ottocentesco, aprono delle ali bianche da uccello, alla stregua degli angeli. Da queste ali si stacca una piuma, simbolo della Dea della Giustizia Maat, che nella religione kemetista fungeva da giudice della purezza del cuore dei defunti. Poi arriva l'immagine di una ragazza vestita in abito lungo nero, ancora di stile ottocentesco, seduta su una sedia davanti a un campo fiorito: è una scena sgranata, tendente al seppia. La ragazza è bendata e tiene in mano un fagotto, poi la benda si scioglie, il fagotto mostra al suo interno un frutto e la ragazza svanisce. Il riferimento stavolta è al velo che noi tutti abbiamo sui nostri occhi, che ci impedisce di vedere il mondo "vero" e che ci frena nel mostrare ciò che abbiamo al nostro interno. 
Poi un'immagine ambigua: Melinda ha accanto a se un bambino molto piccolo, si volta verso il bambino e lo guarda, mentre lui pare non accorgersi di nulla. Un riferimento forse alla reincarnazione? 
La scena successiva mostra un uomo che tiene in mano una foto ingiallita che sta bruciando, e che poi lascia cadere al suolo, citazione al "fuoco di rigenerazione", rappresentato in Egitto da uno dei molteplici poteri della Dea Iside. 
Una scala a pioli appoggiata a un muro di un sepolcro, in un ambiente lugubre, porta a un bosco in cui una valigia sospesa si apre e ne esce un'ape. Il nesso stavolta è con il concetto di "Portae Coeli" e di tramite tra Cielo e Terra, che ricordiamo è raffigurato nella Bibbia come una scala che sale verso le stelle, mentre la valigia simboleggia l'inizio di una nuova vita: è il bagaglio dei ricordi che svanisce quando ci si reincarna. 
L'ape uscita dalla valigia si unisce ad altre api che circondano una bambina che tiene a mani giunte un fiore rosso: le api ne formano il corpo e il vestito. Un'ape si stacca e finisce per posarsi sulla scritta "Ghost Whisperer", che evapora in una nuvola. L'immagine si sposta a destra e appare il volto di Melinda.
Il concetto delle immagini finali della sigla è un capolavoro di coerenza e di conoscenza dell'antica religione degli Egizi, perché in questa cultura l'ape è un animale sacro: gli alveari costruiti secondo precise leggi geometrice, la gerarchia sociale ferrea tesa al benessere collettivo e la produzione di oro liquido, il miele, secondo un procedimento non diverso da quello degli alchimisti rendeva l'ape un essere perfetto, un modello per l'Uomo. La sua reciproca dipendenza dai fiori rende l'ape un insetto indispensabile e il geroglifico che rappresenta il fiore significa "esistere". Senza le api, non ci sarebbe l'esistenza (come si evince dall'immagine della bambina con il fiore in mano); per questo il faraone veniva associato all'ape e la stessa parola che contraddistingueva l'ape, "bit", significava anche "buona azione". Come l'ape, anche il faraone era un alchimista obbediente alle leggi dell'universo e come un bodhisattva il suo scopo era quello di aiutare le anime a elevarsi e a "passare oltre" verso l'aldilà, il Duat, realizzando buone azioni.

martedì 25 ottobre 2011

Pugno duro per la Tav, guanti di velluto per gli evasori

da La Voce del Ribelle
di Sara Santolini

Lo avevamo previsto ed è puntualmente successo: la norma per la creazione di «aree di interesse strategico nazionale» inserita nel ddl Sviluppo serviva a bloccare le proteste in Val di Susa e a permettere di terminare i lavori per la Tav, costi quel che costi e che piaccia o meno alla popolazione.
Come si legge negli atti, allo scopo di «assicurare la realizzazione della linea ferroviaria Torino-Lione e garantire (...) il regolare svolgimento dei lavori del cunicolo esplorativo de La Maddalena, le aree ed i siti del comune di Chiomonte, individuati per l'installazione del cantiere della galleria geognostica e per la realizzazione del tunnel di base della linea ferroviaria Torino-Lione» le aree interessate dai lavori sono infatti state dichiarate di interesse strategico nazionale. E pertanto, in forza di questo riconoscimento, le sanzioni arrivano a prevedere il carcere: «fatta salva l'ipotesi di più grave reato, chiunque si introduce abusivamente nelle aree ovvero impedisce o ostacola l'accesso autorizzato alle aree medesime è punito a norma dell'articolo 682 del codice penale: arresto da tre mesi ad un anno o ammenda da euro 51 a euro 309, per l'ingresso arbitrario in luoghi ove l'accesso è vietato nell'interesse militare dello Stato».
Il pugno duro, però, il governo lo mostra solo con chi non vuole fare il suo gioco: nel contempo ci si accinge a regalare l’impunità agli evasori di tutta Italia grazie ai 12 condoni infilati qua e là tra le pieghe del decreto.
Nella bozza, inoltre, è stata inserita l'approvazione unica del progetto preliminare per le opere strategiche che permetterà al Cipe (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) di «valutare il progetto preliminare ai fini dell'approvazione unica dello stesso, assicurando l'integrale copertura finanziaria del progetto». Il che, in soldoni, si traduce nell’obbligo per il Ministero dell’Economia di trovare i fondi per tali opere. Prima di quelli per la scuola, per la sanità, per la cultura, per i trasporti.
Oggi tocca alla Tav. Domani, chissà, potrebbe diventare opera strategica il famoso, inutile e costoso ponte sullo Stretto tanto caro a Matteoli.

Sara Santolini

La zavorra delle elite

Aiuti e austerity non basteranno mai a risolvere la crisi del debito: il problema strutturale del paese è un inveterato clientelarismo, che impedisce le riforme e una distribuzione equa dei sacrifici.

Rens van Tilburg (da Presseurop)


I leader europei si preparano a dare l'ennesima risposta "definitiva" alla crisi dell'euro. Dopo le banche, anche i cinesi e gli americani, le cui monete non sono interessate da questi problemi, hanno cominciato a chiedere un rafforzamento del Fondo europeo di stabilizzazione finanziaria (Fesf).


Di certo nessuno vuole correre il rischio di un fallimento della Grecia. Resta però da capire se la via che i dirigenti europei hanno preso non rischia di essere ancora più pericolosa. Perché non viene mai evocato il vero problema della Grecia né tanto meno i possibili rimedi.


Questo problema è che nella società greca il posto di ognuno non viene determinato dal talento e dal dinamismo, ma dalle origini e dalle relazioni. Ovviamente nessuna società si basa interamente sulla meritocrazia o sul nepotismo. Ma mentre i Paesi Bassi, per esempio, sono soprattutto meritocratici, in Grecia è il nepotismo a predominare. Qui il potere e la proprietà sono così concentrati che le élite al potere riescono sempre a rafforzare la loro posizione.


Finché non sarò fatto qualcosa contro questo nepotismo, l'economia greca non sarà in grado di ripagare il suo debito. Anche se cancellassimo l'intero debito greco, il giorno dopo il paese chiederebbe nuovi crediti.


E chi pagherà il conto della prossima operazione di salvataggio per le banche greche? Garantire le economie strutturalmente deboli aumentando le capacità del Fesf non fa che aggravare i problemi futuri. I politici si lasciano guidare dagli stessi sentimenti che li hanno portati ad autorizzare la Grecia a entrare nell'euro anche se non rispettava i criteri necessari.


"Lasciare" la Grecia uscire dalla zona euro in cambio della cancellazione del suo debito ci toglierebbe un importante fardello finanziario. Ma questo significherebbe lasciare la classe media greca a confrontarsi da sola con il suo paese. Dovremmo piuttosto preoccuparci del benessere dei cittadini greci, che sono le principali vittime del caos amministrativo del paese.


La classe media greca è disposta a pagare le tasse, come tutti gli altri europei. Ma il cittadino greco medio non vuole più pagare, perché sa che lo stato farà subito scomparire il suo denaro nelle tasche degli amici. I soldi riversati nel paese negli ultimi anni hanno addormentato la popolazione greca: tutti hanno partecipato alla spartizione del bottino e i giovani più ambiziosi hanno lasciato il paese. Ma oggi la tensione sale e dare altri soldi non farebbe che ritardare un confronto sociale indispensabile al paese.


Interventismo democratico
La cosa migliore sarebbe schierarsi con il popolo, ma finora le elite sono state risparmiate e il peso dell'austerity è stato lasciato sulle spalle dei greci onesti. Questo perché la troika composta da Ue, Bce e Fmi non vuole immischiarsi nelle scelte di politica interna, e l'impegno a distribuire equamente i sacrifici è rimasto lettera morta.


La troika deve rinunciare alle sue reticenze: l'idea di riportare la democrazia nel paese che l'ha vista nascere non è forse un ideale europeo? Serve un trasferimento più radicale della sovranità greca per colpire i privilegi di questa elite che decide dove devono essere fatti i tagli. Se non si riuscirà a contrastare efficacemente il potere delle elite greche nessuna soluzione sarà possibile. Ma questo aspetto è sistematicamente ignorato da tutte le proposte europee.


Atene non è Baghdad, ma non dobbiamo minimizzare le difficoltà di creare una democrazia funzionante. Se non riusciremo in questo compito non sarà possibile trovare una soluzione alla tragedia greca. Al contrario della tradizione teatrale, un lieto fine è ancora possibile: ci vorrà molta determinazione da parte dell'Europa, ma soprattutto un grande senso della realtà. (traduzione di Andrea De Ritis)

lunedì 24 ottobre 2011

Simoncelli: morire a 24 anni (e a 240 km l'ora)


C'è una cosa che manca al cordoglio per la morte di Marco Simoncelli, morto giovanissimo durante una gara a Sepang. Ci sono i fiori e le lacrime, la disperazione dei genitori e degli appassionati del motociclismo. 


Manca il dubbio. La domanda cardine di tutto: perché un ragazzo debba morire per vincere una gara di velocità. Gare che non vengono mai messe in dubbio. Soprattutto visto che intorno al moto gp e similari girano fior di quattrini e non c'è morte e morale che tengano a questo mondo di fronte ai guadagni facili. 

Tutto rimandato a mercoledì.



Prima notizia: fino a Mercoledì non sapremo nulla. Prima supposizione: neanche Mercoledì sapremo nulla.
Seconda notizia: l'Italia rischia esattamente come la Grecia. Seconda supposizione: finiremo esattamente come la Grecia.
Terza notizia: la Spagna è fuori pericolo. Terza supposizione: presto la Spagna si troverà nella situazione dell'Italia.
E ora il bonus: l'Europa di sicuro, e forse il mondo intero, se la ride di Berlusconi.


di Valerio Lo Monaco
da La Voce del Ribelle

giovedì 20 ottobre 2011

L’indignazione “contagia” anche i Carabinieri


Che le modalità di protesta dell’Arma dei Carabinieri siano diverse, almeno in parte, a quelle degli altri indignati, è ovvio. Non fosse altro perché, per tradizione ma anche per legge, si tratta di un corpo da sempre rispettoso delle Istituzioni e dei loro rappresentanti - e che deve tenersi lontano dagli scioperi e dalla piazza a meno che di non avere in obbligo il contenimento di qualche protesta. 


Stavolta, però, i punti di contatto tra i celerini e gli Indignati che hanno fronteggiato sulle strade sono molti. E riguardano innanzitutto le motivazioni della protesta. Certo la polemica del Cocer (Consiglio Centrale di Rappresentanza dei carabinieri), il loro organo di rappresentanza che ha emesso un comunicato di protesta dal titolo “I nuovi indignati? I Carabinieri esterrefatti dall'ipocrisia del Governo Berlusconi”, prende le mosse dall’esasperazione sul lavoro raggiunta dal personale all’indomani degli accadimenti di sabato e in previsione delle prossime e numerose mobilitazioni. Certo la sua presa di coscienza della mancanza di sicurezza passa per la richiesta, innanzitutto, della «incolumità del personale in divisa». Ma, proprio come tutti gli altri indignati, anche i Carabinieri «sono stanchi di sottacere e di subire le imposizioni di un Governo che continua imperterrito a penalizzarli economicamente per giustificare i propri sprechi (auto blu con scorta, autisti/maggiordomi, segretari, vigilanze, etc)». 


E ancora in sostanza «i Carabinieri rimandano al governo le belle parole ed i ringraziamenti ipocriti»:


«Il governo taglia sulla sicurezza, ma non si dimentica di finanziare la festa delle Forze Armate del prossimo 4 novembre. È questo un governo impegnato a salvaguardare l'apparenza più che la sostanza: si sa, le foto ricordo durante queste manifestazioni possono valere più di cento parole, facendo percepire agli ignari cittadini una vicinanza al comparto sicurezza e difesa, di fatto inesistente»


«Alla nostra classe politica non interessa che durante questi servizi il Carabiniere il più delle volte non mangi, oppure lavori dodici ore continuative senza percepire straordinario e in condizioni a dir poco aberranti come ampiamente hanno dimostrato le immagini dei violenti scontri di piazza. A loro interessa solo tagliare le spese per questi servizi. Siamo nel pieno ciclone alimentato da una classe politica che pensa più che a salvaguardare, ad aumentare i propri privilegi»

mercoledì 5 ottobre 2011

Grecia, ministeri occupati dai dimostranti

L’Abruzzo taglia i vitalizi


Dalla prossima legislatura gli ex membri del Consiglio regionale d’Abruzzo non avranno più il vitalizio. Ieri mattina la Regione ha votato e approvato all’unanimità il progetto di legge che, visto che di tagli ai costi della politica si parla evitando sempre di agire, sembra quasi una cosa dell’altro mondo.
Ad oggi, i vitalizi che gli abruzzesi pagano ai propri ex Consiglieri sono 139, e ammontano a 5,7 milioni di euro l’anno, per una media di circa 41.000 euro. Ma la cifra è in ogni caso destinata a salire. I Consiglieri hanno infatti pensato bene di far partire l’esclusione dal vitalizio dai propri successori, quelli che prenderanno il loro posto nel 2013, e di rimanere gli ultimi beneficiari della vecchia norma. 
A parte l’Abruzzo dal 2013, solo la regione Emilia Romagna finora ha cancellato questo privilegio. Nel Lazio invece basta una sola legislatura di 5 anni e 50 anni d'età per avere un vitalizio. Pensare che addirittura in Parlamento bisogna arrivare almeno a 60 anni.

martedì 4 ottobre 2011

Barletta: minimo sforzo e maggior danno

Ieri è crollata una palazzina in via Roma, a Barletta. Il fatto in sé, senza nulla togliere alla gravità della tragedia delle famiglie delle vittime, sarebbe relegabile alla semplice cronaca se non fornisse l’ennesimo esempio di come vengono condotte le cose in Italia. 
L’indagine in corso dovrà capire di chi sono le responsabilità dell’accaduto, ma in buona sostanza sarà difficile decidere chi è responsabile di disastro e omicidio colposo. Parleranno tutti di casualità, di “stato dell’edificio” - pieno di crepe e a rischio da almeno un anno per l’abbattimento di una palazzina adiacente - non allarmante all’ultima perizia, che pure c’era stata la mattina stessa del crollo. 
Il problema è che non si tratta di un caso: in questo Paese le cose vengono fatte al minimo sforzo e al maggior danno. È stato così a L’Aquila, la città sempre in attesa di ricostruzione dove le macerie hanno messo a nudo metodi di costruzione a risparmio ed è ancora in corso il processo per omicidio, lesioni e disastro colposo. È così a Pompei, dove si perdono beni inestimabili ma non si investe seriamente in prevenzione e risanamento delle strutture da anni. Ed è così anche in tutte quelle scuole dotate di bagni e palestre inagibili e della totale mancanza di scale antincendio e uscite d’emergenza. Per questo quando Bruxelles chiede a ragione all’Italia di adeguarsi (addirittura) alla legislazione sull’efficenza energetica degli edifici - che significherebbe adeguarli a parametri di risparmio energetico, certificarli, controllarli e ispezionarli regolarmente - è come parlasse al vuoto.

giovedì 29 settembre 2011

"Test" Romano superato


La mozione di sfiducia al ministro Romano, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, è stata respinta. Ma, il fatto in sé, non è una notizia.

Non è una notizia che la classe politica, quando è il momento di proteggersi, ritrovi improvvisamente un senso di compattezza e unità d'intenti. Certo il tutto infarcito di polemiche, fazioni additate come responsabili, franchi tiratori e episodi come questi presentati come forti rotture con l'instabilità della maggioranza - ormai superata - o addirittura come "test" di governo dopo il quale ci sarebbero i numeri per "fare le riforme". E sono parole di Silvio Berlusconi, il premier cui tutti consigliano di dimettersi ma che alla fine nessuno costringe al famoso "passo indietro".

Non c'era nessun vero test, nessuna rottura col passato, nessuna campagna elettorale da avviare. È solo la storia che si ripete, inesorabile, a nostro discapito.

Eurozone Market will crash

martedì 23 agosto 2011

Voilà, l'offensiva liberista


Da un lato è un paradosso: proprio nel momento in cui il sistema economico globale mostra tutti i suoi limiti, conseguenza di difetti intrinseci che in quanto tali non si possono correggere e di vizi operativi talmente radicati e diffusi da essere ormai pressoché ingovernabili, l’establishment liberista lancia un’offensiva teorica e pratica che mira ad accentuare ancora di più i caratteri tipici di quel modello, sacrificando il welfare sull’altare del debito pubblico e del Pil. 
Il messaggio che viene lanciato, speculando cinicamente sulla situazione di estrema difficoltà che accomuna gli Usa e la Ue e agitando lo spauracchio del default, è che la responsabilità di quanto sta accadendo è degli Stati, ovverosia delle rispettive popolazioni. Governi inefficienti, se non proprio corrotti, hanno male amministrato le finanze nazionali e accumulato un indebitamento non più sostenibile, che va ridotto al più presto e senza andare per il sottile; pertanto, nel capzioso presupposto che di quegli abusi abbia beneficiato la generalità dei cittadini, è necessario che il lassismo precedente venga controbilanciato da misure durissime, che vengono adottate in nome dell’emergenza ma che sono destinate a essere definitive. 
Dall’altro lato, invece, si tratta di una strategia largamente prevedibile. E infatti prevista, e anticipata con dovizia di particolari, da chi come noi aveva compreso fin dall’inizio che la crisi esplosa nel 2008 non era affatto un fenomeno passeggero, cui sarebbe seguita una “inevitabile” ripresa, ma lo spartiacque permanente tra un prima e un dopo. Un prima all’insegna delle illusioni (ovverosia della manipolazione e dell’inganno) riguardo alla possibilità di accrescere indefinitamente i livelli di benessere materiale, sul doppio binario dei redditi personali e delle previdenze collettive: illusioni alimentate creando enormi flussi di capitali fittizi, attraverso una serie di bolle speculative, e facendo aumentare a dismisura il disavanzo pubblico, allo scopo di diffondere una visione consumistica dell’esistenza e di assicurare alle classi dirigenti un sostegno vastissimo e, col tempo, assimilabile a un riflesso condizionato che non c’è più verso di rimuovere. Un dopo, che è quello in cui siamo sprofondati adesso, in cui si scopre che quelle mirabolanti promesse vanno drasticamente ridimensionate, dal momento che “qualcosa” non ha funzionato come avrebbe dovuto e che i guasti sopravvenuti hanno reso impossibile proseguire nella medesima direzione. O piuttosto: proseguire nella medesima direzione per tutti, dal momento che invece, ed eccoci al cuore del paradosso, le oligarchie che detengono il potere si guardano bene dal mettere in discussione i presupposti su cui poggia l’intero edificio economico e politico.
Quello cui stiamo assistendo, perciò, è un immane tentativo di rovesciamento della realtà. Invece di risalire alle effettive cause di quanto accade, ossia alle tare genetiche del liberismo imperniato sullo sviluppo illimitato, sul massimo profitto e sulla speculazione finanziaria, ci si ferma ai dati contabili dei singoli Stati, trattandoli alla stregua di aziende in dissesto che si sono indebitate per loro colpa esclusiva e che ora, innanzitutto a doverosa tutela dei creditori e in subordine al fine di evitare la catastrofe del proprio fallimento, devono accettare qualunque imposizione e soggiacere a qualsiasi diktat. 
La pretesa, insomma, è di addebitare il disastro alla mancanza di una piena libertà economica, anziché ai suoi deliranti obiettivi e alle sue pratiche spietate. Le parole d’ordine, a loro volta, riecheggiano quelle lanciate trent’anni fa da Ronald Reagan e da Margaret Thatcher e condensate nella famigerata “deregulation” che lasciava mano libera agli imprenditori e alle banche: ridimensionare al massimo il sistema di welfare e i diritti dei lavoratori, privatizzare i servizi pubblici, (s)vendere i beni collettivi. Linee guida che si traducono in una miriade di provvedimenti concreti, e fatali, su cui ci soffermeremo ampiamente nei prossimi giorni.
Detto in sintesi, l’obiettivo è ridurre lo Stato al garante dello statu quo. Con interi popoli che chinano la testa e avallano l’iniquità generale come un dato di fatto necessario e a suo modo utile, lieti di poter ottenere, in cambio del proprio assenso, i cascami del consumismo e una vaga, indeterminata, seducente possibilità di uscire dalla miseria e di ascendere più o meno rapidamente lungo la scala sociale. 
La ricompensa di pochi. La schiavitù di tutti. 

Federico Zamboni

venerdì 19 agosto 2011

martedì 16 agosto 2011

Baghdad

foto di Lynsey Addario
Baghdad. Chiamata anche Sede della Pace, molti secoli fà. Una città che conta quasi cinque milioni e mezzo di abitanti e che era luogo di incontro commerciale tra Persia, Europa e Asia. La foto è stata scattata pochi giorni fà.

domenica 14 agosto 2011

La crisi im-prevedibile come i semi del cocomero

E così, mentre gli italiani si preparano alla grande festa del cocomero di Ferragosto, in Parlamento il caldo crea dei problemi alla memoria dei suoi illustri frequentatori. L'ultimo gavettone di quest'anno si gioca sulla prevedibilità o meno della crisi economica, a tre anni dal suo palesarsi. È come aprire un cocomero a Ferragosto per tre anni di seguito e stupirsi ogni volta della presenza dei semi al suo interno. 


”La legge finanziaria per il triennio è basata sul presupposto di una crisi in arrivo e in intensificazione”. 
Sono parole di Giulio Tremonti, pronunciate nel novembre del 2008, quando si ergeva a paladino dell'economica italiana, prometteva di sostenere quei consumi che invece avrebbe depresso, di non aiutare quelle Banche che invece avrebbe aiutato, di non effettuare i tagli che  continua a fare e non toccato quei redditi medio-bassi che invece avrebbe intaccato pesantemente. Era l'anno in cui il governo fingeva un sicuro ottimismo, in cui, sempre per citare Tremonti, l’Italia avrebbe dovuto mantenere "nei prossimi tre anni un rapporto tra deficit e Pil al di sotto del 3 per cento”. 
La crisi, in ogni caso, il Ministro dell'Economia dichiarava di averla largamente prevista, da grande economista qual'è, pavoneggiandosi nonostante alla sua presunta previsione non era stata comunque seguita da alcuna reale misura di contenimento della crisi. 
Strano dunque, ma comprensibile umanamente, come oggi dichiari a favore di telecamera che il tracollo finanziario della Borsa "non era prevedibile" e che scriverà un libro sull'argomento. Nel quale, c'è da scommetterci, non troveranno spazio le sue stesse parole di solo qualche anno fa.

venerdì 12 agosto 2011

Mille ipotesi contro la crisi, ma nessuna risoluzione in vista

Nel teatrino italiano della politica c'è una cosa che manca da sempre: la ricerca delle soluzioni. Perché se, come bisognava aspettarsi, ora la Borsa vola (incontro al prossimo tracollo), la politica, che avrebbe il dovere di avere uno sguardo più lungimirante e meno fantasioso di quello che sembra invece avere, non fa il suo sporco lavoro.


Non che possa cambiare davvero qualcosa a breve, o che il Tremonti di turno possa davvero risolvere in un batter d'occhio le problematiche incancrenite e perverse di un Paese come il nostro. Non che la Bce e i Paesi forti dell'Unione Europea non abbiano anche loro un forte ascendente sulle politiche e le economie dei Paesi membri. 
In molti credono che l'unico modo per cercare di uscire dalla crisi sarebbe il default programmato (ne ho parlato qui) ma in molti resteranno, almeno per ora, inascoltati.
Stasera ci sarà l'ennesimo Consiglio dei Ministri che o deciderà nulla oppure, come le proposte di Tremonti lasciano presagire, metteranno definitivamente in ginocchio la classe medio-bassa italiana. Il resto, quello che verrà dopo, conseguentemente e inevitabilmente, sarà Storia.

giovedì 11 agosto 2011

Londra, guerriglia contro la polizia dopo l'uccisione di un giovane nero

Su e giù dalla Borsa



La Borsa sale, la Borsa cala.
Dal 2008 le abbiamo viste proprio tutte. Boom eclatanti e crack devastanti, leggere riprese che durano il tempo di qualche compiaciuto editoriale sulle colonne dei quotidiani nazionali seguite da nuovi tracolli, e poi numeri, numeri, numeri: +2, -1, +3, -6 (-6!). E poi, ci sono gli speculatori, gli attacchi alle Borse e alle economie nazionali, il debito pubblico alle stelle per non parlare degli interessi, le politiche nazionali impotenti e incapaci. 


Quello che ci serve è un bel default programmato che penalizzi chiaramente i nostri debiti con l'estero. La manovra, la contro manovra, la correttiva e tutto il resto non avranno nessun'altro effetto che portare alle sue estreme conseguenze le tensioni sociali e renderci tutti più poveri di quello che non siamo già. Ma non renderanno più ricca l'Italia, dove lo status quo è eterno e i soldi si moltiplicano solo nelle tasche delle lobby di potere a tutti i livelli, e non solo perché tutti quei soldi riusciranno sì e no a coprire gli interessi correnti sul debito pubblico. Soprattutto, non ci salveranno dalle mani degli speculatori, sempre attenti a non far varcare il limite del baratro ai titoli, ma solo giocandoci un po' al ribasso, "guadagnando" altri miliardi di euro creati dal nulla che andranno a far crescere - e presumibilmente poi far scoppiare - la prossima bolla. Che tutti a favore di telecamera fingeranno di trovare "inspiegabile" e "imprevedibile" come invece non è.

giovedì 4 agosto 2011

La farfalla - simbolo del cambiamento

Fotografia di Tim Laman
Una farfalla Morpho Blu riposa su una foglia con le sue belle ali da circa 14 cm dal colore intenso e metallico. L'intero ciclo vitale di questa specie dura appena 115 giorni, durante i quali vola nel fitto della foresta e si nutre del succo di frutti fermentati.


La farfalla è un animale simbolico per eccellenza. Nell’ "Enciclopedia dei simboli" c’é scritto: "La meraviglia per questo fenomeno che si origina e si sviluppa senza interventi esterni, conducendo l’animale dalla condizione di bruco a quella di larva e infine di farfalla, colpisce profondamente gli uomini, che sono così spinti a riflettere sulla propria trasformazione spirituale. Si convincono in tal modo di essere in grado di abbandonare la loro natura corporea e ascendere al cielo della luce eterna".

E’ sostanzialmente un segno di trasformazione e di rinascita, emblema sia dell'effimero, sia di ciò che dura in eterno, dell'anima: la farfalla non vive per cibarsi, crescere e invecchiare, vive solamente per concepire, per dare vita a qualcosa di nuovo.

Al pari della Fenice, la Farfalla è simbolo di trasformazione e cambiamento. In molte culture rappresenta l'anima che, uscita dal corpo, raggiunge un grado superiore di perfezione. In questo caso la crisalide rappresenta il corpo umano che contiene le potenzialità dell'essere e la farfalla che esce è un simbolo di rinascita.

La farfalla rappresenta la trasformazione, il cambiamento, la realizzazione e la capacità di accettare i cambiamenti. Ma è anche simbolo di libertà.


mercoledì 3 agosto 2011

Italia: cronaca di un disastro annunciato. Speculazione in borsa e debito

La versione di Barney - un film di Richard J. Lewis

Un film delicato, amaro e profondamente reale. Interamente tratto dal romanzo di Mordecai Richler.




Niente narratore, ma solo un lungo racconto fatto di ricordi che lentamente spariscono, dalla giovinezza fino al presente, di Barney Panofsky, un produttore televisivo ebreo. Vive gli anni Settanta in una Roma licenziosa e solare, e poi la sua vita a Montreal contornato da amici che sostiene in ogni modo e la cui presenza o meno ne condizionerà in qualche modo l'esistenza, un padre poliziotto in pensione affettuoso e sempre fuori luogo, una prima moglie disperante, una seconda sciocca e superficiale e un grande amore. Panofsky è un uomo capace di grandi atti di "eroismo" moderno ma mai di tagli netti, di passione e di amicizia profonda, ma anche di errori eclatanti e fatali per tutto quello che era riuscito a costruire faticosamente nella sua vita: tutte caratteristiche che lasciano che lo spettatore empatizzi facilmente con lui, con le sue debolezze e i suoi atti di forza, che rispondano o meno ai soliti canoni di giustizia e moralità.


Da segnalare nel film l'uso promiscuo della battuta, della frase a effetto, della "perla di saggezza" mai scontata, di volta in volta fatta pronunciare dall'uno o dall'altro personaggio a seconda del suo valore. E poi, un cast degno di nota. Sopra tutti un nome: Paul Giamatti. Delicato, sostenuto, intenso, bravissimo. E poi un grandissimo Dustin Hoffman, Minnie Driver, Rosamund Pike, Rachelle Lefevre. Da vedere.


Il film:                    Il libro:



p.s. non sono affatto d'accordo con quelle recensioni che trovano Giamatti un attore "ordinario" - la sua bravura è già nota a partire da film come "The Illusionist" di cui parlerò presto. Segnalo che, considerando il solito "riassuntino" della trama a capo di quelle che ho letto, viene da pensare con una certa sicurezza che siano state scritte da sedicenti critici che in realtà non hanno affatto visto il film.

martedì 2 agosto 2011

Economia al collasso - odio dire "l'avevo detto"

È improbabile che la Borsa reagisca a una qualsiasi intervento berlusconiano. Esattamente come era improbabile lo facesse con la manovra correttiva di Tremonti che il governo ha venduto al Paese come l'unica via percorribile, ma risolutiva, per il "superamento" della crisi. Non fosse altro perché la tenaglia della speculazione rende vano qualsiasi sforzo di pagamento del debito pubblico o, peggio ancora, degli interessi su di esso.


Tutto il resto, è politica. Qualsiasi schieramento contro o a favore di un governo tecnico o dell'intervento del Premier annunciato come (falsamente) risolutivo. La Borsa continuerà in ogni caso a scendere, e lo spread a salire. A fasi alterne magari, lasciando lo spazio per qualche sciocco editoriale improvvisamente ottimista, ma la tendenza non cambierà. Almeno, non finché nessuno avrà il coraggio di opporre resistenza al meccanismo di aumento esponenziale del debito pubblico e, conseguentemente, dei suoi interessi, soprattutto considerando il fatto che l'Italia, è inutile negarlo, è a rischio default. Cosa che rischia di innescare a breve una nuova ondata di speculazione, peggiore di quella che stiamo subendo al momento. 


Non mi piace essere considerata un uccello del malaugurio. Ma tant'è...

Viale dei Tremonti - Marco Travaglio

Clair de Lune - di Gabriel Fauré

Gabriel Fauré non è un musicista: è un poeta.
Me ne sono convinta in questi giorni, ascoltando Clair de Lune, una tra le sue Mélodies per pianoforte e voce. 
Il brano evoca una serie di immagini suggestive, un paesaggio-simbolo dell'anima umana popolato da maschere, danze, fontane che singhiozzano alla luce della luna.
Non è solo il senso delle parole di Paul Verlaine, grande simbolista francese, ad essere particolarmente poetico, ma il senso della musica stessa, il suo tema che varia in maniera netta pur mantenendo la stessa atmosfera, melanconica. Un "claire de lune" sostenuto da una melodia molto moderna, senza fronzoli. 





Votre âme est un paysage choisi

Que vont charmant masques et bergamasques

Jouant du luth et dansant et quasi
 Tristes 
sous leurs déguisements fantasques.


Tout en chantant sur le mode mineur

L’amour vainqueur et la vie opportune

Ils n’ont pas l’air de croire à leur bonheur

Et leur chanson se mêle au clair de lune


Au calme clair de lune triste et beau
Qui fait rêver les oiseaux dans les arbres

Et sangloter d’extase les jets d’eau,
Les grands jets d’eau sveltes 
parmi les marbres.


Per questo Fauré è più un poeta che un musicista: la sua musica è intimistica, sensuale o quasi ascetica. Non c'è mai la ricerca dell'effetto sensazionale ma piuttosto di una musicalità avvolgente. E pensare che Fauré è vissuto tra il 1845 e il 1924, in tempo per essere contemporaneo sia di Wagner che di Stravinskij. E, da non dimenticare, per influenzare e ispirare Debussy.

lunedì 1 agosto 2011

Source Code - un film di Duncan Jones


L'ultimo film del visionario regista di "Moon", un thriller fantascientifico e psicologico che tiene col fiato sospeso fino all'ultimo frame. 


Quali sono i limiti della mente? 
...
Domanda retorica, visto che la risposta più intuitiva a questa domanda è "non ci sono". Con questo presupposto Duncan Jones ha potuto giocare sul possibile e l'impossibile, insinuando dubbi sulla stabilità del tessuto temporale, oltre che sulle capacità della mente umana. 

Il capitano Colter Stevens, pilota di elicotteri e veterano della guerra in Afghanistan, si risveglia su un treno di pendolari senza avere la minima idea di dove si trovi. Di fronte a lui Christina, una ragazza che lo conosce ma che lui non riconosce affatto. In tasca e nello specchio l'identità di un giovane insegnante di nome Sean Fentress. Dopo otto minuti un'esplosione, che squarcia il convoglio. A questo punto Colter si ritrova in una sorta di capsula, dalla quale comunica con un ufficiale tramite un monitor. Da lì dovrà tornare sul treno, nel passato, fino a identificare l'attentatore e prevenire un successivo attacco.

A livello formale il film è davvero ben fatto, che si concentra soprattutto sulle implicazioni psicologiche piuttosto che sulla ricerca del responsabile dell'esplosione: si tratta di un aspetto puramente strumentale alla necessità di raccontare la complessità del reale.

Stavolta, al contrario di "Moon", c'è una seconda possibilità di vita e riscatto per il soldato al quale, a sua insaputa, è stata data la possibilità di conoscere il passato e riceverne informazioni importanti per poter cambiare il futuro. Una possibilità che avrà imprevedibili conseguenze.

giovedì 21 luglio 2011

Alla base dell'Everest

La foto è di Alex Treadway, National Geographic
Si tratta del campo base per le partenze verso una delle cime più affascinanti del mondo: l'Everest. 

Il monte è chiamato Chomolangma (madre dell'universo) in tibetano e Qomolangma (珠穆朗瑪峰 pinyin: Zhūmùlǎngmǎ Fēng) in cinese. Il nome nepalese è Sagaramāthā (सगरमाथा, in Sanscrito "dio del cielo").

Con i suoi 8.848 metri è la vetta più alta della Terra. Un posto che solo a pensarlo fa paura, fa salire l'adrenalina. Ed è per questo che è più facile pensare al campo base, al posto dal quale partire per scalare la vetta. Il posto dove ha inizio l'impresa che, in quanto tale, ha un fascino tutto particolare: il fascino del volgersi a guardare la strada appena percorsa.

Il monastero più alto del mondo è proprio qui, in Tibet, alle pendici del monte Everest. Ma oltre, verso la cima, si è soli.

Prima casa: ritorna l'Irpef